Rassegna Racconti di Natale – “Un Tocco di Rosso” – “Il Miglior Natale di Sempre” di Lorenza

Come spiegavo ieri ad un impaziente folletto, sono una persona metodica, tendo a crearmi delle abitudini, ciò sta a significare che faccio sempre le stesse cose alla stessa ora e nello stesso modo.

Noiosa? Forse.

Ma alle volte da piccole manie nascono quelle che con il tempo si possono definire tradizioni.

Tutto questo preambolo solo per dirvi che, con lei abbiamo iniziato e con lei ho voluto terminare la nostra rassegna di racconti dedicati al Natale. La prima volta è stato un caso, questa volta è stata una scelta e il prossimo anno, se saremo ancora qui, sarà di sicuro diventata una consueta tradizione.

La lei in questione è Lorenza che mi sta scalpitando da giorni in preda ad un’ansia da prestazione. E si, mi diverto un mondo a stuzzicarla 

image

Il titolo del suo racconto tutto in “Rosso” è “Il Miglior Natale di Sempre” e ancora una volta non si è smentita, vedrete che chiuderemo la nostra giornata in gran bellezza con tutti i       del caso.

Ma, mie care ragazze, è arrivato anche il momento di scambiarci gli auguri. Questo è stato il secondo Natale trascorso in compagnia dei Racconti, ma è stato il primo nella nuova casa, voluta, desiderata e creata su misura per tutte le nostre pazze passioni da condividere.

Un mega Grazie va a tutte voi che mi seguite e supportate da tempo e animate con i vostri commenti questo piccolo angolo virtuale, mentre un Grazie molto molto speciale va a tutte le nostre autrici che ogni volta accettano di buon grado il mio invito e non solo, sono talmente disponibili da condividere tutti i miei deliri. Se è stato possibile realizzare questo progetto è grazie al prezioso tempo che tutte loro hanno dedicato nello scrivere tutte le storie lette in queste giorni, sacrificando ore dal loro quotidiano, soprattutto quelle notturne.

A tutte loro va un mio  virtuale, ma molto sentito.

In cuor mio mi auguro che questo possa nel tempo diventare davvero un appuntamento fisso, quindi, tutte voi mie care, ritenetevi invitate e vi avviso che la mia testolina ha già partorito nuovi temi che ho provveduto, prontamente, a segnare in agenda 

Sono solita terminare sempre le mie intro con una frase con cui vi dedico buona lettura ma, questa volta, vista l’occasione, cambio un pò le carte in tavola, quindi….

PER TUTTE VOI 

12434240_718634204939766_312963067_n

 

 

 

 

image17-1024x1024

 

natale lorenza

 

Il Natale fa schifo.

Odio questa festa.

Sì, avete capito bene, la odio.

E lo odiereste anche voi se aveste passato, come me, ogni vigilia, nei primi sei anni della vostra vita, ad aspettare un uomo vecchio, grasso e vestito di rosso che, puntualmente, non si faceva vedere.

L’unica costante rossa dei miei Natali passati, ma di tutto il resto dell’anno a essere sinceri, era il conto in banca dei miei genitori, continuamente impegnati a spendere tutti i loro risparmi in birra, vino e superalcolici.

Era stato solo durante il mio sesto Natale che avevo scoperto di non essere io il motivo per cui Babbo Natale non mi veniva mai a fare visita, dimenticandosi di portarmi la bambola che, ostinatamente, continuavo a chiedergli.

«Quell’uomo non esiste, è una fottuta trovata commerciale per far spendere soldi alla gente. Soldi che potrebbero essere spesi in cose più divertenti».

Questo mi aveva detto mia madre, sollevando una bottiglia di vodka, la sera della vigilia, quando, ancora non del tutto ubriaca, si era ritrovata a passare di fronte alla porta della mia stanza, scorgendomi in lacrime a fissare fuori dalla finestra.

Da quel giorno avevo chiuso con tutto ciò che riguardava la fantasia, la speranza e i sogni.

In pratica avevo chiuso con il Natale.

Ecco perché in quella fredda e umida sera della vigilia invece di festeggiare con gli amici mi ritrovavo a camminare, ingolfata nel mio caldo cappotto di lana, in mezzo ad una tormenta di neve, diretta al lavoro.

Alla sede degli alcolisti anonimi per la precisione.

Ebbene sì, se sei figlio di alcolizzati o finisci per fare la loro stessa fine o per aiutare chi ha lo stesso problema.

Io avevo scelto la seconda strada.

«Come mai sei già qui?» mi chiese Sam, il vecchio custode dello stabile, vedendomi entrare «Manca più di un’ora alla riunione. Non avevi niente di meglio da fare ragazzina?».

«No» gli risposi sospirando e scrollandomi la neve da sopra la testa.

Notando il modo in cui l’anziano uomo di fronte a me aveva iniziato a scuotere la testa, premessa di una lunga e noiosa ramanzina, mi voltai di scatto e, a passo spedito, mi diressi verso la sala riservata al mio gruppo di sostegno.

Una volta dentro, al sicuro dietro la pesante porta di legno, mi lasciai andare a un lungo sospiro.

Sollevando il braccio destro iniziai a tastare la parete in cerca dell’interruttore.

Non appena trovato, lo azionai e, dopo un leggero sfarfallio, le luci finalmente si accesero illuminando l’enorme e disadorna stanza bianca a me tanto familiare.

Dopo che mi fui sfilata il cappotto, alzai la temperatura del termostato, raccolsi i miei lunghi capelli rossi in uno chignon alto e mi misi all’opera.

La prima cosa che feci fu accendere la macchinetta del caffè.

Ero intenta a cambiare la cialda della caffettiera, per sostituirla con una nuova, quando sentii la pesante porta d’ingresso aprirsi di scatto.

Sam il custode, tutto trafelato, entrò barcollando leggermente per colpa della sua gamba finta.

«Ragazzina» mi disse, venendomi incontro e allargando le braccia «mi dispiace. Non sono riuscito a fermarlo».

Feci per aprire bocca e chiedergli spiegazioni quando, alle sue spalle, vidi spuntare una figura alta e completamente incappucciata.

Oh mio Dio!

Un rapinatore!

Senza aspettare un istante di più mi fiondai rapida verso la mia borsa appesa allo schienale di una delle tante sedie posizionate in circolo in mezzo alla stanza.

L’unica cosa che volevo era agguantare il mio cellulare e chiamare la polizia il più in fretta possibile.

Non avevo ancora terminato di digitare il numero riservato alle emergenze, però, che il presunto rapinatore, oramai giunto di fronte a me, sollevò le mani e con un gesto rapido si abbassò il cappuccio rivelando il suo volto.

Allibita, lasciai cadere il cellulare e iniziai a fissare quell’uomo a bocca aperta, scordandomi quasi di respirare.

Barcollando riuscii in qualche modo a restare in piedi, aggrappandomi saldamente con entrambe le mani allo schienale della sedia più vicina.

No, no, la mia non era una reazione esagerata.

Qualunque donna sulla faccia della terra avrebbe reagito nello stesso modo di fronte a quell’uomo.

Jack Vincent Romeo.

L’attore più in voga del momento.

L’uomo che rimiravo sulle pagine dei giornali e le cui notizie cercavo sui siti di gossip.

L’uomo le cui foto veneravo e mi scambiavo con le mie amiche su Facebook, manco fossero santini.

Deglutendo a vuoto, mi concessi una lunga e generosa occhiata.

Non m’importava se avrei fatto la figura della sfigata.

Quando mai mi sarebbe ricapitata un’occasione simile?

Partendo dal basso, iniziai la mia “perlustrazione”.

L’uomo divino di fronte a me ai piedi calzava un paio di scarponcini scuri, scamosciati, di cui non riconobbi la marca ma che, quasi certamente, costavano tanto quanto lo stipendio di un mese di lavoro.

Le sue gambe poi, muscolose e sexy, erano avvolte in un paio di jeans sdruciti e, ahimè, non troppo attillati.

Il petto, ampio e muscoloso, che tanto avevo ammirato nei vari scatti fotografici che ritraevano quell’uomo in vacanza su qualche isola tropicale con la fidanzata di turno, era quasi del tutto coperto da un pesante giaccone nero over-size con tanto di cappuccio.

Se la mia vista non m’ingannava, però, sotto quel giaccone enorme si celava una semplice t-shirt bianca e, sopra, una pesante camicia di flanella a scacchi sui toni del rosso.

Una vampata di calore mi pervase non appena giunsi al suo mento squadrato e deciso.

Sospirando decisi di sollevare del tutto gli occhi, dando al mio cuore il colpo di grazia e al mio stomaco un motivo per cui contorcersi.

In fin dei conti era Natale ed io mi stavo solo concedendo il mio personale regalo.

Ah eccolo lì!

Il viso più bello e perfetto che madre natura avesse mai creato.

Il volto che troneggiava sui cartelloni pubblicitari dei nuovi film in uscita, sulle fiancate dei tram per via qualche campagna pubblicitaria e, ero costretta ad ammetterlo, sul desktop del mio computer.

Due labbra perfette, che la maggior parte delle donne avrebbe pagato per avere, una mascella e due zigomi dalla forma decisa e molto virile, un naso dritto e perfetto, e, dulcis in fundo, due occhi verdi che nemmeno tutti gli smeraldi sulla corona della regina Elisabetta avrebbero potuto eguagliare.

Con un ultimo e dolce sforzo mi concessi una sbirciatina ai capelli.

Un moto di delusione mi colse all’istante non appena mi resi conto che la sua bella chioma, che sapevo per certo essere di un caldo color cioccolato, era coperta da un cappellino da baseball rosso.

«Se hai finito di farmi la radiografia, avrei bisogno di una tua firma su questo foglio».

La voce calda e profonda dell’uomo di fronte a me mi scivolò dentro facendomi rabbrividire di piacere.

Inebriata dalle emozioni che stavo provando, ci misi un istante di troppo a rendermi conto di ciò che quell’uomo mi aveva appena detto e del tono di voce che aveva appena usato.

«Prego?» chiesi perplessa, non volendo credere che un essere così bello e celestiale potesse rivolgersi a qualcuno in modo così spocchioso e insolente.

«Ho detto» ripeté lui, scandendo lentamente le parole quasi mi credesse sorda o lenta a comprendere «che devi smetterla di fissarmi e mettere la tua dannata firma su questo maledetto pezzo di carta».

Alt!

Fermi tutti!

Chi era lo stronzo di fronte a me che aveva appena mandando in pezzi tutti i miei sogni e le mie illusioni su Jack Vincent Romeo?

No, non era possibile!

Ma allora la maledizione del Natale esisteva veramente e aveva preso di mira me!

Perché ogni mio sogno doveva essere infranto la notte del 24 Dicembre?

Al diavolo… da piccola non me l’ero potuta prendere né con Babbo Natale, perché non esisteva, né con mia madre, perché tanto non sarebbe contato nulla, ma ora ero abbastanza grande da potermela prendere con qualcuno e l’uomo di fronte a me era la vittima perfetta su cui sfogare quasi vent’anni di frustrazione, rabbia e delusione.

«Su cosa di preciso dovrei metter la mia firma, signor…» iniziai a dire drizzando le spalle e sollevando il mento «Mi scusi, temo di non aver compreso il suo nome. Lei è…?».

Sorridendo il signor Romeo fece un passo verso di me.

«Senti Pel di carota…» mi rispose, ironizzando sul colore dei miei capelli «È inutile che ora tu faccia finta di non riconoscermi».

Brutto stronzo!

La battutaccia sul colore della mia lunga chioma era stato un colpo basso.

Gliela avrei fatta pagare.

«Hai ragione» risposi abbassando leggermente gli occhi e sbattendo le ciglia un paio di volte in più del dovuto «So benissimo chi sei. Tu sei il magnifico Luke Evans».

Il lampo di rabbia che attraversò gli occhi dell’uomo di fronte a me e l’espressione furiosa che si dipinse sul suo viso mi riempirono di soddisfazione.

Sì, chiamarlo con il nome del suo acerrimo nemico, quello che gli aveva all’ultimo minuto soffiato il ruolo di protagonista nel film campione d’incassi e vincitore di ben quattro premi Oscar, era stato un vero colpo da maestra!

«Stronza» lo sentii borbottare.

«Idiota» risposi senza curarmi troppo di abbassare il tono della voce.

Dopo un respiro profondo e decisamente sonoro, Jack fece un ulteriore passo avanti.

«Sono Jack Romeo, piacere» mi disse, allungando una mano nella mia direzione «E tu sei?».

«Rossella» risposi afferrando la sua mano e ricambiando la stretta.

Il contatto con quella mano, grande e forte, mi fece quasi gemere tanto era eccitante.

«Rossella?» mi chiese sfilando velocemente la mano dalla mia e sollevando un sopracciglio «Che tipo di genitori chiama una figlia dai capelli rossi, Rossella?».

«Quelli che se ne fregano se poi lei sarà presa in giro da persone con un quoziente intellettivo pari a quello di un ratto!» risposi stringendo gli occhi fin quasi a ridurli a due fessure.

«Bhè, tutto sommato me la sono cercata» sospirò Jack allargando leggermente le braccia «E poi non mi è andata male, i topi sono decisamente fra gli animali più intelligenti».

Avevo già aperto la bocca per condividere con quell’uomo un po’ degli epiteti che mi stavano affollando la testa quando lui proseguì, zittendomi.

«Ad ogni modo non sono qui per questo e ho già perso troppo tempo» aggiunse facendo un piccolo passo in avanti «Ho qui un’ingiunzione di un giudice che mi obbliga a frequentare un corso per alcolisti anonimi a causa di un piccolo incidente d’auto che ho avuto un paio di settimane fa».

Sì, ricordavo qualcosa.

«Ed io cosa dovrei fare di preciso signor Romeo?» chiesi, continuando a frugare invano nella mia mente alla ricerca di qualche ricordo sull’articolo che avevo letto, riguardante quell’incidente.

«Tu dovresti firmare questi fogli e far finta che io abbia partecipato a tutte le riunioni» mi rispose lui, calandosi nervosamente il cappello davanti agli occhi.

Almeno si sentiva in imbarazzo lo stronzo!

«Senti Jack Romeo» iniziai a dire dopo aver sospirato platealmente «Guarda, so che è Natale e so anche che tu sei famoso e che il tuo tempo è prezioso ma… nemmeno sotto tortura firmerei quei fogli. Perciò, se vuoi accomodarti su una delle sedie fra meno di mezz’ora inizierà la riunione».

«Non puoi farmi questo!» sbottò lui, afferrando il cappellino e togliendolo rabbiosamente.

Ullalà!

Signori e signore ecco a voi i capelli più lucenti e setosi mai posseduti da un uomo!

Mmm! Poterci passare le mani in mezzo…

«Sì che posso» ribadii io, sorridendo e sentendomi tremendamente bene.

«Non posso stare qui insieme ad altra gente!» sbottò nuovamente Jack, sempre più furioso «Se si venisse a sapere che sono qui, la stampa inizierebbe a inventare notizie, definendomi un alcolizzato cronico o chissà cosa. Non posso permettermi della cattiva pubblicità proprio ora che il mio ultimo film sta per uscire. Ti prego, Pel di carota!».

Come prego?

Ancora con quel soprannome idiota?

Ma allora oltre che arrogante quel tizio era pure stupido.

«No» ribadii ferma, portandomi le mani sui fianchi «Ho detto di no e no resta. Non sarebbe giusto per…».

Improvvisamente la mia filippica fu interrotta dal rumore della porta alle nostre spalle che veniva aperta e da un ometto basso e robusto che, un istante dopo, entrò dentro correndo.

«Jack! Jack! Siamo nella merda!» urlò questi, appoggiandosi con una mano allo schienale di una sedia e respirando a fatica.

Dovevo chiamare un’ambulanza?

Probabilmente sì, perché, a occhio e croce, quell’uomo stava per avere un infarto.

«Che diavolo succede Tim?» chiese Jack del tutto incurante dello stato di salute di quello che supposi essere il suo assistente.

«È pieno di giornalisti qui fuori! Pieno!» rispose Tim, sempre più rosso in viso.

Decisamente preoccupata per quell’uomo, feci per recuperare il mio cellulare e chiamare i soccorsi quando lo sguardo duro e accusatorio di Jack mi si posò addosso.

Che diamine…?

«Oh no, no, no!» dissi, un istante dopo, non appena compresi di cosa quell’uomo mi stesse accusando «Non ci provare nemmeno a incolpare me, cara la mia star da quattro soldi. Sono sempre stata qui dentro con te e non ho mai usato il telefono!».

Arricciando il naso Jack convenne con me, annuendo leggermente con la testa e spostando poi velocemente lo sguardo sul suo assistente.

«Il custode» disse lui sollevando le spalle «Ha chiamato la moglie, che a quanto pare è una tua grande fan, e la voce si è sparsa in un attimo».

«Ok, devo uscire immediatamente da qui» lo interruppe Jack prendendo in fretta il controllo della situazione, come se fosse abituato ad affrontare cose del genere ogni giorno.

Bhè forse era proprio così.

A quel pensiero provai un moto di compassione per lui.

«È impossibile» gli rispose Tim, abbassando sia la voce che gli occhi quasi fosse colpa sua e si sentisse responsabile «C’è una sola uscita ed è presidiata dai giornalisti».

Voltando gli occhi verso di me, Jack cercò conferma a quella notizia.

Stringendo le labbra, annuii.

Sì, c’era veramente una sola uscita.

«Ok, allora sono fottuto» lo sentii imprecare, passandosi una mano sul viso.

«Forse no» lo contraddì speranzoso il suo assistente «Ho un piano in mente ma ci serve l’aiuto di qualcuno…».

Gli occhi di quell’uomo, che lentamente si posarono su di me, non mi piacquero per nulla.

«Se questa bella ragazza fosse così gentile da aiutarci…» proseguì Tim spostando nuovamente lo sguardo sul suo datore di lavoro «Tu potresti uscire da qui pulito. Anzi, non solo non faresti una brutta figura ma potresti ricavarci anche della buona pubblicità».

«Continua» lo incitò Jack interessato.

Continua?!?

Ehi? Pronto?

Veramente ci sarebbe anche la sottoscritta, la quale tra l’altro non ha alcuna intenzione di accettare nulla!

«Allora. Senti cosa ho pensato» proseguì Tim sogghignando «Tu ti trovi qui perché sei venuto a trovare la tua fidanzata per farle una sorpresa dato che è Natale».

«Ok, ci può stare» annuì Jack «Ma chi sarebbe la mia fidanzata?».

«Lei, ovviamente» gli rispose il suo assistente indicandomi.

A quell’affermazione scoppiò in finimondo.

«NO!» urlammo Jack ed io in coro.

«Non ci penso nemmeno» proseguii io.

«Non sarebbe credibile» terminò lui.

Offesa e risentita lo fulminai con lo sguardo.

«Ehi!» sbottai, avventandomi contro di lui «Che vuol dire che non sarebbe credibile? Perché non sono abbastanza bella per te? Perché non sono come tutte le bionde siliconate di cui tu ami circondarti?».

«No e sì» mi rispose quello stronzo con una tranquillità disarmante «No, non è vero che non sei abbastanza bella per me. E sì, non sei per niente come tutte le bionde siliconate che mi porto a letto».

Indecisa se sentirmi offesa o compiaciuta per la sua risposta, decisi di tacere.

«Il custode ci reggerà il gioco» s’intromise prontamente l’assistente di Jack, approfittando di quella tregua fra noi «In cambio di un tuo autografo con dedica a sua moglie è disposto a dire che tu e la signorina qui presente vi state frequentando in segreto da un paio di mesi».

Infame di un traditore!

Prima o poi mi sarei vendicata di Sam il custode.

«Non lo so…» ribadì scettico Jack «Questa storia non mi convince del tutto».

A quelle parole aprii di scatto la bocca, pronta a rassicurare quell’arrogante borioso dicendogli che non c’era nulla di cui preoccuparsi perché tanto niente di tutto ciò che era stato accuratamente pianificato sarebbe successo, quando la porta d’ingresso si aprì e due uomini, muniti di gigantesche macchine fotografiche, fecero il loro ingresso.

I flash che inondarono la stanza furono così improvvisi e accecanti che per un istante non capii più nulla.

Una mano, forte e decisa, intenta ad arpionare il mio fianco e un corpo massiccio che si stringeva a me furono l’unica cosa che riuscii a percepire.

Non feci però nemmeno in tempo a rendermi conto che il corpo a cui ero stretta era quello di Jack, che lo sentii parlare.

«Ebbene signori, a voi i miei complimenti» iniziò a dire con voce compiaciuta e carica di affetto «Avete appena scoperto chi è la mia nuova fidanzata. La signorina Rossana… Rossana Peldicar».

Ma come si permetteva?

E poi…Peldicar???

Non era nemmeno il mio cognome!

E poi da dove lo aveva tirato fuori quel nome assurdo?

Oh mio Dio!

No, non era possibile!

Pel-di-car…ota!

Che bastardo!

Decisa a fargliela pagare, sgusciai fuori dalla sua forte presa.

