“Scegli Me” di Lorenza – Il Ritorno – 5° Capitolo

Buongiorno a tutte, come vi sarete accorte da alcuni piccoli dettagli è di nuovo lunedì e, oltre a qualche piacevole diversivo per allietare la nostra giornata e iniziare al meglio la settimana, siamo pronte a partire anche con il secondo appuntamento in programma previsto per oggi, ovvero con un nuovo capitolo di “Scegli Me“, il racconto della nostra Lorenza.

Chissà che ci attende oggi, qualcuna ricorda i particolari di questa quinta puntata o urge un ripassino?

Vi darò qualche piccolo indizio: i lampi, fulmini e saette che sentite non sono dovuti al maltempo, no, no, ma al pessimo umore della nostra Andrea e a qualche scaramuccia con il bel Mark. Insomma, i soliti preliminari nell’attesa che qualcuno prenda fuoco come si deve e, vi assicuro, che siamo già sulla buona strada ;)

Non mi rimane che augurarvi Buona Giornata, seguito come sempre da un immancabile…….

Buona Lettura

IMG_4978

lori

– 5°CAPITOLO-

Il mattino dopo mi svegliai di buon’ora.

Mi alzai e mi preparai, cercando di fare il più piano possibile. Denise stava ancora dormendo e non volevo disturbarla.

Adoravo la mia migliore amica, ma vivere in due in un appartamento da single non era proprio possibile.

Ripromisi a me stessa di iniziare la ricerca di un nuovo appartamento quanto prima.

Arrivai in ufficio abbastanza presto e, diversamente dal solito, trovai Betty già lì.

<<Ciao, che ci fai già al lavoro? Normalmente non sei così mattiniera!>> le dissi, togliendomi il cappotto e appoggiandolo, insieme alla borsa, sulla scrivania.

Betty alzò gli occhi al cielo e sbuffò.

<<Ho una mole di lavoro enorme oggi>> cominciò a dire <<Sono venuta presto in ufficio con la speranza di riuscire a terminare tutto prima dell’ora di cena!>>

Con un gesto della testa m’indicò diverse pile di fascicoli che invadevano la sua scrivania.

<<Rebecca mi ha chiesto di esaminare tutti questi. Devo fare una statistica sull’andamento in borsa di alcuni titoli azionari…dal 2000 a oggi! Non finirò più!>>  piagnucolò, in preda allo sconforto.

Le rivolsi uno sguardo dispiaciuto.

<<Dai, se oggi Mark non ha bisogno di me, ti posso dare una mano io>> le dissi, tentando di sollevarle il morale e proponendole il mio aiuto.

Betty mi guardò con aria stupita.

<<Mark? Ma come, non la sai? Oggi non viene al lavoro. Non so il motivo, ma penso che sia malato. Non conosco altra ragione capace di tenerlo lontano dall’ufficio.>>

Quella notizia mi mandò in confusione.

Annuii con la testa e mi voltai, dandole le spalle.

Lo sconcerto iniziale lasciò, subito, lo spazio al risentimento e mi ritrovai a stringere le mani a pugno.

Perché Mark non mi aveva detto niente?

Cavoli, come sua assistente sarei dovuta essere io la prima a sapere della sua assenza dal lavoro!

Non devono essere gli altri a informare me!

Oppure…

Oppure il motivo per cui non era venuto in ufficio quel giorno eravamo io e la nostra discussione della sera prima.

No! Impossibile.

Non riuscivo a crederlo.

Sicuramente non era così, ne ero certa.

O almeno, lo ero all’ottanta per cento. 

Presi alcuni fascicoli dalla scrivania di Betty e iniziai a sfogliarli, concentrandomi sul lavoro.

Verso l’ora di pranzo, mentre ero ancora immersa nell’analisi di alcuni dati, il mio telefono cominciò a squillare.

Sollevai di scatto la testa dal faldone che tenevo fra le mani.

Il mio pensiero corse subito a Mark.

Mi si bloccò il respiro.

Poi notai, dal numero apparso sul display, che la chiamata proveniva da un ufficio all’interno del palazzo.

Una veloce fitta di delusione mi attraversò.

Non poteva essere Mark.

Sollevai la cornetta.

<<Pronto, ufficio di Mark Regis, sono Andrea Grade>> risposi.

<<Andrea, ciao sono Cole. Ti ricordi di me?>> mi chiese la voce dall’altra parte della cornetta.

Rimasi in silenzio, spiazzata.

Dopo un primo istante di stupore, mi ripresi.

<<Certo che mi ricordo di te. Come posso aiutarti?>> riuscii finalmente a dirgli.

Sentii Cole prendere un bel respiro.

<<Stasera ci vediamo in palestra?>> mi chiese, dopo un attimo di esitazione.

Strinsi la presa sulla cornetta del telefono e maledissi mentalmente me stessa.

Nella fretta di uscire, e nel tentativo di non disturbare Denise, avevo dimenticato il borsone, con la roba per la palestra, a casa.

<<No, purtroppo stasera sono costretta a saltare>> risposi, mortificata.

Stavo per aggiungere che avrei recuperato la sera successiva, quando Cole mi precedette.

<<Allora, posso invitarti a pranzo oggi?>> mi propose.

Il suo invito mi colse totalmente alla sprovvista.

Un conto era incontrarsi in palestra per fare due chiacchiere, un altro era pranzare insieme!

Fui presa dal panico.

<<Oggi non posso proprio! Sono nel bel mezzo di un lungo lavoro e non posso fermarmi, oppure non finirò più!>> gli risposi, propinandogli la prima scusa che mi venne in mente per riuscire a giustificare il mio rifiuto e prendere tempo.

Cole, però, non si diede per vinto.

<<Allora, facciamo per domani?>> perseverò lui.

Strinsi forte gli occhi.

Non avevo scampo.

Non me la sentivo di rifilargli un’altra scusa banale.

Soprattutto perché, al momento, non me ne veniva in mente nemmeno una.

Non mi restò, quindi, altra scelta che accettare.

<<Ok. Dimmi posto, ora ed io ci sarò>> gli risposi, ancora non del tutto convinta di quello che stavo facendo.

