“Scegli Me” di Lorenza – Il Ritorno – 6° Capitolo

Possiamo dire che la parola d’ordine per questa sesta puntata di “Scegli Me” è imbarazzo.

In più occasioni la nostra Andrea si è ritrovata in situazioni non proprio piacevoli, di quelle che, alle volte, una vorrebbe essere inghiottita dal pavimento e dimenticare.

Ed in tutto questo, ovviamente, il bel Mark ci ha messo del suo.

Devo dire che, il ragazzo, ha le idee un pò confuse.

La bacio. No, non la bacio. Per non parlare di andare oltre. Il caos sembra regnare sovrano nella sua testolina. Ma Andrea sembra decisa a sfoderare tutte le sue armi di seduzione, lecite ed illecite. Anche Nat sembra approvare in pieno la sua strategia.

Mark geloso e con lo sguardo furioso, del resto, è tutto un programma, un vero spettacolo della natura.

Ma per scoprire tutti gli altri dettagli, non vi resta che proseguire con la lettura, mentre a me, non mi rimane che augurarvi Buona Giornata, seguito come sempre da un immancabile…….

Buona Lettura

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– 6°CAPITOLO-

Seguii Mark nel suo ufficio.

Entrai decisa e senza bussare.

Una volta dentro, chiusi la porta e, con tutta la calma di cui fui capace in quel momento, mi misi a sedere sulla sedia di fronte alla sua scrivania.

Mark mi stava guardando con un’aria confusa, propria di chi non sa cosa aspettarsi.

Dopo un attimo di esitazione, ruppe per primo il silenzio.

<<Forse è meglio se alla riunione di oggi pomeriggio vado da solo>> iniziò a dire.

Nonostante le parole di Mark suonassero autoritarie e fredde, riuscii a cogliere, benissimo, il tono d’imbarazzo e ansia celato dietro.

Probabilmente Mark temeva una mia scenata in ufficio, con tutti i colleghi come spettatori.

Per sua fortuna io non ero il tipo da scenate, tanto meno in pubblico.

<<Non farlo>> lo interruppi, con un tono di avvertimento.

Mark mi guardò sorpreso.

<<Non fare cosa?>> mi chiese guardingo.

<<Quello che stai tentando di fare ora per toglierti dall’imbarazzo. Non tagliarmi fuori dal lavoro, Mark. Non per un dannato bacio di cui ti sei pentito. Sono capace di gestire la situazione, te lo assicuro. Non ti farò scenate e, soprattutto, non dirò con nessuno quello che è successo. Ma tu promettimi che continuerai a portarmi con te agli incontri di lavoro e a insegnarmi quello che sai.>>

Quelle parole erano quanto di più lontano ci potesse essere da ciò che in realtà avrei voluto dirgli.

Ma se ormai non potevo più salvare il mio cuore, almeno potevo tentare di salvare il mio orgoglio.

E il mio lavoro.

Mark scosse la testa, quasi incredulo.

<<La riunione è alle quindici. Ci vediamo agli ascensori dieci minuti prima.>>

Detto questo, distolse velocemente lo sguardo e iniziò ad armeggiare con il portatile.

Mi stava liquidando.

Ancora.

Sentii le mura, che avevo eretto intorno al mio cuore, iniziare a sgretolarsi.

Mi alzai velocemente dalla sedia e mi voltai, diretta verso l’uscita.

Il mio ferreo autocontrollo ebbe un attimo di cedimento, sotto il peso pressante della rabbia e della tristezza.

Le lacrime incominciarono a pungermi gli occhi.

Le mani iniziarono a tremarmi e la borsetta, che tenevo in mano, mi cadde a terra.

Tutto il contenuto si sparse su pavimento.

Mi affrettai a raccogliere ogni cosa, sperando che a Mark non venisse l’idea di alzarsi per aiutarmi.

Perché, in quel caso, si sarebbe sicuramente accorto delle lacrime che mi stavano scorrendo sul viso.

Buttai, velocemente, tutto dentro la borsa, senza perdere tempo a controllare che ci fosse ogni cosa.

Volevo uscire da lì e subito.

Non appena fuori dall’ufficio di Mark, mi guardai velocemente intorno.

Tirai un sospiro di sollievo nel constatare che ero praticamente sola.

Quasi tutti i miei colleghi erano ancora fuori per il pranzo.

Non appena arrivai alla mia scrivania, infilai la borsa nel cassetto e afferrai la scatola di fazzolettini che tenevo vicino al computer.

Andai diretta in bagno, con l’obiettivo di cancellare ogni segno di tristezza e dolore.

Almeno dal mio viso.

Dopo circa venti minuti tornai alla mia scrivania.

Mi sentivo un po’ meglio.

Poi feci l’errore di rivolgere una veloce occhiata in direzione dell’ufficio di Mark.

Gli occhi mi si velarono ancora di lacrime.

Accidenti Andrea, ricomponiti!

Ricordati che sei in ufficio!

Ce la potevo fare.

Poche ore e sarei stata a casa.

Al diavolo la palestra, ci sarei andata un’altra sera.

Per cercare di tenere la mente occupata, finché non fosse stata ora della riunione, cominciai a controllare la posta elettronica.

Dopo qualche minuto, mentre stavo cancellando alcuni messaggi spam, il mio telefono suonò.

Riconobbi subito l’interno di Mark.

Mi schiarii la voce con un colpetto di tosse e risposi.

<<Mark. Dimmi pure, hai bisogno di qualcosa?>>

Perfetto tono professionale.

L’ideale per un rapporto di tipo lavorativo.

Proprio come voleva lui.

<<La riunione di oggi pomeriggio è stata annullata. Se vuoi prenderti il pomeriggio libero, fai pure. Per me non ci sono problemi.>>

Eh no, caro mio!

Questo vile tentativo di togliermi da davanti ai tuoi occhi per startene più tranquillo e in pace con la coscienza, con me non funziona!

Non farò scenate, ma non ti renderò certo la vita facile!

<<No, grazie. Ho del lavoro da finire. Se non c’è altro, ciao.>> Riattaccai, senza aspettare una sua risposta.

Passai le ore successive a fare solitari al computer.