«Salve a tutti» dissi, cercando con tutta me stessa di ignorare il fatto che sarei finita sulle riviste di gossip con indosso un paio di jeans che avevano visto tempi migliori e una maglietta con scritto “Quest’anno va di moda il ROSSO”, un regalo dei membri del mio gruppo degli alcolisti anonimi «Sono Rossana la fidanzata del signor Romeo o, come amo chiamarlo io, il mio dolce pasticcino!».

Il suono strozzato che uscì dalla gola di Jack e il suo impercettibile irrigidirsi mi diedero la giusta spinta per continuare.

«Voi tutti dovete sapere che il mio cuoricino, stufo delle solite donne svampite e siliconate di cui si è sempre circondato, non appena mi ha vista ha iniziato a corteggiarmi. Sapete, io all’inizio non ne volevo proprio sapere. Sì, è bello, per carità non voglio mica dire il contrario, però…. Ho alti standard io. Cerco un uomo intelligente e preparato, mica un belloccio tutto muscoli e niente cervello».

«E proprio per questo hai scelto Jack» intervenne Tim, interrompendomi e fissando, con sguardo terrorizzato, l’uomo al mio fianco.

Pregustando il dolce sapore della vendetta, spostai a mia volta lo sguardo su Jack convinta di trovarlo furibondo.

Il sorriso aperto e soddisfatto che vidi aleggiare sul suo bellissimo viso mi fece raggelare.

Perché se ne stava lì tutto sorridente, tronfio e compiaciuto quando avrebbe dovuto essere offeso e arrabbiato per ciò che avevo detto a quei due giornalisti?

Mi bastò un solo istante per capire.

Ero un’idiota.

Sì, lo ero di certo perché ero appena finita dritta, dritta nella trappola che quel vile e subdolo di un uomo mi aveva teso.

E avevo fatto tutto da sola.

Lui mi aveva provocata ed io c’ero caduta.

Anche se lo avevo preso in giro, avevo comunque confermato ai giornalisti la sua versione dei fatti.

«Esatto, per questo ha scelto me» convenne, trionfante e posandomi nuovamente un braccio sulle spalle per attirarmi a sé «Ed io sono qui oggi per festeggiare il Natale con questa meravigliosa creatura, facendole una sorpresa».

Inarcando un sopracciglio sollevai lo sguardo verso di lui, fissandolo attentamente.

«Tesoro» proseguì Jack, rivolgendosi a me e avvicinando talmente tanto il suo viso al mio che i nostri nasi quasi si sfiorarono «Sono qui per portarti via. Sei pronta a trascorrere il Natale insieme con me nella mia casa al mare?».

La vicinanza dei nostri visi e il suono roco della sua voce mi mandarono per un attimo in confusione.

Tacendo, continuai a fissarlo.

Anche se quel tizio si era rivelato uno stronzo arrogante era pur sempre un gran figo.

E in quel momento era un gran figo con le labbra a un paio di centimetri dalle mie.

Non appena, però, l’intorpidimento ormonale cominciò ad attenuarsi tornai in me e realizzai ciò che Jack mi aveva appena proposto.

Portarmi via?

Casa al mare?

Assolutamente no!

No, no e poi no!

«Brutto bast…» gli inveii contro, sollevando il mento, pronta a smontare quella menzogna anche a costo di fare una figuraccia.

Le parole che avevo in mente di dirgli, però, mi morirono in gola nell’istante esatto in cui Jack premette le sue labbra contro le mie.

Non ero stupida, sapevo che il suo intento era solo quello di mettermi a tacere e non realmente quello di baciarmi ma a quel contatto ogni singola parte del mio corpo cominciò a fremere e ogni centimetro della mia pelle a formicolare.

Inebetita, rimasi con il viso sollevato e gli occhi chiusi anche dopo che Jack si fu spostato, ponendo fine al contatto fra le nostre labbra.

«Andiamo» mi sussurrò con voce roca, dopo un istante di silenzio, obbligandomi ad aprire gli occhi.

Senza attendere un istante di più, Jack mi afferrò con forza per un braccio e iniziò a trascinarmi via.

«Ehi! Ehi!» protestai furiosa «Che diavolo stai facendo? Lasciami subito andare!».

«Zitta e cammina!» mi sgridò lui sottovoce.

«Fermati ho detto!» proseguii, imperterrita, ormai fuori dalla porta e vicina all’ingresso principale oltre il quale un ingente numero di persone era accalcato «Non ho nemmeno il cappotto e lì fuori si gela!».

Rallentando il passo Jack sollevò un lato del suo giaccone e, circondandomi, mi ci nascose sotto.

«Ora zitta e cammina» mi ordinò nuovamente.

Ok, ok, quella volta sarei stata zitta.

Quasi senza accorgermene, distratta dal profumo celestiale che il corpo di Jack emanava, attraversai una folla di flash e di gente urlante.

Pochi istanti e sia le luci che le urla cessarono.

Contemporaneamente mi ritrovai seduta su di un sedile incredibilmente morbido.

Una sensazione di panico mi attanagliò il petto non appena mi resi conto che Jack Romeo mi aveva caricata su di una macchina.

Drizzando la schiena, sgusciai fuori dal mio rifugio e mi guardai freneticamente attorno.

«Ok» dissi voltando il busto e il viso verso l’uomo al mio fianco «Ora che sei riuscito a uscire incolume dall’edificio, puoi portarmi a casa. Io abito nell’incrocio fra la…».

«No» m’interruppe prontamente il mio famoso rapitore «I giornalisti ci stanno seguendo. Non possiamo rischiare che salti tutto proprio ora, sarebbe ancora peggio».

«No, no, no!» protestai, battendo un piede sul fondo della macchina «Non voglio venire con te».

«E perché no?» sbuffò Jack probabilmente poco abituato a essere contrariato «Passerai il Natale in riva all’oceano, alloggiando in una villa sontuosa, servita e riverita, e il tutto senza spendere nulla. Non dimenticare poi la cosa più importante…sarai in compagnia dell’uomo che tutte le donne desiderano, nonché l’attore più quotato del momento e cioè io».

«Non m’interessa se sei ricco e famoso. Non voglio trascorrere del tempo con te, punto e basta» ribadii lentamente e con tono pacato, decisa a mettere in chiaro le cose una volta per tutte «E prima che ti affatichi a ripeterlo, non m’interessa passare il Natale al caldo e nemmeno mi affascina l’idea di alloggiare in una villa super lusso con trattamento vip. Non sono il tipo, mi sentirei in imbarazzo. Perciò te lo ripeto, e spero che tu lo capisca facendotene una ragione, riportami immediatamente indietro».

Strizzando gli occhi, Jack mi fissò per alcuni lunghi istanti senza dire nulla dopodiché infilò una mano nella tasca dei jeans e ne estrasse un cellulare.

Dopo aver spinto un solo pulsante, se lo accostò all’orecchio.

«Tim sono io» disse serio, fissando un punto indefinito davanti a sé «Chiama la compagnia aerea e comunica che il nome della mia accompagnatrice è cambiato. No, non più Marie. Il nuovo nominativo è Rossana…come ti chiami di cognome?» mi chiese voltando il viso verso di me.

Decisa a non assecondare quel folle piano serrai le labbra, incrociai le braccia al petto e voltai il viso verso il finestrino.

«Ok, non importa» proseguì Jack per nulla offeso «Il cognome lo comunicheremo poi. Altra cosa Tim, chiama l’assistente di Marie e dille di far sapere a quella donna che non si fa più nulla».

Il silenzio prolungato che seguì a quelle parole mi rese chiaro come la conversazione telefonica fosse terminata.

Incuriosita, fui tentata di voltare lo sguardo per sbirciare Jack ma l’idea di dargliela in qualche modo vinta mi convinse a stringere i denti e a trattenermi dal farlo.

Dopo un tempo interminabile trascorso in un silenzio snervante e irreale, il suono della suoneria del suo cellulare mi fece trasalire.

Incapace di trattenermi voltai il viso verso di lui, appena in tempo per vederlo rispondere.

«Jack Romeo» disse in tono serio per poi ammutolirsi.

Dopo aver sollevato gli occhi al cielo, lo vidi sbuffare.

«Marie, per l’amor del cielo calmati» proseguì, alcuni istanti dopo, usando un tono decisamente autoritario «Ho cambiato idea, ok? Ora fai un favore a entrambi e trovati qualcos’altro da fare e, soprattutto, qualcun altro da importunare».

E poi basta.

Fine, stop, conversazione conclusa.

Jack aveva riattaccato il telefono in faccia a quella poveretta.

«Bello stronzo» mi ritrovai a dire, quasi senza rendermene conto.

«Come scusa?» mi rispose all’istante lui fissandomi torvo.

«Ho detto che sei un vero e proprio stronzo» ribadii senza farmi alcuno scrupolo «Usi le donne a tuo piacimento e le obblighi a fare tutto ciò che vuoi».

La mia non era una domanda e se ne accorse anche lui.

«Non ho mai obbligato Marie a succ…» iniziò a rispondermi con un ghigno impertinente stampato in faccia.

«Ok! Ok! Ho capito!» lo interruppi coprendomi le orecchie con le mani «Non c’è bisogno che tu prosegua!».

«Gelosa?» mi prese in giro, sfoggiando uno di quei sorrisi che, quasi sicuramente, gli avevano permesso di aggiudicarsi l’Oscar.

«Schifata» precisai, voltando nuovamente il viso verso il finestrino «E sempre più desiderosa di tornarmene a casa».

«Senti Pel di carota» ribadì Jack sospirando e parlando con un tono di voce decisamente più serio e deciso «Ho bisogno che mi reggi il  gioco fino in fondo. Se lo farai, in cambio farò una generosa offerta al centro in cui lavori. Non credere che non mi sia accorto delle condizioni in cui versa l’edificio. Se invece deciderai di mettermi i bastoni fra le ruote, allora…magari qualcuno dell’ufficio ispezioni potrebbe casualmente decidere di fare un salto e controllare tutti gli impianti del tuo edificio per verificare che siano in regola. Senza dubbio una cosa fastidiosa e rischiosa, perché metti caso che esca fuori che qualcosa non è in regola….».

Avevo capito bene?

Quell’uomo odioso mi stava veramente ricattando?

Sì, decisamente sì.

E, accidenti a lui, aveva preso di mira l’unico aspetto della mia vita a cui tenevo più di ogni altra cosa.

Furiosa, annuii con un brusco cenno della testa.

D’accordo.

Se due giorni di vacanza al mare in compagnia di Jack Romeo erano il prezzo da pagare per salvaguardare il mio luogo di lavoro…bhé lo avrei fatto.

Una volta acconsentito mi chiusi in un ostinato silenzio.

Il resto del viaggio verso l’aeroporto, il check in e l’imbarco si fusero tutti insieme in un unico e indistinto ricordo sfuocato.

Era tutto così…surreale.

Mi sentivo quasi ubriaca, in preda ad uno strano stordimento.

A un certo punto, non so come, mi ritrovai accoccolata su uno dei sedili di aereo più comodi su cui avessi mai viaggiato e riuscii persino ad addormentarmi.

Ma non prima di essermi chiesta per la centesima volta cosa avessi fatto di male nella mia vita per finire in quella situazione assurda.

Un leggero dondolio e la stretta decisa di due forti braccia possenti, avvinghiate attorno a me, mi riportarono lentamente alla realtà.

La prima cosa che vidi non appena fui in grado di sollevare leggermente le palpebre fu una fila infinita di palme intervallate da alti ed eleganti lampioni.

Ancora non del tutto sveglia, richiusi gli occhi accoccolandomi nuovamente contro la parete calda su cui ero poggiata.

Dio che sensazione meravigliosa e che profumo squisito!

Sospirando voltai di scatto il viso e mi ritrovai a strofinare il naso contro una maglietta candida sotto cui sentivo celarsi un muro di muscoli invitanti.

Ero a metà della seconda “sniffata” quando la realtà mi piombò addosso.

Sgranando gli occhi, sollevai di scatto il viso ritrovandomi a pochi centimetri dal viso sorridente e compiaciuto di Jack.

Oh mio Dio!

Jack Romeo mi stava portando in braccio!

Senza esitare cominciai a dimenarmi.

«Mettimi giù immediatamente!» gli ordinai, scalciando senza tregua.

Senza farselo ripetere due volte, Jack allargò le braccia e mi lasciò andare.

Un istante dopo giacevo a terra con il sedere dolorante.

«E poi dici che le donne non ti cadono ai piedi!».

Una voce decisamente divertita interruppe sul nascere l’invettiva che avevo sulla punta della lingua.

Tacendo spostai lo sguardo e vidi una versione leggermente più minuta e meno disarmante di Jack avvicinarsi a me e porgermi una mano.

«Ciao sono Jim» si presentò quell’uomo, stringendo la mano che avevo posato sulla sua e aiutandomi ad alzarmi «Immagino che tu sia un’ospite di mio fratello».

«Se ti riferisci al troglodita ignorante, rapitore e scaricatore di donne che si trova alle mie spalle, allora la risposta è sì, purtroppo» imprecai strofinandomi il retro dei jeans nel tentativo di ripulirli dalla polvere.

«Wow!» esclamò il nuovo arrivato, osservandomi con maggior interesse «Questa mi piace, fratellino. È diversa dalle altre, è…».

«Taci idiota» lo interruppe Jack avvicinandosi a lui e spintonandolo per una spalla «Andiamo».

«Quanti bagagli hai?» mi chiese Jim, ignorando il fratello e rivolgendosi nuovamente a me.

«Nessuno» risposi con una smorfia «Jack il troglodita mi ha rapita portandomi qui contro la mia volontà e senza darmi il tempo di prendere su nulla».

«Stai scherzando vero?» mi chiese allarmato, sgranando gli occhi.

Scrollando le spalle, lo superai senza dire nulla e m’incamminai dietro a Jack.

«Sta scherzando vero?» chiese nuovamente Jim, rimasto indietro, rivolgendosi questa volta al fratello.

Dopo un veloce tragitto a boldo di una limousine dai vetri oscurati, identica a quella che ci aveva accompagnati all’aeroporto, giungemmo alla tanto decantata villa di Jack.

Non appena misi gli occhi su quella gigantesca e meravigliosa struttura provai un brivido di piacere all’idea di doverci trascorrere i giorni a venire.

Mordendomi l’interno della guancia trattenni dentro di me ogni emozione.

Per nulla al mondo avrei dato una qualsivoglia soddisfazione a Jack.

«Ok, Jim» dissi in tono annoiato rivolgendomi al ragazzo seduto accanto a me «Ora che siamo arrivati ti pregherei di mostrarmi la mia stanza. Sono esausta e sento l’assoluto bisogno di fare una doccia».

«Io… ehm… dunque…».

Il tentennare imbarazzato di Jim richiamò immediatamente l’attenzione sia mia che di Jack.

«Che succede?» chiese quest’ultimo fissando deciso il fratello.

«Succede che io ti sapevo in arrivo con… un’altra persona e ho invitato abbastanza gente da occupare tutte le altre stanze».

«Quindi, fammi capire bene» intervenni, ormai del tutto convinta che a me il Natale non faceva altro che portare disgrazie «Dovrò condividere la stanza con tuo fratello per i prossimi giorni?».

«Esatto» confermò Jim allargando le braccia in segno di scuse.

«Puoi sempre dormire sul divano» s’intromise Jack prendendomi per mano e iniziando a trascinarmi fuori dall’auto e su per le scale di ingresso.

Esausta e rassegnata lo seguii fino alla nostra camera da letto.

Sollevando il braccio sbirciai l’orologio.

Era mezzanotte meno un quarto.

Altri quindici minuti e sarebbe stato Natale.

Se qualcuno mi avesse detto, anche solo qualche giorno prima, che avrei trascorso quella festa con Jack Vincent Romeo, nella sua casa al mare e dividendo la stanza da letto con lui avrei fatto i salti di gioia.

Come mai ora mi sentivo così demoralizzata e delusa?

«Se vuoi farti la doccia lì c’è il bagno» mi disse Jack chiudendo la porta della nostra stanza e gettando, in una sola mossa, giubbotto e camicia sul divano ai piedi del letto.

Riluttante lo fissai mentre si toglieva le scarpe.

Quando, però, lo vidi mettere mano ai bottoni dei jeans, chiusi gli occhi e corsi a rifugiarmi nella stanza da bagno.

Una volta dentro, mi chiusi a chiave e mi lasciai scivolare lungo la porta.

Per prima cosa mi sarei fatta la doccia.

Una lunga, calda e rigenerante doccia per togliermi di dosso stanchezza e tensione.

Una volta riprese a far funzionare le mie capacità cognitive e le mie funzioni cerebrali mi sarei dedicata al problema “dislocazione” notturna.

Non potevo di certo dormire nello stesso letto con Jack Romeo.

Ero abbastanza delusa da quell’uomo ma la possibilità di saltargli addosso durante il sonno era drasticamente alta e fare una tale figuraccia era del tutto fuori questione.

Dopo aver frugato in giro, ed essere riuscita a trovare un paio di lamette usa e getta, uno spazzolino nuovo e un tubetto di dentifricio, agguantai bagnoschiuma e shampoo e mi fiondai sotto il getto dell’acqua.

Dopo quasi un’ora, senza sentirmi per nulla in colpa per aver monopolizzato il bagno di Jack per tanto tempo quando forse anche lui ne avrebbe potuto aver bisogno, uscii dalla doccia e mi asciugai i capelli.

Una volta asciutta mi trovai a dover affrontare un nuovo e inaspettato problema: cosa mettermi addosso.

Indossare nuovamente i panni messi durante il viaggio era del tutto fuori discussione.

Nuda, nemmeno per tutto l’oro del mondo.

Sospirando aprii leggermente la porta e sporsi in fuori la testa, stringendo forsennatamente con una mano l’asciugamano avvolto attorno al mio corpo.

«Jack?» chiamai perlustrando con lo sguardo tutta la stanza e faticando a trovarlo a causa dell’oscurità.

«Che c’è?» lo sentii rispondere.

Seguendo la voce voltai gli occhi verso il letto e lo vidi.

Jack Vincent  Romeo se ne stava seduto sul letto, a petto nudo e con indosso solo un paio di boxer neri, con la schiena appoggiata alla testiera e con un libro in mano.

«Stai leggendo?» gli chiesi scioccata.

«Così pare» mi rispose piccato «Che vuoi?».

«Qualcosa da indossare per venire a letto» risposi incapace di staccare gli occhi dal suo petto muscoloso.

«Nel primo cassetto ci sono le mie magliette» mi disse, indicando con la testa la cassettiera situata dall’altra parte della stanza e tornando immediatamente a dedicarsi alla sua lettura.

«Che stai facendo?» gli chiesi confusa.

«Leggo» mi rispose nuovamente, senza staccare gli occhi dal libro.

«Ho capito!» protestai esasperata «Mi stavo riferendo al fatto che te ne stai lì e non vai a prendermi una maglietta!».

«Non sono il tuo cameriere» m’informò lui sollevando un sopracciglio e fissandomi negli occhi.

«Ed io non sono la tua spogliarellista» replicai «Non ho alcuna intenzione di sfilare davanti a te completamente nuda e avvolta in uno striminzito asciugamano».

«Puoi sempre dormire in bagno» ironizzò Jack senza staccare gli occhi dal mio viso.

Digrignando i denti lo maledissi in tutte le lingue di mia conoscenza e, forse, anche in qualcuna inventata per l’occasione.

Scuotendo la testa feci un lungo e profondo respiro poi, rassegnata, aprii la porta.

Camminando rapidamente mi precipitai al cassetto indicato da Jack e, dopo averlo aperto, afferrai al volo la prima t-shirt che trovai e tornai volando nel bagno.

In realtà mi sarebbe servito anche dell’intimo ma per nulla al mondo avrei chiesto nuovamente a Jack.

Avventandomi su ogni cassetto o anta presenti nel bagno mi misi alla disperata ricerca di un qualsiasi capo di biancheria intima.

Per mia somma gioia riuscii a trovare un paio di boxer attillati da uomo e, senza pensarci due volte, li indossai.

Erano un po’ larghi ma me li sarei fatta andare bene comunque.

Esausta, e più che desiderosa di stendermi sul letto, mi avvicinai alla porta.

Una volta messa la mano sulla maniglia, però, mi bloccai sentendo l’ansia crescere.

Oh accidenti!

Era solo un uomo.

Un uomo bellissimo con cui avrei condiviso il letto ma pur sempre un uomo.

Potevo farcela.

Chiudendo gli occhi, feci un lento e profondo respiro, e con uno scatto aprii la serratura.

Fissando un punto indistinto davanti a me incominciai a camminare spedita finché non raggiunsi il letto.

«Pel di carota guarda che non ti mordo mica» mi prese in giro Jack non appena mi stesi nel letto, stando ben attenta coricarmi quanto più possibile lontana da lui.

Tirandomi il lenzuolo fin sotto il mento, voltai la testa nella sua direzione e lo fulminai con gli occhi.

Notando che stava ancora tenendo un libro fra le mani decisi di prendere la palla al balzo e punzecchiarlo un po’, come aveva appena fatto lui.

