Rassegna Racconti di Natale – “Un Tocco di Rosso” – “Meno Nove al Natale” di Renèe

Siamo a meno tre, in pratica in dirittura d’arrivo al giorno di Natale, anche se, il titolo del racconto che ospito quest’oggi recita tutt’altro.

Per questa dodicesima giornata in compagnia delle nostre letture dedicate al Natale abbiamo un gradito ritorno, infatti, torna tra noi Renèe con una storia tutta nuova in perfetta linea con il suo stile dolce e toccante, esattamente come abbiamo imparato a conoscerla qualche anno fa con il suo primo racconto.

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Quest’oggi la nostra ragazza ci presenta “Meno Nove al Natale“, un bellissimo inno alla vita e alle sorprese inaspettate, lasciatevelo dire da una che, circa undici anni fa, proprio in questi giorni, si è fatta lo stesso immenso ed impagabile regalo narrato in questa storia.

Nel rinnovarvi l’appuntamento per domani, non mi resta che auguravi una buona giornata, per quel che ne resta, seguito come sempre dall’immancabile…

Buona Lettura

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Prologo

‹‹Congratulazioni, mia cara. Aspetti un bambino.››

Mi toccai il ventre, incredula. Nonostante il sorriso del mio adorato dottore, non ero poi così certa che si trattasse di una bella notizia. Di sicuro non lo sarebbe stata per Sebastian.

Mi alzai, cercando di rivestirmi il più in fretta possibile, avevo bisogno di andare al mio locale e farmi una bella tazza di caffè. E un muffin al cioccolato.

Dovevo trovare una soluzione, e a stomaco vuoto, non pensavo lucidamente.

‹‹Cara, siediti qui›› disse indicandomi la sedia di fronte alla sua.

‹‹Sono certo che avrai più di qualche domanda da farmi›› asserì sorridente.

Sorrisi di rimando. In realtà non avevo la benché minima idea di cosa avrei dovuto chiedere, o cosa lui si aspettasse di sentirsi chiedere, così mi buttai sulla prima cosa che mi venne in mente.

‹‹Posso continuare a bere il caffè?››

Il modo in cui mi guardò il dottore, che praticamente mi conosceva da quando ero in fasce, mi fece salire il nodo in gola.

Stavo per piangere, lo sentivo.

‹‹Direi di passare al decaffeinato per i prossimi nove mesi›› disse dolcemente, ‹‹e magari non più di due volte al giorno›› proseguì con un tono paterno e amorevole.

Sbruffai, ricacciando indietro le lacrime. Non volevo appartenere a quella categorie di donne; quelle che lavorano a maglia preparando i corredini o bevono tisane rilassanti riunite intorno ad un tavolo a parlare di pargoli, pappe, pannolini e notti insonni.

Il mio pensiero volò a Sebastian. Si sarebbe incazzato, e non poco.

Al locale, quando vedeva il gruppo delle mamme squittire allegramente intorno al tavolo, se la svignava in laboratorio a preparare dolci. Non ne voleva sapere di intraprendere la fase due del nostro rapporto. La fase due, nella mia testa, era il passo successivo a quello della convivenza; creare qualcosa insieme, ufficializzare il nostro legame, ristrutturare casa oppure acquistarne una nuova. Cose così, insomma.

L’unico compromesso che eravamo riusciti a trovare era quello di prendere in gestione un locale, Sebastian amava definirlo il nostro “di più”.

Lui amava fare dolci e creare nuove ricette mentre io amavo il caffè e i libri, così ci venne la balzana idea di aprire un locale dove le nostre passioni potessero incontrarsi.

Il Books, Cake &Co. era all’apice del suo successo, dopo i primi anni trascorsi a sponsorizzare, a pubblicizzare e a far quadrare i conti, avevamo raggiunto davvero un ottimo traguardo.

In quel locale ci sentivamo a casa e i clienti, erano la nostra seconda famiglia. Ero felice lì.

In quel momento, però, mi sentii come se fossi stata investita da un treno. Un treno carico di responsabilità e sacrificio. La mia vita sarebbe cambiata ed io non ero pronta a tutto quel malloppo.

Non ero pronta a dirlo a Sebastian.

‹‹Denise, ti lascio il recapito di una mia carissima amica e collega ginecologa. Ti seguirà lei, durante questo nuovo, entusiasmante percorso›› mi prese per mano, continuando a sorridere ‹‹andrà tutto bene, non devi preoccuparti.››

Iniziai a piangere, un fiume di lacrime trattenute troppo a lungo.

Non sarebbe andato tutto bene. Io, in cuor mio, ne ero consapevole.

 

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Aprile

Non avevo detto niente a Sebastian. Continuavo a vivere la vita di sempre nella mia adorata cittadina. La primavera stava sbocciando lentamente, stava rifiorendo dopo il lungo e rigido inverno, che oramai sembrava solo un ricordo.

Erano trascorse due settimane da quando avevo scoperto di essere incinta e non riuscivo ad abituarmi all’idea che stesse crescendo un bambino dentro di me. Non prendevo decisioni, perché in verità, ero totalmente incapace di farlo.

Decisi di tenere nascosta la cosa il più a lungo possibile, almeno fino a che non avessi deciso cosa fare.

Solo ad una persona confidai quel segreto, ovvero al mio migliore amico, Samuel.

Io e Samuel eravamo amici da un paio di anni, lui originario di New York, si era trasferito nello Stato del Colorado, precisamente a Golden, per ritrovare sé stesso e vivere fuori dal caos della città.

Il suo trasferimento era stata la mia salvezza.

Diventammo amici subito, non appena mise piede nel mio locale, con quell’accento che solo i newyorkesi possedevano.

Ero affascinata da lui, dalla vita mondana che aveva condotto laggiù e dalle infinite possibilità lavorative che una metropoli come New York poteva offrire ai giovani.

Mi chiesi più volte se il mio locale in una grande città, come New York, avrebbe fruttato più quattrini; ero nata e cresciuta a Golden, conoscevo gran parte degli abitanti e la mia famiglia era una delle più conosciute in città. Non avevo mai messo piede fuori dal Colorado e un po’ ne ero dispiaciuta, ma Sebastian mi aveva convinta a restare dopo il diploma; così non andai al college e intrapresi questa avventura con lui.

Inutile dire che persi gran parte delle mie amiche; sparse in giro per i vari college degli Stati Uniti, le rivedevo solo durante le festività natalizie o in estate, per festeggiare il quattro luglio.

L’arrivo di Samuel, quindi, era stato per me un dono divino.

Amavo profondamente Sebastian, ma avevo bisogno di un amico, qualcuno con cui parlare senza necessariamente dover farci sesso.

‹‹Ehi, posso parlarti?›› la voce squillante di Samuel mi fece sussultare.

‹‹Non adesso. Sebastian è in laboratorio, potrebbe sentirci.››

‹‹Per quanto tempo credi ancora di poterlo nascondere?››

Alzai gli occhi al cielo. Non era proprio il momento di affrontare quell’argomento.

‹‹Non ora!›› gli rivolsi uno sguardo gelido.

Scavalcò il bancone, lasciando cadere a terra la borsa, colma di libri.

‹‹Devo parlarti. Adesso.››

Sospirai, sapevo che non mi avrebbe dato tregua. Era troppo testardo e cocciuto.

‹‹Va bene.››

Andai in laboratorio e avvisai Sebastian.

‹‹D’accordo piccola ma rientra in fretta, tra poco ci sarà l’ora di punta.››

Per un secondo pensai di dirglielo. Sapeva essere così dolce, a volte, che per un istante il mio cuore sperò di vederlo gioire di fronte alla notizia che saremmo diventati genitori.

Poi la voglia di farlo passò immediatamente. Richiusi la porta alle mie spalle e mi diressi fuori dal locale.

‹‹Cosa vuoi, Samuel?›› chiesi accigliata.

‹‹Hai fatto colazione?››

‹‹Sì.››

‹‹Caffè decaffeinato, vero?›› domandò speranzoso.

‹‹Ovvio›› sbruffai.

Per chi mi aveva preso? Non ero di certo la madre migliore del mondo, ma fino a che sarei stata incinta avrei fatto del mio meglio per mantenermi in salute.