<<Se per te non è un problema, io farei verso mezzogiorno nel ristorante del palazzo. So che è un po’ presto come orario, ma ho una riunione nel primo pomeriggio>>

Dal tono della sua voce, Cole mi parve veramente contento.

<<No. Tranquillo, va benissimo. Allora ci vediamo direttamente lì, domani>> gli risposi, cercando di celare, con un finto entusiasmo, il mio tono perplesso.

Lo salutai e riattaccai.

Rimasi per qualche secondo, immobile, a fissare la cornetta del telefono, frastornata e incredula.

Ma non tanto per aver acconsentito a pranzare con Cole.

Quanto, piuttosto, per la strana sensazione che avevo iniziato a provare non appena avevo accettato il suo invito.

Più passavano i minuti e più mi fu chiaro che ciò che sentivo dentro altro non era che puro e semplice senso di colpa.

Mi passai le mani fra i capelli e scossi la testa.

Oh mio Dio!

Mi sentivo in colpa per aver accettato di pranzare con Cole.

Come se farlo significasse, in qualche modo, tradire Mark.

Si poteva essere più assurde di così?!

Mi rituffai a capofitto nel lavoro, per non pensare.

La giornata trascorse in fretta, senza che né io, né Betty abbandonassimo mai le nostre scrivanie, nemmeno per mangiare.

Il pranzo ce lo portò Dan, il quale si unì a noi per un pasto frugale, che consumammo sulla mia scrivania.

Alle sei, del tutto esausta, decisi di spegnere il computer.

<<Betty, non ce la faccio più!>> le dissi stremata <<Vado a casa e ti consiglio, vivamente, di fare la stessa cosa. Riposati, qui continueremo domani>>

Radunai le mie cose e uscii dall’ufficio

Dopo venti minuti, e una corsa su di un taxi guidato da un autista spericolato, finalmente fui a casa.

Appena arrivai davanti alla porta del mio appartamento, però, mi bloccai, indecisa se bussare o entrare usando le chiavi.

Decisi di fare come tutti gli altri giorni.

Infilai la chiave nella serratura ed entrai.

Vidi subito Denise, in piedi in mezzo al salotto, intenta a parlare animatamente al telefono.

<<Ti ho detto che ho deciso così e così deve essere!>> la sentii dire.

Il suo tono di voce era di quelli che non ammettevano repliche.

Provai pena per chiunque fosse all’altro capo del telefono.

Appena si accorse della mia presenza, riattaccò.

Si voltò verso di me, sorridendo e facendo finta di niente.

<<Ciao! Tutto bene in ufficio oggi?>>

Non mi fregava!

Conoscevo bene la sua espressione da “sto combinando qualcosa ma tu non lo devi sapere”.

L’avevo vista sul suo volto, per la prima volta, il giorno precedente il mio compleanno, al primo anno di Università.

Quando mi organizzò una festa a sorpresa, che poi così a sorpresa non fu.

Oggi, come allora, feci finta di niente, lasciandola cullare nell’illusione di essere riuscita a nascondermi qualcosa.

<<Sì, tutto bene. Però è stata una giornata pesante e, se non ti dispiace, prima di cenare vorrei farmi una doccia>> le dissi, avviandomi verso il bagno.

Quella sera, a cena, fui di poche parole e anche Denise, stranamente, lo fu.

Subito dopo aver cenato, con cibo cinese da asporto, mi scusai con lei e andai di corsa a letto.

Ero ancora abbastanza presto, ma io ero veramente stanca.

Il mattino seguente, così come quello prima, mi svegliai presto.

Mi voltai su di un fianco e cercai Denise con lo sguardo.

Non l’avevo nemmeno sentita venire a letto la sera prima.

La vidi ancora profondamente addormentata.

Non volendola svegliare, con il rumore dei cassetti o delle ante dell’armadio, decisi di prendere in prestito qualcuno dei suoi vestiti ancora stipati nella valigia da viaggio, abbandonata in mezzo al salotto.

Denise era una sfaticata cronica e, se la conoscevo bene, quella valigia sarebbe rimasta intatta, in mezzo al salotto, per un’altra settimana almeno, prima che lei si decidesse a disfarla.

All’interno della valigia trovai diversi abiti carini.

Dopo un attimo di esitazione, scelsi un vestito di maglina, lungo fino al ginocchio, color grigio antracite.

Non era proprio il mio stile e, a dirla tutta, mi stava anche un po’ troppo aderente, ma pazienza.

Mi preparai velocemente e, prima di uscire da casa, afferrai il borsone della palestra.

Quella sera, dopo il lavoro, vi avrei fatto un salto e mi sarei allenata un po’.

Quando arrivai in ufficio, trovai Betty ferma davanti alla macchinetta del caffè.

<<Ciao. Hai dormito qui stanotte?>> le chiesi ironicamente, raggiungendola alle spalle.

Nel sentire la mia voce Betty sussultò, probabilmente troppo assorta nei suoi pensieri per sentirmi arrivare.

Non appena si voltò verso di me, notai delle profonde occhiaie scure che le cerchiavano gli occhi.

<<Ciao Andrea! No, non ho dormito qui. Alla fine sono andata a casa, ma sarebbe quasi stato meglio non farlo! È stato più il tempo che ho sprecato durante il tragitto per tornare a casa ieri sera e in ufficio stamattina, di quello che ho passato stesa nel letto a dormire!>>

Le rivolsi uno sguardo pieno di solidarietà e un sorriso.

Inserii qualche moneta nella macchinetta e selezionai un caffè macchiato, senza zucchero.

<<Dai allora rimettiamoci subito al lavoro prima che arrivi Mark!>> la spronai.

Udendo le mie parole, Betty arrossì leggermente e abbassò, velocemente, gli occhi.

<<Ehm… Andrea… non so come dirtelo>> cominciò a dirmi, con voce titubante.

<<Betty? Che succede?>> la chiesi, preoccupata.

<<Mark non viene al lavoro nemmeno oggi…>> rispose lei, sempre con lo sguardo fisso sul pavimento.

Cosa?!

Ero stata nuovamente ignorata da Mark, che aveva preferito avvertire gli altri della sua assenza invece che la sottoscritta, nonché sua assistente!