Quando guardai l’orologio e vidi che, finalmente, si erano fatte le sei, decisi che era giunta l’ora di andare a casa.

Presi il borsone da palestra, la borsa e infilai la giacca.

Andai diretta verso gli ascensori.

Non sarei passata dall’ufficio di Mark, come facevo di solito, per avvisarlo del fatto che stessi andando via.

Professionale o meno, ero ancora molto arrabbiata con lui.

Perché diamine mi aveva baciata, se poi se ne era pentito all’istante?

Gli occhi mi si riempirono, nuovamente, di lacrime.

Strinsi forte le palpebre per impedire a queste di uscire.

Non qui, Andrea!

A casa!

D’istinto frugai dentro la borsa, alla ricerca delle chiavi del mio appartamento, come se tenerle in mano mi potesse far arrivare prima a casa.

Fui colta dal panico.

Le chiavi non c’erano.

Rovesciai il contenuto della borsetta sul pavimento. Niente.

Sempre più in ansia, iniziai a frugare dentro il borsone della palestra. Ancora niente.

Eppure ero sicura di averle prese su quella mattina!

Denise.

Sì, lei sarebbe stata la soluzione.

Afferrai il cellulare e composi il suo numero, passando di nuovo in rassegna il contenuto della mia borsetta.

Nonostante il suo cellulare suonasse libero, lei non rispose.

Cavoli!

Improvvisamente mi ricordai del suo appuntamento per la serata. Probabilmente Denise era già uscita da casa e si trovava in qualche locale in cui la musica alta le impediva di sentire la suoneria del cellulare.

<<Fantastico! Di bene in meglio! Che giornata da schifo!>> dissi a voce alta, in preda ad un profondo sconforto.

Afferrai borsa, borsone e mi diressi a passo spedito verso la mia scrivania.

Forse le chiavi mi erano cadute dentro un cassetto.

Ero talmente agitata e nervosa che non mi accorsi di Rebecca.

Stava camminando, spedita, lungo il corridoio.

Quasi mi ci scontrai.

Lei mi schivò prontamente, ma senza rivolgermi né uno sguardo, né una parola.

Arrivata alla mia scrivania, aprii tutti i cassetti.

Niente, niente e ancora niente.

Controllai sotto la sedia e dentro il cestino della carta, ma delle mie chiavi non c’era traccia.

Mi sedetti per terra, rannicchiai le gambe e le circondai con le braccia.

Appoggiai la fronte sulle ginocchia.

E ora che faccio?

In ufficio ormai non c’era più nessuno, a parte Mark, e chiedere aiuto a lui era, assolutamente, fuori discussione.

All’improvviso un presentimento, accompagnato da una bruttissima sensazione, mi balenò per la testa.

La mia mente ritornò a quel pomeriggio.

Al momento in cui la mia borsa mi scivolava dalle mani e tutto quello che c’era dentro si rovesciava sul pavimento dell’ufficio di Mark.

Comprese le mie chiavi.

Nella fretta di uscire da quel posto, non avevo controllato di aver raccolto tutto.

Un sonoro gemito di frustrazione mi sfuggì dalle labbra.

Non avevo scelta.

Dovevo per forza andare da lui.

Mi alzai in piedi, mi sistemai i vestiti e, facendomi coraggio con un bel respiro, mi diressi verso l’ultimo posto in cui sarei voluta andare.

L’ufficio di Mark.

Quando vi giunsi di fronte, trovai la porta un po’ aperta.

Mi avvicinai.

Capii subito che Mark non era solo, perché sentii due voci.

Mi ci volle poco per riconoscere la seconda voce.

Era quella di Rebecca.

Mi avvicinai ancora un po’, stando attenta a non farmi scoprire.

Il tono della loro voce era talmente basso, che mi fu quasi impossibile capire di cosa stessero parlando.

Captai solo qualche parola: troppo bello, irresistibile e, infine, il mio nome.

Poi, all’improvviso, le voci cessarono.

Mi sporsi ancora di più ber sbirciare dentro all’ufficio e cercare di capire il motivo di quel silenzio improvviso.

Quello che vidi mi lasciò di ghiaccio.

Rebecca e Mark si stavano baciando.

Lui era in piedi, davanti alla sua scrivania, con il sedere e le mani appoggiate sul bordo, mentre lei, ferma in mezzo alle sue gambe, teneva entrambe le mani in mezzo ai suoi capelli.

Mi sentii morire.

Strinsi con forza il manico del borsone da palestra e mi morsi il labbro inferiore.

Senza fiatare mi voltai e mi fiondai verso gli ascensori.

Quando ci fui davanti, cominciai a spingere freneticamente il tasto di chiamata.

Non appena l’ascensore arrivò, mi ci precipitai dentro e spinsi un pulsante a caso.

Le porte dell’ascensore si chiusero e iniziai a salire.

Dopo qualche istante, premetti il pulsante di fermata e l’ascensore si bloccò.

Buttai a terra borsa e borsone, e mi accasciai sul pavimento.

Nonostante il mio corpo fosse scosso da forti singhiozzi, non stavo piangendo.

Accidenti, ero letteralmente furiosa!

Rabbia e gelosia stavano facendo a gara per farmi perdere le staffe.

E ci stavano riuscendo.

In quel momento non mi sarebbe importato dare spettacolo.

Sarei volentieri andata nell’ufficio di Mark e gli avrei fatto una scenata con i fiocchi.

Non poteva passarla liscia quel bastardo!

Avevo anche la scusa giusta per presentarmi lì: riavere le mie chiavi.

Fui tentata, veramente tentata, di farlo.

Ma la verità era che non potevo andare nell’ufficio di Mark.

Primo, perché Mark non era mio e quindi una scenata di gelosia non avrebbe avuto senso.

Secondo, perché non avrei assolutamente retto alla visione di un altro bacio o di qualcosa di più spinto fra lui e Rebecca.

Passai qualche minuto in cerca di una soluzione alternativa per recuperare le mie chiavi.

L’unica cosa, vagamente sensata, che mi venne in mente, fu di mandargli un messaggio sul suo numero privato.

Presi il mio cellulare da dentro la borsa e iniziai e digitare.