‹‹Hai avuto nausee mattutine? Ho letto che nel primo trimestre è abbastanza comune.››

Aveva gli occhi fuori dalle orbite, e la cosa stranamente mi fece sorridere.

‹‹Stai ridendo?›› domandò serio.

Annuii.

‹‹Di me?››

Annuii nuovamente.

‹‹Sei impossibile!›› mi urlò contro.

‹‹Samuel, calmati. Non puoi trascinarmi fuori dal locale per farmi queste domande insulse. Sebastian potrebbe insospettirsi.››

Mi guardò torvo.

‹‹Non me ne frega proprio niente di lui›› mormorò gelido.

‹‹Ma che ti prende?›› gli chiesi sorpresa.

Si scostò appena, passandosi una mano tra i capelli, lo vidi in difficoltà, stava cercando di dirmi qualcosa.

‹‹Vuoi…›› sospirò avvilito, ‹‹vuoi interrompere questa gravidanza?›› chiese a bruciapelo.

Rimasi pietrificata. Onestamente, ci avevo pensato e forse nella mia testa stavo contemplando ancora quell’idea, ma era anche vero che mi sentivo completamente confusa e spaesata.

‹‹Non lo so!›› esclamai frustrata. ‹‹Non era previsto questo bambino e non sono certa che Sebastian la prenderebbe bene.››

‹‹Non è lui il centro del mondo. Sei tu che risplendi, sei tu che lo illumini›› mi guardò dritto negli occhi, ‹‹solo che non te ne sei ancora resa conto.››

E se ne andò lasciandomi lì, in mezzo alla strada, ancora frastornata dalle sue parole.

D’istinto mi portai la mano sul ventre, ancora piatto. Era la prima volta che mi ritrovavo a fare quel gesto, ma in quell’istante mi sembrò la cosa più naturale del mondo.

‹‹Denise?›› la voce di Sebastian, mi fece rinsavire da quello stato catatonico.

Mi voltai e sorridendo, più a me stessa che a lui, rientrai nel locale.

Che lo volessi o no, non potevo più essere quella di prima.

Lavorai tutta la settimana a ritmi serrati, Sebastian era entusiasta del nostro lavoro, gli affari andavano a gonfie vele e andando avanti di quel passo avremmo restituito in breve tempo la cifra chiesta per avviare il locale. L’unico neo in tutta questa felicità, era data dal fatto che non avevo più avuto notizie di Samuel. Dopo la nostra “discussione” non era più passato al locale e questo mi rendeva estremamente triste.

‹‹Ehi, piccola…›› mi disse Sebastian, gettando il grembiule imbrattato di crema pasticcera sul piano della cucina e distraendomi dai miei pensieri ‹‹che ne dici di andare a cena fuori, stasera?››

Lo guardai con gli occhi a forma di cuoricino, era la serata perfetta per festeggiare l’ultimo giorno del mese e, forse, anche per dargli la notizia dell’arrivo del nostro bambino.

L’indomani, avrei sicuramente chiamato Samuel per tranquillizzarlo.

Avremmo sicuramente fatto pace.

 

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Maggio

‹‹No!›› esclamai urlando. ‹‹Non te ne andare, ti prego!›› stavo supplicando a carponi sul letto.

‹‹Non riesco nemmeno a guardarti negli occhi›› mormorò gelido.

Avevamo trascorso una serata fantastica.

Cena a lume di candela, dessert servito con lo Champagne, un salto nel locale più alla moda del quartiere e poi a casa, per una notte di sesso strepitoso.

Era stato tutto magnifico, Sebastian mi aveva fatta sentire completamente appagata e mi sentivo come una regina nel suo castello, questo, fino al momento in cui non gli avevo rivelato la mia gravidanza.

Credevo che dopo la notte trascorsa a rotolarsi tra le lenzuola, mi avrebbe accolta tra le sue braccia confessando la gioia immensa che provava all’idea di diventare padre.

Beh, non era andata così, al contrario, tutte le mie paure si avverarono nel preciso istante in cui pronunciai la parola incinta.

Lo vidi gettare metà dell’armadio nella grande valigia, non mi rivolse nemmeno una parola mentre continuava a girare per casa, alla disperata ricerca di chissà che cosa.

‹‹Calmati Sebastian, vieni qui›› dissi docilmente.

Si voltò, rivolgendomi uno sguardo carico di disprezzo e disgusto.

‹‹Sei una bugiarda!›› tuonò sprezzante.

‹‹Non sapevo cosa fare, devi credermi!›› iniziai a piangere, prendendomi il viso tra le mani.

Si fermò per un momento, sul volto aveva un ghigno che mai avevo visto.

‹‹Oh, io credo che invece tu sapessi proprio cosa fare›› la sua voce era tagliente, ‹‹hai aspettato il tempo necessario…›› si avvicinò cauto e io iniziai a tremare dalla paura ‹‹…per evitare di dovertene liberare e incastrarmi in un bel quadretto familiare. È cosi che è andata, vero Denise?››

Provai un senso di nausea tremenda, e non a causa  della gravidanza.

Sentii il mio cuore creparsi, e subito dopo, rompersi in mille pezzi.

Non riuscivo a proferire parola, quello era un incubo e quello non era il mio Sebastian.

Avevo ancora addosso il nostro profumo. L’odore della nostra passione, consumatasi poco prima, era ancora lì, aggrovigliata tra le lenzuola mentre di lui, del mio adorato Sebastian, non c’era più traccia.

Mi sentii mancare l’aria. Arrancai fino al bordo del letto, volevo dirgli molte cose ma non riuscivo ad emettere nessun suono. Lo fissai, implorante, con gli occhi cerchiati di nero e le guance rigate dalle lacrime.

Non disse nulla, nemmeno una parola. Afferrò i bagagli e se ne andò sbattendo la porta con una facilità tale che mi raggelò il sangue nelle vene.

Mi portai le mani sul ventre, continuando a piangere, incapace di fermare quel dolore lancinante fino a che non ebbi più la forza di tenere gli occhi aperti.

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Un rumore insistente e incessante mi costrinse ad aprire gli occhi.

Mi alzai di scatto, convinta di aver fatto solo un terribile incubo ma non appena mi resi conto del disastro che regnava nella stanza, capii di essermi svegliata e con tutta probabilità, di essere all’inferno.

Guardai l’orologio, non capendo se fossero le undici del mattino o della sera, andai ad aprire i balconi, accorgendomi che in realtà avevo dormito per più di dodici ore di fila.

Aprii la finestra per fare entrare la brezza tipica di una serata di maggio, la nausea c’era ancora, il cuore invece, non ero certa di poterlo ritrovare con altrettanta facilità.

Mi concentrai sul rumore che proveniva dall’altra stanza. Mi infilai una tuta e andai verso la porta d’ingresso, forse Sebastian era tornato; la mia speranza, però, morì subito dopo aver generato quell’assurdo pensiero.

La voce di Samuel era affannata, lo sentivo urlare da dietro la porta.

‹‹Denise!››

‹‹Denise!››

Ricominciai a piangere, sfiorando la porta davanti a me, l’ultima volta che si era chiusa era stato per mano di Sebastian, era l’unico ricordo che mi restava di lui ed io non volevo inquinarlo. Non avrei mai più aperto la porta a nessuno. Nessuno sarebbe riuscito ad entrare, un’altra volta, nel mio cuore.

Singhiozzai, ancora una volta.

‹‹Denise, sei lì?›› domandò Samuel.

Non risposi.

‹‹Denise, tesoro, stai bene?›› la sua voce era dolce, amorevole.

Tuttavia, non risposi nemmeno in quell’occasione.

‹‹Okay, bussa una volta se stai bene. Due volte se sei ferita o hai bisogno di un medico.››

“Samuel. Samuel. Samuel. Ho così bisogno di te.”

Battei un colpo e sentii Samuel sospirare.

Posai una mano sullo stipite della porta, mi doleva tutto il corpo e la testa mi girava vorticosamente.

‹‹Adesso apri la porta, Denise.››

Non me lo chiese, me lo impose.