Tenni per me i miei pensieri e continuai a osservare Betty.

Mentre estraevo il bicchiere di caffè dalla macchinetta, mi accorsi dell’espressione sempre più mortificata del suo viso.

Mi affrettai a rassicurarla, in fondo lei non aveva nessuna colpa.

<<Se ti stai agitando tanto solo per questo, puoi stare tranquilla.>>

Fui sul punto aggiungere che era Mark lo stronzo in tutta questa situazione e che lei non centrava nulla, quando la vidi farsi ancora più rossa e iniziare a giocherellare nervosamente con un grosso anello che portava nel dito medio.

<<No, non è solo questo…in realtà c’è dell’altro>> continuò, dopo un lungo sospiro.

Rimasi in silenzio.

Un chiaro invito a proseguire.

<<Oggi non mi puoi aiutare con i fascicoli>> si decise, infine, a dire, alzando gli occhi su di me.

<<Ah no? E perché?>> le chiesi, sollevando un sopracciglio.

<<Ieri sera, dopo che te ne sei andata, Rebecca è venuta da me e mi ha detto che se avessi parlato ancora con te del suo lavoro o se ti avessi ancora fatto mettere mano ai fascicoli, mi avrebbe licenziata subito>> mi confessò tutto di un fiato.

Sollevai entrambe le sopracciglia e bloccai il bicchiere di caffè a pochi centimetri dalle mie labbra.

<<Non ci posso credere! Che stronza!>> esclamai, offesa.

<<Mi dispiace Andrea! Ma il lavoro mi serve, non posso rischiare di perderlo>> cercò di giustificarsi Betty, guardandomi con gli occhi lucidi.

Le rivolsi un sorriso sincero.

Capivo benissimo lei e la posizione difficile in cui Rebecca l’aveva messa.

Prendermela con lei avrebbe significato fare il gioco di Rebecca e dargliela vinta.

<<Tesoro, tranquilla. Non hai nessuna colpa in questa storia>> le dissi in tono dolce e rassicurante.

Dopo averle fatto un cenno di saluto con la testa, mi voltai e m’incamminai verso la mia scrivania, fermandomi solo il tempo necessario per buttare il bicchiere, ancora pieno, di caffè nel cestino.

Non ne avevo bevuta nemmeno una goccia.

Ero troppo nervosa per la caffeina.

Notevolmente irritata, e senza nessuno con cui potermi sfogare, mi sedetti alla mia scrivania e accesi il computer.

Trascorsi la mattinata scorrendo decine e decine di annunci immobiliari, alla ricerca di un appartamento da affittare.

Passai in rassegna diversi siti, ma niente.

Tutti gli appartamenti in affitto, dislocati vicino all’ufficio, chiedevano cifre che non mi potevo permettere.

Quelli che, invece, chiedevano un affitto alla mia portata, erano dall’altra parte della città.

Con un gesto rapido allontanai la tastiera del computer e appoggiai i gomiti sulla scrivania.

Affondai il viso fra le mani.

Quella non era proprio la mia giornata fortunata.

La disastrosa ricerca di un appartamento, conclusasi con un nulla di fatto.

Rebecca che mi estrometteva dal suo lavoro, nemmeno fossi una spia di qualche società concorrente.

E infine, Mark che avvisava tutti della sua assenza, tranne me.

Mark…

Chissà come mai non era venuto al lavoro.

Forse era veramente malato.

Forse, invece, stava bene ed era solamente partito per un breve viaggio di piacere.

Magari stava viaggiando con una donna…

Oppure era chiuso in casa con una nuova fiamma per una maratona di sesso….

Sollevai di scatto la testa e sgranai gli occhi.

Come mai io stavo pensando a lui e, soprattutto, in quel modo?

Lasciai cadere le braccia lungo il corpo e appoggiai la fronte sulla superficie fresca della scrivania.

Questo non sapere mi stava mandando fuori di testa.

Dovevo parlare con lui.

Presi il cellulare da dentro la borsa e feci scorrere la rubrica finché non arrivai alla voce “Mark numero privato”.

Il numero riservato alle emergenze.

Ma, d’altronde, questa era un’emergenza vera e propria!

Almeno per me!

Spinsi il pulsante di chiamata e rimasi in attesa.

Il cellulare di Mark suonò libero.

Il cuore cominciò a battermi sempre più forte.

Lo lasciai suonare a lungo, ma non ottenni alcuna risposta.

Alla fine, si attaccò la segreteria.

<<Regis. Lasciate un messaggio.>>

Distaccato e freddo come sempre!

<<Mark, ciao sono Andrea>> dissi con voce leggermente tremolante, sempre più pentita di aver fatto quella telefonata <<Tranquillo, non c’è nessuna emergenza, volevo solo sapere come stavi. E poiché tutti qui ne sanno più di me, su di te, ho deciso di prendere il telefono e chiamarti. Perché poi non hai chiamato me per dirmi che non saresti venuto lo devo ancora capire. Ok, ora ti saluto e… spero che tu stia bene…veramente.>>

Riagganciai e appoggiai il cellulare sulla scrivania.

Chiusi gli occhi e respirai e fondo.

Improvvisamente il mio cellulare iniziò a suonare, facendomi sobbalzare sulla sedia.

Lo afferrai velocemente, sperando con tutta me stessa che si trattasse di Mark.

Mi bloccai.

Cos’era tutta quell’ansia di sentire Mark?

E perché il cuore mi stava battendo talmente forte che rischiava quasi di uscirmi dal petto, e le mani mi tremavano?

Mi ricomposi, feci un respiro profondo e guardai il display.

Denise.

Risposi.

<<Ciao.>>

Dal tono della mia voce trapelò tutta la mia delusione.

Mi diedi mentalmente della stupida.

<<Ciao piccola ladra di vestiti! Credevi che non me ne sarei accorta vero?!>> esordì lei.

Sospirai.

Pericolo scampato.

Tono deluso non colto!

<<Scusa…>> le risposi, sollevata.

<<Ok, probabilmente se non avessi deciso di metterti il mio strabiliante vestito di Gucci, che volevo indossare proprio oggi, non me ne sarei nemmeno accorta!>> il tono, inizialmente, autoritario di Denise si ammorbidì un po’ <<Ma ti voglio bene e sei perdonata. Bada, però, a non sporcarlo o rovinarlo altrimenti non ti rivolgerò mai più la parola!>>

Sgranai gli occhi.

