Rassegna Racconti di Natale – “Un Tocco di Rosso” – “Un Fantastico Natale” di Pherenike

Buongiorno a tutte.

Ieri ho fatto la vagabonda, ogni tanto ci vuole un momento di pausa per ricaricare le pile, ma  oggi si riprende con la nostra maratona, sempre di corsa all’insegna della lettura verso il Natale.

L’ospite di oggi è Pherenike, che in passato ci aveva tenuto compagnia con una storia molto golosa e dal gusto cioccolatoso, mentre in questa particolare giornata ci ha regalato una mini storia dal giusto “tocco di rosso” chiamata speranza. Quando l’amore supera tutti i confini, compresi quelli del tempo.

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Allacciate le cinture e preparatevi al decollo, Il suo racconto “Un Fantastico Natale” sta per partire 

Non mi resta che augurarvi di nuovo una Buona giornata e, soprattutto, un immancabile…

Buona Lettura

 

 

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pherenike

 

13 dicembre 2005

 Era una giornata come tante, quella in cui tutto il mondo mi crollò addosso. Finalmente dopo il diploma ero riuscita a entrare nella facoltà di lettere e filosofia, quello che sognavo da tempo, sarebbe dovuto essere un anno perfetto, invece la burrasca era dietro l’angolo. Stavo preparando i vari appunti per i primi esami quando la sua chiamata mi tolse la terra da sotto i piedi, Marco era già laureato in archeologia, e a causa di questo suo amore per il mistero dell’umanità che la mia vita è cambiata radicalmente dall’oggi al domani. Doveva partire per un viaggio alla ricerca di non so quale misterioso sito, celato nella foresta amazzonica, ovviamente non lo ostacolai e probabilmente feci il più grande errore della mia vita. Ricordo come fosse ora il nostro ultimo saluto.

 

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16 dicembre 2005

 «Non prendertela, sono due anni e sono lunghi, ma ti prometto che nemmeno ti accorgerai della mia assenza» fu la sua promessa.

Marco era alto, probabilmente sul metro e ottanta, con due occhi blu da fare invidia all’oceano più profondo e capelli così scuri che si confondevano nella notte, un fisico asciutto, ma non palestrato, per me era perfetto così, era dolce e generoso, ma anche forte e comprensivo. Io ero il suo opposto, capelli chiari, occhi nocciola e non ero poi così alta, forse un metro e sessanta, ma chissà perché lui mi amava comunque.

«Promettimi che se dovesse succedere qualsiasi cosa, in questo stesso giorno tu tornerai qui a quest’ora» gli dissi con gli occhi gonfi di lacrime, mentre si sentiva una hostess che annunciava l’ultima chiamata per il suo volo «So che è presto, ma questo è il mio regalo di Natale, non aprirlo prima di allora» gli chiesi.

«Va bene, ti amo Sara» mi diede un bacio e sparì tra la folla.

Da quel giorno iniziò il mio calvario, per i primi tempi riusciva a chiamarmi spesso almeno un giorno sì e l’altro no, poi pian piano, la distanza fra una telefonata e l’altra, aumentò fino al punto che, dopo avermi detto che la sua permanenza lì si sarebbe prolungata, ogni contatto cessò. La mia vita scorreva lenta fra la routine quotidiana. Vivevo ogni giorno così come veniva, nell’attesa che arrivasse l’unico giorno dell’anno in cui si riaccendeva la speranza in me. Ogni anno il 16 di dicembre, alle 10:00 in punto, mi recavo in aeroporto nella speranza di vedere il suo volto tra la folla, ma ogni anno la delusione mi assaliva. La speranza si perse ma tutti gli anni a seguire mi recai lì, come ormai fosse d’obbligo. Non mi preoccupavo nemmeno più di guardare e cercare tra la folla, poiché ormai sapevo che mi aveva dimenticata, ci conoscevamo da quando eravamo ragazzini, quando avevo sedici anni uscimmo per la prima volta e fu un colpo di fulmine, a quei tempi pensavo che niente avrebbe potuto dividerci, quanto mi sbagliavo.

Passarono gli anni ed io mi arrendevo ogni giorno di più. Ormai erano dieci anni che lo attendevo inutilmente. Mi promisi che questo Natale sarebbe stato l’ultimo che avrei passato nella speranza di rivederlo. Dieci anni persi dietro quello che ormai era uno spettro per me, con i miei amici e parenti che facevano di tutto per farmelo dimenticare, ma non si può dimenticare un amore così. Il nostro era un amore di quelli che ti tolgono il fiato, quelli che ti fanno sorridere solo con uno sguardo, quelli che ti fanno infiammare con una sola carezza, no, non si può dimenticare.