Girai la chiave, lentamente, fino a fare scattare la serratura.

‹‹Grazie a Dio state bene›› disse di getto Samuel, prendendomi tra le braccia.

Poi mi guardò e il suo sorriso di colpo svanì; mi rifugiai nel suo abbraccio, dopo tutto quel dolore volevo provare un po’ di sollievo.

‹‹Shhhh…›› mormorò accarezzandomi la testa ‹‹andrà tutto bene. Te lo prometto.››

‹‹Non è vero›› singhiozzai disperata.

‹‹Ci sono io, adesso.››

Lo guardai terrorizzata.

‹‹Te ne andrai anche tu.››

Mi strinse un po’ più forte.

‹‹Non me ne andrò.››

Mi raggomitolai, volevo farmi piccola, invisibile.

‹‹Voglio scomparire›› sussurrai disperata.

‹‹Non puoi farlo›› disse serenamente, ‹‹il sole non scompare. A volte lascia spazio alla luna, a volte si eclissa, ma trova sempre il modo di tornare a splendere.››

Mi sforzai di sorridere, forse un po’ di calore iniziava a farsi strada dentro me.

 

 

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Giugno

Il locale era rimasto chiuso per quasi un mese. Quando tirai su la saracinesca una fitta al cuore mi colpì. Non avevo più sentito Sebastian e non avevo più messo piede nel locale dopo quella sera.

Avanzai lentamente, in cerca di un indizio, di un qualcosa che mi rincuorasse e mi incentivasse a continuare la mia attività.

Non avevo più un pasticcere, non avevo più un uomo e non avevo un padre per il mio bambino. Avevo perso tutto.

In compenso, però, avevo ereditato tutti i debiti.

Sebastian se n’era andato lasciandomi in carico tutte le spese. Era un maledetto. Un vigliacco.

E io lo odiavo, profondamente.

Si dice che bisogna affrontare cinque fasi per elaborare un lutto.

Negazione. Rabbia. Contrattazione. Depressione. Accettazione.

Io mi ritrovavo indubbiamente nella fase della rabbia. Alla fine di questo percorso (come lo chiamava Samuel) ne mancavano ancora tre e la cosa non mi era affatto di sollievo.

Mi guardai intorno, spaesata e incinta.

Sì, perché adesso il pancino iniziava a farsi vedere sul serio.

La mia famiglia l’aveva presa bene, nonostante l’idea di avere una mamma single come figlia e parente non entusiasmasse i miei familiari, avevo trovato abbastanza conforto in tutti loro.

Non ero mai stata una grande fan della mia famiglia, non per cattiveria o cos’altro, semplicemente vivevamo in due mondi diversi ed io stavo bene nel mio, di mondo.

Per fortuna c’era Samuel. Dovevo molto a lui e alla sua contagiosa positività.

Mi stavo lievemente riprendendo, avevo preso qualche chilogrammo e le guance non erano più pallide ma bensì più rosee, i capelli si erano fatti folti e lucenti e il mio sguardo un po’ più sereno.

‹‹Allora, che dici?›› domandò Samuel.

‹‹Non lo so›› mormorai dubbiosa.

‹‹Secondo me se cambiamo la disposizione dei tavoli, del bancone e ritinteggiamo le pareti sarà come avere un altro locale›› asserì soddisfatto.

Riflettei per un po’, immaginando quello che Samuel mi aveva proposto.

Un restyling era quello che ci voleva, probabilmente.

‹‹E’ una pazzia›› mormorai sorridendo.

‹‹E’ quello che serve qui dentro›› disse entusiasta.

Provai un barlume di felicità. Forse, non tutto era andato perduto.

Chiamai la ditta di dipinture, ordinai nuovi tavoli e cambiai qualche piccolo complemento d’arredo. Cercai di dare un’impronta che fosse solo mia, con i miei colori preferiti e un animo tutto nuovo.

Infine, appesi il cartello di ricerca personale: se volevo riaprire i battenti avrei avuto bisogno di un pasticcere e di un collaboratore.

Non avevo grandi pretese, bastava fossero persone per bene poi, ad insegnare l’amore per il mio lavoro ci avrei pensato io.

Le settimane passavano, e ogni giorno ricevevo regali e piccoli omaggi per l’arrivo del mio bambino: avevo preso l’abitudine di fotografare il pancione settimana per settimana, non volevo perdermi nemmeno un momento e Samuel assecondava ogni mia malsana idea.

Mi continuavo a chiedere che tipo di madre volessi essere, ma soprattutto che tipo di madre sarei diventata.

‹‹Non dovresti sollevare quei vassoi›› la voce di Samuel mi sorprese.

Li posai immediatamente, notando che in effetti erano un po’ pesanti.

‹‹Dove li metto?›› disse poi, afferrandone una grossa quantità.

‹‹Sotto il bancone dei dolci, in parte alle buste da asporto›› dissi, indicando l’anta.

Mi diede un bacio veloce sulla guancia, e poi si concentrò sulla pancia.

‹‹Come state oggi?››

Sorrisi. Mi piaceva sentirlo parlare al plurale, era l’unico a riservarci quel trattamento così speciale.

‹‹Oggi ci sentiamo un po’ vivaci›› risposi, accarezzando l’addome.

Mi guardò a lungo, senza dire una parola.

‹‹Ti va di accompagnarci dal medico?››

Non so perché lo feci, di solito andavo da sola ai controlli ma dovevo ammettere che a volte mi pesava tremendamente non poter condividere questa gioia con qualcuno.

Ero felice di non condividere tutto questo con Sebastian; non meritava me né, tantomeno, il nostro bambino. La sua assenza aveva dato forma a una nuova me e tutto sommato, la mia vita così com’era, adesso mi piaceva.

Non mi mancava Sebastian, non più almeno. L’unica cosa che me lo faceva ricordare era quella casa. Ma non potevo cambiare anche quella, avrei dovuto imparare a conviverci.

‹‹Certo!›› esclamò felice Samuel. Non avevo idea di cosa pensasse, ma morivo dalla voglia di scoprirlo.

‹‹Passi più tardi, allora?›› domandai speranzosa.

‹‹Va bene, nel frattempo non affaticarti. Mi raccomando.››

‹‹Agli ordini capo!›› esclamai mettendomi sull’attenti.

Andai a preparargli il solito caffè doppio allungato con latte e un muffin al cioccolato, misi il tutto in un sacchetto da asporto e gli augurai buona giornata.

‹‹Buona giornata, piccola.››

Quell’affermazione mi lasciò stupita. Stupita e piacevolmente colpita. Era tipico di Samuel essere dolce e affettuoso, ma nello sguardo che mi aveva riservato c’era qualcosa che mi aveva fatto palpitare il cuore.

Pensai che non fosse possibile. Io un cuore non ce l’avevo più, lo avevo perduto tempo fa, in una triste mattina di maggio.

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Il lavoro procedeva un po’ più a rilento del solito, la bella stagione incentivava a star all’aperto e non a rinchiudersi nei locali, ed io di tavolini all’aperto non ne avevo moltissimi. La cosa, comunque, non mi preoccupava particolarmente; avevo bisogno di un momento di pausa e quella quiete mi piaceva.

Un piccolo calcetto mi fece sorridere, mi domandai se era di un maschietto o di una femminuccia il piedino che mi solleticava la pancia, ad ogni modo a parte una punta di curiosità, non m’importava poi molto. La data presunta del parto si aggirava intorno al periodo di Natale, motivo per il quale, avevo optato per l’effetto sorpresa. Sarebbe stato il mio regalo di Natale.

Qualunque fosse stato il sesso, lo avrei amato incondizionatamente.

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Mi preparai scrupolosamente, l’idea di avere qualcuno al mio fianco durante un’ecografia mi metteva una certa ansia. Non avevo mai fatto vedere a nessuno il mio ventre rigonfio e un po’me ne vergognavo. Osservai la mia immagine riflessa nella vetrina, notando che le mie forme si erano decisamente arrotondate.

Sospirai, leggermente affranta. Il fatto di essere stata abbandonata minava parecchio la mia autostima e più di qualche volta, soprattutto di notte, i pensieri si incatenavano senza darmi tregua.