Un Gucci?

Cavolo, se lo avessi saputo, non lo avrei mai messo.

Quell’abito probabilmente costava quanto lo stipendio di un mese di lavoro, se non addirittura di più!

Passai velocemente in rassegna il vestito.

<<Intatto e immacolato, Denise. Puoi stare tranquilla!>> rassicurai lei, ma anche me stessa.

<<Meglio per te. Comunque non era solo per questo che ti ho chiamato. Volevo anche avvisarti che stasera non sarò a casa per cena. Anzi farò piuttosto tardi. Mi vedo con un tizio da urlo che ho conosciuto ieri.>>

<<Bhè non hai perso tempo tesoro! Da quante ore sono che sei a casa? Due? Tre?>> scherzai.

Sentii Denise ridere, dall’altra parte della cornetta.

Sapeva bene che stavo scherzando e che non l’avrei mai, e poi mai, giudicata.

<<Ehi bella>> mi rispose lei, sforzandosi di assumere un tono serio <<Ogni lasciata è persa! Ora ti saluto perché, anche se non ci crederai, io sono una donna impegnata!>>

<<Parrucchiere o estetista?>> la provocai, ridendo.

<<Estetista!>> rispose seccata Denise, infastidita del fatto che avessi smascherato velocemente i suoi piani per la mattinata.

La salutai e riattaccai.

Sovrappensiero, guardai l’orologio che portavo al polso.

Mi accorsi, con stupore, che mancava poco all’ora di pranzo e all’incontro con Cole.

Afferrai la borsetta e mi diressi, velocemente, verso il bagno per darmi una rinfrescata prima dell’appuntamento.

Venti minuti dopo ero dentro l’ascensore, diretta al cinquantesimo piano.

Sola, nel silenzio dell’ascensore vuoto, iniziai a rendermi sempre più conto che il tentativo, di poco prima, di parlare al telefono con Mark mi aveva agitata ed emozionata molto più di quanto stesse facendo il mio imminente appuntamento.

Sospirai rassegnata.

Non sarei mai, e poi mai, riuscita a relegare Mark a un ruolo di semplice amico.

Mi sarei comportata con lui in modo amichevole certo, ma nel mio cuore ero sicura che avrei sempre sperato in qualcosa di più.

Arrivata al piano, feci un lungo e profondo respiro e uscii dall’ascensore.

M’incamminai verso l’ingresso del ristorante.

Cole mi stava aspettando vicino alla porta.

Appena mi vide, il suo volto s’illuminò, regalandomi un bellissimo sorriso.

Contraccambiai.

Ma niente farfalle nello stomaco…

Scacciai velocemente quel pensiero inopportuno.

<<Ciao Andrea, sei stupenda>> mi disse, non appena gli fui vicina.

Quelle parole mi fecero arrossire leggermente.

<<Grazie, anche tu non sei male>> risposi.

Cole, senza aggiungere altro, aprì la porta del ristorante e mi fece segno di precederlo.

Appena dentro, vidi un cameriere venirci incontro.

<<Buon giorno Signor Coleman, il suo tavolo è pronto. Se vuole seguirmi, è da questa parte>> ci disse, chinando leggermente il capo.

Cavoli!

O Cole era un assiduo frequentatore di quel ristorante, o il personale lì era eccessivamente zelante e premuroso!

Seguimmo il cameriere fino a un tavolo abbastanza appartato.

Mi guardai velocemente intorno.

Il ristorante era pieno, ma non vidi nessun volto familiare.

Cole mi spostò la sedia ed io mi accomodai.

Il nostro tavolo era ben apparecchiato.

Tovaglia di lino color tortora, piatti bianchi, quadrati e bicchieri bassi e bombati.

Tutto molto semplice, ma al contempo molto elegante.

Il cameriere ci portò i menù e la carta dei vini.

Cominciai a scorrere l’elenco dei cibi.

Sembrava tutto così appetitoso che, ben presto, mi trovai in difficoltà nello scegliere.

<<Incerta su cosa prendere?>> mi chiese Cole, quasi leggendomi nel pensiero.

Alzai lo sguardo, dal menù al suo viso.

<<Sì>> gli risposi sbuffando <<Prenderei un po’ di tutto. Mi pare un’offesa scegliere un piatto e scartarne un altro.>>

<<Se posso, ti consiglierei le linguine all’astice oppure i cannelloni di ricotta, gamberi e zucchine>> mi suggerì lui, venendomi in aiuto.

Terrorizzata dall’idea di sporcare il mio vestito-in-prestito-costosissimo, scelsi i cannelloni.

Cole fece un cenno al cameriere, che si avvicinò subito.

<<Cannelloni per due e una bottiglia di vino bianco, grazie.>>

Il cameriere prese le nostre ordinazioni e sparì.

<<Allora Andrea? Cosa mi racconti di bello?>> mi chiese Cole, iniziando la conversazione.

Lo guardai fisso negli occhi e mi scappò uno sbuffo.

<<Oggi niente di bello>> iniziai a spiegare, <<Il mio capo non è venuto al lavoro ed io non so nemmeno dove sia. Una persona del mio ufficio mi ha dichiarato apertamente guerra e, come se tutto ciò non bastasse, non riesco a trovare un nuovo appartamento.>>

Più che una spiegazione, il mio fu uno sfogo in piena regola ma Cole non ne sembrò infastidito, anzi, al contrario, mi parve piuttosto incuriosito.

<<Che cosa vuol dire che non trovi un appartamento? Perché ne stai cercando uno?>> mi chiese, interessato all’argomento.

<<E’ una storia lunga Cole e non voglio annoiarti con i miei problemi>> gli risposi, sincera.

Non che non volessi parlare dell’argomento con Cole.

Semplicemente, non mi sembrava un modo carino di iniziare un appuntamento.

Io avrei odiato qualsiasi uomo che, alla prima occasione, avesse monopolizzato il dialogo parlando dei suoi problemi.

<<Tu non mi annoieresti nemmeno se volessi, Andrea>> mi disse lui, stupendomi.

