“Scegli Me” di Lorenza – Il Ritorno – 19° Capitolo

Buon lunedì mie belle fanciulle,

quelli che vedrete tra poco non sono i fuochi d’artificio della serata di capodanno che le nostre due coppie si stanno apprestando a festeggiare, ma i botti dell’incontro tra Andrea e il Signor Marcus Regis, il nonno di Mark.  Il vecchio ha fatto il suo trionfale ingresso, completo di tutta l’arroganza e cattiveria di cui era capace, ma Andrea non è stata a guardare, brava ragazza!

Ma, nonostante tutte le premesse fossero dalla sua parte, l’istinto non ha sbagliato e non ha trascorso la magica serata che aveva sperato.

Armatevi di tutta la vostra forza perchè, ahimè, sono previsti guai in paradiso!

Come sempre, non mi resta che augurarvi Buona Giornata, seguito dall’immancabile…….

Buona Lettura  

 

IMG_4978

 

Playlist

lori

-19° CAPITOLO-

Un improvviso ed energico bussare alla porta richiamò l’attenzione mia e di Mark, ponendo fine al nostro bacio.

Sbuffando per l’irritazione, mi staccai da lui e andai ad aprire.

Non appena ruotai la maniglia, la mia migliore amica entrò a passo veloce, spingendo la porta e spalancandola.

Subito dietro di lei comparve Dean.

<<Pronta per la serata?>> mi chiese Denise, evidentemente su di giri, voltandosi verso di me.

<<Wow! Sei uno schianto Andrea. Il tuo vestito è stupendo>> aggiunse, un istante dopo, squadrandomi dalla testa ai piedi.

Sorrisi compiaciuta.

<<Grazie>> le risposi.

Poi, gettando un’occhiata veloce in direzione del mio fidanzato, aggiunsi <<Il vestito è un regalo di Mark…>>

<<Ed io come ti sembro?>> mi chiese lei, quasi ignorando le mie parole e ruotando su se stessa.

La guardai, osservando ogni suo particolare.

A partire dal vestito rosso acceso, lungo fino ai piedi ma con una scollatura vertiginosa e uno spacco lunghissimo, fino ad arrivare ai sandali dorati dal tacco altissimo.

Era stupenda.

Sembrava, in tutto e per tutto, una modella pronta per un servizio fotografico.

<<Come sempre sei bellissima>> le risposi, scuotendo la testa e rassegnandomi, una volta per tutte, a non capire come lei riuscisse, ogni volta, a essere così perfetta.

Con un sorriso gigantesco dipinto sul viso, Denise si avvicinò a Dean e lo prese sottobraccio.

Lui le rivolse, a sua volta, un sorriso e le baciò la fronte.

<<Sbrighiamoci a uscire da qui>> disse all’improvviso Mark afferrando il mio cappotto <<Prima che questi due ricomincino>>

Ridendo, indossai il mio soprabito e uscimmo.

<<Andremo con la tua macchina?>> chiesi a Mark, una volta dentro all’ascensore.

<<No. C’è una limousine che ci sta aspettando>> mi rispose lui tirando fuori il cellulare dalla tasca e controllandone il display.

Non ero mai salita su quel tipo di macchina e l’idea di stare per farlo mi riempì di aspettativa ed eccitazione.

Non appena in strada, trovammo ad attenderci la macchina più lunga e fastosa che avessi mai visto.

Dopo averci fatto accomodare, il nostro autista tornò al posto di guida e partimmo.

Dopo qualche istante, Mark, Dean e Denise cominciarono a conversare.

Ma non io.

Io rimasi in silenzio, rapita da ogni stupefacente dettaglio di quel gioiellino a quattro ruote.

Vinta dalla curiosità, cominciai a spingere qualcuno dei tanti pulsanti di cui era dotata quell’auto.

Nonostante lo sentissi conversare con i nostri amici, notai che Mark, ogni tanto, gettava delle occhiate verso di me, sorridendo.

Non avevo ancora terminato di testare tutte le funzioni e gli accessori di quella macchina prodigiosa quando, all’improvviso, ci fermammo.

<<Hai intenzione di scendere e cenare con noi o vuoi restare qui a ispezionare la macchina?>> mi chiese Mark, provocando una risata generale.

Arrossendo leggermente sollevai le spalle.

<<Non so…>> gli risposi mordendomi il labbro inferiore <<Restare qui è veramente una grossa tentazione…ma ho fame, perciò mi tocca scegliere la cena con voi>>

Scuotendo la testa, ma faticando a trattenere un sorriso, Mark m’invitò a scendere.

La cena al ristorante fu perfetta.

Il tavolo, il cibo e il cameriere furono perfetti.

Almeno questo fu quello che Denise mi ripeté fino allo sfinimento.

Ed io mi fidai.

Oh, sì, ero anch’io lì con loro.