«Non ti ci vedo affatto come tipo intellettuale» iniziai a dirgli usando un tono di voce stucchevole «Viste le tue frequentazioni e i passatempi che scegli non mi stupirei se quello fosse un libro di sole immagini».

Non ebbi nemmeno il tempo di godermi con soddisfazione l’espressione rabbiosa che si dipinse sul suo viso, che me lo ritrovai addosso.

Quel ragazzo doveva avere alle spalle un addestramento nella miglior scuola di arti marziali perché, senza nemmeno rendermene conto, mi ritrovai senza più il lenzuolo a coprirmi e con le mani arpionate dalle sue, ferme sopra la mia testa.

«Che accidenti pensi di fare?» urlai inviperita sgranando gli occhi «Spostati immediatamente brutto id…».

Con mio grande dispiacere non riuscii a terminare la mia invettiva perché, come era già successo in precedenza, Jack usò le sue splendide labbra per mettermi a tacere.

Nonostante la rabbia e la frustrazione che stavo provando, il contatto con la sua bocca mi provocò un immediato formicolio.

Dovevo assolutamente fermare quel ragazzo.

Sapevo di doverlo fare, il problema era trovare dentro di me la forza di volontà per riuscirci.

Quando, alcuni istanti dopo, avvertii le mie gambe divaricarsi per fare spazio al suo corpo, capii di non aver alcuna speranza.

Lo stupore e la sensazione di panico che già serpeggiavano dentro di me raggiunsero picchi pericolosi quando Jack, in reazione al mio gesto, affondò la sua lingua fra le mie labbra pretendendo impaziente una mia risposta.

Destabilizzato da troppe emozioni forti e contrastanti, il mio cervello inserì il pilota automatico, lasciando ai sensi e alle emozioni il controllo.

Senza ragionarci su, accarezzai la lingua di Jack con la mia poi, subito dopo, gliela morsi in modo sensuale e delicato.

Il gemito, quasi un ringhio a essere sincera, che uscì dalla gola dell’uomo disteso sopra di me fu un richiamo alla realtà per entrambi.

Quasi contemporaneamente, infatti, Jack rotolò via da sopra di me mentre io mi raggomitolai di lato dandogli le spalle.

L’unico suono che seguì quel momento fu il rumore dell’interruttore che veniva spento, facendo piombare tutto nell’oscurità.

 

images

 

Maledetta sveglia!

Ecco quale fu la prima cosa che pensai, la mattina seguente, non appena fui svegliata da una musichetta odiosa e persistente.

Mi bastò un istante, però, per rendermi conto che quella non era la melodia della mia sveglia ma, bensì, qualcosa di molto, molto peggio.

«Se c’è una cosa che odio ancora di più del Natale, sono i canti di Natale!» sbottai a voce alta stringendo forte gli occhi.

«Parole sante» mi fece eco una voce bassa e profonda vicino al mio orecchio.

Molto vicino al mio orecchio.

Troppo vicino al mio orecchio.

Ma che cavolo…?

Spalancando gli occhi, cercai freneticamente di svegliare cervello e sensi.

Un paio di istanti e mi fu tutto chiaro.

Ero ancora distesa sul letto, coricata su di un fianco e con le gambe rannicchiate al petto.

L’unica differenza era il corpo di Jack, avvinghiato dietro di me.

Il suo torace ampio attaccato alla mia schiena.

Le sue gambe piegate sotto le mie.

E il suo… appoggiato al mio…

OPS!

Riuscivo a sentire tutto.

E con tutto non intendevo solo i maledetti canti di Natale che mi avevano svegliata!

Deglutendo a fatica valutai le opzioni che avevo.

Spostarmi in avanti per mettere un po’ di distanza fra di noi era impossibile, a meno che non volessi farmi un volo giù dal letto.

Girarmi verso di lui…assolutamente no!

Sentivo ancora l’imbarazzo per ciò che era successo la sera prima pungermi dentro.

Stavo cercando di valutare una soluzione alternativa quando Jack si mosse strusciando il suo corpo perfetto contro di me.

Stringendo gli occhi con forza m’irrigidii tutta.

«Buon giorno Pel di carota e buon Natale» mi sussurrò all’orecchio appena prima di stamparmi un bacio caldo e sensuale sul collo.

Soffocando a fatica un gemito in gola, mi sforzai di mostrarmi impassibile.

«Primo, io odio il Natale» lo informai lapidaria e fredda «Secondo, se ti azzardi di nuovo a strofinare la tua erezione mattutina contro il mio fondoschiena giuro che ti faccio un occhio nero».

«Perché?» mi rispose lui in tono divertito «Vorresti che la strofinassi da qualche altra parte?».

Quello era troppo!

Voltandomi di scatto verso di lui feci per sollevare una mano e colpirlo quando mi ritrovai, come la sera prima, sotto di lui e con le mani bloccate sopra la testa.

«Ma come accidenti fai?» gli chiesi esasperata e fremente, sia di rabbia che di aspettativa.

«Anni e anni di esperienza» mi rispose divertito, facendomi l’occhiolino e strofinando il suo naso sul mio.

«E, a proposito, Pel di carota» proseguì, un istante dopo, poggiando la sua fronte sulla mia «Nessuno odia il Natale».

«Io sì» ribadii convinta tenendo lo sguardo fisso nel suo.

Jack fece per aprire bocca e replicare alle mie parole quando delle urla concitate, provenienti dal piano di sotto, richiamarono la nostra attenzione.

Lasciando andare la presa sui miei polsi, Jack si puntellò con le mani ai lati del mio viso e si sollevò da me, senza però spostarsi.

Stavo per fargli notare quanto quella non fosse una posizione molto consona quando qualcuno bussò alla porta.

Senza attendere nemmeno il più piccolo cenno di assenso da parte nostra, la persona dall’altra parte entrò.

In preda all’imbarazzo più totale mi portai le mani sul viso, nascondendomi.

«Scusate il disturbo» disse quello che dalla voce riconobbi essere Jim «Ma di sotto sta succedendo un gran casino. Jack forse dovresti scendere…».

«Che succede?» chiese quest’ultimo senza però dare minimamente segno di volersi spostare da sopra di me.

Non che la cosa non mi piacesse ma insomma… c’era un’altra persona nella stanza con noi ed io.

«CAZZO!» l’esplosione rabbiosa che uscì dalla bocca dell’uomo steso ancora sopra di me mi colse alla sprovvista, facendomi sussultare.

Mi ero persa qualcosa?

Probabilmente un pezzetto di conversazione fra i due fratelli.

«Come cazzo ha fatto ad arrivare fino a qui?» continuò Jack adirato «E chi l’ha fatta entrare?».

«Calmati fratello» lo rabbonì Jim «L’ho fatta entrare io ma ti giuro che non sapevo chi fosse finché non si è messa a urlare, svegliando tutti».

«Buttala fuori» sentenziò Jack dopo alcuni secondi senza farsi alcun problema «È Natale ed io non la voglio in questa casa».

«E dove dovrei mandarla?» s’informò Jim accigliato «Gli alberghi sono tutti al completo per via delle festività. Senza contare che quella ragazza potrebbe andare dritta dai giornalisti dicendo che sei un uomo senza cuore che butta fuori di casa la sua fidanzata il giorno di Natale».

Fidanzata?

Avevo capito bene?

Un’esplosione di rabbia mi divampò dentro, facendomi scattare.

Un istante prima me ne stavo buona e remissiva sotto Jack Romeo, un istante dopo avevo sollevato il ginocchio colpendo non troppo delicatamente i suoi gioielli di famiglia.

Non appena Jack si spostò da sopra di me, rannicchiandosi nella sua parte di letto e contorcendosi per il dolore, saltai giù dal letto.

«Sei impazzita?» mi urlò con voce stridula e faticando per mettersi in piedi «Ma che diavolo ti è preso?».

Camminando avanti e in dietro vicino al mio lato di letto mi passai le mani fra i capelli.

«Passi il fatto che hai fatto irruzione sul mio luogo di lavoro tentando di corrompermi. Passi che mi hai rapita contro la mia volontà. Passi anche che mi hai fatta passare davanti alla stampa per la tua fiamma del momento. Passi tutto questo ma se di mezzo ci vanno persone vere e sentimenti veri come quelli di una fidanzata abbandonata allora io passo. Mi dispiace ma non voglio avere niente a che fare con queste cose squallide» gli risposi, urlandogli dietro e fulminandolo con gli occhi

«Jim?» proseguii, voltandomi verso il ragazzo in piedi vicino alla porta «Potresti accompagnarmi all’aeroporto per cortesia?».

«E vorresti partire così? Mezza nuda?» mi chiese Jack, intromettendosi e rispondendo al posto di suo fratello.

Sollevando il mento e drizzando le spalle tornai a fissare lui.

«Certo» risposi spavalda «Che problemi ci sono?».

E, detto questo, sfilai le mie scarpe da ginnastica da sotto il letto e le infilai ai piedi.

«Sono pronta, andiamo» dissi, incamminandomi verso la porta vicino alla quale Jim mi stava fissando con gli occhi sgranati e un sorriso sghembo sulle labbra.

Non feci in tempo, però, a fare due metri che un paio di braccia forti mi cinsero la vita, sollevandomi da terra.

«Tu non vai proprio da nessuna parte Pel di carota» mi disse Jack, poggiandomi con la pancia sulla sua spalla e allontanandomi dalla porta.

Poi, senza mettermi giù, si volse verso il fratello regalandogli una visione completa del mio fondoschiena.

«Fai mettere Marie nella stanza in fondo al corridoio, il più lontano possibile da me e da Pel di carota».

Probabilmente Jim annuii semplicemente con la testa perché ciò che sentii dopo fu solo il rumore della porta che veniva chiusa.

«Allora…» disse a quel punto Jack facendomi scivolare lungo il suo corpo finché i miei piedi non toccarono terra «Se hai finito di comportarti da finta puritana…».

«Brutto idiota!» lo interruppi «Non osare…».

Questa volta fu Jack a interrompere me e, come ormai era sua abitudine, lo fece con un bacio.

Ritraendomi di scatto lo guardai male.

«Devi smetterla di fare così ogni volta che dico qualcosa che non ti va a genio!» lo sgridai sentendo comunque il volto in fiamme e un tremolio nel basso ventre.

«E perché mai?» ammiccò lui «Mi piace un sacco farlo. Innanzi tutto è un ottimo modo per metterti a tacere e secondo, cosa non da poco, mi piace il sapore delle tue labbra».

Quando, un istante dopo, aprii la bocca fu solo per prendere aria e non per parlare.

Non sapevo assolutamente cosa rispondere a un’affermazione del genere.

«Bene» disse Jack parlando al posto mio «Visto che sono finalmente riuscito a trovare un modo per zittirti ora starai ad ascoltarmi».

Ancora incapace di proferire parola annuii con la testa.

«La ragazza che ha fatto tutto quel casino al piano di sotto» cominciò a spiegarmi fissandomi dritta negli occhi e posandomi le mani sulle spalle «non è la mia fidanzata e non lo è mai stata. Si chiama Marie Romirez ed era la ragazza che sarebbe dovuta venire qui al posto tuo».

«Quella a cui hai dato buca all’ultimo momento?» chiesi ripensando alla loro conversazione del giorno prima.

«Esattamente» annuì Jack «Non sto con lei e non ci stavo. Semplicemente ci frequentavamo e ogni tanto noi due sc…».

«Ok, ok. Ho capito» lo interruppi tappandogli la bocca con una mano «Ma Jack… tu hai mai detto in modo chiaro a quella ragazza che ciò che c’era fra di voi era solo sesso e non una relazione?».

«Diciamo che potrei essermene dimenticato» tergiversò lui «Però non le ho mai nemmeno fatto promesse di alcun tipo. Cristo santo, non l’ho mai nemmeno portata a cena fuori».

Povera ragazza!

Doveva essere veramente cotta di Jack per aver confuso un paio di avventure sessuali con un fidanzamento.

«Pel di carota…» continuò lui.

«Io ho un nome» lo interruppi «E mi piacerebbe che tu lo usassi».

«Ok» convenne «Allora, Ross mi devi fare un favore».

«Io non ti devo fare proprio un bel niente» lo corressi acida «Semmai sei tu che ne devi fare uno a me».

«Ok, ok. Non c’è bisogno di essere pignoli» mi rabbonì, regalandomi uno dei suoi sorrisi mozzafiato.

Il modo in cui il mio stomaco si contrasse mi mandò in bestia.

«E dato che ti devo già un favore…» proseguì «Non ci sarebbe nulla di male ad aggiungerne un altro».

Esasperata mi scrollai le sue mani da sopra le spalle e sbuffai.

«Sentiamo» dissi passandomi per l’ennesima volta le mani fra i capelli.

«Devi continuare a fingerti mia fidanzata e far credere a Marie che le cose fra di noi sono serie e definitive. Vedendoci insieme lei si rassegnerà e sparirà per sempre dalla mia vita. Che ne dici?».

Per tutto il tempo in cui Jack parlò continuai a fissargli il volto e l’unica cosa che vidi fu la sua espressione compiaciuta del tipo “So che ti ho in pugno e farai tutto ciò che ti chiedo”.

Jack era certo che avrei accettato senza fiatare il suo piano e che mi sarei prestata nuovamente ai suoi giochetti.

Bhè, Jack si sbagliava di grosso.

Prendendo un bel respiro aprii la bocca, pronta a mandarlo in modo definitivo e chiaro a quel paese, quando la porta della nostra stanza si aprì di scatto e un tornado giallo fecce il suo ingresso.

«Allora è qui che ti nascondi?» esordì la Barbie biondo platino che aveva appena fatto irruzione nella stanza «Insieme alla puttanella di turno, vedo».

Fissando per un istante il suo sguardo schifato su di me, miss silicone proseguì.

«Non è nemmeno un gran che» sentenziò «Ha le tette piccole, i fianchi larghi e un colore di capelli assurdo!».

«Marie…» intervenne Jack.

Senza pensarci due volte lo afferrai per un braccio e, con uno sguardo, gli intimai di tacere.

Essere sua complice per mandare via di casa quella donna?

No, io sarei stata sua complice non per farla sparire dalla casa ma, bensì, dall’intera faccia della terra!

Ma come si permetteva quel manichino rifatto di parlarmi in quel modo?

«Primo…» le dissi facendo un passo verso di lei e fissandola dritta negli occhi «non sono affatto una puttanella. Devi avermi confusa per una tua collega alla quale assomiglio. Secondo, le mie tette sono più piccole delle tue ma ti assicuro che Jack le adora e che trova molte soddisfazioni in loro compagnia. Terzo, i miei fianchi sono della giusta misura perché, sempre il suddetto ragazzo, possa aggrapparcisi e tenermi stretta quando gli salgo sopra e lo faccio impazzire. Quarto, il colore dei miei capelli è esattamente il motivo per cui Jack ha perso la testa per me. Rosso…come il fuoco e la passione, e non credo che ci sia bisogno di dirti in quale aspetto della nostra relazione questi due elementi vengano maggiormente fuori».

Dopo un istante di silenzio, e dopo aver sbattuto diverse volte le palpebre sui suoi begli occhioni sgranati e lucidi, la ragazza di fronte a me girò i tacchi e uscì rapida dalla stanza.

Sopraffatta da un’inebriante sensazione di potere e vittoria, mi accorsi solo con qualche istante di ritardo del modo in cui Jack mi stava fissando.

Voltando il viso verso di lui sollevai un sopracciglio.

«Che c’è?» gli domandai confusa.

«Cazzo Pel di carota» mi rispose quasi ringhiando «Me lo hai fatto venire così duro che, se solo potessi, ti metterei su quel letto e ti farei trascorrere il resto della giornata a urlare di piacere».

Oh. Mio. Dio.

Avevo capito bene?

Jack Romeo aveva detto veramente quelle cose spinte su di me?

Veramente avrebbe voluto trascorrere il giorno di Natale fra le mie gambe?

«Io…» farfugliai.

Accetto!” avrei tanto voluto dire.

E invece no.

Sapevo che quello che stavo vivendo era qualcosa di fittizio e passeggero.

Pochi giorni e non avrei mai più rivisto Jack se non sulla copertina di qualche rivista o in qualche film.

Qualunque cosa fra noi sarebbe stata solo una botta e via.

Ed io non ero mai stata una tipa da una botta e via.

Mi sarebbe piaciuto ma non lo ero.

Io ero quella che si affezionava, quella che ci metteva sempre il cuore.

E qualcosa mi diceva che, se in quel momento avessi ceduto, avrei seriamente finito col farmelo spezzare il mio piccolo cuore.

«Io non posso» dissi, perciò, alla fine.

«Lo so» mi rispose sospirando Jack avvicinandosi a me e posandomi una mano dietro la nuca «Lo so».

E, detto questo, si sporse in avanti e posò la sua bocca sulla mia.

Quello che ne seguì non fu uno dei suoi soliti baci “chiudi-la-bocca-e-taci”.

No, fu un bacio delicato e gentile.

Una pressione leggera e morbida delle sue labbra sulle mie.

Una cosa quasi innocente.

Quasi.

Perché, un istante dopo, sentii la sua lingua tracciare il contorno del mio labbro inferiore e tuffarsi poi dentro la mia bocca.

Senza pensarci mi lasciai andare, rispondendo con pari audacia.

Non ero pronta per farci sesso ma non mi sarei di certo tirata indietro di fronte ad un altro bacio.

In fin dei conti stavo cominciando a prenderci gusto.

Sentendo il mio corpo fremere, affondai le dita fra i suoi capelli e aprii con decisione le labbra, succhiando la sua lingua e invitandolo a fare altrettanto con la mia.

Le mani di Jack che afferravano decise i miei fianchi mi mandarono in estasi.

Facendo un piccolo passo in avanti azzerai quel poco di distanza che ancora c’era fra noi.

La bramosia e la voglia che stavano crescendo dentro di me, man mano che il nostro bacio si faceva sempre più intenso, mi fecero fremere il basso ventre e formicolare la pelle.

Volevo di più.

Non tutto, tutto ma qualcosa sì.

Stavo ancora cercando di capire fin dove sarei stata in grado di spingermi quando Jack fece scivolare le sue mani sotto il mio sedere, sollevandomi da terra.

Quasi senza pensarci gli cinsi la vita con le gambe e mi lascia trasportare.

Pochi passi e fummo ai piedi del letto su cui Jack mi fece distendere con delicatezza.

Afferrando con decisione la maglietta che indossavo, una delle sue magliette, me la sfilò dalla testa.

Combattendo l’imbarazzo, sollevai le braccia e lo lasciai fare.

Fin qui potevo farcela.

«Per la cronaca…» mi disse puntellandosi con le mani ai lati del mio viso e fissando lo sguardo sui miei seni «Le tue tette sono fantastiche».

Sentendo un sorriso idiota affiorarmi sulle labbra, sospirai.

Non so se Jack interpretò quel mio suono come un invito o se semplicemente fosse stufo di aspettare, sta di fatto che un istante dopo sentii la sua bocca circondare e succhiare, a turno, i miei capezzoli.

Gemendo, affondai nuovamente le mani fra i suoi capelli, tirandoli con decisione.

Il ringhio eccitato che gli sfuggì di gola mi fece capire che quel mio gesto gli era piaciuto.

Allontanandosi dai miei seni, la bocca di Jack cominciò a scendere, lasciandosi dietro una scia di baci lascivi e umidi, fino a giungere all’elastico dei boxer che indossavo, anche quelli di sua proprietà.

«Il fatto che tu stia indossando tutte cose mie mi piace molto più del consentito» mi rivelò afferrando con i denti l’elastico del mio intimo.

Con un gesto rapido della mano lo fermai.

Lo volevo?

Sì.

Potevo?

No.

«Tranquilla» mi sussurrò lui, parlando senza staccare le labbra dalla mia pelle «Non voglio fare ciò che credi. Voglio solo ringraziarti per tutto quello che hai fatto per me».

Comprendendo quello che mi aveva appena chiesto il permesso di fare mi sentii avvampare.

Ero imbarazzata ed eccitata perché…sì, quello glielo avrei potuto concedere.

Ritraendo la mano gli diedi il via libera.

In meno di un istante mi ritrovai completamente nuda sotto di lui.

Un altro istante e la sua bocca fu su di me, proprio in mezzo alle mie gambe, concentrata sul punto in cui più di tutti bramavo di sentirlo.

In preda ad un’eccitazione dirompente, inarcai la schiena e rovesciai la testa all’indietro.

Senza alcuna esitazione Jack continuò ad assaggiarmi usando la lingua, le labbra e i denti.

Non avevo una grande esperienza ma mai nella mia vita avevo provato un piacere così intenso.

Quasi senza accorgermene feci scivolare le mani fra i suoi capelli, avvicinando ancora di più il suo viso al centro del mio piacere.

C’ero quasi.

Accidenti, c’ero dannatamente vicina.

«So che ti piace» mi sussurrò sulla pelle Jack scostando leggermente le labbra e iniziando a usare anche le dita «Perciò lasciati andare e mostrami quanto ti faccio stare bene».

Quelle parole, quel suo modo sensuale di spronarmi e il lavoro magistrale che stavano facendo le sue dita mi portarono oltre al limite.

Mordendomi il labbro inferiore, per attutire ogni rumore, venni.