La mia vita nel frattempo è andata avanti. Lavoro in un’agenzia editoriale da quando mi sono laureata, ma ogni giorno accade sempre qualcosa che mi riporta il ricordo di lui. Una battuta di un collega, un profumo, un sapore, c’era sempre qualcosa che entrava a calci nella mia mente, e ogni giorno quel ricordo faceva male. Avevo provato più volte a ricominciare, a uscire con qualcuno, ma la sua ombra era sempre in agguato. Così, mi ritrovo a ventotto anni a rincorrere il passato.

 

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16 dicembre 2015

Mi sto dirigendo all’aeroporto, per l’ultima volta, questo sarà l’ultimo anno in cui un po’ di speranza riattiva il mio cuore. Sono sovrappensiero quindi non sento subito il telefonino squillare, lo cerco in borsa distrattamente perché nulla oggi è più importante, ho persino chiesto le ferie per essere certa di poter andare. Vedo chi è e a malincuore rispondo.

“Pronto” rispondo acida.

“Dove sei?” mi chiede la mia migliore amica.

“Dove credi che io sia?” le ribatto.

“Fammi una promessa, questa sarà l’ultima volta, poi tornerai a vivere la tua vita” mi supplicò.

“Sei in ritardo, l’ho già promesso a me stessa” dissi sospirando.

“bene, ti aspetto, quando avrai fatto” disse e riattaccò.

Sapevo che lo faceva per me, perché era preoccupata, come tutti del resto. Ormai ero decisa, niente mi avrebbe riportato lì l’anno successivo, lo dovevo a me stessa, se veramente mi aveva dimenticata non meritava il mio amore, quindi io stessa avrei fatto di tutto per dimenticarlo.

Il taxi mi lasciò davanti al terminal che doveva atterrare da lì a qualche minuto, ormai conoscevo così bene l’aeroporto da sapere dove avrebbe potuto atterrare l’ aereo proveniente dall’America. Mi sedetti su una panchina, tirai fuori uno dei testi che avremmo dovuto pubblicare e attesi. Non guardai la folla perché sapevo che nessuno mi avrebbe riconosciuto, attendevo che passasse la giornata con la promessa che mai più avrei rivisitato quel posto. La ragazza del libro era molto più fortunata di me, era riuscita a conquistare l’amore della sua vita, non senza fatica, ma alla fine avrebbe avuto il suo “per sempre felici e contenti”, io invece ero già rassegnata a non trovare più, in nessun altro, quello che c’era tra noi due. Ero arrivata quasi alla fine quando la sensazione di essere osservata mi penetrò nelle ossa, alzai lo sguardo, ma non vidi nessuno, se non un uomo dalla folta barba, ma troppo distante per poter essere interessato a me, e comunque ero sicura di non conoscerlo, tornai al mio libro e in un attimo tornò quella sensazione, di nuovo alzai lo sguardo e vidi l’uomo di poco prima avanzare incerto verso di me. Dapprima fui pietrificata dal terrore, ma più quella figura avanzava più mi dava l’impressione di essere una persona familiare, eppure non capivo.

Era un uomo alto, aveva capelli lunghi fino al collo e una barba che gli copriva il volto lasciando quel poco per scorgere gli occhi scuri, ma dalla distanza non capivo il colore, continuò ad avanzare e il mio cuore iniziò a galoppare senza un motivo, non conoscevo quella persona eppure… Lo osservai arrancare verso di me, provai a cercare oltre l’aspetto, molto simile a quello di un senza tetto però dall’aria di aver appena fatto una doccia. Ai piedi un paio di comunissime scarpe da ginnastica, dei jeans consunti, e mi trovai a domandarmi cos’avesse dovuto passare quel pover’uomo, sopra aveva un giaccone pesante per ripararsi dal freddo, e qualcosa di rosso catturò la mia attenzione. Un pezzo di stoffa scarlatto si nascondeva nel collo del suo giubbotto, m’incuriosì perché era l’unica cosa che non c’entrava nulla con tutto il resto dell’abbigliamento. Aveva l’aria di essere una stoffa importante, forse seta, e qualcosa nel mio cervello si attivò, era il solito ricordo doloroso, un regalo fatto con tutto il cuore e l’amore che provavo, l’ultimo regalo, un fazzoletto rosso scarlatto con le nostre iniziali ricamate a mano. Abbassai lo sguardo per reprimere le lacrime che minacciavano d’invadere il mio volto e persi di vista lo sconosciuto che avanzava, ma forse aveva solo cambiato strada. Gli occhi colmi di acqua salata si offuscarono, ma riuscii a trattenermi e non piansi, qualcuno si mise davanti a me e s’inginocchiò. La vista ancora annebbiata faticò prima di mettere a fuoco chi mi stava davanti, l’uomo sconosciuto mi guardava con aria triste, e mi parve di veder luccicare i suoi occhi, come se anche lui stesse trattenendo le lacrime.