Non ero certa di aver fatto la scelta giusta, ma una cosa la sapevo: amavo quel bambino e non avrei potuto più vivere senza di lui.

Qualcuno mi sfiorò la schiena. Rabbrividii, constatando che era trascorso davvero molto tempo dall’ultima volta che una mano si era posata su di me così dolcemente.

‹‹Ehi, tutto bene?››

Appena riconobbi la voce, mi rilassai visibilmente.

‹‹Puntuale, come sempre›› dissi regalandogli un timido sorriso.

‹‹E tu bellissima, come sempre.››

Non capivo cosa diamine mi stesse accadendo. Stavo arrossendo.

La verità, in tutta onestà, era che i complimenti mi piacevano. Soprattutto quelli di Samuel.

‹‹Sbrighiamoci, altrimenti arriveremo tardi!›› esclamai, per distrarmi da quelle nuove emozioni.

In risposta Samuel, mi rivolse un sorriso meraviglioso, uno di quelli che ti fanno sciogliere e capitolare sul pavimento.

Ero nei guai. Enormi, colossali guai.

 

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Luglio

Portare Samuel con me a far l’ecografia era stato bellissimo. Sembrava rapito da quel piccolo fagottino che cresceva dentro di me. Aveva stretto la mia mano forte non appena aveva sentito il cuoricino battere a tutta velocità ed io mi ero sentita protetta e al sicuro.

Poi una volta usciti dalla sala, lui mollò la mia mano, e un senso di tristezza mi pervase.

Non capivo cosa mi stesse accadendo, avrei dovuto essere al settimo cielo. Stava bene, stavamo bene. Io e il mio bambino.

Mi impegnai per cancellare quel senso di delusione dal mio volto. Mi stavo accorgendo che senza Samuel, mi sentivo più triste rispetto a quando lui era con me.

Mi chiesi più volte il perché, ma non trovando risposta certa, diedi la colpa ai miei ormoni impazziti e al fatto che restavo comunque una mamma single. Cercai, quindi, di concentrarmi su tutt’altro.

‹‹Devi tornare al locale oggi?›› domandò, facendomi accomodare in auto.

Non volevo tornare al lavoro, volevo restare un altro po’ con lui e godermi quella splendida giornata di sole.

Ci pensai su per qualche istante. Per un giorno, il lavoro avrebbe aspettato.

‹‹No, oggi mi prendo un giorno di ferie›› dissi cauta, in cuor mio speravo mi chiedesse di andare da qualche parte insieme a lui.

‹‹Ti va di venire con me?›› inclinò la testa e posò la mano sul mio ginocchio.

Adoravo il suo modo di trattare le persone, era sempre così rispettoso e altruista.

Spronava chiunque a dare del suo meglio: i suoi alunni, i suoi colleghi e persino me.

Annuii decisa, inspirando l’odore che emanava il colletto della sua camicia.

Sapeva di buono e di pulito. Non ci avevo mai fatto caso ma adesso, con quella camicia bianca arrotolata fino agli avambracci, i primi bottoni slacciati dai quali si poteva intravedere una leggera peluria, il jeans blu scuro e i capelli spettinati, era davvero una gioia per gli occhi.

Per i miei, di sicuro.

Lo fissai più a lungo del dovuto, soffermandomi sulle sue labbra.

Non baciavo qualcuno da così tanto tempo che temevo di non ricordare nemmeno come si facesse, ammesso che fosse mai accaduto, ovviamente.

I suoi occhi azzurri mi fissavano, non riuscivano a staccarsi dai miei e per un momento pregai che mi baciasse, ma conoscevo Samuel, e non era certo il tipo di uomo che baciava la sua migliore amica – per di più incinta – davanti a tutti.

Quando riuscimmo a distogliere finalmente i nostri sguardi, mi rivolse un sorriso imbarazzato.

‹‹Sei pronta? Spero ti piaccia la mia sorpresa.››

Sgranai gli occhi, stupita per l’ennesima volta. Quel ragazzo era davvero il mio angelo custode.

‹‹Amo le sorprese!›› esclamai, battendo le mani per l’emozione.

Rise di gusto, ingranò la marcia e ci avviammo nel consueto traffico pomeridiano.

Quando Samuel accostò, ero alquanto frastornata. Ci trovavamo nel mio quartiere, precisamente a pochi passi da casa mia.

Lo guardai interdetta. ‹‹Aspetta prima di scendere›› disse, estraendo una cravatta blu.

Nella mente immaginai di essere legata ad un letto con quella cravatta.

‹‹Siamo davanti casa, non credo serva la benda›› ironizzai ridacchiando.

‹‹Voltati. Adesso ti coprirò gli occhi e tu non dovrai barare, intesi?››

Non appena il profumo della cravatta sfiorò il mio olfatto, persi il lume della ragione. Desideravo ardentemente posare le mie labbra sulle sue, passare le mie mani intorno ai suoi muscoli ben definiti e perdermi in quel profumo.

Con le mani, allargai la scollatura della maglietta che indossavo, faceva davvero troppo caldo in quell’auto.

Sentii Samuel uscire dall’abitacolo e dopo qualche istante il cigolio della porta mi avvertì di scendere.

Istintivamente, mi aggrappai al suo avambraccio, anche se non adoravo l’idea di essere bendata, avevo la scusa di stare un po’ più vicina a lui.

‹‹Attenta, c’è uno scalino qui.››

Mi lasciai guidare e accompagnare, fino a che non percepii il rumore di chiavi intorno a me.

‹‹Samuel?››

‹‹Ferma, ci siamo quasi.››

Sospirai, non stavo più nella pelle.

Mi aiutò a fare altri scalini, poi mi sfiorò la schiena, di nuovo.

‹‹Adesso puoi guardare›› mormorò entusiasta.

Mi portai le mani al volto e, controvoglia, spostai la cravatta, allontanando così il suo fantastico profumo da me.

Di fronte ai nostri occhi c’era una casa bellissima, già completamente arredata e pronta ad accogliere qualcuno. E quel qualcuno, ad occhio, doveva essere il mio migliore amico, dal quale io, inspiegabilmente, mi sentivo attratta.

‹‹Ti piace?›› domandò Samuel, impaziente di sentire il mio parere.

‹‹Wow…›› mormorai. ‹‹E’ semplicemente adorabile!››

Il suo sorriso mi ripagò di tutti i mesi di sconfitta ed infelicità. Era felice, ed io lo ero per lui.

Mi abbracciò attirandomi a sé, permettendomi di respirare ancora una volta il suo profumo, e mi abbandonai a quel contatto così intimo e pieno di affetto.

Perché era quello che ci legava. L’affetto. E io non avrei messo in pericolo quel rapporto per una stupida ondata di ormoni ballerini.

Non ero disposta a perderlo. Non potevo perderlo.

‹‹E’ perfetta›› dissi di getto, staccandomi da quell’abbraccio.

‹‹Aspetta di vedere il resto›› proseguì , prendendomi per mano.

Lo seguii in estasi, felice di vedere quel sorriso comparire nel suo volto.

Avrei voluto gettargli le braccia al collo e baciarlo. Ma, ovviamente, lasciai perdere.

Passammo in rassegna ogni stanza.

Mi mostrò tutto, ogni angolo di quella casa meravigliosa: la cucina grande ed accogliente, il salotto con il caminetto e due grandi divani attorniati da imponenti librerie, le due camere da letto comunicanti ed una terza adibita ad uso studio e relax per arrivare infine alla veranda che portava al giardino.

Mi ritrovai a piangere, ogni passo in quella casa mi faceva capire che Samuel l’aveva acquistata per crearsi una famiglia, un giorno.

Una famiglia che io non avrei potuto di certo dargli, visto che aspettavo un figlio da un perfetto bastardo.

Ero felice per lui, aveva faticato molto per arrivare fino a lì e non potevo uccidere i suoi sogni solo per il mio egoismo.

Avrei dovuto prendere ciò che di buono c’era, ovvero l’averlo accanto a me. Saremmo diventati dei fantastici vicini di casa e lui sarebbe diventato un caro amico e un meraviglioso zio per il mio bambino.