Mi ci volle qualche istante per riprendere il controllo di me stessa e regolarizzare il respiro.

Abbassando lo sguardo, osservai Jack.

Se ne stava in assoluto silenzio con la fronte appoggiata sul mio ventre.

La voglia di accarezzargli delicatamente i capelli fu così forte che non fui assolutamente in grado di trattenermi.

Non appena le mie dita sfiorarono la sua testa lo sentii irrigidirsi.

La cosa, però, durò un attimo, tanto che mi chiesi se non me lo fossi solo immaginata.

Un istante dopo sentii la sua bocca posarmi un lungo e leggero bacio sulla pancia.

Ecco, quello non ci voleva.

Quel gesto, quel piccolo e delicato gesto, mi aveva appena scombussolata molto più dell’orgasmo che quell’uomo mi aveva regalato pochi minuti prima.

«Tutto bene?» mi chiese Jack, sollevando la testa e notando i miei occhi chiusi.

«Sì» gli risposi, dopo un istante, alzando lentamente le palpebre.

Non appena i nostri occhi s’incontrarono sentii le mie guancie andare a fuoco.

«Bene» annuì lui, alzandosi in piedi e dirigendosi verso il comò «Perché oggi è Natale e ci aspetta una giornata decisamente movimentata. Per prima cosa scenderemo di sotto a fare colazione. Con ogni probabilità, subito dopo, tutti quanti vorranno spostarsi in piscina e restarci fino all’ora di pranzo, quando chiederanno che vengano preparati hamburger e hot dog per tutti. Adoro i miei amici ma sono così prevedibili…».

«Non mi sembra un brutto programma» replicai alzandomi a mia volta dal letto, infilando la maglietta e cercando di coprire quanta più pelle possibile «Se non fosse che non ho nulla da mettermi, nemmeno un semplicissimo costume, mi piacerebbe prendervi parte».

Senza rispondere Jack si avvicinò a un cassetto e lo aprì, prendendo fuori alcune cose che, però, non riuscii a scorgere.

Sempre senza parlare, e dandomi la spiacevole sensazione di essere del tutto ignorata, iniziò ad abbassarsi pantaloni e slip.

In imbarazzo spostai lo sguardo.

Era assurdo, quell’uomo mi aveva vista nuda e aveva persino assaggiato una parte di me, eppure…

«Prendi questo».

La sua voce autoritaria richiamò la mia attenzione.

Spostando nuovamente lo sguardo verso di lui, vidi qualcosa volare nella mia direzione.

Sollevando d’istinto le mani, afferrai un piccolo fagotto nero.

Aprendo piano le mani, lo osservai.

Era… un costume?

Ancora prima di avere il tempo di dire grazie, un’idea mi balenò per la testa facendomi inorridire.

«Non sarà mica di qualche tua amichetta?» gli chiesi tenendo il bikini con due sole dita e allontanandolo da me.

«No» mi rispose Jack sollevando gli occhi al cielo «Era un regalo che ho comprato per mia sorella ma quando è stato il momento di indossarlo lei era già troppo…incinta».

Con un sorriso di scuse mi voltai verso il bagno e mi ci fiondai dentro.

Dopo essermi lavata denti ed essermi fatta una doccia veloce, indossai il bikini che Jack mi aveva prestato.

Accidenti.

Accidenti.

Accidenti.

Quel costume era bellissimo ma era anche… piccolo.

Anzi no, più che piccolo era succinto.

Decisa a non farmi vedere così vestita, anzi svestita, da nessuno indossai nuovamente la maglietta di Jack e uscii dal bagno.

La visione che mi accolse appena fuori dalla porta, lui a torso nudo e con indosso un paio di pantaloncini da mare lunghi fino al ginocchio, mi fece mancare il fiato.

Non senza un notevole sforzo riuscii a impedire alla mia mascella di scattare verso il basso.

«Ok, sono pronta. Andiamo» gli dissi passandogli accanto e procedendo spedita verso la porta.

 

images

 

Quella che seguì fu in assoluto la colazione più strana e surreale di tutta la mia vita.

Seduta appollaiata su di uno sgabello me ne stavo con la testa bassa, intenta a fissare la mia tazza di latte piena di cereali, facendo di tutto per non pensare al fatto che di fronte, dietro e tutto intorno a me era pieno di ragazzi stupendi rigorosamente senza maglietta.

Un tripudio di addominali, bicipiti e testosterone insomma.

La cosa più assurda però era che, nonostante fossi immersa in un caos sexy, la mia attenzione era del tutto calamitata verso il ragazzo che se ne stava tranquillamente seduto al mio fianco, intento a bersi una mega tazza di caffè e a chiacchierare del più e del meno con tutti i presenti.

«Accidenti amico…» sentii improvvisamente qualcuno dire a voce alta, talmente alta da sovrastare il caos circostante «Non capisco perché il meglio deve sempre capitare a te. Coraggio Jack…presentami quello schianto di ragazza. Dai amico, è Natale e a Natale si è tutti più buoni».

Sollevando lentamente il viso mi guardai attorno, in cerca dello schianto di ragazza in questione.

Quando arrivai a posare lo sguardo su Jack mi accorsi, però, che lui stava fissando me e lo stava facendo con sguardo malizioso.

Dopo avermi fissata per alcuni istanti, tornò serio e si voltò verso il ragazzo che aveva appena parlato.

«Ronny, lei è Pel di carota ma solo io posso chiamarla così» disse serio «Per te è Ross e devi starle lontano».

Io?

Lo schianto di ragazza ero io?

L’amico di Jack doveva aver iniziato a bere presto quel giorno!

«Ehi, calma amico» rispose questo sollevando le mani «Non avevo capito che fosse roba tua. Seriamente intendo».

Avevo capito bene?

Quel tizio mi aveva appena definita “roba”?

Stavo per aprire bocca e chiedere spiegazioni quando Jack si alzò di scatto dal suo sgabello e, afferrata la mia mano, iniziò a trascinarmi via.

Fulminando con lo sguardo il tizio alle mie spalle, seguii il padrone di casa senza fiatare.

Giunti a bordo piscina, Jack mi lasciò andare e, presa una breve rincorsa, si tuffò direttamente in acqua.

Divertita seguii tutta la scena ma, non appena lo vidi riemergere dall’acqua tutto bagnato e gocciolante, il divertimento lasciò lo spazio alla lussuria.

Ero veramente convinta di non essere una tipa da sveltina?

Cominciavo ad averne qualche dubbio…

«Coraggio!» mi spronò Jack «Togliti la maglietta e buttati!».

Scuotendo la testa, feci alcuni passi indietro.

«No, no, no!» dissi incrociando le mani al petto «Per il momento scelgo di tenermi addosso la t-shirt».

«Ok, fai come vuoi» mi rispose lui sollevando le spalle «Ma non sai quello che ti perdi».

Detto questo si voltò e nuotò verso un gruppetto di ragazzi poco distanti.

Sospirando lo guardai allontanarsi.

«Io ti consiglio di andare» mi disse, dopo qualche istante, una voce femminile alle mie spalle «Anche perché così potresti sfoggiare il bel fisico che ti ritrovi e fare felici diversi dei maschi presenti».

Abbassando gli occhi sull’enorme t-shirt che mi copriva tutta fino alle ginocchia, sorrisi.

«Non so come tu faccia a vedere com’è in realtà il mio fisico sotto questa maglietta…» dissi divertita, voltando il viso verso la ragazza giunta vicino a me «Ma sia io che la mia autostima ti ringraziamo molto, sorella di Jack e Jim!».

«Come fai a sapere che sono loro sorella?» mi chiese la nuova arrivata, sollevando un sopracciglio.

«Sei incredibilmente bella, proprio come tuo fratello. Fratelli! Volevo dire fratelli, plurale» mi corressi in fretta «Se i vostri genitori imbottigliassero il DNA dei loro figli potrebbero fare soldi a palate».

La risata allegra e spontanea di quella ragazza mi contagiò immediatamente.

Un istante e scoppia a ridere anch’io.

Tutto il divertimento e l’ilarità che stavo provando però mi morirono in gola non appena avvertii due braccia robuste e bagnate sollevarmi da terra.

Successe tutto in un istante.

Un attimo prima stavo chiacchierando con la sorella di Jack, un attimo dopo ero stretta fra le braccia di quest’ultimo, deciso, dopo una rincorsa e un salto, a rituffarsi in acqua.

Con me al seguito, ovviamente.

Rabbrividendo per lo sbalzo termico e tossicchiando per l’acqua che mi era finita in gola, tornai in superficie.

«Per quale accidenti di motivo lo hai fatto?» gli chiesi furiosa non appena anche lui fu riemerso dall’acqua, a pochi centimetri da me «Potevo benissimo tuffarmi da sola! E poi la smetti di fissarmi le tette sotto la maglietta? Sono le stesse che hai visto stamattina, non sono cambiate nel frattempo».

Lo sguardo divertito e malizioso che Jack mi rivolse in risposta mi fecero avvampare.

Quello però non fu niente in confronto al calore che sentii propagarsi sul mio viso non appena mi ricordai di dove ci trovavamo e, soprattutto, del fatto che non fossimo soli.

Per niente soli.

Almeno una dozzina di sguardi era infatti puntata su di noi e mentre io stavo decidendo se fosse più appropriato usare come zavorra, nel tentativo di annegarmi, un masso o un blocco di cemento, Jack se ne stava tutto tranquillo e sorridente.

Senza pensarci, perché se solo ci avessi riflettuto un istante di più non lo avrei di certo fatto, feci due bracciate verso di lui e nascosi il viso sotto il suo collo.

Dopo un istante di sconcerto, sentii le sue braccia cingere la mia vita e trascinarmi lentamente verso bordo piscina.

Non appena sentii le mattonelle fredde del bordo vasca dietro la schiena, sollevai il viso, guardandomi attorno.

Jack mi aveva portata in un angolo appartato della piscina.

Una piccola rientranza non del tutto nascosta ma abbastanza defilata da permetterci di non essere più sotto lo sguardo di tutti.

«Tranquilla Pel di carota» mi rassicurò lui «Nessuno dei miei amici è rimasto stupito da ciò che hai detto. Anzi… molti sono sicuri che io ti abbia fatto di peggio che guardarti le tette».

Leggermente meno imbarazzata, accenna un sorriso.

«Penserai che io sia una stupida» ammisi storcendo la bocca.

«Io penso che tu sia adorabilmente normale» mi corresse Jack, avvicinandosi e afferrando la mia t-shirt con le mani «E prima che tu me lo chieda, perché so che lo farai, sappi che il mio è un complimento».

«Wow» ironizzai divertita e sollevando due volte le sopracciglia «Un complimento da Jack Romeo… questo è il mio Natale fortunato».

«Non so se il tuo lo sia ma posso garantirti che il mio lo è sicuramente» precisò Jack, serio, sfilandomi la maglietta e gettandola poco distante «Non appena ti ho vista in quel tremendo centro per alcolisti anonimi mi sei piaciuta subito, ma vuoi sapere quand’è che ho provato l’impulso irrefrenabile di prenderti e farti mia in mille modi fantasiosi?».

Incapace di parlare annuii e basta.

Non sapevo che cosa dire e, soprattutto, volevo assolutamente sentire come Jack avrebbe risposto alla sua stessa domanda.

«Quando mi hai risposto di no alla mia richiesta di firmare l’istanza del giudice nonostante non avessi preso parte a nessun incontro» ammise tranquillamente posando la fronte sulla mia «E continuo a perdere la testa per te ogni volta che mi dici di no».

Sospirando, chiusi gli occhi.

«Sei ancora decisa a non venire a letto con me?» mi chiese Jack, dopo qualche istante di assoluto silenzio.

«Sì» gli risposi aprendo gli occhi e guardandolo «La mia risposta è sempre no».

«Sai che non riesco a ricordare quando è stata l’ultima volta che una donna si è rifiutata di venire a letto con me?» mi prese in giro lui, in parte divertito in parte serio.

Stavo per aprire bocca e dargli una risposta ironica quando lui proseguì.

«Ma ti farò cambiare idea».

«Cosa?» chiesi sollevando un sopracciglio «Fossi in te lascerei perdere».

«Scommettiamo?» mi rimbeccò lui «Sono sicuro che entro la fine della vacanza riuscirò a entrare dentro di te».

A quelle parole un brivido di lussuria mi attraversò il corpo.

Se non avessi avuto Jack così vicino avrei stretto forte le cosce in cerca di sollievo.

«Primo» risposi, dopo aver deglutito un paio di volte a vuoto «Mancano pochi giorni prima che ognuno di noi torni alla sua vita. Secondo, cosa sono diventata ora una scommessa?».

«Sì» mi rispose prontamente lui, deciso «Una di quelle scommesse che se le vinci ti cambiano la vita per sempre».

E, detto questo, posò la sua bocca sulla mia, spronando con decisione le mie labbra ad aprirsi e la mia lingua a cercare la sua.

Incapace di resistere, gli cinsi il collo con le braccia e la vita con le gambe.

Se non fossi stata al riparo da sguardi indiscreti non avrei mai fatto una cosa del genere ma la nostra relativa intimità mi spinse a osare.

Tenendomi stretta al collo di Jack con un braccio solo, spostai l’altro verso il basso accarezzando con le unghie il costato dell’uomo che mi stava divorando le labbra, fino a giungere alla sua erezione.

Con un ringhio basso Jack mi schiacciò contro la parete della piscina e, reggendosi contro il bordo, iniziò a oscillare in su e in giù, strofinando la sua erezione contro il centro del mio piacere.

Oh mio Dio!

Dovevo assolutamente fermarlo.

Altri due minuti e sarei venuta in una piscina, circondata da estranei.

Posando le mani sulle spalle di Jack, abbassai le gambe e feci leva per allontanarlo da me.

«Ok» dissi ansimando leggermente «Basta così».

Sollevando il viso vero l’alto, Jack scosse leggermente la testa.

«La devo vincere assolutamente questa scommessa» disse parlando fra sé e sé «Cazzo se la devo vincere!».

Dopo essere uscita furtivamente dalla piscina, raccolsi la mia maglietta e mi andai a sdraiare su uno dei lettini rimasti ancora liberi.

Dopo due ore trascorse a crogiolarmi al sole e a osservare Jack intento a giocare una partita di pallavolo in acqua, sentii la pancia brontolare per la fame.

Quasi istintivamente il mio sguardo corse verso il grande, enorme, barbecue che avevo notato poco prima.

Intenta a mettere degli hamburger sulla griglia vidi la sorella di Jack, quella con cui avevo parlato qualche ora prima ma di cui non conoscevo ancora il nome.

Indossando la maglietta di Jack, ormai asciutta, mi legai i capelli in uno chignon, fermato con un rametto staccato da una pianta poco distante, e la raggiunsi.

«Ciao» le dissi fermandomi accanto a lei «Ti servirebbe una mano?».

Sorridendo la sorella di Jack si voltò verso di me e, senza dire nulla, mi mise in mano un grosso forchettone da cucina.

«Io controllo gli hamburger da questa parte» mi disse indicando la parte sinistra della griglia «E tu ti occupi degli altri, ok?».

«Perfetto» risposi facendo un passo di lato e avvicinandomi alla parte di barbecue che mi era stata assegnata «E, a proposito, io mi chiamo Rossella ma tu puoi chiamarmi Ross».

«Io invece sono Jane e lo sapevo che Pel di carota non poteva essere il tuo vero nome!» sbottò lei in risposta.

«Idiota!» aggiungemmo, un istante dopo, tutte e due contemporaneamente riferendoci allo stesso uomo.

Suo fratello.

Circa un’oretta più tardi, quando ormai tutti gli hamburger erano stati cucinati, una folla di uomini mezzi nudi, bagnati e affamati si avvicinò a noi in cerca di cibo.

Stavo per lasciarmi andare a un attacco di panico dovuto a tutta quella ressa quando due forti mani mi arpionarono per i fianchi e mi trascinarono via.

Stringendomi forte contro il suo corpo, Jack mi fece da scudo e mi portò verso un lettino vuoto poco distante.

«Gli uomini affamati sono come una mandria di cavalli imbizzarriti: pericolosi» mi disse facendomi segno di mettermi a sedere.

Non appena mi fui accomodata, lo vidi accovacciarsi di fronte a me.

«Ora te ne stai qui tranquilla ed io vado a prendere due panini» mi disse accarezzandomi il profilo del naso con un dito e fermandosi sulle mie labbra «Poi tornerò qui e li mangeremo. Ok?».

Ancora concentrata sul dito di Jack, fermo sulla mia bocca, non potei fare altro che annuire.

Soddisfatto, Jack si sollevò e, dopo essersi voltato, si diresse verso quella folla affamata che erano i suoi amici.

Mangiare con la schiena appoggiata al petto di Jack non fu facile.

Non per la posizione, assolutamente no, ma bensì per le emozioni che mi stavano serrando lo stomaco rendendo arduo ingoiare anche il più piccolo boccone di cibo.

Resistere a quel ragazzo per il resto della vacanza sarebbe stato difficile.

Non solo si trattava dell’uomo più bello su cui avessi mai avuto la fortuna di posare gli occhi ma, ora dopo ora, si stava rivelando una persona molto diversa dal borioso arrogante che avevo creduto fosse all’inizio.

Jack sotto, sotto era un ragazzo normale, legato alla sua famiglia e agli amici.

Un ragazzo che non ostentava in alcun modo quello che aveva e che anzi, appena poteva, amava condividerlo con gli altri.

Insomma un mix perfetto.

Sì, perfettamente letale.

Non dovevo dimenticarmi che Jack, finita la vacanza, sarebbe tornato sotto la luce dei riflettori mentre io…io sarei tornata alla mia vita di sempre.

Una vita anonima e del tutto piatta.

Pazienza.

Almeno resistendo a Jack ci sarei tornata con il cuore intatto!

«Ehi ragazzi!» ci salutò Jane, la sorella di Jack, avvicinandosi a noi «Volete una birra?».

«Sì» rispose senza esitazione Jack, alle mie spalle.

«Perfetto» ribatté lei sedendosi di fronte a me «Allora non ti dispiacerà prenderne un paio anche per me e Ross».

Sbuffando Jack si alzò e, dopo aver fulminato la sorella con gli occhi, si allontanò.

«Allora, cosa c’è fra te e mio fratello?» mi chiese diretta Jane senza perdere tempo, non appena restammo sole.

Mi piaceva quella ragazza, era un po’ come me.

Arrivava subito al nocciolo del discorso e non aveva peli sulla lingua.

«Niente» le risposi arrossendo leggermente «Ok, ok. Quasi niente. Siamo…direi…amici. Sì, amici potrebbe quasi andare».

Sollevando un sopracciglio Jane mi osservò attentamente, puntando i suoi occhi dritto nei miei.

«Peccato» sentenziò dopo qualche istante di silenzio «Non appena arriverà July cercherò di far ragionare quel cocciuto di mio fratello e farlo rinsavire».

«Chi è July?» le chiesi tralasciando la restante parte del suo discorso.

«L’ultima di noi fratelli Romeo» mi rispose sorridendo e dimostrando chiaramente l’affetto che provava per la sua famiglia «Arriverà solo fra un paio di ore. Suo marito è un chirurgo e stamattina, purtroppo, era di turno in Ospedale. Appena smonta lui e mia sorella prenderanno le bambine e ci raggiungeranno».

«Le bambine?» chiesi ancora, sempre più curiosa.

«Ma tu e mio fratello non eravate amici?» mi domandò a quel punto Jane, scettica, sollevando un sopracciglio «Comunque, le bambine sono le nostre meravigliose nipotine di sei mesi. Le gemelle Josephine e Jackline. Ma tu puoi chiamarle Jo e Jackie».

Stavo per aprire bocca e fare altre domande, dando sfogo a tutta la mia curiosità quando Jack ci raggiunse con le birre fresche strette in mano.

«Pel di carota?» disse, rivolgendosi direttamente a me «Pensi di potertela cavare senza di me per un paio di ore?».

Uno sbuffo sonoro uscì dalle mie labbra non appena udii quella domanda.

«Ma sei scemo?» gli chiese, quasi nello stesso istante, sua sorella.

Una risatina imbarazzata fu la risposta di Jack.

«Sì bhè…» tergiversò lui grattandosi la nuca «mi è uscita un po’ male. Comunque alcuni ragazzi stanno andando alla baia a fare surf e pensavo di unirmi a loro».

«Sei libero di fare tutto quello che vuoi» lo rassicurai immediatamente, sentendomi contorcere dentro all’idea di Jack che faceva surf «Io finirò di mangiare poi andrò in camera a riposare un po’».

«Ok» acconsentì lui, allontanandosi, ma non prima di aver fatto aderire per qualche istante le sue labbra alle mie, lasciandomi senza fiato e senza parole.

Rimasta sola con Jane mi alzai di scatto.

Non conoscevo quella ragazza da molto ma qualcosa mi diceva che se non mi fossi allontanata immediatamente da lei sarei stata bersaglio di almeno un centinaio di sue domande.

Accomiatandomi con un saluto veloce mi diressi, a passo spedito, verso la mia stanza.

Altro che riposino, quello che mi ci voleva era una doccia fredda.