Guardai Cole dritto negli occhi.

<<Ok, se proprio insisti…>>

Gli raccontai tutto.

Che vivevo nell’appartamento di una mia amica.

Che lei sarebbe dovuta stare in giro per il mondo per mesi, ma che era rientrata prima, cogliendomi impreparata sul tema abitazioni alternative.

Che avevo sempre rimandato la cosa credendo di avere altro tempo a disposizione, invece…

Quando spiegai a Cole che l’appartamento di Denise aveva una sola camera e che, al momento, condividevo il letto matrimoniale con lei, gli andò di traverso l’acqua che stava bevendo ed io scoppiai a ridere.

Era piacevole parlare con Cole.

Terminai il mio monologo appena in tempo.

Stavano arrivando le nostre ordinazioni ed io ero troppo affamata per ignorare il cibo e finire di raccontare.

Così come l’educazione mi avrebbe imposto di fare.

Mangiammo i nostri cannelloni chiacchierando del più e del meno. Una conversazione leggera e piacevole, senza tensioni o doppi sensi.

Cosa che, invece, contraddistingueva le conversazioni con qualcun altro…

BASTA pensare a Mark!

Finita la pasta, Cole appoggiò la forchetta sul piatto e si pulì la bocca con il tovagliolo.

<<Allora, ti ho consigliato bene?>> mi chiese, spostando lo sguardo sul mio piatto vuoto.

<<Benissimo>>gli risposi sorridendo, <<È uno dei piatti di pasta più buoni che io abbia mai mangiato. Mi ci vorrà una seduta extra in palestra, ma ne è valsa la pena.>>

<<Ok, allora poiché hai già in programma di andare in palestra, tanto vale finire il pranzo alla grande. Ti fidi di me?>> mi chiese guardandomi fissa negli occhi.

M’irrigidii, non tanto per la domanda, quanto per la velata allusione che vi scorsi.

Notando la mia reazione, Cole si affrettò a specificare <<Dal punto di vista culinario, ovviamente. Vorrei che assaggiassi una cosa.>>

Mi rilassai e gli sorrisi.

<<Certo che mi fido. Hai passato il test cannelloni dopotutto.>>

<<Ok, allora aspettami qui. Devo andare a parlare con il cuoco.>>

Rivolsi a Cole uno sguardo interrogativo, ma lui non aggiunse alcuna spiegazione.

Si alzò, appoggiò il tovagliolo che aveva sulle gambe sopra al tavolo, e si avviò verso la cucina.

In quell’istante il mio cellulare suonò.

Lo tirai fuori dalla borsa.

Guardai il display e mi si bloccò il respiro.

Sul quadrante, a chiare lettere, lampeggiava il nome di Mark.

Mi schiarii la voce e cercai di calmare il respiro.

<<Mark, ciao>> risposi, dopo un attimo di esitazione.

<<Dove cavoli sei?>> mi chiese bruscamente lui, senza nemmeno salutarmi.

Non ci potevo credere…un nuovo record!

Mi aveva fatto innervosire usando solo tre parole!

Feci un lungo e lento respiro, per cercare di calmarmi.

Dopotutto ero in un luogo pubblico e non potevo alzare la voce, né tanto meno fare scenate.

<<Che cosa vuol dire “dove cavolo sono”…dove cavolo sei tu! Sono due giorni che manchi dall’ufficio e non ti sei nemmeno preso il disturbo di avvisare la tua assistente, che guarda caso sono io, per dirmi dove fossi o se fossi ancora vivo! Quindi, ora, non usare quel tono con me!>> risposi, cercando di contenere l’indignazione.

Dopo qualche attimo di silenzio, sentii la risata di Mark.

<<Noto, con piacere, che ti sono mancato, vero Andrea?>> mi chiese, in tono divertito.

Mi portai una mano davanti alla bocca per soffocare una risata e poter continuare a sostenere, un altro po’, la parte dell’assistente offesa.

<<Non essere sciocco! Senza di te in ufficio si sta una meraviglia!>> mentii.

<<Bugiarda>> m’interruppe lui, sempre ridendo.

Non ce la feci più a trattenermi e scoppiai a ridere a mia volta.

<<Ok, è vero. Un po’ mi sono annoiata senza di te, ma solo un po’. E comunque, non mi sei mancato per niente, sia chiaro!>>

Stavo fingendo, e anche spudoratamente, perché in realtà la sua voce e i nostri battibecchi mi erano mancati veramente molto.

Ma questo, a lui, non potevo certo dirlo.

<<Andrea, ora che ti sei calmata, mi vuoi dire dove sei?>> mi chiese, nuovamente, Mark con un tono di voce più gentile.

<<A pranzo. Dove vuoi che sia a quest’ora! E tu?>> gli chiesi, curiosa di sapere, una volta per tutte, dove si trovasse.

<<A pranzo dove?>> continuò, ignorando la mia domanda.

<<Al ristorante del palazzo, al cinquantesimo piano>> gli risposi sovrappensiero, ritornando poi alla questione che mi premeva di più <<Tu, invece, dove sei, Mark?>>

<<In ufficio. Adesso ti raggiungo>> lo sentii dire, in tono deciso.

Poi silenzio.

Allontanai il cellulare dall’orecchio e osservai il display per qualche secondo.

Mark aveva riattaccato.

Stava venendo su, stava venendo da me.

Andai nel panico.

Ma come, stava venendo qui?

A fare cosa, poi?

Sarei potuta scendere io, appena finito il pranzo!

Cercai di darmi una calmata.

Era assurdo che mi sentissi così in ansia, non stavo facendo nulla di male.

Ero in pausa pranzo con un amico.

Ecco tutto.

Chiusi, per un attimo, gli occhi desiderando, con tutta me stessa, di essere invisibile.

<<Andrea, stai bene?>>

La voce di Cole, alle mie spalle, mi fece sobbalzare.

<<Si… tutto bene>> lo rassicurai <<Senti, io ora dovrei proprio andare…>>

Cole si sedette e mi guardò accigliato.

<<E’ successo qualcosa mentre ero via? Perché quando mi sono alzato da tavola, poco fa, tu eri tranquilla e sorridente.>>

E’ successo che sta arrivando il mio capo e non voglio che mi veda con te o con un qualsiasi altro uomo.