‹‹Tutto bene, Denise?›› mi sfiorò le spalle preoccupato.

Mi asciugai le lacrime, sforzandomi di sorridere.

‹‹Ma certo!›› esclamai, ‹‹Sarà fantastico averti qui vicino›› dissi, abbracciandolo di slancio. Non volevo vedesse altre lacrime, lacrime che non riuscivo a trattenere.

Mi accarezzò la schiena e lo fece dannatamente bene, sapeva posare le mani su di me con una delicatezza tale, da farmi vibrare tutto il corpo.

‹‹Denise…Io…›› la sua voce era un sussurro ‹‹io ci sarò sempre per te, hai capito?››

Lo strinsi ancora più forte.

‹‹Lo so.››

‹‹Denise…››

Sentivo il suo cuore battere all’impazzata, forse più del mio, ma non potevamo farlo.

Avremmo rovinato tutto, ne ero certa.

‹‹Va bene così, Samuel›› mi persi tra le sue braccia, ‹‹…va bene così›› asserii, fermando sul nascere una delle cose più belle che mi fossero mai capitate.

 

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Agosto

Fissai le pareti bianche del mio appartamento. Non mi piaceva niente di quella casa. Niente.

Ero riuscita a liberarmi di gran parte delle cose appartenenti a Sebastian, ma i ricordi erano difficili da mandare via.

Con l’aiuto di Samuel, decisi di cambiare la disposizione di alcuni mobili, in modo da poter dare nuova vita al mio appartamento. Liberai la stanza studio, usata da Sebastian, per creare quella che sarebbe diventata la cameretta del mio bambino.

Gettai via un’infinità di oggetti e cianfrusaglie varie che mi ricordavano la mia vecchia vita, non volevo più restare legata ai ricordi del passato, avevo bisogno di una nuova chance, di una nuova casa e soprattutto una nuova vita.

‹‹Che ne dici?››

Samuel era di fronte a me, nella mani teneva pennelli e attrezzi vari per il bricolage.

‹‹E’ perfetta!›› dissi osservando il colore giallo tenue che adesso rivestiva la parete della cameretta.

Mi guardò soddisfatto.

‹‹Adesso dobbiamo solo arredarla. Hai deciso di che colore vuoi la culla?››

Lo guardai sospettosa, sapeva benissimo che volevo cavarmela da sola.

‹‹No, non ancora›› precisai accigliata.

‹‹Denise…›› il tono di ammonimento non mi sfuggì.

‹‹La comprerò il mese prossimo, promesso.››

‹‹Mi stai forse mettendo a tacere?››

Negli occhi aveva ancora quello sguardo di ammonimento misto a tenerezza, ed io stavo letteralmente impazzendo. Non volevo abituarmi a tutte quelle attenzioni, perché sapevo bene che prima o dopo, ne avrei sofferto la mancanza.

Non poteva restare single a vita, un giorno avrebbe incontrato qualcuno e si sarebbe innamorato: a quel punto, cosa ne sarebbe stato di me?

Allontanai immediatamente quel pensiero.

‹‹Direi che per oggi abbiamo finito.››

Gli rivolsi un sorriso tenero, uno di quelli a cui non riusciva a controbattere.

‹‹Grazie per il tuo aiuto›› aggiunsi abbracciandolo affettuosamente.

Mi strinse, come era solito a fare, permettendomi di inalare un po’ del suo dolcissimo profumo.

‹‹E’ un piacere, tesoro.››

Provai a sciogliermi da quell’abbraccio, e in quell’istante una piccola fitta al basso ventre mi fece rabbrividire, Samuel d’istinto mi passò un braccio intorno alla vita, accorciando così la nostra distanza.

Osservai le sue labbra. Desideravo baciarle, lentamente e minuziosamente, per poter assaporare ogni millimetro di lui.

Eravamo troppo vicini, pericolosamente vicini.

Se l’avessimo fatto, niente sarebbe stato come prima. Una parte di me voleva vedere cosa c’era oltre quel bacio, l’altra parte invece, era terrorizzata all’idea di poterlo perdere.

Non me lo sarei mai perdonata.

Continuava a guardarmi, senza cedere nemmeno per un secondo.

Stava per accadere, stava per baciarmi ed io non vedevo l’ora.

Mi passò una mano sul volto, accarezzando le mia guancia.

‹‹Sei così bella…››

Mi stavo per sciogliere quando, come un fulmine a ciel sereno, sentimmo il suono del campanello.

Avevo perso la mia occasione, la magia del momento era stata interrotta.

Era chiaro che la fortuna non era dalla mia parte.

Mi scostai, controvoglia, e andai verso la porta. Chiunque fosse stato, avrebbe dovuto sopportare le mie maledizioni.

‹‹Bob!›› esclamai sorpresa.

‹‹Ciao bellezza, ti ho portato la posta a casa dato che oggi il locale è chiuso.››

Lo guardai con gratitudine, Bob era il postino più longevo in città e nessuno, e sottolineo nessuno, poteva volergli male, era l’uomo più buono e gentile che io avessi mai incontrato.

Mi morsicai la lingua e parai giù il malcontento per il mio bacio, appena sfumato.

‹‹Ti ringrazio, Bob.››

Presi la lettera tra le mani, i miei occhi si posarono immediatamente sulla scritta dorata a lato della busta. Mi sentii gelare il sangue nelle vene. Non poteva essere vero, speravo non fosse vero.

‹‹Tutto bene?›› la voce di Samuel mi fece sussultare.

Mi voltai, affranta.

‹‹Notizie di Sebastian.››

Lo sguardo di Samuel si fece gelido. Aveva la mascella serrata e le mani chiuse a pugno.

‹‹Se solo si avvicina a te, al bambino o a questa casa…›› cominciò a dire furioso.

‹‹Non credo voglia questo›› dissi, porgendogli la lettera.

La busta proveniva da uno studio legale di Philadelphia, città natale di Sebastian.

‹‹Credo voglia la quota del locale, la metà che legalmente gli spetta.››

Provai un’ondata di calore e nausea, mi stavo appena rimettendo in piedi, dopo i mesi più difficili della mia vita e lui, da buon vigliacco quale era, mi contattava solo tramite avvocati.

‹‹Figlio di puttana…›› la voce di Samuel era un rantolo pieno di rabbia.

Aprii la busta, divorando con gli occhi quelle righe, cercando di capire cos’altro volesse da me quel farabutto.

Non fece neanche un accenno alla gravidanza, solo una richiesta a presentarsi nello studio legale per decidere la modalità di risarcimento.

‹‹Risarcimento!›› sbottai furiosa. ‹‹Vuole un risarcimento, il bastardo!››

Mi aveva lasciato i nostri debiti da pagare e ora, dopo quattro mesi infernali, voleva uno stupido risarcimento.

‹‹Calmati, Denise›› la mano di Samuel mi stava massaggiando la schiena, ‹‹metteremo tutto in mano agli avvocati, vedrai si arrangeranno loro.››

Lo guardai terrorizzata.

‹‹Ma io…›› balbettai per l’agitazione, ‹‹io non ho un avvocato.››

Mi sorrise, come solo lui riusciva a fare, tranquillizzandomi immediatamente.

‹‹Mio zio ha uno studio legale a New York. Lo chiamo subito, così vediamo di risolvere questo problema›› spiegò serenamente.

Notai che la rabbia di poco prima era magicamente scomparsa.

‹‹Aspetta!›› lo bloccai prima che inviasse l’inoltro della chiamata.

‹‹Non credo di avere una quantità di denaro tale da poter sostenere un avvocato.››

Samuel si voltò verso di me, posando il telefono sul tavolo, negli occhi aveva uno sguardo malizioso.

‹‹Denise…›› iniziò a dire, ‹‹ho detto che non ti avrei mai lasciata…›› proseguì avvicinandosi sempre di più, ‹‹ed io mantengo sempre la parola data. Sempre.››

La sensazione di gelo e sconforto di poco prima se n’era andata, sostituita da un desiderio irrefrenabile di gettarmi tra le braccia dell’uomo che avevo di fronte.

‹‹Adesso…›› la sua voce era un sussurro ‹‹posso riprendere quello che stavo facendo prima?››

Non capivo se si riferiva alla telefonata o al bacio.