Jack era una vera tentazione, un’enorme e pericolosa tentazione.

Avevo acconsentito a fingermi la sua ragazza per aiutarlo a togliersi Marie di torno, anche se di quella ragazza non si era più vista la minima traccia in giro, ma se Jack avesse continuato a comportarsi così avrei sicuramente finito con il permettere che qualcosa di molto vero e reale succedesse fra noi, facendogli così vincere quella sua maledetta scommessa.

Arrivata in camera mi sfilai la t-shirt e il micro bikini, lanciando ogni cosa sul letto, e andai dritta in bagno.

La decisione di farmi una bella e lunga doccia svanì non appena i miei occhi si posarono sulla meravigliosa Jacuzzi incastonata nel pavimento.

Come mai la sera prima non ci avevo fatto caso?

Dovevo assolutamente rimediare all’offesa arrecata a quella meravigliosa e allettante fonte di relax!

Avvicinandomi, aprii il rubinetto e vi versai dentro quasi un intero flacone di bagnoschiuma profumato.

Quando la vasca fu quasi del tutto colma di soffice e profumata schiuma bianca mi ci immersi dentro.

Stupendo.

Magnifico.

Esattamente ciò di cui avevo bisogno per allentare la tensione e sciogliere i muscoli.

Ero felicemente a mollo già da un po’, ed ero seriamente sul punto di assopirmi, quando la porta del bagno si aprì e un Jack gloriosamente a petto nudo e fece il suo ingresso.

In meno di un istante tutta la tensione che ero riuscita a sciogliere tornò nuovamente a impossessarsi di me.

Immergendomi fino al mento, raccolsi con le mani tutta la schiuma rimasta tentando di nascondere la mia nudità.

«Se non avessi così fretta mi unirei a te Pel di carota» mi disse Jack mentre, con un gesto rapido, si sfilava i pantaloncini del costume.

«Che stai facendo?» gli chiesi, allarmata, spostando immediatamente lo sguardo.

«Mi faccio una doccia veloce e poi esco nuovamente» mi rispose tranquillissimo lui.

Non ebbi nemmeno il tempo di mettere insieme due parole per rispondergli che sentii lo scroscio dell’acqua.

Chiudendo gli occhi mi lasciai sfuggire un grosso e lungo sospiro.

Perché, perché doveva capitare proprio a me?

Cos’era quella?

Una specie di test della virtù a cui la vita aveva deciso di sottopormi?

Perché nonostante avessi avuto due pessimi genitori, e definirli pessimi era far loro un complimento, ero cresciuta con dei valori e dei principi così saldi?

Dio quanto avrei voluto lasciarmi andare, uscire dalla vasca, raggiungere Jack nella doccia e…

«Pel di carota?» sentii improvvisamente la voce di Jack chiamarmi, interrompendo i miei pensieri.

Aprendo gli occhi di scatto, scorsi il suo viso a pochi centimetri dal mio.

Perché non mi ero accorta del fatto che Jack fosse uscito dalla doccia e si fosse avvicinato a me?

Ah, sì, giusto! Perché ero troppo impegnata a fantasticare a occhi chiusi su lui, me e una certa doccia.

Sentendo le mie guancie prendere fuoco, spostai lo sguardo verso un punto indefinito alle sue spalle.

«Io devo uscire di nuovo» proseguì Jack con voce divertita «Dovrei essere di ritorno abbastanza presto. Volevo comunque dirti che verso le nove si cenerà. Niente di eclatante. Come ti sarai già accorta noi non festeggiamo il Natale in modo tradizionale ma saremo comunque tutti assieme e vorrei tanto che ci fossi anche tu».

«Ok» risposi sintetica, timorosa che se avessi detto anche solo un a parola di più la mia voce si sarebbe potuta facilmente incrinare, rivelando l’emozione e il turbamento che provavo dentro.

Il Natale non era esattamente un giorno memorabile per me.

Non che le mie amiche non mi avessero mai invitato a trascorrerlo in compagnia loro e delle loro famiglie, ma io avevo sempre rifiutato.

Tutti quegli inviti mi avevano sempre fatta sentire oggetto di compassione e pena.

Ma la richiesta di Jack di stare in sua compagnia…bhè quell’invito mi era sembrato vero e sentito.

Schiarendomi la gola mi sforzai di tornare in me.

«Ehm… Jack?» dissi, cercando di fare di tutto per ignorare il fatto che lui fosse mezzo nudo e con solo un asciugamano arrotolato intorno alla vita «Non è che potresti uscire dal bagno ora che hai finito la doccia? Nel caso non te ne fossi accorto, sotto queste poche bolle di bagnoschiuma io sono nuda».

Abbassando gli occhi sul pelo dell’acqua, come per verificare se ciò che avevo appena detto corrispondesse al vero, Jack ridacchiò poi, facendo leva sulle braccia si sollevò in piedi.

Lo sforzo che feci per non sbirciare i suoi addominali e ciò che era nascosto sotto l’asciugamano fu titanico.

Santa, ecco cosa avrebbero dovuto farmi.

Una volta in piedi Jack rimase fermo, troneggiando su di me.

«Vorrei ricordarti, Pel di carota, che ho già avuto il piacere di vedere il tuo corpo nudo. E ora vado, prima che la tentazione di tirarti fuori dall’acqua per rinfrescarmi la memoria mi faccia fare tardi».

Sentendo il viso andare a fuoco, presi un profondo respiro e m’immersi completamente sott’acqua.

La risata e il rumore della porta che si chiudeva, seppur attutiti dall’acqua che mi sommergeva, furono l’ultima cosa che sentii.

Un istante dopo, scuotendo il viso, riemersi dalla vasca.

Sì, non c’erano dubbi.

Il Signore mi stava punendo per il mio spirito anti-natalizio.

Sollevandomi in piedi, uscii dall’acqua.

Allungando una mano afferrai un grande asciugamano poco distante, giurando a me stessa che se fossi riuscita a uscire incolume da tutta quella situazione assurda, il Natale seguente avrei comprato e addobbato un albero.

Una volta asciugati i capelli, tornai in stanza.

Mancavano ancora diverse ore alla cena, avrei potuto approfittarne per fare quel famoso pisolino di cui avevo parlato in precedenza.

Stringendomi l’asciugamano attorno al corpo, crollai sul letto.

Il tempo di considerare il fatto che, per quella sera, non avessi assolutamente nulla da mettere che il sonno s’impossessò di me.

 

images

La sensazione umida di un bacio proprio al centro della schiena e qualcosa di caldo posato dietro alle mie spalle mi riportarono lentamente alla realtà.

Ancora abbastanza assonnata mi voltai verso quella fonte di calore, decisa a sonnecchiare un altro po’.

Un odore buonissimo e virile m’invase all’istante le narici.

Incapace di resistere inspirai profondamente.

«Come mai ti piace così tanto annusarmi?» mi chiese, in modo suadente, una voce vicino al mio orecchio.

Gemendo mi portai le mani al viso.

Oh mio Dio!

L’avevo fatto un’altra volta!

Avevo di nuovo annusato Jack.

«È tutta colpa tua e del tuo buon profumo» gli risposi, sentendomi avvampare «E poi ti avvicini sempre quando dormo e mi cogli impreparata».

«Con le difese abbassate, vorrai dire» mi corresse lui, cingendomi il fianco con un braccio e tirandomi ancora più vicina a sé.

«Chiamale come ti pare» risposi sospirando e irrigidendomi per il contatto meraviglioso che si era creato fra i nostri corpi «Ad ogni modo non dovresti starmi così vicino. Marie non è in stanza con noi ed io non ho intenzione di farti vincere la scommessa».

«Magari vincerla non è ciò che voglio» mi confidò Jack dopo qualche istante, iniziando a strofinare il naso sul mio collo «O meglio, non è solo ciò che voglio».

«Jack!» lo sgridai, sollevando di scatto il viso e allontanandomi, nel tentativo di fermarlo.

E poi successe di nuovo.

A quel punto avrei dovuto aspettarmelo e prevedere la sua reazione.

In fin dei conti, fino a quel momento, Jack aveva sempre fatto la stessa ogni volta che avevo aperto bocca per dire qualcosa che lui sapeva non gli sarebbe piaciuto.

Come in precedenza, infatti, mi tappò la bocca con un bacio.

Un bacio profondo e deciso, umido e pieno di desiderio a stento trattenuto.

Mordicchiandogli il labbro inferiore, lo assecondai.

Con un gesto deciso Jack mi fece ruotare e, in un istante, mi ritrovai sotto di lui.

Infischiandomene di essere nuda e coperta solo da un semplice asciugamano, che nel frattempo si era allentato, divaricai le gambe e lo accolsi nel mezzo.

Senza staccare la sua bocca dalla mia, Jack mi portò entrambe le mani sopra la testa e iniziò a dondolarsi sopra di me, facendo aderire la sua erezione, coperta dai jeans, con il centro del mio piacere.

Il posto in cui, più di ogni altro, avrei voluto sentirlo ma in cui ero fermamente convinta a non farlo entrare.

«Voglio farti venire» mi disse ansimando Jack, dopo qualche istante di quella meravigliosa tortura, sollevando la sua bocca dalla mia e iniziando a muoversi con più decisione.

«Jack…io non…» tergiversai, boccheggiando e scuotendo leggermente la testa.

«Shhh…Smetti di pensare e inizia a sentire» mi sussurrò lui all’orecchio, zittendomi, per poi mordermi con delicatezza il lobo.

Decisa a godermi quel momento, e giurando a me stessa che sarebbe stato l’ultimo e soprattutto l’unico, mi lasciai andare, sollevando le gambe e cingendogli con esse i fianchi.

Soddisfatto della mia decisione Jack mi sorrise e, dopo aver posato la fronte sulla mia, mi afferrò per i fianchi con entrambe le mani e iniziò a spingersi in modo più veloce e deciso contro di me.

L’erezione di Jack e la zip dei suoi jeans che, a ogni suo movimento, premevano in modo perfetto su di me mi fecero perdere del tutto la ragione.

Decisamente vicina al culmine, lasciai vagare le mie mani sulla sua schiena, sotto la maglietta, seguendo con le dita il contorno dei suoi muscoli tesi per lo sforzo.

La sensazione di forza e mascolinità che mi trasmise il contatto con la sua pelle mi fece raggiungere l’apice.

In preda ad un piacere decisamente intenso serrai le labbra, inarcai leggermente la schiena e rovesciai la testa all’indietro.

Con un ringhio soddisfatto, Jack si strinse ancora più forte a me e mi morse una spalla.

Esausta e appagata, crollai sulla schiena chiudendo gli occhi.

Dio mio, Jack Romeo mi aveva appena regalato un orgasmo e lo aveva fatto con tutti i vestiti addosso!

Non avevo mai fatto nulla del genere in vita mia ed era un vero peccato perché ciò che era appena successo era stato perfetto e meraviglioso.

A partire dal bacio più delicato fino a giungere al morso finale.

Sopraffatta, strinsi le gambe e le braccia attorno a lui attirandolo ancora di più verso di me.

«Non illuderti» gli bisbigliai piano all’orecchio non appena sentii il mio respiro tornare regolare «Non ho intenzione di andare oltre e di farti vincere la scommessa».

«Tranquilla» mi rispose lui, posando la fronte sulla mia spalla senza però spostarsi da sopra di me «Per ora mi godo i tentativi ma ti assicuro che, prima o poi, accadrà».

«Scordatelo» lo corressi velocemente, augurandomi di essere in grado di resistergli veramente.

«Vedremo» mi sfidò nuovamente lui sogghignando «E, anche se mi piacerebbe stare ancora a letto con te tentando di farti cedere, dobbiamo proprio alzarci. Fra poco ci sarà la cena e, cosa ancora più importante, stanno per arrivare le due donne più importanti della mia vita».

A quelle parole un moto di gelosia mi pervase.

Con la stessa velocità, però, redarguii me stessa.

Primo, perché non dovevo e non potevo essere gelosa di quell’uomo.

Secondo, perché avevo appena capito a chi si riferisse.

Le sue nipotine, le gemelline.

Un leggero bussare alla porta richiamò la nostra attenzione.

«Chiunque tu sia non azzardarti a entrare!» mise subito in chiaro Jack, urlando e rivolgendosi alla persona dall’altra parte della porta.

«Rilassati fratellino» lo prese in giro una voce sconosciuta di donna «Ti ho cambiato il pannolino talmente tante volte che se anche ora entrassi e ti vedessi nudo non mi scandalizzerei affatto».

«Il problema è che non sono io a essere senza vestiti» rispose divertito Jack fissando lo sguardo sul mio seno ormai nudo.

Sgranando gli occhi, lo spinsi lontano da me, sgattaiolando fuori dal letto e coprendomi velocemente con l’asciugamano.

«Questa me la paghi» gli mimai con le labbra, fulminandolo con gli occhi.

«In questo caso…» sentenziò la donna ancora fuori dalla porta «Non ne voglio sapere nulla. Sappi comunque che le tue nipotine sono di sotto e che prima di toccarle dovrai lavarti bene le mani, e dovrai farlo in mia presenza».

Il ticchettio di tacchi che si allontanavano fu tutto ciò che seguì a quelle parole.

«La mia sorellina maggiore» mi spiegò Jack mettendosi in piedi e aggiustandosi la parte davanti dei pantaloni, messa alla prova da un’ancora evidente erezione.

«Se non ti fossi preso gioco di me poco fa…» gli dissi sbattendo le ciglia e indicando con un gesto della testa il suo inguine «Rivelando a tua sorella che ero io quella nuda, avrei potuto aiutarti con lui».

Abbassando gli occhi verso la sua erezione, Jack sospirò.

«Ok, me la sono cercata» ammise rassegnato «Ma magari dopo cena potresti cambiare idea…».

«Io non ci conterei» lo avvisai scuotendo leggermente la testa «E, a proposito della cena, ho un problema. Non so cosa diavolo mettere. Non ho panni con me dato che questa non è stata una vacanza del tutto programmata».

«A tal proposito» m’interruppe Jack afferrando una sporta posata sul pavimento, vicino alla porta «Questo è per te. Quella di stasera sarà una serata del tutto informale. Jeans e maglietta dovrebbero andare ma se tu volessi mettere un abitino corto e sexy… non mi lamenterei di certo».

Afferrando la borsa che Jack mi stava porgendo, la aprii e vi guardai dentro.

Abiti, di ogni tipo.

Scarpe e intimo.

«Ma come…?» gli chiesi sollevando lo sguardo su di lui.

Jack, che si era già voltato e ormai era già giunto alla porta, si fermò.

Volgendo il viso verso di me mi fissò per lungo istante negli occhi.

«Buon Natale Pel di carota» mi disse in un sussurro, un attimo prima di uscire dalla stanza lasciandomi sola.

Dopo alcuni minuti, in cui restai completamente immobile a fissare la porta chiusa, tornai in me.

Chiudendo gli occhi, feci un lento e lungo respiro.

Jack stava seriamente mettendo alla prova la mia resistenza, decisamente.

La voglia di dirgli di sì e di cedere a lui si stavano facendo sempre più pressanti dentro di me, relegando tutti miei buoni propositi in un piccolo angolo della mia testa.

Scrollando il capo e riaprendo gli occhi, cercai di mettere a tacere il desiderio che m’imperversava dentro e rovesciai tutti i regali di Jack sul letto.

Dopo aver velocemente ripiegato e sistemato tutto, scelsi di indossare un completino intimo in pizzo nero e un semplice vestitino di cotone color verde smeraldo, con maniche a tre quarti e lungo fino metà coscia.

Semplice ma allo stesso tempo sexy.

Ero consapevole di aver scelto quel vestito per far colpo su Jack ma per nulla al mondo lo avrei ammesso.

Dopo aver calzato le scarpe da ginnastica, uscii dalla camera e mi accinsi a scendere al piano di sotto.

Ero a metà della grande scalinata quando sentii una mano posarsi sulla mia spalla e trattenermi.

Sorpresa mi voltai di scatto.

Ronny.

Il ragazzo che aveva chiesto di me a Jack durante la colazione di quella mattina.

«Vedo che hai deciso di mettere un vestito» mi disse dopo aver squadrato il mio corpo dalla testa ai piedi «Peccato. In costume non eri per niente male».

Quell’approccio squallido mi provocò un brivido di disgusto.

«È solo per dirmi questo che mi hai fermata?» gli chiesi spiccia e tagliente «Perché Jack mi sta aspettando e vorrei raggiungerlo».

«Ross, Ross, Ross…» mi ammonì lui scuotendo la testa «Hai proprio perso la testa per quel ragazzo, non è così?».

Senza nemmeno lasciarmi il tempo di rispondergli, proseguì.

«Ascolta un amico, bambolina. Stai lontana da lui. Non è veramente interessato a te. O almeno non a te come persona “reale”. Per lui l’importante è ciò che rappresenti».

Corrucciando le sopracciglia scossi la testa.

«Ma che stai dicendo?» gli chiesi confusa «Le tue parole per me non hanno alcun senso. Perciò, se non ti dispiace, io ora andrei».

Dopo essermi voltata, ricominciai a scendere.

Non feci in tempo però a fare che tre scalini che quel ragazzo fu nuovamente su di me.

«Sai nulla dell’ultimo film che ha girato Jack?» mi chiese stringendomi il braccio con la mano «Deve ancora uscire ed è tutto top secret ma forse hai letto qualche notizia trapelata qua e là».

No, non avevo letto nulla al riguardo.

O, per meglio dire, sapevo che Jack aveva appena finito di girare un film ma non avevo mai letto nulla a proposito della trama.

Stavo per aprire bocca e chiedere spiegazioni quando la voce imperiosa di Jack ruppe il silenzio.

«Ronny!» ringhiò da in fondo alle scale «Lasciala immediatamente andare o giuro che prima ti faccio un occhio nero poi ti butto fuori da casa mia».

Da vero codardo, l’uomo che stava ancora tenendo saldamente il mio braccio mi lasciò andare.

«Calma, calma amico» disse sollevando le mani e indietreggiando «Stavamo solo facendo due chiacchiere».

«È così?» mi chiese Jack, scrutandomi attentamente.

«Sì» risposi dopo un attimo di titubanza.

Non mi sembrava giusto rovinare il giorno di Natale a Jack per colpa di ciò che quell’idiota del suo amico mi aveva appena detto, tanto più che non avevo alcuna intenzione di dargli retta.

Rassicurato, Jack allungò una mano, invitandomi a raggiungerlo.

Sorridendo gli andai incontro.

Una volta vicini sentii le sue dita intrecciarsi alle mie.

Sorridendo Jack si voltò e, trascinandomi dietro a lui, s’incamminò verso il salotto.

«Voglio che tu conosca le due donne più importanti della mia vita» mi disse, con voce strana, fermandosi sulla soglia.

Senza aggiungere altro si diresse verso una sorta di lettino da campeggio, che probabilmente fungeva da box, sistemato di fronte al divano.

Lasciando la mia mano, Jack s’inclinò in avanti sporgendosi all’interno.

Un istante dopo si rialzò con in braccio un piccolo fagottino rosa da cui spuntava una testolina di capelli neri.

«Pel di carota, ti presento Jackie la mia nipotina più grande, di soli sette minuti ma comunque la più grande. Jackie fai ciao, ciao a Pel di carota» aggiunse prendendo con delicatezza la manina della bimba nella sua, molto più grande, e muovendola piano.

«Ciao Jackie» risposi affascinata, più dallo zio che dalla nipotina se dovevo essere sincera «Io sono Ross e tuo zio è uno sciocco. In realtà userei un termine decisamente più colorito per descriverlo ma non voglio dire parolacce di fronte a te che sei un piccolo cucciolo ancora del tutto innocente».

«Finalmente ti sei scelto una donna con del cervello» disse all’improvviso una voce alle nostre spalle.

Con la coda dell’occhio vidi la donna, che aveva appena parlato, avanzare verso di noi, raggiungerci e prendere in braccio la bimba rimasta dentro al box.

«Questa invece è la piccola Jo, la peste di casa» disse guardando la bambina con occhi innamorati «Ed io sono July, la sorella maggiore di Jack».

«Piacere di conoscerti July» le dissi sorridendo «Io sono Ross, un’amica di tuo fratello».

«Ti prego dimmi che sei tu la ragazza che, poco fa, ho rischiato di scoprire nuda nella sua stanza» m’interruppe, spiazzandomi del tutto.

Il rossore che si diffuse immediatamente sul mio viso fu una risposta sufficiente.

Schiarendomi la gola mi andai a sedere sul divano.

Un istante dopo Jack, tutto sorridente e con ancora in braccio la sua nipotina, mi raggiunse.

«Tranquilla Pel di carota» mi disse, posandosi la piccola sul petto e mozzandomi così il fiato «Mia sorella ha visto e sentito cose ben peggiori sul mio conto».

«Possiamo per cortesia cambiare argomento?» gli chiesi sgranando gli occhi e supplicandolo di assecondarmi.

«Sì, cambiamo argomento» intervenne July venendosi a sedere affianco a noi sul divano e posandomi la piccola Jo sulle braccia.

Esterrefatta, afferrai la piccola e la avvicinai al petto stringendola con entrambe le mani.