«Perdonami» Una parola che irruppe le mie barriere.

D’un tratto capii chi avevo davanti e capii anche perché il mio cuore iniziò ad accelerare quando lo avevo visto poco prima. Era lui, era tornato, e a confermarlo il fazzoletto che portava al collo, con le nostre iniziali in argento. Improvvisamente mi sentii come se qualcuno mi avesse tolto dal filo di un trapezista e che il continuo tenermi in equilibrio fosse svanito, mi sentii invadere da un calore di cui avevo perso il ricordo, mi persi in quegli occhi blu, che mai avrei pensato di rivedere. Improvvisamente tornai con i piedi per terra e ricordai tutto il dolore che avevo sopportato, le lacrime che poco prima avevo trattenuto uscirono come unico moto di sfogo, sentii un rumore piatto, acuto e capii che gli avevo dato uno schiaffo. Mi guardai la mano, stupefatta, e guardai il suo volto con la sua mano a coprirsi la guancia colpita, le lacrime rigavano anche il suo viso e improvvisamente qualcosa iniziò a premere sul mio petto come un macigno, diverse emozioni e sensazioni mi colpirono, stupore, felicità, sollievo ma quella che più di tutte mi accecava era la rabbia. Rabbia per essere stata dimenticata, rabbia per essere stata illusa, rabbia per essere stata ferita, rabbia, e solo rabbia. Con la mano che ancora mi bruciava mi alzai di scatto per scappare via, capii che mi stava seguendo e alla fine mi raggiunse e mi bloccò prendendomi per mano. Da quel contatto capii che nulla era cambiato dall’ultima volta che lo avevo visto, la mia mano s’infiammo e il fuoco mi pervase il corpo.

«Aspetta» m’implorò lui.

«Aspetta? Per dieci anni ti ho aspettato, illudendomi che ancora mi amassi» gli urlai contro e per lui fu peggio dello schiaffo e mi lasciò andare.

«Hai ragione, lasciami qualche minuto ancora per spiegarmi però, ti prego» mi chiese.

Infondo non era quello che volevo? Una spiegazione, un motivo per tutto il dolore che avevo sopportato, che fosse venuto per ferirmi ancora di più, dicendomi che i suoi sentimenti erano cambiati, o che fosse venuto per ricominciare, avrei sopportato qualunque cosa pur di sapere la verità.

«Va bene, parla ti ascolto».

 

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 Mi guardava negli occhi senza sapere cosa dire, aspettavo con impazienza che iniziasse a parlare, il silenzio era assordante, non c’è cosa più difficile che provare a ignorarlo quando questo ti minaccia con le sue fauci fameliche, da ciò che mi circondava non udivo alcun suono, tutto ciò che sentivo era un ritmo regolare attutito, quando presi un profondo respiro mi accorsi che era il mio cuore.

«Ho aspettato dieci anni, penso siano abbastanza» affermai e feci per andarmene ma lui parlò.

«Mi sono perso» ammise con timore.

Non capii se intendesse dire che si era realmente perso, nel senso geografico del termine, o se stesse parlando metaforicamente. Lo guardai confusa, e mi avvicinai di qualche passo.

«Ti sei perso?» chiesi per sviare ogni dubbio.

«Sì, è un racconto lungo, ed io sono stremato, possiamo andare in qualche posto tranquillo?» mi chiese pregandomi.

«Va bene, seguimi» gli dissi e m’incamminai.

Sapevo benissimo dove portarlo, qualche anno prima, dopo aver atteso inutilmente tutto il giorno, vagai un po’ nei pressi dell’aeroporto, e trovai un locale accogliente e piccolo, non era molto frequentato ma per me era ottimo. Quando iniziai a camminare per la prima volta mi resi veramente conto in che periodo eravamo, il Natale, mancavano esattamente nove giorni al 25 dicembre, le luminarie emanavano la loro luce tenue e brillante, gli addobbi dei negozi con il loro rosso accesso rallegravano l’umore solo a guardarli, ma probabilmente non era quello il motivo di quelle emozioni che si stavano risvegliando in me. La speranza in cui avevo riposto tutta me stessa alla fine mi aveva ripagata, lui era tornato, e anche se aveva una luce strana negli occhi non m’importava, era qui e niente lo avrebbe più portato via; a meno che, mi bloccai. Lui si accorse appena in tempo che ero ferma e si arrestò a sua volta. Mi tolsi ogni pensiero maligno dalla mente e ripresi a camminare, quando infine giungemmo nel locale, iniziai ad agitarmi veramente.