Ovviamente, speravo nel bacio.

Annuii, senza dire nulla. Non ero in grado di parlare.

Mi strinse un po’ più a sé, nonostante il pancione, i nostri volti si sfiorarono comunque.

Chiusi gli occhi, in attesa di quello che stavo bramando da molto tempo, e che credevo non sarebbe accaduto mai.

Posai una mano sul suo bellissimo volto, stavo per baciarlo. Finalmente avrei posato le mie labbra sulle sue.

E poi, finalmente, accadde.

Le sue labbra erano come le avevo sempre immaginate: morbide, avvolgenti e passionali.

Sentivo il cuore scalpitare dalla gioia, finalmente lo avevo ritrovato.

Schiusi le labbra, per lasciarmi trasportare da quel meraviglioso primo bacio.

Non ero mai stata baciata così e in quei pochi secondi tutto il dolore, la tristezza, lo sconforto se ne andarono.

Samuel era una ventata di freschezza, un raggio di sole che illuminava una stanza lasciata al buio troppo a lungo.

‹‹Finalmente…›› disse ridendo Samuel. ‹‹Non credo avrei resistito un solo giorno in più.››

Scoppiai a ridere, ed era una risata genuina, una di quelle che non facevo da molto tempo.

‹‹Nemmeno io.››

 

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Settembre

‹‹Sei sicuro che la rete non sia stata montata al contrario?›› domandai dubbiosa.

‹‹Tesoro, stai tranquilla›› Samuel mi stava accarezzando il pancione.

‹‹Non vuoi che ti dia una mano?›› rilanciai speranzosa.

Avevo smesso di lavorare al locale, Rachel e Rebecca mi avrebbero sostituita per i prossimi mesi e dovevo ammettere di sentirmi particolarmente tranquilla.

Erano in gamba e negli ultimi mesi avevano imparato a gestire il locale meglio di me, ero stata fortunata ad incontrarle. D’altro canto, però, mi pesava il fatto di non poter più lavorare e quindi girovagavo per casa in cerca di qualcosa da fare.

‹‹No, tesoro. Ho quasi finito›› disse Samuel baciandomi teneramente.

Non potendo fare molto altro, andai a preparare una tazza di tè e mi rilassai nella veranda, l’aria era ancora tiepida nonostante stessimo attendendo la fine di settembre. Era stata un’estate calda e a dire il vero, non vedevo l’ora di veder spuntare i primi colori autunnali e assaporare l’arrivo dell’inverno.

Mi sfiorai la pancia, coccolando il piccolo frugoletto che tra qualche mese sarebbe nato.

‹‹Quante cose sono cambiate da quando ho scoperto di aspettare te…›› sussurrai emozionata.

Continuai a far muovere la mia mano intorno al ventre, era il nostro momento speciale e speravo riuscisse a sentire la mia voce, a riconoscerla.

‹‹Sarò una brava mamma, te lo prometto›› dissi sorridendo.

Avevo superato molte difficoltà e altrettante perdite, ma quello che stavo vivendo in quel momento ripagava ogni singolo istante vissuto prima.

Samuel mi amava, mi amava da prima che me ne accorgessi e non riuscivo a capacitarmi del fatto che volesse proprio me. Doveva essere stato un miracolo, ma d’altronde, avevo sempre considerato Samuel il mio angelo custode, un angelo arrivato sino a qui per amare me.

Sentii il parquet scricchiolare, segno che Samuel stava per arrivare, mi voltai in cerca dei suoi occhi azzurri come il cielo e lo trovai lì fermo ad osservarmi, con le mani in tasca.

‹‹Sono l’uomo più fortunato del mondo›› affermò venendomi incontro.

Si piegò sulle ginocchia e mi posò un bacio sul pancione.

‹‹Come state?››

Ero emozionata, sentivo le lacrime pizzicarmi negli occhi.

Non potevo essere stata così fortunata.

‹‹Sono io ad essere fortunata, non tu›› dissi, accarezzando il suo bel volto.

Scosse la testa, in segno di disappunto, poi prendendomi per mano mi aiutò ad alzarmi.

‹‹Vieni con me.››

Lo seguì, avanzando lentamente per quella che, da lì a poco, sarebbe diventata la nostra casa.

‹‹Ti avevo detto di non entrare nella camera padronale, ricordi?››

Feci cenno di sì con la testa.

‹‹Bene adesso, se vuoi, puoi entrare›› annunciò sorridente.

Iniziai a battere le mani dall’emozione. Non vedevo l’ora di vederla.

Posai la mano sulla maniglia della porta, voltandomi gli rivolsi uno sguardo carico d’amore e d’istinto lo baciai.

Lo baciai voracemente, come qualcosa di cui non si è mai sazi.

‹‹Uhm…›› mugugnò tra le mie labbra, ‹‹se mi baci così, sarò costretto a disfare quel letto immediatamente.››

Mi allontanai impercettibilmente, volevo guardarlo negli occhi.

‹‹Chissà, magari potresti anche essere fortunato…›› sussurrai maliziosamente.

I suoi occhi azzurri si accesero in un secondo.

‹‹Entra›› ordinò ‹‹non vedo l’ora di toglierti quel vestito, sia ben chiaro, ma prima voglio farti vedere una cosa.››

Mi appoggiai alla maniglia e la aprii.

Una volta dentro, rimasi senza parole. Cercai con gli occhi Samuel, non potevo credere avesse fatto davvero una cosa simile per me, per noi.

‹‹Ma è meravigliosa…››

Mi aggirai per la stanza, notando anche i più piccoli particolari.

Le pareti erano state ritinteggiate di un rosso vivace, di fianco al letto c’era una bellissima  poltroncina, anch’essa rossa, mentre ai piedi del letto era stata posizionata una piccola culla per le prime settimane di vita del piccolo.

Sentivo il cuore scoppiare dall’emozione.

Accarezzai il bordo della culletta, notando che il corredino al suo interno era tutto rosso.

‹‹Il bimbo arriverà a Natale…›› cominciò a dire, avanzando verso di me ‹‹il rosso è da sempre il colore del buon auspicio…›› proseguì accarezzandomi la pancia, ‹‹ho pensato che era quello di cui avevamo bisogno.››

Non riuscivo a dire niente, Samuel aveva già detto tutto ciò che di più c’era di importante.

Avevamo bisogno di un tocco magico, un tocco fortunato.

‹‹Ti amo…›› sussurrò tra i miei capelli.

Non potei far altro che abbandonarmi e perdermi tra le sue braccia.

 

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Tre Mesi Dopo…

Mi svegliai indolenzita e assonnata. Le ultime notti le avevo passate fissando il soffitto e il mio umore non era dei migliori. Samuel si trovava a Philadelphia da un paio di giorni, ed io non riuscivo a trovare pace, l’idea che incontrasse Sebastian mi metteva a disagio.

Volevo mettere fine a tutta quella storia. Gli avrei dato i soldi che gli spettavano, ma la paura più grande era quella che un giorno potesse avvalersi della possibilità di conoscere suo figlio.

Ovviamente, la cosa mi terrorizzava.

Speravo con tutto il cuore che dopo la liquidazione sparisse per sempre dalle nostre vite.

Sorseggiai il tè e provai a mangiare qualche biscotto, ma quella mattina mi sentivo stranamente affaticata.

Era la Vigilia di Natale e tutta la città era addobbata a festa. Mi sorpresi a pensare che quella era la prima volta in cui ero felice di festeggiare il Natale. Avevo molto di cui essere grata e quell’anno mi aveva riservato le cose più belle, anche se inaspettate, che io potessi volere.

Mi aggirai per casa, in cerca di un posto dove potermi sedere e trovare una posizione comoda, fino a che non osservai il bellissimo albero di Natale che troneggiava in salotto, e decisi di prendere in prestito uno dei libri di Samuel.

Adoravo la sua libreria, mi perdevo per ore alla ricerca del libro perfetto e lui, dal canto suo, era uno splendido insegnante. Paziente e premuroso.