Il timore che quell’esserino minuscolo potesse cadermi, iniziò a farmi sudare freddo.

«Rilassati Ross» cercò di tranquillizzarmi la sua mamma «Le piaci. Se non le fossi andata a genio a quest’ora saremmo tutti qui a tapparci le orecchie per non sentire le sue urla».

Sorridendo, guardai la bimba che stava giocherellando con una ciocca dei miei capelli e mi rilassai un po’.

«Allora Jack» proseguì July «Veniamo al mio regalo di Natale».

«July…» balbettò il ragazzo al mio fianco sbiancando «Avevamo detto che non ci saremmo fatti nulla e che i soldi che avremmo speso per i regali li avremmo dati tutti in beneficenza…».

«E, infatti, è così, però io non stavo parlando di quei regali» lo corresse immediatamente la sorella «Ma di quello che mi farai stasera».

Lo sguardo confuso di Jack e il suo sopracciglio sollevato costrinsero July a proseguire, spiegandosi meglio.

«Stasera tu farai da baby sitter alle gemelle» sentenziò decisa.

«No» protestò all’istante Jack «È la sera di Natale. Non potete badarvele tu e Matt?».

«No, non possiamo» ribadì decisa July «Perché stasera io festeggerò da sola con mio marito non solo il Natale ma anche il fatto che, dopo ben undici mesi, finalmente riesco a rientrare nei jeans che portavo prima di restare incinta delle gemelle. Voglio festeggiare con mio marito da sola. E sono convinta che non ci sia nemmeno il bisogno di spiegarti cosa io abbia intenzione di fare con lui».

«Dopo questa spiegazione, la mia risposta negativa si rafforza» sbottò Jack con un’espressione disgustata dipinta in viso «Non terrò le piccole per permettere alla loro madre di fare la dissoluta».

Dopo un istante di assoluto silenzio sia io che July scoppiammo a ridere.

«Terremo noi le piccole» dissi, rivolgendomi a lei, non appena fui in grado di parlare «Vai tranquilla e divertiti con tuo marito».

Sorridendo soddisfatta, July si piegò in avanti e, dopo aver baciato le sue bimbe e averci spiegato dove fosse tutto il necessario per dar loro da mangiare, se ne andò.

«L’hai fatta grossa Pel di carota» disse piano Jack, dopo alcuni minuti, spostandosi sul divano fino a che non mi fu affianco «Mi hai incastrato e ora sei in debito con me. Non stancarti troppo con le bambine perché stanotte verrò a riscuotere il mio tributo».

A quelle parole un brivido di desiderio mi attraversò e fui obbligata a mordermi la lingua per non rispondergli.

Non vedo l’ora” infatti era un esempio perfetto di ciò che avrei tanto voluto dirgli.

Agitandomi sul divano mi concentrai sulla piccola che si era appena addormentata fra le mie braccia.

«È così piccola» dissi piano, fra me e me, per non disturbarla e seguendo delicatamente i suoi lineamenti con un dito «E anche così meravigliosa».

«Sì» assentì Jack con voce roca «Meravigliosa è la parola giusta».

Rapita dal tono della sua voce, voltai il viso verso di lui.

Non appena, però, mi accorsi che i suoi occhi erano puntati su di me e non sulla piccola posata sul suo petto, sentii tutti i miei buoni propositi e le mie buone intenzioni sgretolarsi.

Ero ancora sicura che Jack Romeo alla fine mi avrebbe spezzato il cuore ma resistergli e stargli lontana si stava rivelando sempre più logorante, finendo così per farmi stare ugualmente male.

Al diavolo la prudenza e la paura.

Era ora di lasciarsi andare e vivere un po’.

Mordendomi il labbro inferiore mi feci forza.

«Hai vinto» dissi piano, emozionata e ancora leggermente titubante.

«Ho vinto cosa?» mi chiese lui guardingo.

«La nostra scommessa» gli risposi sentendo le mie guance prendere colore.

«Merda!» sbottò lui passandosi una mano sul volto «Non credevo che lo avrei mai detto ma in questo momento vorrei veramente che le gemelle fossero a casa loro!».

Sorridendo, sollevai una mano e lo accarezzai.

«L’attesa amplifica il piacere» lo canzonai, citando una frase tratta da uno dei miei libri preferiti.

«Fanculo l’attesa» mi smentì Jack «Tanto sono sicuro che stare con te mi farebbe impazzire di piacere in qualsiasi momento».

Inspirando lentamente dal naso cercai di calmare i miei ormoni.

Perché avevo resistito fino a quel momento?

Chi me lo aveva fatto fare?

Il pianto disperato di Jackie, in braccio a Jack, interruppe provvidenzialmente il momento, raffreddando l’atmosfera incandescente che si era andata creando.

«Mi sa che ha fame» dissi alzandomi piano e posando con delicatezza la piccola Jo, ancora addormentata, dentro al box «Vado a preparare il latte».

Preparare da mangiare alle gemelle in mezzo al caos di gente che si andava ammassando dentro la cucina non fu per nulla facile ma almeno mi diede modo di riflettere con lucidità e calmare gli ormoni.

«Ho saputo che state facendo da baby sitter alle gemelle» mi prese in giro Jane, la sorella minore di Jack, avvicinandosi a me «E sono più che sicura che sia stata tu a incastrare mio fratello in questa cosa».

Quelle parole e il tono divertito con cui furono pronunciate mi fecero ridere.

«Hai proprio indovinato» confermai, facendo cadere alcune goccioline di latte sulla parte interna del polso e controllandone la temperatura «Ora però Jane devi scusarmi ma devo proprio andare dalle piccole. Se non erro quello che si sente in sottofondo dovrebbe essere proprio il loro pianto».

Salutata Jane, agguantai entrambi i biberon e m’incamminai verso il salotto.

Varcando la soglia immaginai di trovare Jack disperato, con le mani nei capelli e intento camminare avanti e indietro per la sala fissando le bambine come se fossero due specie letali in procinto di attaccare.

Ciò che vidi invece fu un uomo del tutto tranquillo e padrone della situazione.

Jack, infatti, se ne stava tranquillamente seduto sul tappeto ai piedi del divano, intento a cambiare il pannolino a una delle gemelle e, contemporaneamente, stava tentando di calmare il pianto dell’altra sussurrandole paroline dolci e rassicuranti.

Quella scena mi fece accelerare il battito.

Jack non solo era bellissimo, era addirittura perfetto.

Dopo di lui il mio cuore non si sarebbe solo spezzato, si sarebbe del tutto frantumato.

«Ehi dolcezze» disse piano alle piccole dopo avermi scorto con la coda dell’occhio «Ve lo avevo detto che stava per arrivare il cibo».

Come avvertite, le piccole ruotarono i loro occhioni verso di me puntandoli sui biberon che tenevo in mano.

Un paio di grida concitate seguite da risate sguaiate provenienti dalla cucina fecero sussultare le piccole che, in un istante, ricominciarono a piangere.

«Forse sarebbe meglio andarcene di sopra» proposi, avvicinandomi e inginocchiandomi accanto al tappeto.

Annuendo Jack prese in braccio Jo e, dopo aver sfilato entrambi i biberon dalle mie mani, mi fece cenno di prendere Jackie.

Con delicatezza, e un briciolo di timore, presi la piccola e seguii Jack su per le scale.

Una volta in camera ci sedemmo entrambi sul letto, posando la schiena contro la testata, e iniziammo a dar da mangiare alle piccole, decisamente affamate.

Intenta a tener reclinato il biberon di Jo nel modo corretto, m’incantai a osservare le sue piccole guance che rientravano leggermente in dentro a ogni suzione.

«Non sono la persona che i media voglio farmi sembrare» disse improvvisamente Jack, interrompendo il silenzio e sorprendendomi.

«Lo so» gli risposi dopo un istante, continuando a fissare la piccola che tenevo in braccio.

«So che la nostra conoscenza non è iniziata nel modo migliore ma sappi che non ho mai voluto prendermi gioco di te» continuò lui in tono deciso.

«Lo so» dissi nuovamente.

Non conoscevo ancora del tutto Jack, ma ne sapevo abbastanza di lui da credere a ciò che mi stava dicendo.

«Devi fidarti di me» continuò imperterrito, quasi fosse in cerca di conferme da me.

«Lo sto facendo» ammisi, sollevando gli occhi e puntandoli sui suoi.

«Ok, piccola» disse dolcemente Jack, un istante dopo, volgendo nuovamente la sua attenzione su Jackie «Ora devi fare il ruttino».

Posandosi delicatamente la piccola sulla spalla iniziò a darle piccoli colpetti sulla schiena finché non ottenne ciò voleva.

Non appena Jo ebbe finito il suo latte, feci lo stesso.

Sazie, le piccole crollarono immediatamente in un sonno profondo.

Non avendo altro su cui posarle, Jack ed io decidemmo di adagiarle sul letto in mezzo a noi due.

Distesa su di un fianco, con un braccio piegato sotto la testa, passai la mezz’ora seguente fissando Jack negli occhi, senza dire una parola.

Avevo ormai esaurito le forze necessarie per trattenermi dal saltargli addosso, quando qualcuno bussò delicatamente alla nostra porta.

«Avanti» disse piano Jack senza nemmeno chiedere chi fosse.

Un istante dopo la testa di July e quella di suo marito Matt fecero capolino da dietro la porta.

Lo sguardo felice e soddisfatto di entrambi la disse lunga sulla buona riuscita della loro breve fuga d’amore.

«Come stanno le mie principesse?» chiese il papà delle piccole avvicinandosi al letto e prendendo subito Jackie in braccio.

«Tutto alla grande» rispose Jack prendendo la piccola Jo e passandola alla sua mamma «Erano con il loro zietto preferito, cosa ti aspettavi?».

Ridacchiando mi misi a sedere.

«Mi costa molto ammetterlo ma è vero» dissi, rivolgendomi a July «Jack è veramente bravo con i bambini».

«Lo sappiamo» intervenne Matt «Per questo non faccio altro che consigliargli di trovarsi una donna per il verso e iniziare così a metterne in cantiere qualcuno».

«Fanculo!» gli ringhiò contro Jack, divertito «Dici così perché sei invidioso di me, dato che faccio più sesso di te».

«A meno che tu non abbia appena fatto sesso con Ross, e se scopro che è così sei un uomo morto dato che c’erano anche le mie bambine nella stanza con voi, stasera vinco io tre a zero!» gli rispose l’altro a metà fra il divertito e il serio.

Un gemito strozzato fu la risposta di Jack.

«Ok» intervenni io «Forse prima che le piccole si sveglino sarebbe meglio portarle nei loro lettini».

«Mi hai tolto le parole di bocca» mi fece eco July, leggermente rossa in viso.

Dopo averci ringraziato per aver badato alle piccole, lei e il marito se ne andarono lasciando me e Jack da soli.

In preda ad un’agitazione crescente, mi guardai velocemente attorno in cerca di un pretesto per guadagnare tempo.

Era vero, volevo stare con Jack ma mi serviva un attimo tutto mio per calmare i nervi.

Insomma, lui era Jack Romeo, un bellissimo e famosissimo attore che aveva avuto al suo fianco modelle dalla bellezza eclatante, io… io non ero poi così sicura di esserne all’altezza.

E, come se tutto ciò non bastasse, c’erano anche i sentimenti che stavo iniziando a provare per quell’uomo a mettermi ansia.

Voltandomi di scatto m’incamminai spedita verso il bagno.

Le parole inaspettate dell’uomo alle mie spalle però mi fecero bloccare.

«Non farlo» disse piano Jack, parlando con un tono di voce che non gli avevo mai sentito usare.

Sembrava quasi che mi stesse…pregando.

«Non fare cosa?» gli chiesi senza però trovare il coraggio di voltarmi verso di lui.

«Non pensare troppo Pel di carota. Non pensare al mio lavoro, ai miei soldi o ai giornalisti. Concentrati solo su di me, su Jack e non su Jack Romeo l’attore famoso» disse tutto di un fiato, come se ammettere quelle cose gli costasse fatica e si volesse liberare del fardello il più in fretta possibile.

«Jack…» gli risposi dopo aver fatto un respiro profondo «Il problema è proprio questo. M’interessi tu per ciò che sei, non per quello che fai. La tua notorietà, la fama, i media…quelli non mi spaventano. Tu invece sì e anche tanto».

Se a Jack era costata fatica confidarmi i suoi pensieri a me ne era costata altrettanta confidargli le mie paure.

Ero ancora concentrata sul suono del mio cuore che mi rimbombava nelle orecchie quando le sue forti braccia mi circondarono da dietro.

La sensazione di stare per fare la cosa giusta mi pervase all’istante.

Senza pensarci più su, mi lasciai andare.

Ruotando su me stessa mi girai verso di lui, posandogli le mani sulle spalle.

In un istante le labbra di Jack furono sulle mie, frementi e decise, pronte a prendere da me tutto ciò che avevo da offrirgli.

E ciò che io volevo dare a quell’uomo, in quel preciso momento, era tutta me stessa, senza freni o timori.

Avrei pensato al resto nei giorni a venire.

Lasciando che la lingua di Jack prendesse possesso della mia, intrecciandosi e accarezzandola, risalii con le mani lungo la sua nuca fino a che non giunsi ai suoi capelli.

Contemporaneamente le mani di Jack scesero impazienti verso il basso, fin a trovare l’orlo del mio vestito.

Senza esitazioni sollevai le braccia in alto, pronta a lasciarmi svestire da lui.

Sì, stavo facendo la cosa giusta.

Stavo permettendo a me stessa di sognare e fantasticare, di sperare e credere.

Era pur sempre Natale, il giorno perfetto per ricominciare a desiderare.

Facendo un piccolo passo indietro Jack si staccò da me e, sfilatomi il vestito, mi lasciò con indosso solo il completino intimo, che lui stesso mi aveva regalato, e le scarpe da ginnastica.

Con un gesto goffo ma efficace mi liberai di quest’ultime.

«Lo sapevo» disse Jack, percorrendo con gli occhi il mio corpo e fermandosi poi con lo sguardo sul mio seno «Non appena ho visto questo completino ho capito che ti sarebbe stato una favola addosso. Diciamo che acquistandolo ho fatto più un regalo a me stesso che a te».

«Eri così sicuro di riuscire a vedermi con nient’altro indosso?» gli chiesi sollevando un sopracciglio.

«Più che sicuro direi speranzoso» mi rispose, sfilandosi la maglietta e riavvicinandosi a me.

Avvertendo il calore del suo corpo nudo, sentii un brivido corrermi lungo la schiena. Mordendomi il labbro inferiore, sollevai piano le mani fino a posarle sul suo petto.

Tenendo lo sguardo fisso sulle mie dita, iniziai a tracciare il contorno di tutti i deliziosi muscoli che componevano il torace di Jack.

Quando giunsi a quella meravigliosa V che spariva, in modo decisamente invitante, dentro ai suoi jeans, lo sentii rabbrividire.

Spronata, iniziai a sbottonargli, a uno a uno, i bottoni dei pantaloni.

Un’improvvisa presa di coscienza, però, mi fece tentennare.

Stavo spogliando Jack Romeo!

Un calore improvviso si diffuse sul mio volto rendendo evidente il mio imbarazzo.

Accortosi del rossore che aveva colorato le mie guancie, Jack mi posò un dito sotto il mento e, facendo delicatamente leva, mi sollevò il viso.

Tenendo lo sguardo basso, lo assecondai.

«Ross guardami» mi sussurrò piano e in modo decisamente dolce.

Quando lo feci, richiamata dal tono della sua voce, restai di sasso.

Le guancie di Jack, uno degli uomini più belli che avessi mai visto, perennemente circondato da bellissime donne e sempre sicuro di sé, erano leggermente rosse, proprio come le mie.

«Non credere che sia intenso e strano solo per te» mi confessò, facendo una piccola smorfia.

«Strano in senso positivo» si affrettò a precisare «Molto positivo».

Un istante e non capii più nulla.

Al diavolo tutto.

Volevo quell’uomo, lo volevo con tutta me stessa e come non avevo mai voluto nient’altro in vita mia.

E quella sera me lo sarei preso.

Avvolgendogli le braccia intorno alla vita mi strinsi a lui, sollevando contemporaneamente il viso alla ricerca delle sue labbra.

«Ti prego» gli sussurrai senza staccare la bocca dalla sua «Ti prego regalami questo sogno».

«Farò molto di più che regalarti un sogno» ringhiò Jack, per tutta risposta, posandomi le mani sotto il sedere e sollevandomi da terra.

Circondandogli la vita con le gambe mi lasciai trasportare fino al letto.

Invece di farmici stendere sopra, Jack vi si mise a sedere, continuando a tenermi sopra di sé.

Dopo aver raccolto i miei capelli da un lato, lasciandoli cadere sopra una sola spalla, accarezzò con le mani il mio collo, scendendo poi lungo le scapole fino a giungere alla chiusura del mio reggiseno.

In un istante mi ritrovai nuda e con entrambi i seni stetti fra le sue mani.

La piacevole sensazione delle sue dita sui miei capezzoli mi fece sospirare.

Senza quasi accorgermene cominciai a dondolarmi aventi e indietro, strusciandomi sulla sua erezione ancora coperta dai jeans.

Quando la bocca di Jack si sostituì alle sue dita, la tensione al mio basso ventre si fece insostenibile.

Avevo bisogno di lui e subito.

«Ti prego» lo implorai, arpionandogli le spalle e stringendo così forte da sentire le mie unghie incidergli leggermente la pelle.

«Lascia che mi goda con calma ogni centimetro di te prima» mi rispose, ringhiando di desiderio.

Le sue parole e il suono che uscì dalla sua gola mi riempirono di gioia.

Sapere che Jack mi voleva tanto quanto lo volevo io era di fondamentale importanza per me, diversamente le mie paranoie e i miei timori avrebbero finito con il sopraffarmi.

Con un movimento rapido Jack mi capovolse, facendomi posare la schiena sul letto ma lasciandomi con i piedi poggiati per terra.

Sollevandosi e facendo un passo indietro, Jack mi osservò dall’alto.

«Sei quasi perfetta» mi sussurrò un istante prima di abbassarsi nuovamente su di me e afferrare i miei slip.

Un gesto rapido e li sentii lacerarsi sulla mia pelle.

Incredula abbassai lo sguardo.

Quello che Jack aveva appena fatto era stato così… eccitante.

«Ecco, adesso sei perfetta» sentenziò fissando spudoratamente il piccolo triangolino di pelli scuri in mezzo alle mie gambe.

Jack mi aveva già vista nuda, per Dio mi aveva addirittura assaggiata, ma il modo in cui mi stava guardando in quel momento, come se fossi la visione più bella e sorprendente che avesse mai visto in tutta la sua vita, mi tolsero il fiato.

Era troppo.

Il suo sguardo, le sue parole, i suoi gesti…

Era tutto troppo ed io rischiavo di perdermici dentro.

Chiudendo gli occhi rammentai a me stessa che si trattava di un evento unico e irripetibile.

Potevo tranquillamente mettere in gioco tutto il mio corpo, ma avrei dovuto impedire in tutti i modi al mio cuore di mettere anche solo un piede fuori dalla robusta scatola in cui avevo deciso di rinchiuderlo.

Concentrandomi sulle mani di Jack, che si stavano facendo strada lungo il mio ventre, lasciai scivolare nell’oblio i pensieri e le riflessioni.

Stavo per supplicarlo di togliersi i pantaloni e porre fine alle mie sofferenze, quando sentii le sue labbra e la sua lingua marchiare con decisione la pelle del mio collo, subito sotto l’orecchio.

Dopo qualche istante, soddisfatto, Jack si staccò da me e, facendo leva sulle mani, si sollevò per osservare il succhiotto che mi aveva appena fatto.

«Se prima eri perfetta, adesso lo sei ancora di più» sentenziò in tono decisamente compiaciuto «Ora che hai un mio segno sulla tua pelle vai fottutamente oltre la perfezione».

Dio mio, quel ragazzo stava veramente mettendo alla prova tutte le mie buone intenzioni e minando tutti gli accorgimenti che avevo adottato per uscire da quella storia con le ossa e il cuore intatti.

Spingendolo via con le mani, lo allontanai da me.

Confuso, Jack fece qualche passo indietro.

Svelta ne approfittai per alzarmi dal letto.

Fissandolo dritta negli occhi lo raggiunsi e afferratagli una mano la avvicinai alle mie labbra.

Senza alcuna esitazione marchiai, come aveva appena fatto lui con me, l’interno del suo polso.

«Se tu marchi me, io voglio poter marchiare te» gli dissi una volta finito.

Stringendo gli occhi, fin quasi a ridurli a due fessure, Jack fece un passo indietro, sollevando il polso e osservandolo attentamente.

Dopo qualche istante lo vidi riportare il suo sguardo su di me.

Ciò che successe dopo fu tutto piuttosto rapido e inaspettato.

In un attimo, infatti, Jack si sfilò jeans, boxer e fu su di me.

A causa della foga con cui mi si avventò addosso cademmo entrambi sul letto.

Sopraffatti non ci facemmo quasi caso, presi come eravamo dal groviglio di braccia, gambe e lingue che stavamo creando.