“Mark, sono Andrea. Non trovo più le chiavi di casa mia. Ho paura che mi siano cadute nel tuo ufficio. Sono passata poco fa per dirtelo di persona, ma ti ho trovato piuttosto occupato e non ho voluto disturbare. Appena hai un attimo, potresti cercarle e farmi sapere se le hai trovate? Mandami un sms e nel caso passerò a riprenderle. Grazie, Andrea”

Rilessi velocemente il messaggio e, anche se non del tutto soddisfatta, spinsi il tasto d’invio.

Nonostante fosse l’ultimo dei miei desideri vedere Mark, mi augurai di cuore che si accorgesse del mio messaggio il prima possibile.

Non mi andava di stare dentro quell’ascensore ancora per molto. Era freddo e volevo, più di ogni altra cosa, andare a casa mia. Continuai a fissare il cellulare per qualche minuto.

Niente.

Cominciai a guardarmi intorno, sempre più in preda allo sconforto.

Poi lo sguardo mi cadde sul borsone da palestra.

Mmm… perché no?!

Dato che, molto probabilmente, avrei dovuto aspettare a lungo una risposta di Mark, se fossi andata in palestra, avrei almeno potuto sfruttare in modo proficuo il tempo di attesa.

Mi rialzai e spinsi il pulsante del trentesimo piano.

L’ascensore si rimise in moto con uno scossone.

Arrivata, entrai in palestra e, dopo aver mostrato il mio tesserino alla receptionist, andai velocemente nello spogliatoio.

Infilai pantaloncini, maglietta e scarpe da ginnastica.

Raccolsi i capelli in una coda di cavallo alta e uscii.

La voglia che avevo di fare attività fisica era meno di zero.

Ma almeno avevo trovato un modo legale per sfogare rabbia e tensione.

E occupare il tempo di attesa.

Prima di entrare nella sala attrezzi, presi dal bancone vicino alla porta una bottiglietta di acqua e un asciugamano pulito.

La prima cosa che notai, quando misi piede dentro la sala, fu il silenzio.

Quella sera c’erano, sì e no, tre persone intente ad allenarsi.

La cosa mi fece sospirare di piacere.

Non avevo voglia di parlare e, per dissuadere ogni possibile tentativo, m’infilai gli auricolari dell’i-pod nelle orecchie e lo accesi a tutto volume, isolandomi dal resto del mondo.

Selezionai “Everybody’s Fool” degli Evanescence.

La canzone perfetta.

Salii su un tapis roulant e iniziai a correre.

Niente riscaldamento, niente corsa leggera.

Iniziai subito a passo sostenuto, tenendo gli occhi costantemente puntati sul mio cellulare, posto davanti a me.

Dopo circa mezz’ora di corsa veloce ero distrutta, sia fisicamente sia moralmente.

Il mio cellulare era rimasto silenzioso.

Nessun messaggio da parte di Mark.

Rallentai la corsa, mi sfilai gli auricolari e cominciai a massaggiarmi le tempie.

Mi stava venendo un forte mal di testa, per colpa sia della stanchezza, che della tensione.

<<Se continui a fissare il tuo cellulare in quel modo, finirai con l’incenerirlo!>>

Mi voltai di scatto verso l’uomo che occupava il tapis roulant vicino al mio.

Cole.

Notai subito la chiazza di sudore sulla sua maglietta grigia. Probabilmente era lì ad allenarsi già da un po’, ma io non me ne ero proprio accorta.

Notando il mio silenzio, proseguì.

<<Brutta giornata?>>

<<Brutto pomeriggio>> precisai.

<<Giusto! Perché fino all’ora di pranzo, e cioè finché eri con me, mi sembravi piuttosto tranquilla e serena. Ho la vaga impressione che centri qualcosa il tuo capo. Giusto?>> mi disse, senza alcun imbarazzo.

<<Ti hanno mai detto che sei un uomo davvero perspicace?>> gli risposi, divertita.

L’ombra di un sorriso mi comparve sul volto e Cole ne parve molto soddisfatto, come se fosse merito suo.

E lo era!

<<Per tirarti su di morale ho una sorpresa per te>> continuò lui <<Oggi pomeriggio, dopo la riunione, ho fatto un po’ di telefonate e, alla fine, sono riuscito a trovarti un appartamento.>>

Lo guardai allibita.

Aveva fatto cosa?!?

Per due volte aprii la bocca per dire qualcosa, ma per due volte la richiusi.

Cole notò il mio stupore e le mie perplessità.

<<Non è niente di che. È un appartamento piccolo. Una camera da letto, salotto, cucina e bagno>> aggiunse, stringendosi leggermente nelle spalle.

<<Me lo posso permettere?>> gli chiesi, ritrovando, finalmente, l’uso della parola.

<<Penso proprio di si>> rispose Cole, convinto.

<<Ok, allora probabilmente sarà dall’altra parte della città.>>

Più che una domanda la mia fu una costatazione.

<<Non proprio>> precisò lui, con uno strano luccichio negli occhi.

<<Quanto è lontano Cole?>>

Mi aveva incuriosita.

<<Tu quanto sei disposta a camminare per venire al lavoro?>> Cole stava praticamente ridendo.

Si stava prendendo gioco di me?

Non me la presi e stetti al gioco.

<<Ti concedo non più di dieci minuti di camminata.>>

<<Ok, allora è proprio l’appartamento che fa per te>> mi rispose in tono trionfante <<Sempre che gli ascensori non siano troppo pieni e ti tocchi prendere le scale. In quel caso ti ci vorrà qualche minuto in più!>>

Ok, ora mi ero proprio persa.

<<Cole, ti prego illuminami perché non ci sto capendo niente! Mi hai trovato un appartamento o mi stai prendendo in giro?>> gli chiesi confusa, scuotendo la testa.

Cole si fece improvvisamente serio.

<<Non ti prenderei mai in giro, Andrea>> disse.