Ma, non appena la distrazione costituita dalla limousine venne meno, la mia mente e ogni mio pensiero si concentrarono sul ricevimento a cui saremmo andati una volta finita la cena.

Tutto il resto passò in secondo piano.

Cibo, conversazione e fidanzato.

Il mio comportamento taciturno e teso non passò inosservato a nessuno.

Tanto meno a Mark, che ne individuò facilmente la causa.

Per tutta la cena, infatti, continuò a sussurrarmi all’orecchio di “provare a rilassarmi” e che “sarebbe andato tutto bene”, accarezzandomi la gamba sotto il tavolo.

La cosa non funzionò molto, ma apprezzai comunque il suo tentativo.

Durante il tragitto per raggiungere la casa del nonno di Mark, a differenza del viaggio di andata verso il ristorante, rimasi ferma e immobile sul sedile, accanto a lui.

<<Andrea, ogni tanto cerca di respirare altrimenti, quando arriveremo a casa di mio nonno, il tuo viso sarà blu>> scherzò a un certo punto Mark, nel tentativo di allentare la mia tensione.

Voltando di scatto il viso verso di lui, lo fulminai con lo sguardo.

Ero consapevole del fatto che stessi esagerando, ma era come se non fossi più padrona delle mie emozioni.

Insomma…stavo per conoscere il nonno di Mark!

Un uomo che lui detestava e che gli aveva reso la vita un inferno, ignorandolo e trascurandolo.

Cercai di accantonare subito quell’ultimo pensiero perché, se ci avessi pensato troppo, avrei seriamente corso il rischio di dare uno schiaffo in faccia a quell’uomo non appena me lo avessero presentato.

Quando la nostra macchina rallentò, oltrepassando un’imponente cancellata di ferro battuto, Mark mi afferrò la mano e la strinse forte.

<<Tranquilla T-bird. Stai sempre vicina a me e ricorda che fra meno di un’ora saremo fuori di qui>> mi sussurrò all’orecchio, chinandosi su di me.

Dall’espressione del suo viso capii come nemmeno lui fosse del tutto indifferente a quello che sarebbe successo da lì a poco.

Mi sentii immediatamente in colpa.

Sarei dovuta essere io quella che avrebbe dovuto tranquillizzare lui e non il contrario, come invece stava accadendo.

Avvicinando le mie labbra alle sue lo baciai.

Con un leggero scossone la macchina si arrestò.

Staccando le labbra dalle sue, mi voltai titubante verso il finestrino.

Un sonoro fischio di Denise diede voce a quelli che furono immediatamente anche i miei pensieri.

Quella davanti a cui c’eravamo appena fermati non era una semplice casa.

Era di più.

Molto, molto di più.

Circondata da un meraviglioso parco, all’interno del quale erano visibili diverse fontane, si stagliava un’imponente villa in stile palladiano.

La casa, sovrastata da un enorme ingresso in stile imperiale, era illuminata a giorno da una serie di faretti sapientemente occultati dietro a siepi e aiuole.

Ero talmente rapita dall’imponente costruzione che avevo davanti agli occhi, che nemmeno mi accorsi dell’autista che apriva la portiera.

Richiamando la mia attenzione, Mark mi sollecitò a uscire dalla macchina.

Una volta fuori cominciai a camminare, sollevando il viso nel tentativo di osservare ognuno dei tre piani da cui era formata quella gigantesca casa.

Senza guardare dove mettessi i piedi, e guidata da Mark, mi ritrovai davanti ad un immenso portone di colore blu acceso su cui risaltavano due batacchi d’oro raffiguranti la testa di un leone.

Non appena varcammo la soglia, due cameriere in tenuta perfetta ci accolsero e presero i nostri soprabiti.

Chiudendo gli occhi, e richiamando in mio aiuto tutto il coraggio e la determinazione che mi erano rimasti, afferrai la mano del mio fidanzato.

Accanto a me, Mark fece un profondo respiro, strinse la presa sulla mia mano e s’incamminò verso il salone principale.

Voltando la testa cercai con lo sguardo Denise.

Lei e Dean ci stavano seguendo in silenzio.

Quando gli occhi della mia migliore amica incontrarono i miei, capii che anche lei, nonostante provenisse e frequentasse ambienti benestanti, era spaesata quanto me.

Dean, invece, sembrava tremendamente a suo agio.

Lo invidiai con tutto il cuore.

Non appena entrammo nel salone principale, attraverso una grande porta ad arco, il fiato mi si fermò in gola.

Non avevo mai visto, in tutta la mia vita, tanta ricchezza e maestosità racchiuse in un’unica stanza.

Tutte e quattro le pareti di quell’enorme sala erano ricoperte, fino a metà, da una carta da parati color oro con piccoli disegni a forma di rombo.

La parte superiore, invece, era dipinta con uno stucco veneziano rosso.

Nessun quadro o ornamento era appeso a quelle pareti, ad eccezione di un unico quadro.