«Ho i preservativi ma non voglio usarli. Sono pulito, te lo assicuro» lo sentii dirmi all’orecchio, con voce affannata dal desiderio, posizionando la sua erezione davanti alla mia fessura «E se non prendi la pillola giuro che uscirò prima di venire».

Sgranando gli occhi, per l’importanza e la profondità di ciò che mi aveva appena chiesto di fare, lo fissai.

«Fidati di me» mi disse ancora, posando la sua fronte sulla mia.

«Prendo la pillola» gli confessai dopo alcuni istanti, acconsentendo così alla sua richiesta e giocandomi ogni possibilità di uscire illesa da quella situazione.

Con un gesto deciso e urgente Jack mi penetrò.

Per fortuna il forte stato eccitazione in cui mi trovavo permise alla sua erezione di scivolarmi dentro senza problemi, in caso contrario ero più che sicura che le sue notevoli dimensioni mi avrebbero provocato ben più di qualche dolorino.

Fin da subito capii che non era nelle intenzioni di Jack andarci piano e, contrariamente a quanto pensassi, la cosa mi eccitò e anche parecchio.

Decisa a sentirlo fino in fondo, mi ancorai con le mani ai suoi avambracci e, sollevando le gambe, gli cinsi i fianchi.

Quella nuova posizione, come avevo sperato, permise alle sue spinte di giungere più a fondo, toccando un punto decisamente molto sensibile dentro di me.

Sentendo il ventre scosso da piccole scosse elettriche, sollevai le mani sul suo viso attirandolo a me con urgenza

Dovevo assolutamente baciare Jack, riversando in quel contatto tutte le emozioni e le sensazioni che stavo provando.

Non appena le nostre bocche s’incontrarono lasciai fluire tutto.

Desiderio, bramosia, lussuria, bisogno ma anche fiducia, stima e, ahimè, amore.

Magari non proprio l’amore con la a maiuscola ma qualcosa che, ahimè, ci andava paurosamente vicino.

Dopo un attimo di smarrimento, Jack ricambiò il mio bacio in tutto e per tutto, intensificando contemporaneamente le spinte dei suoi fianchi.

Fu un attimo e dentro di me esplose un piacere intenso e devastante.

Reclinando la testa all’indietro, posi fine al nostro bacio e mi lasciai andare, desiderando con tutta me stessa che quella sensazione perfetta non avesse mai fine.

Era improbabile che al mondo esistesse qualcosa di meglio di ciò che avevo appena provato.

Improbabile ma non impossibile.

Un istante dopo, infatti, anche Jack venne, stringendo le lenzuola fra i pugni e posando il viso nell’incavo del mio collo, regalandomi un piacere e una soddisfazione ancora più intensi di quelli provati solo pochi istanti prima.

Sopraffatta da quella sensazione strinsi forte gli occhi.

Merda!

Merda, merda, merda!

Non solo c’ero dentro, ma c’ero dentro fino al collo.

Stanco e appagato Jack restò fermo sopra di me fino a quando il suo respiro non tornò normale, dopodiché si scostò e si distese al mio fianco.

Dopo qualche istante sentii la sua mano intrecciarsi stretta alla mia.

Voltando il viso verso di lui cercai i suoi occhi.

L’espressione appagata e rilassata che gli lessi in viso mi lasciò senza fiato.

Ero stata io, proprio io, a renderlo così.

Felice gli sorrisi.

«Pel di carota…» iniziò a dirmi lui.

«No» lo fermai all’istante «Qualsiasi cosa tu debba dirmi può aspettare domani. Mi hai appena regalato un Natale straordinario e per nulla al mondo voglio che qualcosa lo rovini. È stato tutto perfetto fino ad ora».

«Se c’è una cosa che amo fare» disse piano Jack girandosi su di un fianco e posando una mano sul mio ventre «è ricoprire di attenzioni le persone a cui tengo. Perciò se consideri che ciò che c’è appena stato fra noi un regalo, allora non posso che sentirmi in dovere di fartene un altro…».

E, detto questo, mi afferrò saldamente per la vita e mi trascinò sopra di lui.

Per buona parte della notte che seguì Jack mi riempì di “regali” ed io non mi lamentai affatto, anzi…

Verso le tre di mattino, esausti, ci addormentammo.

 

images

 

Il rumore di una porta che si chiudeva mi svegliò.

Scuotendo leggermente la testa valutai se fosse il caso di aprire gli occhi per controllare oppure far finta di nulla e continuare a dormire.

L’amara sensazione di solitudine che provai mi costrinse a svegliarmi.

Nonostante fossi sicura del risultato, allungai comunque una mano verso la parte di letto accanto a me, trovandola vuota.

Poco convinta di ottenere un risultato migliore, spostai lo sguardo verso il bagno.

Nulla.

La porta era aperta ma la luce spenta.

Jack non era in camera con me.

Ok, niente panico” intimai a me stessa “Potrebbe essere sceso per fare colazione”.

Sì, probabilmente era così.

Svogliatamente mi alzai dal letto e, dopo aver afferrato un completino intimo, un paio di short di jeans e una canotta bianca, tutti regali di Jack, mi diressi vero il bagno.

Venti minuti dopo ne uscii vestita, fresca di doccia e con i capelli ancora umidi raccolti in uno chignon lento.

Decisa a restarmene scalza ignorai le scarpe da ginnastica che giacevano accanto al letto e uscii dalla stanza, diretta verso il piano di sotto.

Una volta richiusa la porta, mi ci appoggiai contro in preda ai sentimenti più contrastanti.

Da un lato volevo che Jack si trovasse di sotto perché l’idea che fosse fuggito da me dopo ciò che era successo la notte scorsa mi stava facendo impazzire.

Dall’altro lato, però, speravo invece di non trovarcelo, perché il pensiero di ritrovarmi faccia a faccia con lui mi riempiva di imbarazzo.

Sospirando, feci un passo in avanti e m’incamminai verso le scale.

Ero ormai giunta in prossimità di queste quando sentii aprirsi la porta dell’ultima stanza in fondo al corridoio.

Sorpresa rallentai il passo.

Non appena, però, sentii la voce della persona che da quella stanza stava uscendo, mi bloccai.

Jack.

Rapida mi nascosi dietro la grande pianta di fianco a me.

Schiacciandomi contro la parete tesi le orecchie.

«So benissimo che Marie se n’è andata» lo sentii dire a qualcuno che se ne stava dentro la stanza «Quando ieri pomeriggio mi ha raggiunto alla baia dove facevo surf mi ha detto che lo avrebbe fatto».

Cosa?

Avevo capito bene?

Marie, la ragazza di cui Jack voleva disperatamente liberarsi, aveva trascorso con lui il pomeriggio precedente?

Ecco perché non mi aveva chiesto di andare con lui e si era accertato che trascorressi in casa le ore in cui sarebbe stato via, non voleva che scoprissi il suo doppio gioco.

Sentendo la rabbia montarmi dentro, strinsi i pugni.

«Certo che la chiamerò una volta tornato a casa» proseguì Jack, ignaro della mia presenza «Devo assolutamente spiegarle che tutto ciò che è successo è stata solo una finzione. Dio, non ne posso più di fingere! Un conto è recitare sul set, un altro è farlo nella vita reale. Certo, quella ragazza non mi fa proprio impazzire ma non si merita ciò che le ho fatto».

Oh mio Dio!

Jack aveva appena ammesso con qualcuno che ciò che c’era stato fra di noi era stata tutta una finzione.

«Non m’importa se tuo padre è il miglior agente in circolazione e ha organizzato tutto per promuovere il mio ultimo film. Chiedermi di prendermi gioco di una ragazza, per quanto lei potesse essere in qualche modo consenziente, è stata una cosa squallida ed io non ho idea di come possa aver acconsentito. Vedi di fare le valigie e sparire in fretta da casa mia. Ho chiuso sia con te che con tuo padre» aggiunse, dopo qualche istante, spezzandomi del tutto il cuore.

Portandomi le mani alla bocca soffocai un singhiozzo.

Come avevo fatto a essere così stupida da credere che uno come Jack Romeo potesse veramente interessarsi a me?

E pensare che il ragazzo che mi aveva fermato per le scale il giorno prima, Ronny, mi avesse persino messa in guardia.

Ecco perché Jack gli aveva intimato di starmi alla larga.

Non voleva correre il rischio che mi raccontasse la verità mandando a puttane il suo piano.

Sentendo la rabbia e l’umiliazione logorarmi dentro, cercai con lo sguardo la porta della mia stanza.

Dovevo assolutamente prendere la mia roba e andarmene da quella casa, facendo in modo che Jack Romeo, e tutto ciò che lo riguardava, uscissero immediatamente fuori dalla mia vita.

«Hei Ross! Che ci fai qui, nascosta dietro la pianta?»

La voce squillante di Jane, la sorella di Jack, mi fece sussultare.

Serrando gli occhi imprecai fra me e me.

Addio copertura.

Facendo un passo in avanti mi voltai verso di lei, dando le spalle a Jack.

«Io…devo andare» le risposi, ignorando la sua domanda e incamminandomi a passo sostenuto verso la mia stanza.

Ero circa a metà del corridoio quando sentii Jack gridare il mio nome.

Accelerando il passo raggiunsi la stanza e, una volta dentro, mi voltai chiudendo a chiave la porta.

Correndo verso l’armadio cominciai a cercare freneticamente la mia borsa.

Una volta trovata v’infilai dentro solo portafoglio e cellulare.

Tutti i vestiti che Jack mi aveva regalato li avrei lasciati lì.

Abbassando lo sguardo iniziai a cercare le mie scarpe da ginnastica.

Le avevo appena individuate quando la mia attenzione fu richiamata dal rumore dalla maniglia della porta che veniva ruotata con rabbia.

«Ross apri immediatamente questa porta!» gridò Jack non appena si rese conto che mi ero chiusa dentro.

«Vattene» risposi decisa e sintetica.

Parlare con lui era veramente l’ultima cosa al mondo che avrei voluto fare in quel momento.

«Ho detto aprì!» perseverò lui.

«No!» urlai, frustrata e furiosa.

Un istante di silenzio poi la porta si aprì di schianto.

Un Jack furioso e rosso in viso entrò a passo veloce.

Non appena mi fu di fronte mi fissò truce.

Decisa a non concedergli nemmeno il minimo vantaggio, drizzai le spalle e risposi al suo sguardo con uno altrettanto furioso.

«Perché non mi hai detto che eri in corridoio?» mi chiese, facendo un passo avanti e stringendo le mani a pugno «Che cosa hai sentito e perché, soprattutto, ti sei nascosta?».

«Perché non mi hai detto che ti sei incontrato con Marie ieri pomeriggio?» gli chiesi ignorando le sue domande e facendo un passo verso di lui, tanto che i nostri nasi quasi si toccarono «Perché non mi hai detto che io facevo solamente parte di uno squallido piano per promuovere il tuo ultimo film?».

«Che stai dicendo?» indagò lui, accigliandosi e allontanandosi da me.

«Sto dicendo che ho sentito tutto!» sbottai furiosa ma, soprattutto, ferita «Sto dicendo che sei un grandissimo stronzo!».

«Ross, cosa hai sentito?» mi chiese, nuovamente, passandosi una mano fra i capelli.

«Ho sentito a sufficienza per essere già pentita di ciò che è successo fra noi stanotte!» gli strillai in faccia, incapace di trattenermi.

«È così che stanno le cose?» volle sapere lui «Hai sentito due minuti di un cazzo di conversazione e hai pensato di aver capito tutto?».

«Anche fare sesso con me faceva parte del tuo piano?» gli chiesi, dando voce a quella che era la mia paura più grande da quando lo avevo udito in corridoio.

«Tu cosa ne pensi?» mi domandò lui con voce gelida, invece di rispondermi.

«Non so cosa pensare!» risposi esasperata «Non ti conosco! Credevo che fossi un bravo ragazzo, che mi potessi fidare di te e invece guarda cosa è successo!».

«Ti fidi di me, Ross?».

La domanda di Jack e il suo tono sconfitto mi fecero vacillare per un istante.

Le parole che avevo udito poco prima in corridoio, però, mi tornarono immediatamente alla mente.

«No» risposi lapidaria, fissandolo freddamente negli occhi.

Scuotendo la testa, Jack mi rivolse un’ultima occhiata poi si voltò e, a passo lento, uscì dalla stanza richiudendosi la porta dietro le spalle.

Rimasta sola, afferrai una delle mie scarpe da ginnastica e la lanciai contro la porta.

Non dovevo assolutamente lasciarmi impressionare dall’uscita di Jack.

Era un attore, dei migliori per giunta.

L’espressione ferita e delusa che gli avevo visto stampata in faccia non erano reali.

Come non lo era stato tutto ciò che era successo fra di noi.

Veloce recuperai la scarpa che avevo lanciato e la indossai.

Indossata anche l’altra, presi dall’armadio il cappotto e, con la borsa in spalla, uscii dalla stanza.

Senza guardarmi attorno, ma tenendo lo sguardo fisso di fronte a me, percorsi il corridoio e scesi le scale.

Giunta al piano terra accelerai il passo.

Non volevo assolutamente correre il rischio di incontrare nessuno, tanto meno Jack.

La fortuna però non fu mia amica perché non solo vidi il ragazzo che mi aveva appena umiliata ma lo vidi persino in dolce compagnia.

Lui e quella che riconobbi essere Marie erano sulla soglia della cucina, ben visibili da dove mi trovavo io.

Stringendo i pugni raggiunsi la porta di ingresso.

Posata una mano sulla grande maniglia di ottone la ruotai.

Un clic e la porta si aprì.

Ero libera di andarmene.

Sì, ero libera di farlo ma non lo feci.

Incapace di spostare anche solo un piede, rimasi immobile.

Perché lo stavo facendo?

Non avevo ricevuto abbastanza rivelazioni dolorose per quella mattina?

Volevo veramente vedere con i miei occhi Jack e Marie insieme?

Bhè, per quanto doloroso sarebbe stato, la risposata era sì, volevo vedere quei due insieme.

Dovevo vederli.

Solo così avrei potuto mettere definitivamente la parola fine agli ultimi due giorni.

Reclinando leggermente la testa all’indietro sbirciai nuovamente in direzione della cucina.

Jack, che ancora mi dava le spalle, era lì, Marie invece… bhè Marie ora se ne stava abbarbicata addosso a lui con le labbra posate sul suo collo.

Sollevando gli occhi, forse richiamata dal mio sguardo, quella donna mi vide.

Senza scomporsi affatto accennò un sorriso.

«Finalmente ci siamo liberati di quella pezzente» disse, parlando nell’orecchio di Jack ma rivolgendosi a me.

Senza darmi il tempo di udire la risposta di lui, oltrepassai la soglia e uscii da casa.

Rapida scesi gli scalini e mi diressi verso la strada.

Non sapevo esattamente dove si trovasse l’aeroporto, dato che quando eravamo arrivati era notte fonda, ma confidavo nel fatto di trovare un taxi e farmici accompagnare.

Dopo circa dieci minuti di tentativi andati a vuoto, mi rassegnai ad andare a piedi.

Avevo fatto appena pochi passi, guardandomi freneticamente attorno alla ricerca di un qualsiasi pedone a cui chiedere indicazioni, quando un’auto accostò al marciapiede accanto a me.

«Che ci fai tutta sola per strada?» mi chiese una voce che riconobbi abbastanza facilmente.

Ronny, il ragazzo che aveva tentato di mettermi in guardia da Jack.

«Sto andando all’aeroporto» mi ritrovai a rispondergli, anche se controvoglia.

«Ma tu guarda che coincidenza» ironizzò «Sto andando lì anch’io. Sali che ti do un passaggio».

Non scorgendo alternativa migliore, aprii la portiera e mi accomodai sul sedile del passeggero.

Ritornato in strada, Ronny guidò per diversi minuti restando zitto, cosa di cui gli fui estremamente grata.

La mia voglia di conversare con qualcuno era, infatti, pari a zero.

Ce l’avevo con il mondo intero.

Jack in primis e me stessa subito dopo.

«Alla fine lo hai scoperto non è vero?» mi chiese però lui, a un certo punto, interrompendo il suo fantastico silenzio.

Continuando a fissare il paesaggio fuori da finestrino, mi presi alcuni istanti prima di rispondere.

«A cosa ti riferisci di preciso?» gli chiesi, nel tentativo di prendere tempo e rimandare quella conversazione penosa il più possibile.

Magari nel frattempo saremmo arrivati a destinazione e mi sarei potuta sottrarre da quell’interrogatorio sgradito.

«Alla trama dell’ultimo film di Jack e a tutto quello che è venuto dopo» mi rispose lui dopo un lieve sospiro.

«Bhè…in realtà no» risposi sinceramente «Non ho avuto notizie della trama. Tutto ciò che ho scoperto riguarda solamente la squallida sceneggiata che ne è seguita».

«Già» ammise lui a denti stretti «Un vero schifo. Jack si è comportato proprio da stronzo».

«Non voglio parlare di lui» lo interruppi voltandomi di scatto e afferrandogli un braccio.

«Non vuoi nemmeno conoscere i dettagli del suo ultimo film?» mi tentò, guardandomi velocemente con la coda dell’occhio.

«Se proprio insisti…» risposi vaga, celando accuratamente la curiosità e la bramosia di sapere.

«Ok» acconsentì Ronny, quasi come se mi stesse facendo un favore enorme «Il film parla di un ragazzo molto ricco, figlio di un noto politico, che prende una cattiva strada. Il padre, per cercare di aiutarlo, lo manda a stare per un po’ da uno zio lontano. Qui il ragazzo incontra la figlia di un vicino, una brava ragazza proveniente da una famiglia modesta. I due s’innamorano e l’amore di lei spinge lui a cambiare. Alla fine i due si sposano e vivono per sempre felici e contenti. E soprattutto ricchi. Una bella stronzata non trovi? Tutti però sono sicuri che sbancherà i botteghini. D’altronde Jack Romeo, da solo, richiama orde di fan in delirio. Io proprio non ho capito tutta sta macchinazione e tutto sto casino per pubblicizzarlo al massimo».

Ammutolita non dissi nulla.

La grande somiglianza fra la trama del film e ciò che era successo fra me e Jack mi aveva lasciata del tutto a corto di parole.

Quindi era tutto calcolato fin dall’inizio?

Ero stata veramente una stupida.

Probabilmente era stato il suo stesso assistente a chiamare i giornalisti la sera in cui c’eravamo conosciuti.

Chissà se ero stata scelta a caso o se, invece, ero risultata la candidata più idonea fra tante.

Chiudendomi in un silenzio ostinato, tornai a fissare lo sguardo fuori dal finestrino.

Quando finalmente vidi spuntare le prime indicazioni dell’aeroporto, tirai un sospiro di sollievo.

Ancora qualche ora poi, finalmente, mi sarei potuta nascondere dentro il mio appartamento dove avrei potuto leccarmi le mie ferite in santa pace.

Non appena Ronny ebbe consegnato l’auto all’addetto del servizio noleggio, lo ringraziai del passaggio e feci per allontanarmi.

«Allora le nostre strade si dividono qui?» mi chiese, trattenendomi per un braccio.

«Così pare» gli risposi, liberandomi dalla sua presa.

«Allora arrivederci» continuò lui, mettendosi le mani in tasca e squadrandomi dalla testa ai piedi.

«Arrivederci?» gli feci eco io, ridendo per l’assurdità che quel tizio aveva appena detto «Direi piuttosto addio».

«Allora addio dolcezza» precisò, avvicinandosi nuovamente di un passo.

Infastidita, gli voltai le spalle e mi allontanai senza nemmeno rispondere.

 

images

 

 

«Può per favore ricontrollare?» chiesi per l’ennesima volta alla ragazza seduta dietro al banco dell’ufficio informazione voli «Non posso aspettare quattro ore in aeroporto! Non c’è un posto in un volo che parta prima?».

«No signora» mi rispose lei, ostentando un’amarezza e un dispiacere che ero certa non provasse sinceramente «Tutti i voli sono al completo. L’unico disponibile è quello delle quindici e quarantacinque. Ora, se non le dispiace, dovrebbe farsi da parte perché dietro di lei c’è altra gente in attesa di chiedere informazioni».

«D’accordo» bofonchiai, allontanandomi e dirigendomi verso la sala d’attesa.

Obbligata a trascorrere lì dentro le quattro ore seguenti, mi comprai un panino, una bottiglietta d’acqua e un grosso libro.

Fornita di tutti i generi di prima necessità di cui avevo bisogno, mi accomodai a sedere.

In cerca di un po’ di solitudine, e decisa ad allontanare chiunque avesse anche solo la minima intenzione di fare due chiacchiere, aprii il mio nuovo libro e ci immersi il viso dentro.

Erano passate circa due ore da quando ero arrivata all’aeroporto, ed ero arrivata quasi a metà della storia che stavo leggendo, quando avvertii distintamente qualcuno prendere posto accanto a me.

Caparbia, restai con lo sguardo fisso sulle pagine del libro.

Forse se avessi ignorato del tutto la persona accanto a me questa non avrebbe avuto nessun pretesto per attaccare bottone.