Poi, ritrovando il sorriso e, con un tono di voce più leggero, aggiunse <<Ti ho veramente trovato un appartamento. Ed è anche vicino, molto vicino. È al quarantaquattresimo piano dell’edificio.>>

<<Qui?>> chiesi sbalordita <<Ma qui ci sono solo appartamenti per i dirigenti e i membri del consiglio di amministrazione!>>

<<No, non solo per loro! La maggior parte sì, ma non tutti. Ce n’è uno libero, e se lo vuoi, è tuo.>>

<<Ok, frena un attimo!>> gli dissi cauta <<Sono sicura che non me lo potrei permettere. Non posso lavorare solo per pagare l’affitto. Ma grazie lo stesso per il pensiero.>>

Cole sbuffò.

<<Se ti dico che te lo puoi permettere, è così! Si tratta di un appartamento molto piccolo, non adatto per i dirigenti o per i pezzi grossi, quindi è quasi sempre sfitto. Il grande capo mi ha detto che ti farebbe un prezzo di favore. Tanto più, dopo aver scoperto chi sei. Non sapevo che ti conoscesse e che avesse anche un debole per te!>>

Diventai tutta rossa.

<<Ma chi? Il signor Smith? Lo conosci?>> gli chiesi stupita.

<<Sì, proprio lui. Non è proprio che lo conosca…>> iniziò a rispondermi, un po’ in imbarazzo.

<<Io adoro quell’uomo! E adoro te Cole!>> lo interruppi, esultante.

Improvvisamente vidi Cole arrossire, un po’ in imbarazzo.

Realizzai subito l’entità delle parole che erano appena uscite dalla mia bocca.

<<Scusa Cole, non volevo essere inopportuna! È che dopo una giornata così orrenda, una bella notizia mi ha mandata su di giri>> mi giustificai subito <<Comunque ci penserò su e domani ti darò una risposta. Ma ora basta parlare di me. Dimmi un po’ di te, com’è stata la tua giornata?>>

Cole aveva appena iniziato a raccontarmi qualche particolare su come avesse trascorso il pomeriggio, quando sentii il mio battito cardiaco accelerare e dei piccoli brividi scuotermi il basso ventre.

Senza scompormi, cominciai a vagare con lo sguardo in giro.

Poi lo vidi.

Vidi Mark in piedi, fermo, all’ingresso della palestra.

Lo sapevo, accidenti!

Mai, nella mia vita, il mio corpo aveva risposto così alla vicinanza di qualcuno.

Solo con lui.

Mark mi stava fissando.

Poi i suoi occhi si spostarono da me a Cole.

Probabilmente quest’ultimo si sentì osservato, perché lo vidi girare il viso verso il punto esatto in cui si trovava Mark.

<<Il tuo capo>> mi disse in tono seccato e senza distogliere lo sguardo da lui.

<<L’ho visto, purtroppo!>> gli risposi, con un tono altrettanto infastidito.

Feci per scendere dal tapis roulant e andare incontro a Mark, quando lo vidi avanzare verso di noi.

Mi fermai di colpo, non appena mi accorsi che anche lui era in tenuta sportiva.

Indossava pantaloni della tuta neri, lenti e a vita bassa.

Una t-shirt bianca, leggermente aderente e scarpe da ginnastica nere.

Era un vero bastardo, ma dovevo ammettere che si trattava di  un bellissimo, vero bastardo!

Mark camminò a passo spedito fino a che non fu di fronte a me.

Non mi degnò né di uno sguardo, né mi rivolse la parola.

Si concentrò su Cole, fissandolo sfacciatamente torvo.

Cole si girò verso di me e mi rivolse uno sguardo interrogativo. Sollevai le spalle.

Non so che dirti, ho rinunciato a capirlo dieci secondi dopo averlo conosciuto!

<<E’ il mio capo>> fu l’unica cosa che riuscii a dire.

Evidentemente fu una spiegazione più che sufficiente.

Cole mi sorrise.

<<Ok, allora ti saluto Andrea, tanto avevo finito di allenarmi. Ripensa a quello che ti ho detto e fammi sapere domani cosa hai deciso. E poi, magari, possiamo pranzare ancora insieme se ti va.>>

<<Certo, molto volentieri!>> gli risposi sorridente <<Grazie di tutto, ti chiamerò domani.>>

Non appena Cole se ne fu andato, Mark occupò il suo posto.

<<Stavo per andare anch’io Mark>> gli dissi in tono acido e tornando, immediatamente, seria <<Dimmi solo se hai trovato le mie chiavi.>>

<<Sì, erano nel mio ufficio. Però non le ho con me. Ero sicuro di trovarti in palestra e pensavo di allenarmi un po’ con te. Dopo possiamo scendere in ufficio insieme a prenderle.>>

Lo guardai a bocca aperta.

Ero veramente indecisa se scoppiare a ridere o a piangere.

Alla fine scoppiai e basta.

<<Ma tu stai scherzando, vero?>> gli chiesi trattenendo a stento la rabbia.

<<Perché?>> mi chiese lui, in tono stupito ed anche un po’ offeso dalle mie parole.

Da non crederci!

<<Lascia stare Mark!>> gli dissi facendo un gesto con la mano <<Mi cambio e passo da sola nel tuo ufficio a prendere le mie chiavi.>>

Scesi dal tapis roulant e feci per andarmene.

La voce autoritaria di Mark, mi bloccò.

<<Andrea, cosa hai visto nel mio ufficio prima?>>

Rimasi di sasso.

Non mi voltai e, sempre dandogli le spalle, gli risposi con una bugia.

<<Niente.>>

Il silenzio di Mark mi colse impreparata e così mi voltai verso di lui.

<<Non mentire con me>> mi disse in tono glaciale.

Più che un avvertimento, il suo fu un ordine in piena regola.

Mi diede sui nervi ancora di più.

<<Ok, allora se ci tieni proprio a saperlo, ho visto te e Rebecca mentre vi baciavate>> gli confessai, piena di astio.

Rievocare quell’immagine mi provocò un’ennesima fitta di dispiacere e gelosia.

Cosa che mi fece ancora più infuriare sia con lui, sia con me stessa.

Mark, invece, evidentemente trovò la cosa molto divertente perché scoppiò a ridere.

Notando il mio sopracciglio alzato e il mio sguardo glaciale, si fece di nuovo serio.