Quando entrammo ordinai due caffè, ci sedemmo a un tavolo più lontano degli altri rispetto al bancone, ovviamente lo feci di proposito per non essere disturbata, mi accomodai e quando portai di nuovo il mio sguardo su di lui la vista del mio ultimo regalo di Natale mi fece salire un nodo in gola. Trattenni qualche lacrima e parlai.

«Avanti, ti ascolto»

Lui era molto diverso da come lo ricordavo, non era il ragazzo deciso e sicuro di dieci anni prima, bensì un uomo insicuro e spaventato da ciò che lo circondava. Per un attimo giocherellò sovrappensiero con un angolo del fazzoletto che gli avvolgeva il collo, e da come era consunto capii che per lui era diventato un vizio, mi rivolse lo sguardo e iniziò a parlare.

«Allora, come ben sai dovevo trattenermi in Brasile solo per il tempo necessario a individuare questa tribù, dovevo studiarla e poi tornarmene con la mia tesi, l’ultimo periodo è stato quello più difficoltoso, mi sono dovuto avvicinare più del necessario e ho rischiato molto perché è un piccolo gruppo e gli uomini sono molto protettivi nei confronti di tutta la tribù. Tutto andava perfettamente, stavo per finire, sapevo che mi aspettavi e che le poche telefonate iniziavano a essere nessuna e che probabilmente di lì a poco ti saresti stancata della lontananza».

«Non mi sarei mai stancata, ti avrei aspettato per anni, e l’ho fatto» ammisi abbassando lo sguardo.

«Lo so, non avevo capito quanto in fondo mi amassi, ma ritrovarti lì oggi, è stato come tornare a respirare» ammise lui guardando la mano che poggiava sul tavolo.

Non parlava quindi lo incalzai «Cos’è successo quindi?» sospirò e riprese il suo racconto.

«Come stavo dicendo mancava poco al rientro a casa ma poi» tacque per un istante come a voler scegliere le parole con cura «Ho avuto un incidente, sono stato in coma per più di un mese e al risveglio il buio totale, ho avuto una forte amnesia, l’unica cosa che sapevo era il mio nome, in ospedale hanno perduto il mio telefono quindi non sapevo chi contattare» prese un respiro profondo e si zittì.

Stavo cercando di elaborare le sue parole, ma di colpo mi sembrava di essere stata catapultata in uno di quei telefilm strappa lacrime, dove alla fine dopo tutto l’amore vince su tutto. Mi sembrava impossibile fosse vera la sua storia, ma i suoi occhi non tradivano le sue parole, nessuno dei due parlava e alla fine mi decisi io a farlo per prima.

«E poi? Voglio dire, ora sei qui, come hai fatto a ricordare?»chiesi per non essere di nuovo preda del silenzio.

«Per un anno non ricordai nulla, poi un giorno frugai in ogni tasca e cassetto nella casa in cui a quanto pare abitavo, trovai le mie ricerche e la mia tesi, ma era come una lingua sconosciuta per me, poi trovai questo» e tirò il lembo consunto del fazzoletto rosso scarlatto «Da quel momento stralci della mia vita mi sorprendevano nei momenti più impensabili, la maggior parte dei quali riguardavano te, ma ancora non ricordavo chi fossi. Solo grazie alle mie tesi riuscii a riacquistare memoria del mio lavoro e riuscii a trovare impiego presso una scuola, ma sentivo che qualcosa mancava. Possibile che nessuno aveva provato a cercarmi? Posso capire che tu abbia pensato che ti avessi dimenticata ma possibile che tutta la mia famiglia non si chiedeva che fine avessi fatto? Mi recai in una centrale di polizia e chiesi loro se era possibile sapere se qualcuno mi avesse dato per disperso, ma essendo un piccolo distaccamento non aveva molte informazioni a riguardo, così mi arresi all’idea di dover aspettare che qualcosa mi tornasse in mente»mi guardò negli occhi e tacque.

«I tuoi si sono dati da fare, ma alla fine, visto che nessuno aveva notizie si sono arresi» poi un lampo mi attraverso la mente «Un momento ma i tuoi..» m’interruppe avendo capito la mia domanda.

«I miei sanno tutto… in realtà sono qui da sei mesi ormai» ammise con timore spostando lo sguardo dal mio.