Non ero assolutamente dell’umore adatto per fare due chiacchiere, tantomeno con un perfetto sconosciuto.

«Deve essere un libro veramente interessante se non riesci a staccarci gli occhi da sopra nemmeno il tempo necessario per guardare in faccia la persona che hai accanto» disse, dopo quasi dieci minuti, l’uomo seduto accanto a me, rompendo gli indugi.

La familiarità di quella voce mi fece gelare il sangue nelle vene.

Stringendo i denti, sollevai lentamente gli occhi e li posai sul nuovo arrivato.

«Che ci fai tu qui?» chiesi forse un po’ troppo bruscamente.

«Cercavo te» mi rispose Matt, il cognato di Jack, per nulla offeso dal mio tono di voce.

«Non dovresti essere a casa con tua moglie e le gemelle?» indagai nuovamente, incapace di comprendere il reale motivo della sua presenza lì in quel momento.

«Te l’ho detto, ti stavo cercando» ribadì lui, fissandomi dritta negli occhi.

«Jack sa che sei qui?» gli chiesi, avvertendo una fitta di dolore non appena pronunciai quel nome.

«No» mi rispose, sorprendendomi e lasciandomi di stucco «E se lo sapesse mi ucciderebbe. Non vuole avere più nulla a che fare con te».

Una fitta di rabbia mista a dolore mi trafisse lo stomaco.

«Se ti sei disturbato a venire fino all’aeroporto solo per dirmi questo, sappi che lo sapevo già» lo informai gelida e risentita «Mi dispiace per te ma stai perdendo tempo».

«L’unica cosa che è andata persa in tutta questa storia sono i neuroni tuoi e di Jack» ironizzò Matt in risposta, scuotendo la testa.

Notando il mio sopracciglio sollevato e il mio sguardo spazientito, si affrettò a precisare.

«Ti ho vista andare via da casa» cominciò a dirmi mettendosi comodo sulla sedia di plastica «Ero fuori dalla vetrata della cucina stamattina. Ero sceso presto per preparare il latte alle gemelle e, mentre aspettavo che lo sterilizzatore finisse, sono uscito per prendere una boccata d’aria. Dopo qualche istante, dal vetro, ho visto arrivare Marie, poco dopo Jack e infine te. So quello che hai visto, perché l’ho visto anch’io ma, a differenza tua, so anche cosa è successo prima che tu arrivassi e, soprattutto, cosa è accaduto dopo».

«Non voglio sapere nulla» lo interruppi, sentendo il mio cuore battere all’impazzata.

Non avrei di certo retto a nuove informazioni sulla coppietta felice.

«E invece sì che vuoi saperlo» mi corresse lui «Perché circa un’ora dopo che te ne sei andata, non appena Jack ne è stato in grado, io e lui abbiamo fatto una lunga chiacchierata».

«Cosa intendi dire con “non appena Jack ne è stato in grado”?» chiesi confusa.

«Questo per il momento non è importante» m’informò deciso Matt «Ora c’è una cosa più importante che voglio dirti. Jack non è solo mio cognato, Jack per me è come un fratello. È grazie a lui che ho conosciuto mia moglie ed è sempre grazie a lui se lei ha deciso di uscire con me la prima volta. Gli devo tutta la mia felicità, capisci? E se non fossi più che sicuro che tu rappresenti la sua opportunità di essere felice, non sarei qui. Lo faccio prima di tutto per lui, voglio che questo ti sia chiaro».

Incuriosita, annuii con la testa.

Dove diamine voleva andare a parare quel tizio?

«Adesso ti chiedo di ascoltarmi in silenzio, ok?» proseguì serio.

Nuovamente a corto di parole, annuii con la testa.

«Allora, partirò dall’inizio» m’informò sospirando «Da quando Jack si è svegliato stamattina accanto a te dopo aver passato quella che lui stesso ha definito una delle notti più belle e significative della sua vita. Lo so, lo so, suona leggermente melodrammatico ma devi capire che quando sono riuscito finalmente a calmare Jack e a parlargli, lui era leggermente…ubriaco».

Dopo quella rivelazione Matt tacque, osservando attentamente il mio viso in attesa di una mia reazione alle sue parole.

Nonostante non fossi assolutamente contenta del fatto che Jack si fosse ubriacato, da buona consulente degli alcolisti anonimi quale ero, rimasi comunque in silenzio.

Annuendo con la testa Matt continuò.

«Stavo dicendo, dopo aver passato la notte insieme a te Jack ha avuto una specie di illuminazione. Si è reso conto che se una brava ragazza come te poteva avere fiducia in lui e crederlo un uomo per bene, forse per lui c’era ancora speranza. E non importa se tutta la sua famiglia era da circa sei mesi che gli andava ripetendo la stessa cosa, gli servivi tu per aprire gli occhi. Comunque, deciso a cambiare le cose si è vestito ed è andato a parlare con la sola persona legata al suo lavoro presente in casa sua, e cioè Ronny. Uno stronzo colossale ma anche il figlio del suo agente, un certo Roland. Questo Roland è l’agente di Jack solo da poco. Precisamente da quando è riuscito a fargli avere il ruolo di protagonista nell’ultimo film di un famosissimo regista. Una parte, quella, ambita da quasi tutti gli attori in circolazione al momento. In cambio della partecipazione a questo film, appunto l’ultimo girato da Jack, però, il regista ha preteso che lui si facesse vedere in giro insieme alla figlia della sua nuova compagna, e cioè Marie, aspirante attricetta in cerca di notorietà riflessa. Prima di giudicare sappi che Jack non ha saputo nulla di tale accordo fino a che le riprese del film non sono iniziate. Quello stronzo di Roland glielo ha tenuto nascosto. Ha fatto in modo che Marie a Jack fossero casualmente presentati durante una cena di beneficienza e, per i mesi a seguire, ha organizzato tutto per permetter a lei di essere sempre presente agli eventi a cui anche Jack presenziava. Quando Jack ha scoperto tutto ormai il film era stato girato quasi per intero e fra lui e Marie era già successo qualcosa. Troppo tardi quindi per tirarsi indietro. Anche se incazzato ha continuato a frequentare quella ragazza tenendo fede al patto che il suo agente aveva preso con il regista a sua insaputa. Stamattina però Jack è andato da Ronny per dirgli di riferire a suo padre che per lui tutta quella farsa poteva dirsi conclusa. In realtà per Jack quella messinscena era finita già qualche giorno prima, quando ti aveva incontrata nel centro per gli alcolisti anonimi, solo che gli c’è voluto un po’ per capirlo».

«Ieri pomeriggio Jack è stato con Marie alla baia dove era andato per fare surf. L’ha ammesso lui stesso, l’ho sentito con le mie orecchie» lo informai, decisa a non cedere e difendendo a spada tratta il mio disprezzo per il ragazzo che mi aveva spezzato il cuore.

«Ti sbagli» mi corresse Matt, per nulla preoccupato «Ieri pomeriggio Jack e Marie avevano in programma un servizio fotografico, ovviamente organizzato da Roland, in una spiaggia non troppo lontana da qui. Jack ha dato buca a tutti ed è veramente andato a fare surf con suo fratello e un paio di amici. A un certo punto Marie l’ha raggiunto, dopo che Ronny le aveva detto dove cercarlo, facendogli una scenata. Quella ragazza era furiosa con lui per avergli dato buca e non essersi presentato al servizio fotografico concordato. Jack di fronte alle accuse c’è andato un po’ giù pesante con le parole e alla fine c’è stato pure male. È un ragazzo forte e tutto di un pezzo ma è anche un bravo ragazzo dal cuore d’oro. Ciò a cui hai assistito tu, Ross, era la discussione fra Ronny e Jack, e la ragazza di cui lui stava parlando era Marie e non tu. Non appena quello scemo di mio cognato si è reso conto che c’eri anche tu nel corridoio e che potevi aver sentito parte della conversazione, ti è corso dietro. Da quello che mi ha riferito, si aspettava che tu fossi arrabbiata con lui per via di Marie ma poi, parlando con te, ha capito che, invece, avevi frainteso ogni cosa».

«Perché non me l’ha detto subito?» lo attaccai a voce non tanto bassa, tanto che le persone intorno a noi si voltarono a guardarci.

Mostrandosi del tutto indifferente alle occhiate e alla curiosità altrui, Matt mi rispose.

«Era sua ferma intenzione farlo ma poi ha cambiato idea non appena tu ti sei dichiarata pentita di aver creduto in lui e, soprattutto, di aver passato la notte insieme. A quel punto ha preferito uscire dalla stanza e dalla tua vita. Jack è fatto così, tradiscilo e sei fuori. E, senza offesa, io avrei fatto esattamente la stessa cosa».

«E quando dopo pochi minuti l’ho visto in cucina intento a scambiarsi effusioni con Marie?» chiesi, incapace di ammettere con me stessa che forse avevo rovinato tutto, che forse alla fine avevo permesso alle mie paure e ai miei timori di prendere il sopravvento e offuscare la mia obiettività «Che mi dici di quello?».

«Che ancora una volta ti sei data una spiegazione sbagliata a ciò che hai visto» mi rispose Matt, scuotendo piano la testa e guardandomi mortificato «Ora ti dico cosa è successo veramente, e non ne sono a conoscenza perché mi è stato raccontato da qualcuno ma perché l’ho visto con i miei occhi. Non appena Jack è sceso in cucina, alla ricerca di un bicchiere e di qualcosa di forte con cui stordirsi, Marie gli si è avventata addosso. Preso alla sprovvista Jack ci ha messo un secondo di troppo a reagire e proprio in quel momento sei arrivata tu. Anche se forse tu non ci hai fatto caso, Marie ti ha vista e senza pensarci due volte ha fatto finta di inciampare, aggrappandosi a Jack con la scusa di cercare un appiglio per non cadere. In quel momento ti sei voltata verso di loro e lei si è avvicinata ancora di più a lui. Non so se, a quel punto, lei abbia detto qualcosa a lui o a te, ma sta di fatto che sei volata fuori di casa. Esattamente un istante prima che Jack afferrasse Marie e la allontanasse di peso da lui. Quella povera ragazza deve essersi amaramente pentita di quel gesto perché subito dopo Jack le ha riversato addosso tutta la sua rabbia, intimandole senza mezzi termini di sparire per sempre dalla sua vita e minacciandola di farla arrestare se si fosse anche solo permessa di avvicinare o contattare lui o una delle persone a lui care. Te compresa».

Cosa?

Dopo tutto ciò che gli avevo detto, Jack aveva incluso anche me fra le persone care da difendere?

Assurdo.

«Non so che dire» ammisi sospirando e passandomi le mani fra i capelli «Non so più cosa credere».

«Credi a ciò che hai sentito dentro di te quando stavi con lui» mi consigliò con dolcezza Matt.

«Sono stata una sciocca» ammisi senza problemi «Alla luce di ciò che mi hai detto non posso che sentirmi tale. Ma, Matt…le cose non cambiano. Se anch’io tornasi da lui cosa cambierebbe? Non farei che posticipare l’inevitabile. Facciamo parte di due mondi completamente differenti e inconciliabili. Ogni giorno ci sarebbero sotterfugi, gente cattiva e notizie inventate a mettere in crisi le mie certezze e ciò che c’è fra noi due».

«Non se vi fidate l’uno dell’altra e vi promettere di essere sempre onesti in qualunque occasione» mi redarguì l’uomo di fronte a me, infervorandosi leggermente.

Incredula sospirai.

Ci stavo veramente pensando?

Stavo veramente valutando l’idea di iniziare a frequentare Jack Romeo?

Non avrei mai e poi mai retto a una pressione del genere.

Forse, però, la voglia e la felicità scaturite dallo stare con lui sarebbero state un incentivo sufficiente a tenermi a galla e a farmi stringere i denti.

«Non mi rivorrà mai indietro» dissi afflitta e sconfitta, palesando l’ovvio «Ho fatto un gran casino. Ho permesso che la mia paura di non essere abbastanza per lui mi guidasse e offuscasse. Dio Matt… lo conosco da meno di due giorni e credo di aver già perso la testa per lui».

«È Jack Romeo, è normale» sospirò lui di rimando.

«No» lo corressi all’istante «Non è Jack Romeo, non per me. Il ragazzo per cui proverei a sopportare tutto, quello per cui farei un salto nel vuoto con il sorriso sulle labbra, non ha nulla a che vedere con l’attore che fa i film o con la celebrità che frequenta l’alta società. L’uomo a cui vorrei chiedere scusa migliaia di volte, quello che ho avuto l’immensa fortuna di avere tutto per me ieri notte, è un’infinità di volte meglio. O, almeno, lo è per me».

«Lo ami?» mi chiese a bruciapelo Matt cogliendomi di sorpresa.

«Non lo so, non ho avuto il tempo di capirlo» risposi dopo qualche istante «Ma avrei tanto voluto poterlo scoprire insieme a lui».

«Allora alza il tuo strepitoso sedere da quella sedia e prendiamo insieme l’aereo per tornare a casa, Pel di carota» sentii qualcuno dire dietro le mie spalle.

Non appena udii quel soprannome, fino a quel momento odiato, il cuore iniziò a battermi all’impazzata e gli occhi mi si riempirono di lacrime.

Battendo velocemente le palpebre, cercai di rimettere a fuoco il mondo di fronte a me.

Dopo aver fatto un lungo e profondo respiro mi alzai, lasciando cadere a terra il libro che tenevo sulle ginocchia, voltandomi verso Jack.

Nel farlo mi accorsi di come tutta la gente intorno a noi non stesse facendo altro che fissarci.

Qualcuno mi parve addirittura intento a filmare la scena con il telefonino.

Ignorando tutto il contorno e concentrandomi sul bellissimo uomo di fronte a me, gli andai incontro.

Ancora incredula mi fermai a pochi centimetri da lui.

Lentamente sollevai una mano e lo toccai.

«Ahia!» urlò Jack massaggiandosi una spalla «Per quale accidenti di motivo mi hai dato un pizzicotto?».

«Perché avevo bisogno di essere certa che tu fossi vero e non un sogno» gli risposi tirando su con il naso e faticando a contenere tutte le emozioni che mi stavano vorticando dentro da quando lo avevo visto.

«Bhè, in quel caso avresti dovuto pizzicare te stessa Pel di carota» mi rispose lui sfoderando uno dei suoi sorrisi più belli e affascinanti.

«Da quanto tempo sei qui?» gli chiesi, guardandomi attorno e notando un paio di donne asciugarsi gli occhi con dei fazzolettini.

«Abbastanza da aver capito di non essere stato sufficientemente bravo nel farti capire che ti trovo assolutamente perfetta, anche se mi pareva di avertelo detto più di una volta in camera da letto» mi rispose con un sorriso sghembo sulle labbra.

Arrossendo annuii, ricordando perfettamente l’episodio a cui si riferiva.

«Quello su cui evidentemente non stato sufficientemente chiaro è che ti trovo assolutamente perfetta per me, talmente tanto da volerci provare. E quando dico provare, intendo seriamente. Del tipo che tu sei solo mia ed io solo tuo. Che dopo aver visto che le cose fra noi possono funzionare anche a distanza, uno dei due si trasferirà a casa dell’altro, perché sono sicuro che averti sotto di me un paio di volte alla settimana non sarà affatto sufficiente. Del tipo che nessun’altra donna sfiorerà più il mio corpo e nessun altro uomo avrà il permesso di toccarti. Mia, tuo. Questo intendo».

Annuendo convulsamente con la testa mi gettai fra le sue braccia cercando senza esitazione le sue labbra, certa che quello appena passato lo avrei per sempre ricordato come il miglior Natale di sempre.

 

the-end

SCUSATE, MA A CASA MIA NON E’ NATALE SENZA QUESTA 

DI NUOVO AUGURI !!!!!!!

 

 

Questo racconto inedito pubblicato è un’opera di fantasia scritta in esclusiva per Stella e pubblicata sul sito Free Passion nella rassegna “Racconti di Natale – Un Tocco di Rosso”

© Riproduzione riservata. Proprietà intellettuale dell’autrice Lorenza. Vietata la riproduzione di questi contenuti o parte di essi.

 

natale

 

 

18 Comments on Rassegna Racconti di Natale – “Un Tocco di Rosso” – “Il Miglior Natale di Sempre” di Lorenza

  1. manu85
    dicembre 24, 2015 at 5:44 pm (5 anni ago)

    Oddio che bella storia proprio la vigila wow complimenti Lorenza x tutto…e Stella grazie di tutto
    FACCIO TANTI AUGURI DI BUON NATALE A TUTTI VOI E VOSTRI CARI
    BACI MANU

    Rispondi
    • Stella
      dicembre 25, 2015 at 9:32 am (5 anni ago)

      Grazie Manu, altrettanto!!!!
      Un bacione

      Rispondi
    • Lorenza
      dicembre 25, 2015 at 9:29 pm (5 anni ago)

      Felice che la storia ti sia piaciuta! E sono pure felice di essere ancora in tempo per darti gli auguri di buon natale!

      Rispondi
  2. Rosy ♥
    dicembre 25, 2015 at 3:58 am (5 anni ago)

    Questa rassegna di racconti natalizi non poteva concludersi meglio di così ♡
    Bravissima Lorenza ♡ Questo racconto è fantastico!

    Colgo l’occasione per augurare a Stella e a tutte le straordinarie autrici un sereno Natale ♡
    Auguri di ♡ anche alle lettrici di questo sito!

    Rispondi
    • Stella
      dicembre 25, 2015 at 9:33 am (5 anni ago)

      Rosy, tanti auguri anche a te

      Rispondi
    • Lorenza
      dicembre 25, 2015 at 9:30 pm (5 anni ago)

      Come sempre Rosy non posso che dirti grazie! E ci aggiungo anche tantissimi auguri di buon Natale

      Rispondi
  3. Irina
    dicembre 25, 2015 at 8:30 pm (5 anni ago)

    Che meraviglia! Storia incantevole e scritta benissimo! Un bellissimo regalo, grazie di cuore! E buon Natale a tutte!

    Rispondi
    • Lorenza
      dicembre 25, 2015 at 9:32 pm (5 anni ago)

      Grazie Irina, sono felice che ti sia piaciuta questa storia! Anche a te faccio i miei migliori auguri di buon Natale anche se oramai siamo agli sgoccioli! ;)

      Rispondi
  4. Valentina
    dicembre 25, 2015 at 8:40 pm (5 anni ago)

    Wow! Che bel racconto, l’ideale per chiudere questa bella raccolta di racconti di Natale.
    Grazie Lorenza e grazie a Stella per tutto quello che fai ogni giorno per noi.
    Buon Natale!

    Rispondi
    • Lorenza
      dicembre 25, 2015 at 9:34 pm (5 anni ago)

      Grazie a te Valentina per dedicare un po del tuo tempo a queste storie e in questo caso alla mia. Buone feste!

      Rispondi
  5. Danielle
    dicembre 25, 2015 at 9:26 pm (5 anni ago)

    Bello bello e ancora bello. Che vi devo dire ragazze siete fantastiche . Buon Natale a tutte voi

    Rispondi
    • Lorenza
      dicembre 25, 2015 at 9:35 pm (5 anni ago)

      Grazie Danielle, grazie davvero per il complimento. Buon Natale anche a te

      Rispondi
  6. Lorenza
    dicembre 25, 2015 at 9:39 pm (5 anni ago)

    Mi prendo un po’ di spazio qui per ringraziare Stella. Oltre a sopportare me e la mia inseparabile ansia da prestazione ( ;) ) è stata comunque la prima persona a credere in me e quindi mia cara finché vorrai io per te ci sarò. Grazie anche a tutte voi ragazze che mi concedete un po’ del vostro tempo dedicando alle cose che scrivo. Grazie di cuore e Buone feste a tutte!

    Rispondi
    • Irina
      dicembre 25, 2015 at 10:45 pm (5 anni ago)

      Allora non sono l’unica che soffre di ansia da prestazione e tormenta Stella? Che sollievo! Magari possiamo farci coraggio a vicenda, che ne pensi? Un abbraccio

      Rispondi
  7. Virna
    dicembre 26, 2015 at 9:52 am (5 anni ago)

    Molto in ritardo ma finalmente sto recuperando i racconti!
    Complimenti Lorenza,un racconto davvero romantico :)
    poi vabbè….gnocco più bambini!!!
    Un accoppiata micidiale!!!
    Aspetto con ansia di leggere altri tuoi racconti

    Rispondi
    • Lorenza
      dicembre 28, 2015 at 1:27 pm (5 anni ago)

      Gnocco e bambini vince facile!!!! Felice che questa storia ti sia piaciuta! Vedrò di scrivere qualcos’altro! Bacioni

      Rispondi
  8. rosig
    dicembre 28, 2015 at 11:58 am (5 anni ago)

    Anche se in ritardo ce l’ho fatta a leggere i racconti di natale! Lory bellissima storia d’amore complimenti per il tuo racconto un bel regalo di Natale grazie! ! ! Buon anno lory

    Rispondi
    • Lorenza
      dicembre 28, 2015 at 1:26 pm (5 anni ago)

      Buon anno anche a te tesoro! Bacioniiiii

      Rispondi

Leave a Reply