Guardai la foto di fine anno, in mezzo ai suoi studenti con quel meraviglioso sorriso, e non potei fare a meno di compiacermi. Quello splendido uomo era mio. Tutto mio.

Mi sedetti, aspettando di ricevere notizie da Philadelphia, quando ad un tratto sentii un forte dolore al basso ventre, che si stava mano a mano intensificando.

In quel momento capii che ero in travaglio. Ed ero sola.

Cercai di mantenere la calma e respirai a fondo per tutto il tragitto fino alla camera: afferrai la borsa mia e quella per il bambino, presi il cappotto e chiamai un taxi.

Dovevo arrivare il prima possibile all’ospedale.

Durante il tragitto chiamai mille volte Samuel, ma non riuscendo a mettermi in contatto con lui, gli lasciai una decina di messaggi in segreteria e pregai con tutta me stessa di ricevere presto sue notizie.

Non volevo restare da sola.

 

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Dicembre

Philadelphia, 24 dicembre

 

Aveva una faccia da prendere a schiaffi.

Trattenni l’ondata di rabbia che provavo nell’incontrare quell’essere ignobile.

Avevo lasciato sola Denise per incontrare quello stronzo e la cosa mi rendeva abbastanza nervoso, ma se ero arrivato fino a lì era perché ci tenevo a mettere in chiaro una cosa.

Denise e il bambino erano la mia famiglia adesso e lui, insieme ai suoi quattro soldi, avrebbe dovuto rinunciare alla possibilità di entrare a far parte delle loro vite, semmai gli fosse venuta la malsana idea.

Mi guardò con un ghigno malefico.

‹‹E così ti sei preso i miei avanzi, eh?››

Brutto. Figlio. Di. Puttana.

L’avrei preso a calci nel culo, se fosse stato possibile.

Tuttavia, preferii non dar adito alle sue misere provocazioni e proseguire l’incontro nel massimo della professionalità.

‹‹Tenga a freno la lingua del suo cliente›› intervenne mio zio, minaccioso.

Il gelo calò nell’aula.

“Vedremo chi l’avrà vinta, brutto stronzo.”

‹‹Il suo cliente…›› cominciò a dire il nostro legale, ‹‹ha interrotto la collaborazione che aveva in società con la signorina Denise Riley Cooper nel mese di maggio del corrente anno, non adempiendo ai pagamenti mensili e al mantenimento della suddetta attività, sita nella città di Golden, nello Stato del Colorado›› proseguì deciso, ‹‹per questo motivo, in qualità di legale della signorina Cooper, chiedo che venga respinta la richiesta avanzata dal signor Sebastian Bailey.››

Vidi Sebastian serrare la mascella, era chiaro come la luce del giorno che non avrebbe ottenuto granché da noi.

‹‹Ad ogni modo, nonostante il comportamento irresponsabile e la mancata volontà di assumersi la responsabilità di fronte alla gravidanza della – all’epoca fidanzata – Denise Riley Cooper, siamo disposti ad offrire un risarcimento equivalente al valore dei macchinari da lavoro lasciati incustoditi dal qui presente Bailey.››

Sorrisi beffardo, volevamo liquidarlo in tutti i sensi e non vedere più quella faccia per il resto della nostra vita.

‹‹Necessito di un minuto per parlare con il mio cliente›› esordì l’avvocato di Sebastian.

Mio zio annuì.

‹‹La nostra offerta resta valida e insindacabile. Non siamo disposti a trattative di alcun genere. In caso di risposta negativa, richiederemo l’intervento di un Giudice›› aggiunse subito dopo.

L’avvocato, seduto di fronte a noi, annuì deciso.

La strategia di mio zio era sempre stata quella di non far vedere alcun segno di cedimento, se avessimo intrapreso una trattativa, ne saremmo usciti devastati.

Sentii sbattere la porta violentemente.

Sebastian non doveva aver preso per buona la nostra offerta, la cosa d’altronde non mi stupiva, ma speravo comunque di concludere quella faccenda quel giorno stesso.

‹‹Non temere, gli consiglierà di accettare›› intervenne mio zio, distogliendomi dai mille pensieri.

‹‹Non sono certo cederà così facilmente.››

‹‹Abbiamo preparato un assegno a doppia cifra, non potrà rifiutare.››

‹‹E per la questione di un’eventuale avvicinamento a mio figlio?››

Sorrise amorevolmente, sapeva quanto fossero importanti per me Denise e il piccolo in arrivo.

‹‹Ho preparato una scrittura privata nella quale rifiuta ogni eventuale legame con vostro figlio, ammettendo di non averlo mai riconosciuto, sin dal principio.››

Sospirai sollevato, adesso bastava solo che quel farabutto accettasse le nostre condizioni.

Guardai l’orologio. Non sentivo Denise dalla sera precedente, a quell’ora sarebbe stata sicuramente sveglia e morivo dalla voglia di sentire la sua voce.

‹‹Vado a fare una telefonata›› dissi a mio zio, ‹‹occupati tu di quello stronzo.››

Mi passò una mano sulla spalla, aveva lo sguardo di mio padre, lo sguardo amorevole e benevolo di chi tiene a te più di ogni altra cosa al mondo.

 

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Colorado, 24 dicembre

Avevo il cuore in gola.

Ascoltai tutti i messaggi di Denise, migliaia di volte.

Chiamai la madre, il padre e le ragazze al locale, volevo sapere per filo e per segno come stavano, come stava la mia adorata Denise.

Ero salito sul primo aereo per Denver e ora mi trovavo sulla mia auto, intento ad annientare la distanza che mi separava dalla mia famiglia.

Sentivo il cuore battere all’impazzata, volevo solo raggiungere l’ospedale.

Squillò il telefono e pigiai il tasto verde tremando.

‹‹Sì?›› risposi brusco.

‹‹Figliolo…›› la voce di mio zio riecheggiava nell’abitacolo.

‹‹Dimmi›› lo esortai a proseguire.

‹‹L’accordo è andato a buon fine. Non lo rivedrete mai più.››

Tirai un sospiro di sollievo. Quel maledetto bastardo era fuori dalle nostre vite, ora non mi rimaneva che andare dalla mia Denise.

‹‹Perfetto!›› esclamai entusiasta, ‹‹adesso ti lascio, Denise è all’ospedale.››

‹‹Tienimi aggiornato, figliolo.››

‹‹Ciao zio…›› mi fermai per un secondo, ‹‹… e grazie per tutto ciò che hai fatto.››

‹‹E’ stato un piacere. Abbraccia Denise da parte mia.››

‹‹Sarà fatto›› dissi con le lacrime agli occhi.

Parcheggiai di fronte al pronto soccorso, incurante dei divieti, e mi precipitai all’interno dell’ospedale.

Salii i gradini, due alla volta, fino a che arrivai al terzo piano.

Di fronte a me, una postazione con a seguito almeno cinque infermiere.

‹‹Scusate, cerco la signorina Cooper›› dissi di getto, ‹‹Denise Riley Cooper›› aggiunsi subito dopo.

L’infermiera mi guardò accigliata, probabilmente stava cercando di capire se fossi un pazzo psicopatico.

‹‹Lei è?›› domandò sospettosa.

‹‹Sono il fidanzato.›› affermai in preda all’ansia.

‹‹Ha firmato i documenti?›› continuò l’infermiera calma e perfettamente a suo agio.

Avrei voluto scavalcare il bancone e guardare con i miei occhi il numero della stanza in cui si trovava Denise.

‹‹Senta…›› iniziai a dire, ‹‹firmerò tutto quello che c’è da firmare. Ma, adesso, mi dica dove si trova la mia fidanzata›› dissi usando un tono che non ammetteva di certo repliche.

La giovane ragazza mi scrutò attentamente, non sarei riuscito a mantenere la calma un minuto di più.

‹‹Stanza 308. In fondo al corridoio, a sinistra.››

Le rivolsi un sorriso di gratitudine e iniziai a correre verso la fine di quel corridoio.

‹‹305…306…›› mormorai, svoltando a sinistra.

‹‹308!››

Mi avvicinai alla porta, guardando di sottecchi in direzione del letto.

Seduta e intenta a cullare un neonato c’era lei, la mia Denise.