<<Quello non era un bacio>> mi corresse lui, sprezzante.

Questa volta fui io a scoppiare a ridere e fu lui a fulminarmi con gli occhi.

<<A casa mia>> spiegai <<quando due persone appoggiano le labbra le une su quelle dell’altro, si dice darsi un bacio.>>

<<A casa mia>> specificò di rimando lui <<un bacio è quello che ci siamo dati noi due in ascensore.>>

Il fiato mi si bloccò in gola e arrossii all’istante.

Mark proseguì, facendo finta di niente.

<<Quello a cui hai assistito tu è stato solo un pessimo tentativo di seduzione femminile.>>

Un lieve senso di sollievo mi pervase, ma non era niente rispetto alla rabbia che avevo accumulato nei suoi confronti, durante tutta la giornata.

<<Non sono affari miei Mark! Non mi devi alcuna spiegazione>> gli dissi, distaccata.

Notai Mark irrigidirsi all’istante.

<<E’ vero, non sono affari tuoi, anche perché ho visto che ti sei consolata in fretta>> mi ringhiò in faccia lui.

<<COSA?>> gli urlai contro.

La poca gente che era in palestra si voltò verso di noi.

Feci un lungo respiro.

Abbassai la voce, ma mantenni lo stesso tono tagliente.

<<Come ti permetti di parlarmi così, Mark? Innanzi tutto Cole è un amico, ma se anche così non fosse, non ti dovrei alcuna spiegazione perché sei stato tu, non più di cinque ore fa, a dirmi di fare come se il bacio che ci siamo dati non fosse mai avvenuto! Quindi fammi il piacere di tenere chiusa quella tua cavolo di bocca, se non vuoi che salti anche il nostro rapporto di lavoro! Detto questo, non ho più nulla da aggiungere. Ora mi cambio e vado da sola a prendere le mie dannate chiavi nel tuo ufficio. Non smettere di allenarti Mark, conosco la strada!>>

Rossa in viso per la rabbia, mi voltai e, con passo sostenuto, uscii dalla palestra.

Andai dritta nello spogliatoio femminile.

Mi cambiai senza nemmeno farmi la doccia.

L’avrei fatta più tardi a casa.

In quel momento la mia priorità era andarmene di lì il più velocemente possibile.

Dopo nemmeno venti minuti stavo girando la maniglia dell’ufficio di Mark.

In giro non c’era nessuno, a parte una signora delle pulizie che aveva, comunque, quasi ultimato il suo lavoro.

Appena entrai nell’ufficio del mio capo, tastai con la mano la parete laterale in cerca dell’interruttore.

Lo trovai e lo spinsi.

L’ufficio s’illuminò.

Andai spedita verso la scrivania di Mark in cerca delle mie chiavi. Su quel pulitissimo ripiano di legno era tutto in perfetto ordine, ma delle mie chiavi nemmeno l’ombra.

Appoggiai entrambe le mani sulla scrivania e feci un lungo e profondo respiro, chiedendomi se fosse, o meno, il caso di aprire i cassetti di Mark e frugarvi dentro in cerca delle chiavi.

<<Andrea!>>

Urlai per lo spavento e mi voltai di scatto.

Mark era in piedi sulla porta del suo ufficio ed era ancora in tenuta da palestra.

<<Accidenti, mi hai spaventata a morte!>> gli dissi, portandomi le mani al petto.

Mark entrò e chiuse la porta dietro di sé.

Si soffermò un attimo, fissandomi intensamente, poi venne dritto verso di me, mi passo affianco e fece il giro della sua scrivania.

Si piegò leggermente per aprire il secondo cassetto da cui estrasse le mie chiavi.

Passando nuovamente attorno alla scrivania, si posizionò davanti a me.

Allungai la mano per farmi dare le chiavi, ma lui m’ignorò. Abbassai la mano e lo fissai negli occhi.

Mark fece un passo avanti, avvicinandosi ulteriormente a me. Avrei voluto fare, a mia volta, un passo indietro, ma ero bloccata dalla sua scrivania.

Cercando di ignorare il mio cuore che batteva furiosamente, allungai nuovamente la mano verso di lui.

<<Mark, le mie chiavi per favore. Non voglio litigare, voglio solo andare via da qui, e subito. Perciò dammi quelle maledette chiavi e fatti da parte!>> gli dissi, con voce non troppo ferma.

Gli occhi di Mark si strinsero a fessura e assunsero un’espressione glaciale.

Fui percorsa da un brivido.

<<Smettila Andrea! Smettila di fare così!>> tuonò all’improvviso.

Lo guardai confusa.

<<Così come? Non sto facendo proprio niente!>>

Mark sbuffò esasperato e si passò una mano fra i capelli.

<<Mi stai facendo impazzire Andrea! Mi stai ignorando!>>

Una sonora risata mi uscì di bocca.

Mark mi fulminò con lo sguardo.

Ricambiai.

<<Mark… tu non ti rendi conto che hai fatto, e stai facendo, tutto da solo. Io mi sto limitando a fare quello che tu mi hai chiesto di fare. Dimenticare e andare avanti.>>

<<Allora non farlo>> mi rispose Mark, avventandosi su di me.

Le sue labbra furono immediatamente sulle mie, pronte a riprendere il nostro bacio da dove era stato interrotto.

Il desiderio per Mark si riaccese all’istante dentro di me, facendomi dimenticare tutto il resto.

Lo circondai con le braccia stringendolo forte, probabilmente nell’inconscio timore che potesse nuovamente allontanarsi da me.

Mark spinse la sua bocca sulla mia con forza, quasi facendomi male.

La sua lingua entrò decisa reclamando il possesso della mia, e avvinghiandola in una danza sensuale.

Se il bacio che c’eravamo dati dentro l’ascensore mi era sembrato passionale, quello che ci stavamo scambiando in quel momento era carnale.

Desiderio, urgenza e voglia.

Ecco quello che mi stava trasmettendo Mark.

Nel giro di qualche secondo mi trovai distesa sulla scrivania con Mark sopra di me, posizionato fra le mie gambe.

Potevo sentire, attraverso il sottile tessuto dei suoi pantaloni, la sua erezione premere contro il mio inguine.