Perché io voglio lui e mi sento maledettamente in colpa nei suoi confronti, come se lo stessi tradendo.

Anche se è assurdo, perché per lui sono solo un’amica!

Ovviamente tenni per me i miei pensieri.

<<Non è successo nulla. È solo che devo tornare in ufficio per finire del lavoro>> gli dissi mentendo, nel tentativo di crearmi un alibi che giustificasse la mia improvvisa voglia di andare via.

<<Ok, allora dico al cameriere di farti incartare il dolce che ti avevo fatto preparare, così lo potrai mangiare in ufficio>> rispose Cole, rivolgendomi uno sguardo scettico, per nulla convinto dalle mie parole.

<<Cole, tu sei veramente una brava persona. Grazie di tutto. Del pranzo e della compagnia>> gli dissi di slancio, divorata dal senso di colpa.

Il viso di Cole si fece improvvisamente serio.

<<Andrea, perché tutto questo suona come un addio?>> mi chiese accigliato.

<<Cosa? No! Non è un addio>> lo rassicurai.

Il volto di Cole si rilassò.

<<Ok, allora andiamo>> mi disse, spostando la sedia e alzandosi.

Gli sorrisi, accingendomi a fare lo stesso.

Improvvisamente, però, mi bloccai, sentendo tutti i miei sensi scattare in allerta.

Un brivido freddo mi percorse il corpo.

Mi raddrizzai velocemente dalla sedia, quasi facendola rovesciare, e cominciai a guardarmi intorno.

Dopo qualche istante lo vidi.

Il mio corpo aveva reagito alla sua presenza, ancora prima che i miei occhi lo vedessero.

Mark era fermo all’ingresso del ristorante intento a cercarmi con lo sguardo.

Un secondo dopo mi vide.

Non appena i nostri occhi si trovarono, tutto quello che avevo intorno, svanì.

Non c’erano più le persone, i tavoli e i camerieri.

Niente all’infuori di lui ed io.

Improvvisamente tornai alla realtà.

Qualcosa era cambiato.

Mark non stava più guardando me, ma Cole.

Cavolo!

Senza smettere di fissarlo nemmeno per un istante, Mark iniziò a camminare verso di noi a passo sostenuto.

<<Accidenti!>>

Quella parola mi scappò dalla bocca, come fosse un’imprecazione.

<<Cosa?>> mi chiese Cole, sorpreso.

Non feci in tempo a rispondergli, che Mark fu davanti a noi, furente dalla rabbia.

<<Andrea, ti voglio immediatamente in ufficio. Ora! E’ stata indetta una riunione speciale. Ho bisogno di te.>>

Il moto d’irritazione che il tono di Mark mi provocò fu immediatamente placato dalle sue ultime parole.

Ho bisogno di te.

Ero cosciente di come quelle parole fossero riferite all’ambito professionale, ma il sentirle mi fece lo stesso tremare le ginocchia.

Il tono poco educato di Mark, però, non passò inosservato a Cole.

Da gentiluomo quale si era dimostrato di essere, sapevo che sarebbe intervenuto per difendermi.

Dovevo fare qualcosa prima che nascesse una discussione fra loro due.

<<Ok, Mark>> intervenni prontamente, facendo un passo avanti e frapponendomi fra i due <<Comunque avevo finito di pranzare. Dammi un attimo e arrivo.>>

Nonostante il mio tono fosse calmo, rivolsi a Mark uno sguardo di avvertimento.

Sarebbe stato meglio per lui tenere la bocca chiusa.

Avevo appena risposto in modo educato a un capo scortese…una volta potevo tollerarlo, la seconda no.

Detto questo, mi voltai verso Cole, dando le spalle a Mark.

<<Cole, come vedi, il lavoro mi chiama. Grazie di tutto>> gli dissi in tono di scuse.

Lo sguardo di Cole passò velocemente dal mio viso e quello di Mark, per poi tornare a guardare me, e addolcirsi.

<<Grazie a te Andrea, per aver accettato l’invito. E quando vorrai fare un po’ di movimento per smaltire il pranzo, chiamami.>>

Sapevo che Cole si stava riferendo alla palestra, ma le sue parole mi fecero arrossire.

Dietro di me sentii il respiro di Mark mozzarsi all’improvviso e, con la coda dell’occhio, vidi la sua mano stringersi a pugno.

Un istante dopo quella stessa mano mi afferrò il gomito e mi trascinò via verso gli ascensori.

Mi liberai il braccio con uno strattone e fulminai Mark con lo sguardo.

Lui mi guardò a sua volta, livido in volto, impassibile alla mia occhiataccia.

Voltai velocemente in dietro il viso, cercando Cole.

Volevo fargli capire che andava tutto bene, e che quei modi da troglodita del mio capo, non erano qualcosa di cui preoccuparsi. Ma lui non c’era già più.

Arrivati davanti agli ascensori, spinsi il pulsante di chiamata.

Mi voltai verso Mark.

Stava guardando fisso davanti a sé, come se io non ci fossi.

<<Odio quando fai così!>> sbottai.

Finalmente, si voltò verso di me.

<<Così come?>> mi chiese.

Il suo tono era sempre duro, ma percepii una nota di curiosità nella sua voce.

<<Così come hai fatto poco fa. Quando fai finta che io non ci sia e te ne stai in silenzio, senza rivolgermi la parola>> gli spiegai risentita.

Le labbra di Mark si alzarono in un sorriso.

<<Non permetterti di ridere!>> lo avvertii, puntandogli addosso un dito <<So che pensavi mi riferissi ai tuoi modi da cavernicolo. E ti assicuro che odio anche quelli, anche se non li ho menzionati!>>

L’ascensore arrivò e le porte si aprirono.

Mark mi prese la mano e mi condusse dentro.

Quel gesto, inaspettato, mi lasciò senza fiato.

Sempre tenendo la mia mano stretta nella sua, Mark spinse il pulsante del nostro piano.

Le porte dell’ascensore cominciarono a chiudersi.

Mark fece un piccolo passo verso di me e, contemporaneamente, mi strinse un po’ più forte la mano.