Si trattava di un enorme ritratto di quello che dedussi essere, data la notevole somiglianza, il nonno di Mark.

Quel particolare avrebbe dovuto farmi capire subito quanto grande fosse l’egocentrismo del padrone di casa!

Addossati ai muri, lungo le due pareti laterali, c’erano decine e decine di divanetti e sedie color oro, con sedute e spalliere di velluto rosso.

In fondo alla sala, sopra a un piccolo palco ricoperto di tessuto damascato oro, stava suonando un quartetto d’archi.

Sollevando gli occhi notai che dall’elaborato soffitto a cassettoni pendevano due enormi, e meravigliosi, lampadari di cristallo.

Tutta quella maestosità mi stordì, ma non a sufficienza da non accorgermi del repentino cambiamento di postura di Mark.

Il corpo del mio fidanzato, infatti, improvvisamente s’irrigidì.

Lo vidi drizzare la schiena e sollevare il mento.

Sembrava che si stesse preparando ad attaccare qualcuno da un momento all’altro.

<<Guardate un po’ chi si è degnato di onorarci della sua presenza!>> tuonò una voce dura e autoritaria all’improvviso.

Voltando di scatto il viso vidi un uomo, dalla stazza imponente, avanzare a passo deciso verso di noi.

Per un attimo la visione di quell’uomo mi destabilizzò.

Come sarebbe stato Mark fra cinquanta anni?

Ce lo avevo di fronte.

Lui e suo nonno si somigliavano come due gocce d’acqua, se non fosse stato per le rughe che solcavano il viso di quell’uomo e i suoi curatissimi capelli bianchi.

<<Nonno>> rispose Mark con un tono di voce piatto e distaccato.

<<Bene, bene. Vedo che non sei solo…>> continuò quell’uomo, ignorando il nipote e voltandosi verso di me.

Poi, allungando la mano, si presentò.

<<Benvenuta nella mia casa, io sono Marcus>> mi disse con un evidente tono di superiorità, come se mi stesse concedendo il favore di rivolgermi la parola.

Chiamando a raccolta tutto il mio orgoglio, il mio spirito femminista e, cosa più importante, l’amore che provavo per Mark, alzai il mento e mi accinsi a rispondergli decisa.

Lasciando la mano di Mark, afferrai con decisione quella che il signor Marcus mi stava porgendo.

<<Piacere di conoscerla signor Regis. Io sono Andrea, la fidanzata di Mark>> risposi fiera.

Non appena le mie parole uscirono dalla mia bocca entrambi gli uomini intorno a me, quello di fronte e quello al mio fianco, trasalirono.

La mia sicurezza vacillò paurosamente.

Avevo fatto o detto qualcosa di sbagliato?

<<Fidanzata?>> tuonò Marcus ignorando me e rivolgendosi direttamente a Mark <<Più tardi faremo una lunga chiacchierata noi due. Non osare uscire da questa casa prima che io ti abbia parlato. Ora devo andare, ho degli ospiti importanti che mi stanno aspettando>>

E con quelle parole sprezzanti ci liquidò e se ne andò.

Dispiaciuta e imbarazzata, mi voltai verso di Mark.

<<Ti chiedo scusa. Io non pensavo…>> cominciai a dirgli, affranta.

<<Non ora Andrea!>> m’interruppe brusco lui, senza degnarmi di uno sguardo.

Offesa e ferita mi dovetti morsicare la lingua per non rispondergli a tono.

Non era il posto e nemmeno il momento adatto per una discussione.

Senza avvisarmi, e senza prendere nemmeno la mia mano nella sua come invece aveva fatto qualche istante prima, Mark si avviò verso il lato della sala meno affollato.

Facendo un cenno a Denise e a Dean di seguirci, mi affrettai ad andargli dietro.

Sempre più confusa osservai Mark afferrare al volo un flute di champagne dal vassoio di un cameriere e berlo tutto di un fiato.

Poi, improvvisamente, lo vidi bloccarsi in mezzo alla sala.

<<Ehi, tutto bene?>> gli chiesi, preoccupata, raggiungendolo immediatamente.

Non appena fui al suo fianco, però, mi raggelai.

Il volto di Mark era stravolto.

I suoi occhi erano sgranati e il suo viso pallido come un lenzuolo.

Seguendo con gli occhi la direzione del suo sguardo, vidi che stava fissando un gruppetto di persone.

Vi erano quattro donne e due uomini.

Un paio nostri coetanei, gli altri molto più grandi.

Distogliendo gli occhi da quelle persone, guardai nuovamente il viso di Mark.

Non stava guardando più quelle persone, stava fissando Dean.

Con occhi disperati stava implorando il suo aiuto.

Non avevo mai visto Mark così turbato e sconvolto.

Un brutto presentimento si fece prepotentemente strada nella mia testa.

Dean rispose allo sguardo di Mark e, per un istante, vidi nei suoi occhi il panico, poi prontamente celato dietro ad un’espressione impassibile.