Bastò questo a mandarmi fuori di testa e a farmi perdere del tutto il controllo.

Il barattolo delle penne cadde sul pavimento, ma nessuno dei due ci diede peso, presi com’eravamo da noi stessi.

Allacciai le gambe intorno alla vita di Mark e lo spinsi ancora di più verso di me.

Dalla gola di Mark sentii uscire un ruggito di piacere.

Questo mi diede coraggio.

Infilai lentamente una mano sotto la sua t-shirt cominciando a esplorare, con le dita, i muscoli scolpiti della sua schiena.

La sua pelle era liscia e bollente.

Sentii l’eccitazione di Mark crescere ancora di più, facendo aumentare, a sua volta, le pulsazioni del mio basso ventre.

Nessun uomo mi aveva mai fatta sentire in quel modo.

Quando, con la mano, Mark mi afferrò un seno e lo strinse con possessività e desiderio, sentii i miei occhi rovesciarsi all’indietro.

Stavo per superare il punto di non ritorno.

Il ricordo di quello che era successo quel pomeriggio in ascensore mi balenò per la mente.

Durò un attimo, ma fu sufficiente.

<<Mark, fermati>> riuscii a dire, staccando brevemente le mie labbra dalle sue.

Il mio tono voce risultò poco convincente persino a me stessa e così Mark, dopo un istante di tentennamento, riprese a baciarmi e ad accarezzarmi.

Sentii il mio corpo e i miei sensi prendere nuovamente il controllo sulla mia mente.

Raccolsi tutte le mie forze e, con un ultimo barlume di lucidità, staccai nuovamente le labbra da quelle di Mark, implorandolo di fermarsi.

Questa volta Mark mi diede retta.

Sentii il suo corpo irrigidirsi.

Si puntò con le mani sulla scrivania, in modo da allontanarsi un po’ da me, per guardarmi in faccia.

Il suo sguardo, ancora eccitato, si fece leggermente sospettoso.

<<Mark, aspetta un attimo>> gli dissi ansimando <<Devo essere più che sicura che tu voglia veramente tutto questo. Che tu lo voglia ora ed anche domani. Perché se mi chiedi di dimenticare un bacio, posso provare a farlo. Ma se mi chiedi di dimenticare di essere venuta a letto con te…bhè quello, con ogni probabilità, mi distruggerebbe.>>

Ogni singola parte del mio corpo mi stava maledicendo per quell’interruzione, ma dovevo dire quelle parole.

Lo dovevo a me stessa.

Fissai Mark dritto negli occhi.

Anche i suoi erano fissi nei miei, ma la sua mente era altrove.

Forse presa in un vortice di pensieri e considerazioni.

Qualche istante dopo Mark si drizzò, aiutandomi a scendere dalla scrivania e a rimettermi in piedi.

Continuai a fissarlo e lui continuò a tacere.

Vidi susseguirsi sul suo volto una serie di emozioni contrastanti.

Poi, finalmente, parlò e, quando lo fece, notai che il suo sguardo e il suo volto erano freddi e distaccati, come tutte le altre volte in cui aveva fatto finta che non esistessi, anche se ero vicina a lui.

<<Personalmente Andrea, lo voglio ora e, sicuramente, lo vorrei anche domani. Ma non come lo vorresti tu. Tu sei una ragazza da storia seria ed io non sono proprio il tipo adatto a queste cose. È meglio se ci fermiamo qui. Facciamocela passare questa cosa, e in fretta.>>

Chiusi gli occhi e scossi la testa.

Non era certo il modo in cui avrei voluto che andassero le cose.

<<Mark, vai a quel paese!>> gli dissi con voce piena di rancore e delusione.

Mi chinai e raccolsi le chiavi del mio appartamento, che nel frattempo erano cadute per terra.

Le strinsi con forza e mi diressi verso la porta.

Uscii dall’ufficio di Mark senza mai voltarmi indietro.

Mezz’ora dopo ero a casa mia.

Non appena aprii la porta, mi accorsi, con sollievo, che Denise era ancora fuori per il suo appuntamento.

Mi tolsi le scarpe e il vestito.

Andai dritta in bagno, sfilai velocemente l’intimo ed entrai dentro la doccia.

Aprii l’acqua e, senza nemmeno aspettare che diventasse calda, m’infilai sotto il getto della doccia.

E lì, finalmente, diedi libero sfogo al mio dolore.

Le lacrime, ben presto, diventarono singhiozzi e mi accasciai sul pavimento della doccia.

Mi sentivo così umiliata e stupida.

Ero furiosa con Mark, perché ci aveva provato con me due volte ed entrambe le volte si era tirato indietro.

Ma, soprattutto, ero arrabbiata con me stessa perché glielo avevo lasciato fare.

Che stupida ero stata a lasciarmi andare.

Rimasi rannicchiata sul fondo della doccia per un bel po’.

Finché non esaurii tutte le lacrime.

Quando mi sentii pronta, mi rialzai, uscii dalla doccia e indossai l’accappatoio.

Senza asciugarmi i capelli, ma avvolgendoli semplicemente in un asciugamano, mi diressi in cucina.

Aprii lo sportello del freezer e presi una vaschetta di gelato al cioccolato.

La mia cena.

Un’ora, una vaschetta di gelato e sei biscotti alla vaniglia dopo, ero pronta per andare a letto.

Indossai il mio pigiama preferito e mi raggomitolai sotto il piumone.

Esausta, mi addormentai quasi subito.

Quando aprii gli occhi, all’improvviso, intorno a me era ancora tutto buio.

Con una mano spinsi il pulsante della sveglia che s’illuminò, informandomi che erano le cinque e venti del mattino.

Mi passai una mano sugli occhi.

Non ero sicura se ciò che mi aveva svegliato fosse qualcosa di reale o solo il frutto della mia immaginazione.

Magari un sogno.

A un tratto sentii un gemito, tutt’altro che silenzioso, provenire dal salotto.

Ok. Non avevo sognato.

I gemiti provenienti dal salotto cominciarono a intensificarsi e a farsi sempre più rumorosi.

Che schifo!