<<Andrea, aspetta!>>

Una mano s’infilò fra le porte dell’ascensore, impedendo che si chiudessero.

Una lieve pressione e queste iniziarono a riaprirsi.

Mark mi lasciò la mano di scatto e si allontanò da me.

La sensazione di vuoto e abbandono che provai fu immediata.

Da dietro le porte dell’ascensore spuntò la faccia di Cole.

<<Andrea, scusa. Ti stavi dimenticando il dolce>> mi disse allungandomi un sacchetto di carta ben chiuso.

Vidi Cole, la sua mano e il sacchetto, ma non mi mossi.

<<Andrea?>> Cole richiamò nuovamente la mia attenzione.

Feci per allungare un braccio e afferrare il dolce, quando Mark mi precedette, strappando il sacchetto di mano a Cole in malo modo.

<<Grazie Signor Coleman. Ora se non le dispiace, la pregherei di togliersi dal mezzo. Così che l’ascensore possa richiudersi e noi essere liberi di andarcene.>>

Il tono di Mark era astioso, quasi minaccioso.

Mi voltai di scatto verso di lui, con gli occhi sgranati.

Cole non disse nulla e fece un passo indietro.

Le porte dell’ascensore si chiusero e questo cominciò a scendere.

<<Ma che diavolo ti prende oggi?>> gli chiesi allibita.

Mark si girò verso di me e mi guardò fisso negli occhi.

Feci appena in tempo a sentire il rumore del sacchetto che teneva in mano, cadere per terra, che le sue mani furono sulle mie guance e le sue labbra sulle mie.

La sua bocca, morbida e leggera, cominciò ad accarezzare la mia con baci veloci e leggeri.

Poi, senza nemmeno aspettare un segno di approvazione da parte mia, Mark spostò la mano dal mio viso e la appoggiò sulla mia schiena.

Appena sopra il sedere.

Con determinazione e urgenza mi attirò verso di lui.

L’intensità del bacio cambiò.

Da dolce e delicato si trasformò in esigente e passionale.

Le sue labbra aderirono con decisione alle mie, invitandole ad aprirsi.

La sua lingua si fece strada nella mia bocca senza tanti complimenti e, non appena trovò la mia, vi s’intrecciò, dando inizio a una danza passionale.

Mark mi stava assaporando ed esplorando, con una passione e un coinvolgimento che non avrei mai sperato di ricevere da lui.

Mi lasciai andare, facendo lo stesso.

Il mio corpo prese il controllo e la mia testa non obbiettò.

Le mie mani risalirono lungo il suo corpo.

Prima sul petto, poi sulle spalle e infine dietro il suo collo.

I nostri corpi si strinsero ancora di più, aggrovigliandosi.

Percepii ogni singola parte del meraviglioso corpo di Mark, avvinghiarsi al mio.

La mano che Mark teneva sulla mia schiena cominciò a scendere ancora più giù, accarezzando il profilo del mio sedere.

Il mio respiro si fece corto e accelerato.

Una piacevole tensione cominciò ad accumularsi nel mio basso ventre.

Il mio corpo stava andando a fuoco, sovrastato dalla fisicità di quell’uomo.

All’improvviso, però, così come quel bacio era iniziato, finì.

Mark si staccò bruscamente da me, facendo un passo indietro, lasciandomi stordita e appena un po’ barcollante.

Rimasi spiazzata.

Completamente spiazzata.

Mi guardai velocemente intorno, cercando di capire cosa avesse fatto cambiare idea a Mark.

Non notai niente che non andasse, così cercai i suoi occhi. Leggermente arrossato in volto, Mark distolse subito lo sguardo dal mio.

Lo vidi alzare gli occhi al cielo e portarsi le mani al viso, sfregandolo con vigore, come per riprendersi.

<<Accidenti! Accidenti a me! Che cosa ho fatto!?>> lo sentii imprecare sotto voce.

Dopo qualche istante, Mark fece un lungo respiro e si ricompose.

<<Andrea, scusami. Non avrei dovuto baciarti>> mi disse serio e, all’apparenza, nuovamente padrone di sé.

Mi ci volle qualche istante per comprendere le sue parole.

Stavo ancora cercando di riprendermi dallo stato di stordimento e confusione in cui ero caduta.

Lentamente tutto si fece più chiaro.

<<Non scusarti per questo, Mark>> gli risposi, mentre dentro di me sentivo crescere rabbia e delusione.

Vidi balenare nei suoi occhi, per un breve istante, un’espressione di stupore.

<<Devi dimenticarti di questo bacio Andrea, fare come se non fosse mai successo>> continuò lui.

Il suo sembrò quasi un ordine.

Quelle parole, sicuramente le ultime che una ragazza avrebbe voluto sentirsi dire dopo essere stata baciata, mi raggelarono.

<<No>> gli dissi in un tono decisamente glaciale.

<<No?>> mi chiese lui, corrugando le sopracciglia e rivolgendomi, al contempo, uno sguardo stupito.

<<No. Non mi dimenticherò di questo bacio, Mark. Ma non gli darò importanza se tu non vuoi>> precisai.

La mia voce suonò ferma e decisa, nonostante dentro stessi impazzendo dal dolore.

Grazie agli insegnamenti di mia madre, avevo da tempo imparato a non mostrare le mie emozioni a chi mi stava ferendo.

“Mostra un sorriso a chi ti rende felice per fargli capire che lo sta facendo, ma tieni dentro di te le lacrime per non dare la soddisfazione a chi ti ferisce di capire che ci sta riuscendo.”

Non so se furono le mie parole o se fu, semplicemente, perché si sentisse in colpa, ma Mark cercò di giustificarsi.

<<Andrea, io non sono il tipico fidanzato modello. Non bacio mai una donna senza poi andarci a letto. E non vado a letto con la stessa donna per lungo tempo. Non sono fedele perché non voglio esserlo. Mi piace divertirmi e non avere complicazioni. Lasciamo il nostro rapporto sul piano professionale, ok?>>

Lo fissai a lungo negli occhi.

Quando, finalmente, trovai la forza per rispondergli, le porte dell’ascensore si aprirono.