Lentamente si avvicinò a noi.

<<Mark, scusa, mi potresti accompagnare alla limousine? Penso di aver dimenticato una cosa lì>> gli chiese in tono forzatamente tranquillo.

Mark annuì impercettibilmente e s’incamminò velocemente verso l’uscita.

Ancora una volta ignorandomi completamente.

Lo seguii con lo sguardo, incapace di muovere anche solo un piede.

Era quasi infondo alla sala, quando lo vidi fermarsi e voltarsi verso di me.

Fissandomi negli occhi, scosse la testa e mosse le labbra dicendo qualcosa.

Era troppo lontano perché potessi sentirlo, ma riuscii lo stesso a leggere il labiale.

“Non posso” disse un istante prima di girarsi e uscire dalla sala.

Non appena lui e Dean furono scomparsi dalla mia vista, Denise mi raggiunse.

<<Tutto bene Andrea? Sembra che tu stia per svenire da un momento all’altro?>> mi chiese afferrandomi per un braccio.

<<Io…io…non lo so>> le risposi confusamente.

Forse era solo un incubo.

Perché fino a dieci minuti prima andava tutto bene e Mark mi stava tenendo per mano….

<<E’ meglio se andiamo un attimo al bagno>> mi propose la mia migliore amica trascinandomi verso un lato della sala.

Senza opporre alcuna resistenza, e appoggiandomi a lei, la seguii.

Senza rendermi conto del tragitto fatto mi ritrovai chiusa dentro ad un bagno, con Denise che mi passava una salvietta umida sui lati della faccia.

<<Andrea, ti prego. Mi stai spaventando. Sembri sotto shock>> mi disse sempre più preoccupata.

Effettivamente era così che mi sentivo.

Sotto shock, confusa e spaventata.

La testa mi girava e le gambe mi tremavano.

<<Che cosa è successo in quella dannata sala?>> mi chiese scuotendomi leggermente per le spalle.

<<Io…non lo so>> le risposi cercando di tornare in me.

<<E’ per quello che ti ha detto il nonno di Mark?>> mi chiese ancora lei.

<<Sì…no…in parte>> le risposi scuotendo la testa.

<<Più che altro… è stata la reazione di Mark e il suo sguardo quando si è bloccato in mezzo alla sala…>> proseguii, rivivendo nella mente i fatti accaduti pochi minuti prima.

Denise annuì e aprì la bocca per dirmi qualcosa, quando il suo cellulare suonò.

Velocemente lo estrasse dalla borsetta e rispose.

<<Dean?>> rispose stupita.

Improvvisamente vidi la mia migliore amica farsi seria.

Cercai di richiamare la sua attenzione ma lei evitò, in tutti i modi, di guardarmi negli occhi.

<<Ok, arrivo>> disse, infine, chiudendo la comunicazione.

<<Che succede?>> le chiesi subito, spazientita.

<<Niente>> mi rispose troppo velocemente e guardandomi solo con la coda dell’occhio <<Niente di preoccupante. Senti… io ora devo andare un attimo da Dean. Tu aspettami qui, capito?>>

Non risposi.

Mi stava mentendo.

Conoscevo Denise troppo bene e da troppo tempo perché avesse qualche chance di farmela.

<<Non uscire da questo bagno. Sono stata chiara?>> ripeté decisa e guardandomi, finalmente, negli occhi.

In un istante elaborai un piano.

<<Certamente>> le risposi annuendo.

Dopo avermi fissata per alcuni istanti negli occhi, mi abbracciò e uscì velocemente dal bagno.

Non appena la porta si richiuse dietro di lei, strinsi forte il bordo del lavandino con le mani, serrai gli occhi e feci un paio di respiri lunghi e profondi per cercare di calmarmi.

Appena mi sembrò che il tempo trascorso dall’uscita di Denise fosse sufficiente, uscii a mia volta.

Stava succedendo qualcosa e se pensavano che me ne sarei stata buona ad aspettare chiusa in un bagno, si sbagliavano di grosso.

Cercando di passare inosservata, m’incamminai lungo il corridoio che affiancava l’ingresso del salone.

Dovevo trovare Mark e capire, una volta per tutte, cosa stava succedendo.

Nel buio del corridoio vidi chiaramente una sottile lingua di luce filtrare da sotto l’ultima porta in fondo.

A passo deciso mi avvicinai.

Accostando l’orecchio alla porta mi concentrai per sentire se vi fossero dei rumori provenienti da dentro.

Non udendo alcun suono, lentamente cominciai a ruotare la maniglia.

Aprii la porta quel tanto che mi servì per controllare se dentro vi fosse qualcuno.

La stanza era illuminata ma, all’apparenza, vuota.

Sentendo dei rumori di passi provenire da dietro di me, velocemente vi entrai dentro e richiusi la porta.