Denise si stava scopando il suo appuntamento sul nostro divano!

Infilai la testa sotto il cuscino, premendolo sulle orecchie, per non sentire i gemiti di passione della mia migliore amica.

Evidentemente la passione doveva essere alle stelle, perché quei rumori inopportuni mi tennero sveglia per un’altra ora.

Poi, finalmente, ci fu silenzio ed io riuscii a riaddormentarmi. Dopo venti minuti suonò la sveglia.

Fantastico!

Per qualche istante pensai di voltarmi dall’altra parte e continuare a dormire.

Mi sarei data per malata.

Sarei potuta restare a letto un altro po’ e avrei avuto anche un’ottima scusa per non vedere Mark.

Al solo pensiero di quell’uomo una fitta di dolore mi fece mancare il fiato.

Strinsi forte le mani a pugno e mia alzai dal letto.

Sarei andata in ufficio e lo avrei fatto a testa alta.

Avevo deciso di rinchiudere il ricordo del giorno precedente e i miei sentimenti per Mark dentro una scatola, e fare come se non fossero mai esistiti.

Aprii l’armadio e afferrai, sicura, la gruccia del mio vestito nero.

Un semplice tubino, lungo fino al ginocchio, che, però, metteva particolarmente in risalto il mio corpo.

Presi dal cassetto il mio completino intimo, nero, di pizzo e le autoreggenti.

Forse un po’ troppo sexy per l’ufficio, ma non m’importava.

In fondo, anche se avevo deciso di ignorare Mark, ero pur sempre una donna che era stata rifiutata.

Avrei fatto in modo che quell’uomo, per un bel po’, rimpiangesse la sua scelta.

Indossai mutandine, reggiseno e autoreggenti.

Con una mano afferrai il vestito e con l’altra le scarpe.

Un paio di decolleté nere con il tacco alto.

Uscii dalla camera da letto e, in punta di piedi, mi diressi in bagno.

Il salotto era buio e a fatica scorsi la sagoma di Denise addormentata sul divano.

Arrivata vicino alla porta del bagno, avendo le mani occupate, mi voltai su di un fianco e sporsi l’anca per spingere la porta e farla aprire.

Quello su cui si appoggiò il mio fianco, però, non fu il legno della porta, ma il corpo nudo di un uomo.

Mi allontanai di scatto e mi misi a urlare.

Con la coda dell’occhio intravidi Denise cadere dal divano, probabilmente per lo spavento.

La sentii imprecare.

Qualche secondo dopo la luce si accese.

Fermo, sulla porta del bagno, c’era un ragazzo biondo, bellissimo e nudo.

Completamente nudo.

Chiusi velocemente gli occhi.

Sentii il rossore del mio viso, arrivare fino alle orecchie.

<<Nat, accidenti tesoro, vestiti o spostati di lì! Stai traumatizzando la mia amica!>> disse subito Denise, venendomi in soccorso.

Sentii Nat muoversi.

Quando mi passò vicino, però, si fermò un attimo e mi sussurrò all’orecchio <<Bel completino.>>

Quelle parole mi fecero immediatamente ricordare che non indossavo altro se non l’intimo e le autoreggenti.

Mi sentii morire.

Mi fiondai in bagno e chiusi con forza la porta dietro le mie spalle. Diedi anche un giro di chiave alla serratura, tanto per essere più tranquilla.

Mi vestii e truccai velocemente.

Non misi le lenti a contatto e tenni gli occhiali.

Raccolsi i capelli in uno chignon disordinato.

Mi guardai allo specchio e feci un lungo respiro.

Ok Andrea, ce la puoi fare.

Da oggi cambia tutto.

Vita nuova.

Ed io sapevo esattamente da dove iniziare.

Uscii dal bagno e cercai con tutta me stessa di ignorare il ragazzo biondo che girava in boxer per il salotto.

Mi concentrai su Denise.

Non volevo perdere tempo, dovevo avvisarla subito.

<<Tesoro, ho trovato un appartamento. Appena posso, mi trasferirò. Te lo volevo dire, così non ci rimarrai male quando vedrai le mie valigie pronte all’ingresso>> le dissi di slancio.

Denise mi fissò con la bocca aperta e lo sguardo smarrito.

<<Se è per quello che è successo prima o per stanotte, io…>>

<<No, tesoro. Non è per quello. Anche se ti consiglio, in futuro, di abbassare la voce se non vuoi ricevere una denuncia per rumori molesti>> le dissi con ironia, cercando di risollevarle il morale.

Sentii Nat ridere, ma Denise rimase seria.

Mi avvicinai a lei e la abbracciai.

<<Non reagire così, tesoro. Sapevi che avrei cercato un altro posto. Non ti sto abbandonando. Trascorreremo lo stesso insieme un sacco di tempo, te lo prometto>> le dissi in tono dolce e rassicurante.

Le mie parole sembrarono sollevarla un po’.

Mi rivolse un leggero sorriso e mi baciò sulla guancia.

<<Ok. Ora vai al lavoro, schianto! Non so su chi vuoi fare colpo con quel vestito, ma sono sicura che non avrai problemi nel riuscirci>> mi disse, sollevando entrambi i pollici.

Vidi Nat annuire con la testa e strizzarmi un occhio.

Lo ignorai.

<<Non voglio ammaliare nessuno. E’ solo uno stronzo a cui voglio farla pagare>> precisai.

E con quella spiegazione, uscii di casa.

Mi diressi verso l’ascensore e spinsi il pulsante di chiamata.

Mentre aspettavo che arrivasse, vidi uscire di casa anche la signora dell’appartamento affianco.

Non appena mi vide, mi rivolse uno sguardo arrabbiato e disgustato insieme.

Evidentemente anche lei aveva passato parte della notte in bianco, per via di certi rumori molesti.

<<Ah no! Non guardi me! Io ero nel letto tutta sola stanotte! Perciò non è colpa mia!>> le dissi risoluta.

Quando l’ascensore arrivò, m’infilai dentro.

Mi appoggiai alla parete di specchio alle mie spalle e guardai le porte richiudersi.

Augurandomi di trovare la forza per riuscire ad arrivare alla fine di quella giornata.