Mark, ignorando la sua galante abitudine di farsi da parte per lasciar passare prima una donna, uscì velocemente dall’ascensore e si diresse spedito verso il suo ufficio.

Se pensava di poter liquidare così me e la nostra discussione, si sbagliava di grosso.

Non avrebbe avuto lui l’ultima parola.

Ero convinta di meritarmi qualche spiegazione in più e, magari, anche delle scuse.

 

FINE 5° CAPITOLO

 

-ARRIVEDERCI A LUNEDI’ PROSSIMO –

Questo racconto inedito a puntate è un opera di fantasia scritta in esclusiva per Stella e pubblicato per gentile concessione dell’autrice solo sul sito Free Passion.

© Riproduzione riservata. Proprietà intellettuale dell’autrice Lorenza. Vietata la riproduzione di questi contenuti o parte di essi.

 

25 Comments on “Scegli Me” di Lorenza – Il Ritorno – 5° Capitolo

  1. manu85
    novembre 23, 2015 at 10:00 am (4 anni ago)

    Eh si non mi ricordavo proprio gli avvenimenti di questo capitolo…sempre un piacere rileggere le peripezie di questi due…baci

    Rispondi
  2. Virna
    novembre 23, 2015 at 10:15 am (4 anni ago)

    Lorenza che caldo in quell ascensore :)
    Fantastica Andrea quando gli dice che non avrebbe dimenticato il bacio ma che non gli avrebbe dato importanza se lui non avesse voluto
    E lui….be’ lui e’ sempre un vero maschio

    Rispondi
    • Lorenza
      novembre 23, 2015 at 1:38 pm (4 anni ago)

      Anche tu pensi che fosse caldo in ascensore??? :) ;)

      Rispondi
  3. Rosy ♥
    novembre 23, 2015 at 10:21 am (4 anni ago)

    Ahi ahi ahi!!!
    Mark Regis ma che mi combini???
    È tempo di una delle sue docce :-D
    #BigFireBird torna all’attacco ;-)
    Grazie Lorenza ❤

    Rispondi
    • Lorenza
      novembre 23, 2015 at 1:39 pm (4 anni ago)

      Big fire Bird! Quanti ricordi e quante risate!

      Rispondi
  4. Maria
    novembre 23, 2015 at 10:29 am (4 anni ago)

    E la storia comincia a scaldarsi!!! non vedo l’ora che diventi incandescente!!!
    Questa storia mi è piaciuta la prima volta che l’ho letta e continua tutt’ora!!!
    Mark, oh Mark…quanto mi sei mancato!!!!!!

    Rispondi
    • Lorenza
      novembre 23, 2015 at 1:43 pm (4 anni ago)

      Contentissima che questa storia ti sia piaciuta allora e che continui a piacerti ora

      Rispondi
  5. VeloNero
    novembre 23, 2015 at 10:34 am (4 anni ago)

    E’ sempre un gran piacere leggere questo romanzo

    Rispondi
    • Lorenza
      novembre 23, 2015 at 1:43 pm (4 anni ago)

      Detto da te non può che riempirmi di orgoglio!

      Rispondi
  6. Claudia
    novembre 23, 2015 at 12:22 pm (4 anni ago)

    Finalmente… Non ha resistito il bel Mark eh! Bella la risposta di Andrea e ora che succederà?
    …..voglio Lunedì! :))
    Brava Lorenza vedo che ti piace creare molta suspance ;)

    Rispondi
    • Valentina
      novembre 23, 2015 at 12:25 pm (4 anni ago)

      E sarà sempre peggio, Claudia!
      L’avevamo soprannominata “Crudelia”. Ho detto tutto.

      Rispondi
    • Lorenza
      novembre 23, 2015 at 1:44 pm (4 anni ago)

      Esatto! Lorenza alias crudelia!

      Rispondi
  7. Valentina
    novembre 23, 2015 at 12:24 pm (4 anni ago)

    Caro Mark, è sempre un piacere! Rosy, che ricordi Big Fire Bird :)

    Rispondi
  8. Minù
    novembre 23, 2015 at 1:40 pm (4 anni ago)

    Stupidi uomini XD

    Rispondi
    • Lorenza
      novembre 23, 2015 at 1:45 pm (4 anni ago)

      Ah! Ah! Ah! ;)

      Rispondi
  9. Lele
    novembre 23, 2015 at 5:49 pm (4 anni ago)

    Adoro Andrea. È fantastica e che caratterino. Mark non sa ancora con chi ha a che fare.

    Rispondi
  10. Veronica80
    novembre 24, 2015 at 7:31 am (4 anni ago)

    Che stronzetto!!!
    Bellissimo il bacio…
    Ma Cole è il proprietario del ristorante?
    Bella puntata ;)

    Rispondi
    • Lorenza
      novembre 24, 2015 at 12:24 pm (4 anni ago)

      No, no Cole non è il proprietario. Lui è…. fra qualche capitolo lo scoprirai!

      Rispondi
      • Minù
        novembre 25, 2015 at 10:31 am (4 anni ago)

        Lui è. …..un lurido verme strisciante e subdolo ….
        Una spregevole figura che trova buona compagnia ;)

        Rispondi
  11. ROSY C.
    novembre 24, 2015 at 10:40 am (4 anni ago)

    Scusate il ritardo….. comunque…..wow!!!!! Che capitolo!!!!! Fantastica Andrea, la risposta sempre pronta e Mark spiazzato dal suo stesso comportamento e dalle sue parole non ha prezzo, volevo togliermi una curiosità….MA COSA CAVOLO HANNO GLI ASCENZORI IN AMERICA????? GLI SPRUZZANO DENTRO UN PROFUMO A I FEROMONI??????? Non vedo l’ora che arrivi lunedì prossimo!!!!! :-) :-*

    Rispondi
    • Lorenza
      novembre 24, 2015 at 12:25 pm (4 anni ago)

      Sarebbe da brevettare il profumo ai feromoni! :) :) :)

      Rispondi
  12. Irina
    novembre 25, 2015 at 1:38 pm (4 anni ago)

    Questo capitolo mi piace sempre e Mark geloso è troppo divertente, anche se continuo a pensare al povero dolce maltrattato! :P

    Rispondi

Leave a Reply