Guardandomi rapidamente intorno cercai di capire dove mi trovassi.

Con ogni probabilità ero entrata in quello che doveva essere lo studio del signor Marcus.

Una gigantesca scrivania di legno, infatti, troneggiava in mezzo alla stanza.

Dietro ad essa vi era un’enorme poltrona di pelle dallo schienale esageratamente alto.

Le pareti laterali, e quella subito dietro alla scrivania, erano occupate da scaffalature piene di libri.

Dal pavimento fino al soffitto.

A destra della porta, dove mi trovavo io in quel momento, vi erano un divano di pelle marrone e un tavolino, basso, in cristallo.

Anche quella stanza, come il salone e probabilmente tutto il resto della casa, trasudava ricchezza, potere e austerità.

Scuotendo la testa e sbuffando mi voltai, decisa a uscire il prima possibile da lì dentro.

Nell’istante esatto in cui appoggiai la mano sulla maniglia, però, la porta si aprì, finendomi quasi addosso.

<<Signorina Andrea, sa che potrei denunciarla per violazione di proprietà privata?>> tuonò la voce di Marcus, mentre quell’uomo entrava nel suo studio e si richiudeva la porta dietro alle spalle.

Spaventata feci un paio di passi indietro.

Con un profondo sospiro cercai di calmarmi e di ricominciare a pensare lucidamente.

<<Nessun giudice mi condannerebbe…>> iniziai a dire, rispondendogli a tono <<In mia difesa potrei dire che ho semplicemente sbagliato porta mentre cercavo il bagno…>>

Marcus mi fissò dritta negli occhi, per nulla scalfito dalle mie parole.

<<Lei non stava cercando il bagno>> rispose sprezzante.

<<No, infatti>> dissi dandogli ragione <<Stavo cercando Mark, ma lui non è qui. Quindi ora, se non le dispiace, gradirei uscire da questa stanza>>

Cercando di passargli affianco, avanzai verso la porta.

Una grossa e pesante mano arpionò il mio braccio.

<<Non così in fretta>> ringhiò lui.

Cercando di tenere a bada il mio cuore, che batteva impazzito, mi fermai.

Lentamente mi voltai verso di lui, puntando gli occhi sulla mano che stringeva il mio braccio, ma non dicendo nulla.

Ero convinta che avrebbe immediatamente allentato la presa, invece, lui mi stupì.

Stringendo ancora più forte il mio braccio, mi trascinò verso la sua scrivania.

Rimasi pietrificata.

<<Hey!>> gli urlai contro, non appena la rabbia si sostituì allo stupore.

Con un gesto brusco sfilai il braccio dalla sua presa.

<<Che diamine le è passato per la testa?>> sibilai infuriata.

<<Ascoltami bene, ragazzina>> mi rispose lui, puntandomi un dito contro <<So benissimo qual è il tuo gioco. Coraggio, dimmi quanto vuoi per toglierti di mezzo>>

Un’espressione schifata mi si dipinse sul viso.

Non ci fu bisogno di fare alcuna domanda per capire quello che stava cercando di insinuare quell’uomo.

Senza dargli nessun tipo di preavviso, feci un passo avanti e gli stampai cinque dita in faccia.

Non avevo mai preso a schiaffi nessuno.

Men che meno un uomo anziano.

Ma per lui non vi erano scusanti.

Mi aveva offesa nel peggior modo possibile.

<<Mi ascolti bene perché glielo dirò una volta sola, dato che non potrei tollerare di vedere nuovamente la sua viscida faccia>> gli dissi con la voce impregnata di disprezzo <<Non so che genere di donne lei sia abituato a frequentare, e non m’interessa minimamente scoprirlo, ma non si azzardi mai più a paragonarmi a una di loro. Non m’interessano né i suoi soldi, né le compagnie altisonanti. Non cerco nulla da lei. La sola cosa che voglio è Mark. Tutto il resto può anche andare a farsi fottere. Lei compreso>>

Massaggiandosi la guancia che avevo appena colpito, Marcus mi guardò furente.

<<Nessuna donna è mai stata indifferente al patrimonio di mio nipote! Lei non fa eccezione!>>  ribadì deciso e sempre più alterato.

Strinsi le mani a pugno, contrassi la mascella e feci un passo indietro.

La voglia di colpirlo nuovamente era ancora troppo forte.

<<Forse lei non ha ascoltato bene quello che le ho appena detto. Non m’interessano assolutamente i soldi di Mark. Voglio solo il suo amore>> riaffermai decisa e sempre più furiosa.

Marcus mi guardò, rivolgendomi uno sguardo pieno di compatimento e scuotendo la testa.

<<Mark le ha mai detto che la ama?>> cominciò a chiedermi con un tono di voce più calmo, ma proprio per questo ancora più pericoloso.

Non ebbi il tempo di rispondere, perché lo fece lui per me.