 

FINE 6° CAPITOLO

 

-ARRIVEDERCI A LUNEDI’ PROSSIMO –

Questo racconto inedito a puntate è un opera di fantasia scritta in esclusiva per Stella e pubblicato per gentile concessione dell’autrice solo sul sito Free Passion.

© Riproduzione riservata. Proprietà intellettuale dell’autrice Lorenza. Vietata la riproduzione di questi contenuti o parte di essi.

 

20 Comments on “Scegli Me” di Lorenza – Il Ritorno – 6° Capitolo

  1. Claudia
    novembre 30, 2015 at 9:39 am (4 anni ago)

    Povera Andrea :(
    Come si fa a non piangere,avere gli ormoni sotto sopra per un uomo é la peggior cosa possibile,non ci fa ragionare!
    Spero che gli faccia mangiare le mani a Mark…

    Rispondi
    • Lorenza
      novembre 30, 2015 at 12:37 pm (4 anni ago)

      Tranquilla Andrea sa il fatto suo! ;)

      Rispondi
  2. ROSY C.
    novembre 30, 2015 at 9:49 am (4 anni ago)

    Cristo santissimo, Mark mi farà impazzire!!!!!!! Io non so se avrei avuto la forza di Andrea nel fermarlo e poi dopo di tornare a lavoro il giorno seguente…. comunque sono anche contenta che voglia fargli rimpiangere quello che ha perso con lei, bene!! Deve andare a lavoro il più sexy possibile e fare girare la testa a tutti gli uomini dell’ufficio così Mark si renderà conto che lei ha altre alternative e potrebbe non aspettare che lui si decida !!!!!! Lorenza mi tocca aspettare fino a lunedì prossimo per sapere cosa succederà…..NON È GIUSTO!!!!!!!! Spero solo che la settimana passi in fretta!!!!!♥♥♥♥♥

    Rispondi
    • Lorenza
      novembre 30, 2015 at 12:42 pm (4 anni ago)

      Rosy diciamo che mi sono divertita qui a dare ad Andrea una vena vendicativa! Quando ce vo ‘, ce vo ‘!

      Rispondi
  3. Chiara
    novembre 30, 2015 at 10:02 am (4 anni ago)

    Mark schiarisciti le idee bello mio!!!!!!
    Non vedo L ora arrivi lunedì prossimo per scoprire la sua reazione alla messa in tiro di Andrea

    Rispondi
    • Lorenza
      novembre 30, 2015 at 12:44 pm (4 anni ago)

      Chiara vuoi farti una risata? È passato talmente tanto tempo che non mi ricordo che succede nel capitolo seguente! Dovrò rispolverarlo per potervi dare qualche spoiler!!!!

      Rispondi
  4. manu85
    novembre 30, 2015 at 10:04 am (4 anni ago)

    Andrea non mollare…Mark deve sapere con chi a che fare..mi immagino che ne vedremo delle belle nei prox capitoli…un bel ripasso non fa mai male
    Baci

    Rispondi
    • Lorenza
      novembre 30, 2015 at 12:45 pm (4 anni ago)

      Grazie Manu!un bel ripasso! :) :) :)

      Rispondi
  5. Rosy ♥
    novembre 30, 2015 at 10:44 am (4 anni ago)

    Mark ♡.♡
    O lo ami o lo odi!!!
    Adoro questa rilettura ;-)
    Grazie Lorenza e Stella ♡

    Rispondi
    • Lorenza
      novembre 30, 2015 at 12:45 pm (4 anni ago)

      Grazie a te per aver voglia di rileggerlo!

      Rispondi
  6. Valentina
    novembre 30, 2015 at 11:58 am (4 anni ago)

    L’ho già letto, ma non vedo l’ora che sia lunedì, perché se non ricordo male, promette bene il prossimo capitolo!
    Mark, oh Mark, ora ci fai sospirare, ma io ti adoro, lo sai!
    A lunedì, cara Crudelia-Lorenza

    Rispondi
    • Lorenza
      novembre 30, 2015 at 12:46 pm (4 anni ago)

      A lunedì cara Valentina-sospiratrice!

      Rispondi
  7. Irina
    novembre 30, 2015 at 12:27 pm (4 anni ago)

    Mark, mannaggia a te! Non ci si ferma così sul più bello!

    Bravissima Lorenza, a lunedì!

    Rispondi
  8. Lorenza
    novembre 30, 2015 at 12:47 pm (4 anni ago)

    Mark, Mark, Mark! Grazie Irina!

    Rispondi
  9. Helene
    novembre 30, 2015 at 12:58 pm (4 anni ago)

    Brava Lorenza! Mi sono proprio divertita in questo capitolo!
    Direi che Mark merita una bella punizione….Andrea siamo tutte con te!!
    A lunedì <3

    Rispondi
    • Lorenza
      dicembre 1, 2015 at 6:24 am (4 anni ago)

      Direi anche io che Mark va punito! Forza donne! ;) ;) ;)

      Rispondi
  10. Virna
    novembre 30, 2015 at 5:46 pm (4 anni ago)

    Lorenza che capitolo!!!
    Andrea mi piace sempre di più!
    Un applauso se lo merita proprio
    Non vedo l ora di sapere come reagirà Mark!!!
    Io sono pazza di Mark ma sono stra felice che Andrea non sia (almrno davanti a lui) capitolata completamente
    Che forza di volontà a mantenere un briciolo di lucidità su quella scrivania!
    Complimenti davvero Lorenza :)
    È una storia davvero appassionante!!!

    Rispondi
    • Lorenza
      dicembre 1, 2015 at 6:25 am (4 anni ago)

      Grazie! E sono contenta che questa storia ti piaccia!

      Rispondi
  11. Veronica80
    novembre 30, 2015 at 6:00 pm (4 anni ago)

    Brava Lorenza…
    Le cose si fanno sempre più crepitanti …
    Spero che Marck impazzisca ;)
    Gli ci vuole proprio :)

    Rispondi
  12. Lorenza
    dicembre 1, 2015 at 6:26 am (4 anni ago)

    Diciamo che Andrea sa il fatto suo ma resistere a Mark..

    Rispondi

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