«E perché ti presenti solo adesso? Perché qui?» iniziò a montarmi l’ira.

«Non sapevo come l’avresti presa, né se ti eri rifatta una vita, quando ho saputo quanto sei stata male mi sono sentito una merda» disse sporgendosi verso di me « Ma ho deciso di aspettare, dovevo chiarire urgentemente tutte le questioni burocratiche… sai, ufficialmente ero morto» disse con un sorriso amaro, io a quelle parole rabbrividii.

«Sì anche io ho avuto la stessa reazione all’inizio, e comunque mi hai fatto promettere tu di presentarmi in questo giorno e qui ricordi?» ammise.

Il pensiero della sua morte presunta mi scombussolò, ed era vero che glielo avevo chiesto io, ma non credevo certo si potesse verificare una cosa del genere, tralasciando che mi aveva fatta aspettare sei mesi in più del necessario, cambiai discorso perché una cosa più importante mi pressava la mente, feci un respiro profondo e parlai.

«Ora sei tornato, ma per restare o per dirmi che non c’è più niente tra noi?» al solo pensiero che fosse la seconda lo stomaco mi andò in subbuglio.

Di nuovo i nostri occhi s’incrociarono, per qualche istante di nuovo quel silenzio assordante, e per un attimo pensai che stesse per dirmi che era venuto fin lì solo per dirmi addio, poi però parlò di nuovo.

«Per un anno intero ho pensato di essere nessuno… se non avessi messo a soqquadro quella casa probabilmente non avrei mai trovato questo fazzoletto» disse mentre lo scioglieva e se lo arrotolava attorno ad una mano come fosse una fasciatura «Una volta mi sono fermato a pensare, e se… se non avessi mai trovato questo tuo regalo sarei mai riuscito a ritrovare me stesso? Non lo potrò mai sapere, ma una cosa la so con certezza. Se il nostro legame non fosse stato così forte, certamente non avrei potuto ricordare nulla solo attraverso un pezzo di stoffa. Tu mi hai riportato qui, ed è con te che voglio passare il resto della mia vita, perché tu mi hai salvato.»

Era la dichiarazione più bella che avessi mai sentito. Le lacrime iniziarono a scendere libere sulle mie guance, senza nemmeno accorgermene mi ritrovai tra le sue braccia, e finalmente trovai quelle labbra che tanto mi erano familiari, seppur per troppo tempo non ho avuto il piacere di baciarle. Ce ne andammo così, innamorati, forse più di prima, mano nella mano, fianco al fianco, non so se staremo insieme per tutta la vita, ma sicuramente è quello che voglio adesso e da oggi in poi farò tutto ciò che mi sarà possibile per far in modo che questo si avveri. Così c’incamminammo nelle vie illuminate di rosso e da quello che doveva essere il Natale più brutto della mia vita, venne fuori una giornata indimenticabile e passai un fantastico Natale.

 

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domani

Questo racconto inedito pubblicato è un’opera di fantasia scritta in esclusiva per Stella e pubblicata sul sito Free Passion nella rassegna “Racconti di Natale – Un Tocco di Rosso”

© Riproduzione riservata. Proprietà intellettuale dell’autrice Pherenike. Vietata la riproduzione di questi contenuti o parte di essi.

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5 Comments on Rassegna Racconti di Natale – “Un Tocco di Rosso” – “Un Fantastico Natale” di Pherenike

  1. manu85
    dicembre 20, 2015 at 1:22 pm (5 anni ago)

    Che coraggio aspettare x 10 anni ma penso che quando l amore c’è non ci sono distanze che tengono..molto bella cone storia complimenti vivissimo bacio

    Rispondi
  2. Lorenza
    dicembre 20, 2015 at 1:24 pm (5 anni ago)

    Quando si dice che l’amore vince su tutto… tempo, distanza e vuoti di memoria! Un racconto di fiducia e speranza, adatto al Natale. Brava

    Rispondi
  3. ROSY C.
    dicembre 20, 2015 at 2:03 pm (5 anni ago)

    Wow !!!! Vorrei leggere questa storia in tutti i suoi sviluppi…..si può fare niente?????, complimentoni…. struggente al punto giusto.

    Rispondi
  4. Rosy ♥
    dicembre 20, 2015 at 2:27 pm (5 anni ago)

    Davvero emozionante questo racconto ♡
    Grazie Pherenike ;-)

    Rispondi
  5. Irina
    dicembre 20, 2015 at 2:43 pm (5 anni ago)

    Una situazione davvero insolita per questo racconto, complimenti! Anche a me piacerebbe leggere una versione estesa!

    Grazie Pherenike e Stella!

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