<<Non credo>> continuò, con aria soddisfatta <<E sa come faccio a saperlo? Perché mio nipote ha amato una sola donna nella sua vita. Sophie. Ma era troppo giovane e troppo stupido. E così ha finito col perderla. Da allora non ha fatto altro che restare in attesa che lei tornasse, perché la ama ancora e non riesce a darsi pace di averla persa>>

Incapace di respirare arrancai verso la scrivania e mi ci appoggiai contro.

La figura di Marcus cominciò a traballare e a farsi sfuocata quando i miei occhi si riempirono di lacrime.

<<Come immaginavo…>> disse soddisfatto il nonno di Mark girandosi e dirigendosi verso la porta.

<< Le do’ cinque minuti per uscire da casa mia. Addio signorina Andrea>> aggiunse, qualche istante dopo, senza voltarsi.

Poi uscì, lasciandomi sola.

Dicono che quando la nostra mente non è in grado di elaborare un dolore, perché esso è troppo forte, tende a negarne l’esistenza.

Credo che sia esattamente quello che mi successe.

Una pesante apatia calò su di me e lo spirito di sopravvivenza prese il sopravvento.

I miei polmoni ricominciarono a espandersi per fare entrare aria.

I miei piedi iniziarono a camminare per portarmi fuori da quella casa.

La mia mente, invece, si azzerò, rifiutandosi di ricordare qualsiasi particolare dell’ultima ora.

Non so come mi ritrovai, con il soprabito addosso, seduta dentro la limousine.

Fui costretta a sbattere le ciglia diverse volte e a guardarmi freneticamente attorno, prima di riuscire a capire dove e con chi fossi.

Una strana sensazione mi pervase.

C’era qualcosa che non andava e non mi ci volle molto per capire cosa fosse.

In auto con me c’erano Denise e Dean, ma non Mark.

<<Dov’è Mark?>> chiesi a nessuno in particolare.

Non m’importava se a rispondermi fosse stata la mia migliore amica o l’uomo seduto affianco a lei, mi bastava solo una risposta.

Fu Dean ad aprire bocca.

<<E’ andato via prima di noi. Lui… aveva bisogno di fare una cosa>> mi spiegò leggermente impacciato.

Lo guardai dritto negli occhi e scossi la testa.

<<Fantastico>> dissi scuotendo la testa <<Questa è proprio la mia serata. Prima mi danno della puttana e ora, tu, mi dai della stupida>>

Dean fece per replicare ma io alzai una mano per zittirlo.

<<Per favore! Piuttosto che dirmi altre cazzate, tieni la bocca chiusa!>> sbottai.

Dentro di me un tornado di sentimenti si stava risvegliando.

<<Te lo chiederò ancora una volta e vedi di essere sincero Dean. Dove diavolo è Mark?>> dissi ansimando, nel tentativo di mantenere la calma.

Dopo un lungo minuto di silenzio, finalmente si decise a rispondere.

<<Se n’è andato. Aveva bisogno di stare da solo>> mi disse, finalmente sincero.

Con le mani tremanti iniziai a massaggiarmi le tempie.

Quindi c’eravamo.

Eccoci qui.

Eravamo arrivati al momento che, più di ogni altro, avevo temuto.

Quello da cui la mia parte razionale mi aveva sempre messo in guardia, ma che io non avevo mai voluto prendere in considerazione.

Mark mi stava lasciando.

<<Andrea, senti… è una situazione complicata…>> aggiunse, qualche istante dopo, Dean.

Con un’occhiataccia lo zittii.

<<Dean, no. Non sei tu a dovermi delle spiegazioni>> gli dissi, richiamando in mio aiuto ogni briciola di autocontrollo che mi era rimasto in corpo, per non scoppiare a piangere.

Affrontammo il resto del viaggio nel più assoluto silenzio.

Con la coda dell’occhio vidi Denise provare ad alzarsi dal sedile, per raggiungermi, ma Dean la bloccò ed io gliene fui infinitamente grata.

In quel momento mi sentivo come una scultura di cristallo completamente crepata.

Se qualcuno mi avesse anche solo sfiorata, sarei andata in mille pezzi.

Non appena la limousine accostò vicino al marciapiede, mi precipitai fuori.

Senza nemmeno aspettare che l’autista venisse ad aprire la portiera.

Bisognosa di stare sola, e desiderando evitare chiunque, lasciai perdere l’ascensore e mi diressi verso le scale.

Dopo essermi sfilata le scarpe e aver raccolto lo strascico del vestito, mi lanciai in una folle corsa.

Quando arrivai al mio piano, ero completamente senza fiato, i muscoli delle gambe mi bruciavano per lo sforzo e sentivo delle goccioline di sudore scendermi lungo il collo.

Senza guardarmi intorno entrai decisa nell’appartamento di Mark.

La mia mente aveva già elaborato un piano.

Entrare nell’appartamento, fare le valigie e andarmene in un qualsiasi albergo, il più lontano possibile.