Aveva il volto sereno e gli occhi incantati su quel piccolo fagottino che teneva stretto a sé.

Bussai piano, quasi impaurito di interrompere quell’attimo di magia.

I nostri sguardi si incrociarono e Denise mi rivolse uno sguardo pieno di amore e felicità.

Mi avvicinai, non vedevo l’ora di abbracciare tutti e due.

Posai le mie labbra sulle sue. Non resistevo più.

‹‹Ciao›› mormorò, ricambiando il mio bacio. ‹‹Mi sei mancato tanto.››

‹‹Anche tu, amore mio…›› le accarezzai la testa, ‹‹ho fatto del mio meglio per arrivare in tempo›› mi giustificai rammaricato.

L’avevo lasciata sola e avevo promesso che non sarebbe mai accaduto.

Mi voltai a guardare quell’angioletto che dormiva tra le braccia di Denise.

‹‹E’ una bambina…›› sussurrai.

Sentii le lacrime scendere e rigare il mio viso. Era bellissima, proprio come Denise.

‹‹E’ perfetta›› affermai, toccando le piccole manine. ‹‹Che nome vorresti darle?›› le chiesi dolcemente.

‹‹Mi piacerebbe Rosie…›› asserì pensierosa, ‹‹che ne dici?››

La guardai teneramente, era il nome perfetto per lei. Aveva la pelle delicata come quella di una rosa ed io, ne ero già perdutamente innamorato.

‹‹Rosie Cooper Wood›› affermai, baciandole la fronte.

‹‹Sei sicuro?›› domandò Denise.

Potevo comprendere la sua preoccupazione ma io non avevo dubbi, non ne avevo mai avuti del resto.

Mi avvicinai un po’ di più, sedendomi accanto a loro e passando il mio braccio intorno alle spalle di Denise. Scostai la copertina e notai con gioia che le aveva messo un completino rosso, uno di quelli che avevo scelto io.

‹‹Eccolo qui, il nostro regalo di Natale, tesoro.››

E la baciai dolcemente, donandole tutto l’amore di cui ero capace.

the-end

domani

Questo racconto inedito pubblicato è un’opera di fantasia scritta in esclusiva per Stella e pubblicata sul sito Free Passion nella rassegna “Racconti di Natale – Un Tocco di Rosso”

© Riproduzione riservata. Proprietà intellettuale dell’autrice Renèe. Vietata la riproduzione di questi contenuti o parte di essi.

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18 Comments on Rassegna Racconti di Natale – “Un Tocco di Rosso” – “Meno Nove al Natale” di Renèe

  1. manu85
    dicembre 22, 2015 at 3:44 pm (5 anni ago)

    Oh Renee sei riuscita a farmi passare dalla incazzati andante con quello Stronzo di Sebastian…a piangere come una fontana alla fine…grazie Mille per questo racconto pieno di emozioni e propio un bel regalo di natale anzi fosse il migliore che ognuno di noi sognerebbe.
    baci
    p.s Stella allora tu sai cosa si prova deve essere stato stupendo un abraccio e tanti auguri al piccolo

    Rispondi
    • Renèe
      dicembre 22, 2015 at 9:21 pm (5 anni ago)

      Manu, che dire…sono davvero felicissima di leggere il tuo commento! Hai provato, probabilmente, le stesse emozioni che ho provato io nel scrivere questa storia…
      Grazie, grazie e ancora grazie! Ti abbraccio cara!

      Rispondi
  2. ROSY C.
    dicembre 22, 2015 at 4:15 pm (5 anni ago)

    Renèeeeeeeeeeeeee…..oddio questa storia è fantastica !!!!! Sebastian è incommentabile, anke xkè ha già detto tutto Samuel, lui invece lo adoro alla follia, e Denis, povera, lei mi ha fatto una tenerezza immensa, mi hai commosso fino alle lacrime ….. BUON NATALE BELLISSIMA!!!!!!! Spero di leggere presto altri tuoi lavori ♥♥♥♥♥♥♥

    Rispondi
    • Renèe
      dicembre 22, 2015 at 9:23 pm (5 anni ago)

      Ma che bello tutto questo entusiasmo! Sono felice, davvero tanto felice che ti sia piaciuto!
      Rosy, non smetterò mai di ringraziarvi per tutto questo. BUON NATALE A TE DOLCISSIMA ROSY! <3

      Rispondi
  3. Rosy ♥
    dicembre 22, 2015 at 7:01 pm (5 anni ago)

    Piango piango e piango ♡ di gioia ovviamente ;-)
    È la storia più romantica che abbia mai letto ♡
    Grazie Renée :-*

    Rispondi
    • Renèe
      dicembre 22, 2015 at 9:28 pm (5 anni ago)

      Sono io a dire grazie a te, Rosy. Grazie per la fiducia e per aver letto questa storia! :*
      Buone feste cara e un abbraccio. <3

      Rispondi
  4. Lorenza
    dicembre 22, 2015 at 11:33 pm (5 anni ago)

    Quando si dice che tutto è bene quel che finisce bene! Una storia molto dolce e piena di speranza. Un perfetto stile natalizio direi. Brava, come sempre!

    Rispondi
    • Renèe
      dicembre 23, 2015 at 10:20 am (5 anni ago)

      Cara Lori, sono molto contenta, grazie mille per dedicare il tuo tempo ai miei racconti!! Lo apprezzo tantissimo!
      Un bacione

      Rispondi
  5. maria
    dicembre 23, 2015 at 12:12 am (5 anni ago)

    Una storia bellissima, davvero complimenti!

    Rispondi
    • Renèe
      dicembre 23, 2015 at 10:21 am (5 anni ago)

      Ma grazieeeee Maria! Ti mando un bacione <3

      Rispondi
  6. Irina
    dicembre 23, 2015 at 5:38 am (5 anni ago)

    Mi sono sciolta, che storia dolcissima! Proprio quello che ci vuole per prepararsi al Natale! Grazie Renee e Stella!

    Rispondi
    • Renèe
      dicembre 23, 2015 at 10:22 am (5 anni ago)

      Cara Irina, grazie mille per le tue parole!!!! <3

      Rispondi
  7. Valentina
    dicembre 23, 2015 at 7:46 am (5 anni ago)

    Che bella storia, Renèe, complimenti!
    Un racconto emozionante e pieno d’amore.
    Mi è piaciuta l’idea del locale, adorerei trovare un posto così. Samuel è dolcissimo, ho gli occhi a cuoricino.
    Brava, cara Renèe!

    Rispondi
    • Renèe
      dicembre 23, 2015 at 10:28 am (5 anni ago)

      Valentina, adorerei anch’io un locale così, nella mia testolina lo immagino proprio come l’ho descritto…una dolce pausa in mezzo alla vita frenetica di tutti i giorni!!!
      Grazie mille per i complimenti….mi emozionate sempre, ragazze!
      Per quel che riguarda la storia…. accolgo sempre a cuore aperto i vostri suggerimenti, e sono felice di sapere che ne avresti letti altri di capitoli!
      Un bacione grande!

      Rispondi
  8. Valentina
    dicembre 23, 2015 at 7:47 am (5 anni ago)

    È una storia talmente bella, che l’avrei letta volentieri sviluppata in più capitoli, come i racconti inediti che ci offre Stella ;)

    Rispondi
  9. Veronica80
    dicembre 23, 2015 at 12:09 pm (5 anni ago)

    Complimenti Renè <3
    Devi sapere che io ho dei problemi con il Natale
    Ecco perché faccio fatica a leggere storie che ne sono ambientate . La tua dolcezza è stata travolgente. Storia scritta bene e accattivante.

    Rispondi
    • Renèe
      dicembre 23, 2015 at 1:19 pm (5 anni ago)

      Cara Veronica, apprezzo ancor di più il fatto che tu abbia letto questa storia!
      Grazie per i bellissimi complimenti, ne faccio tesoro.
      Un grazie speciale, tutto per te <3

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  10. rosig
    dicembre 28, 2015 at 11:53 am (5 anni ago)

    Renèe bellissima storia d’amore complimenti per il tuo racconto un bellissimo regalo di Natale grazie! ! !
    Un bacio e buon anno

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