Semplice e veloce.

Quello che la mia parte razionale non aveva preso in considerazione, però, era il mio cuore.

Non appena varcai la soglia di quell’appartamento, infatti, un mare di dolore mi squarciò il petto.

Casa sua.

Il suo profumo nell’aria.

Incapace di respirare, arrancai in avanti finché non caddi a carponi.

Non appena mi chinai, la collanina che Mark mi aveva regalato a Natale uscì fuori dalla scollatura del vestito e cominciò a dondolare davanti ai miei occhi.

In quel momento andai completamente in pezzi.

Urlando per il dolore, cominciai a piangere, stendendomi sul pavimento e rannicchiandomi.

Ero ancora distesa a terra, con gli occhi fissi davanti a me senza però vedere nulla, quando una mano delicata si posò sulla mia spalla.

<<Andrea, so che in questo momento vuoi più di ogni altra cosa stare da sola, ma avevo bisogno di vederti. Ho resistito per un po’ ma poi non ce l’ho più fatta e sono dovuta venire di qua da te>> le parole, appena sussurrate, di Denise mi destarono dal mio torpore.

Sollevandomi a sedere fissai il suo bel viso segnato dalla preoccupazione.

<<Grazie di essere venuta, ma ora sto bene>> dissi risultando, però, poco credibile persino a me stessa.

<<Andrea…>> continuò lei ignorando del tutto le mie parole <<Ho provato a chiedere con Dean che cosa è successo stasera, ma lui dice che non può dirmelo. Che è una questione che riguarda solo Mark>>

Solo Mark…

<<Mi ha lasciata. Che altro c’è da capire>> le risposi in tono freddo e distaccato, come se stessi parlando della vita di qualcun altro e non della mia.

<<Bhè non è detto, c’è ancora una speranza che torni…>> provò a essere ottimista lei.

Scossi la testa e mi portai le mani davanti agli occhi.

<<Denise, no>> le dissi pregandola di smettere <<Credimi quando ti dico che mi ha lasciata. Tu non hai visto l’espressione del suo viso stasera in mezzo a quel salone, non hai percepito il gelo che all’improvviso è sceso fra noi e non hai sentito il tono freddo e distaccato delle sue parole. Io sì. Se n’è andato. Non so per quale motivo, ma è successo. E non parlarmi di speranza perché se ce ne fosse anche solo una lui ora sarebbe qui a parlare con me, invece che essere da qualche altra parte, chissà dove>>

Con gli occhi lucidi Denise allungò le mani per abbracciarmi ma io la bloccai, scuotendo con vigore la testa.

<<Vorrei stare sola. Per favore>> le dissi alzandomi in piedi.

Sospirando lei annuì e se ne andò.

Rimasta sola mi passai entrambe le mani fra i capelli, disfando del tutto la mia semplice acconciatura.

Senza pensarci due volte strattonai con rabbia il vestito che mi aveva regalato Mark finché, rompendo le cuciture, non riuscii a levarmelo di dosso.

Praticamente nuda, mi diressi verso la cucina.

Avevo un disperato bisogno di non pensare e di annullare tutto.

Rabbia, dolore, rancore e amore.

Aprendo l’anta del frigorifero, alla ricerca di qualcosa da bere, notai una bottiglia di champagne.

Probabilmente Mark l’aveva messa in frigorifero per noi due.

Per festeggiare insieme.

Invece…

Che diavolo era successo di così grave da fargli cambiare idea?

Da fargli decidere di lasciarmi, sparendo senza nessuna spiegazione?

Scacciai immediatamente quei pensieri.

Non ero in grado di affrontarli quella sera.

Mi avrebbero annientata e basta.

Avevo bisogno di un po’ di tempo per mettere insieme quel briciolo di forza che mi avrebbe permesso di continuare a respirare.

In modo plateale stappai la bottiglia e la sollevai in alto.

<<Alla tua salute Mark e al baratro senza fine in cui mi hai gettato>> dissi come brindisi mentre il cielo, fuori dalla finestra, era illuminato dai fuochi artificiali.

Sentendomi sempre più sopraffatta da una straziante voragine di dolore, attaccai le labbra alla bottiglia e cominciai a bere.

Un fastidioso rumore mi costrinse ad aprire gli occhi.

Me ne pentii subito.

Nell’istante esatto in cui le mie palpebre si sollevarono, infatti, sentii migliaia di spilli pungermi gli occhi.

Con un gemito roco, li richiusi subito.

Il rumore fastidioso e insistente continuò imperterrito.

Dovevo fare assolutamente qualcosa per farlo smettere.

Perché, nonostante fossi abbastanza conscia che si trattasse di un suono basso e attutito, nella mia testa risuonava, invece, forte e fastidioso come il rumore di un martello pneumatico.

Sollevandomi leggermente, provai ad aprire un occhio riparandomi, con una mano, dalla luce.

Dov’ero?

Che cosa stavo facendo?

Come mai ero stessa per terra in cucina, nuda come un verme?

Abituata ormai alla luce, aprii, lentamente, anche l’altro occhio.

Aggrappandomi alla maniglia di un’anta mi sollevai da terra.

Non appena fui in posizione verticale, una violenta fitta mi strinse lo stomaco.

Feci appena in tempo a voltarmi verso il lavandino che vomitai.

Non ricordavo esattamente cosa vessi mangiato la sera prima ma, qualsiasi cosa fosse, ora giaceva sul fondo del lavello.

Stremata, mi lasciai scivolare a terra.

Rannicchiai le gambe e vi appoggiai la testa sopra.

Dio mio, mi sentivo malissimo!

La testa mi pulsava tremendamente, in bocca avevo un sapore orribile e lo stomaco continuava a essere attraversato da crampi dolorosi.

Un piccolo barlume di lucidità mi fece improvvisamente ricordare quale fosse il motivo per il quale mi ero ridotta così.

La suoneria del mio cellulare mi salvò da quell’imminente salto nel vuoto.

A fatica, mi alzai e mi diressi verso il salotto dov’era la mia borsa e, perciò, anche il mio cellulare.

<<Pronto?>> farfugliai, per colpa della bocca impastata.

<<Andrea?>> la voce scioccata di mia madre mi riportò alla realtà <<Che hai fatto? Hai una voce orrenda!>>

<<Io…>> pensa, pensa , pensa <<Sono malata, mamma. Una tremenda influenza>>

<<Oh, mi dispiace veramente molto>> mi rispose lei, più per circostanza che altro <<Senti non posso stare molto al telefono. Volevo dirti che sono in Italia>>

In Italia?

<<Ok>> dissi, incapace di dire altro e ancora troppo frastornata dall’alcool.

<<Se per caso hai qualche giorno di ferie e ti andasse di farti un viaggio, un mio amico ti ospiterebbe volentieri>> continuò frettolosamente mia madre.

<<Ok>> ripetei io, senza riuscire però a capire bene a cosa vessi appena acconsentito.

<<Allora ciao tesoro. Ci si sente>> mi salutò lei e poi riattaccò.

Scuotendo la testa, gettai il telefonino sul divano e mi diressi in bagno, per farmi una doccia.

L’acqua calda mi fece subito stare meglio, ma iniziò anche a schiarirmi la mente.

E avere la mente lucida significava pensare.

E pensare significava ricordare.

Ed io quello non volevo farlo.

Mordendomi forte il labbro chiusi gli occhi e mi lavai il più in fretta possibile.

Non appena finii di sciacquarmi, mi catapultai fuori dalla doccia e dal bagno, senza nemmeno asciugarmi e decisa a dare fondo alla scorta di birra.

Improvvisamente, però, mi bloccai e cominciai a guardarmi intorno.

Ogni oggetto, ogni mobile e ogni superficie attorno a me mi ricordavano Mark.

Mi sentii soffocare.

I muri di quell’appartamento cominciarono a restringersi addosso a me.

Sicura di non poter resistere nemmeno un istante di più, corsi in camera da letto, afferrai al volo il trolley e cominciai a infilarvi dentro tutte le mie cose.

Feci appena in tempo a indossare un pantalone della tuta, una t-shirt e calzare un paio d’infradito, che fui fuori dalla porta.

In preda ad un attacco di panico in piena regola, comincia e bussare disperatamente alla porta del mio vecchio appartamento.

<<Apri! Apri!>> urlai disperata, appoggiando la fronte conto il legno freddo.

Dopo qualche istante, finalmente, qualcuno aprì la porta.

Senza indugiare mi fiondai dentro.

<<Rivoglio il mio appartamento. Subito!>> dissi, tremante, a Dean scioccato e fermo davanti a me.

Passandosi entrambe le mani sulla faccia annuì.

<<Certo>> disse scrutandomi velocemente per valutare le mie condizioni.

Quello che vide, evidentemente, non gli piacque molto perché, dopo un istante, aggiunse <<C’è del caffè pronto. Te ne prendo un po’, magari ti aiuterà>>

<<Grazie>> gli dissi senza sorridere, avvicinandomi al divano e sedendomici sopra.

Dopo qualche minuto Dean tornò con due tazze di caffè in mano.

Me ne passò una, poi si sedette vicino a me.

<<Quanto hai bevuto?>> mi chiese quasi subito, come se fossimo due amici di vecchia data.

<<Non lo so>> gli risposi senza guardarlo <<Abbastanza, credo>>

<<Andrea, mi dispiace. Io…>> tacque un attimo sospirando <<Cazzo, che situazione di merda. Vorrei esserti di aiuto ma non posso farlo perché ho promesso>>

Continuando a fissare la tazza di caffè che tenevo fra le mani, sospirai.

<<Sei mai stato innamorato, Dean?>> gli chiesi.

<<No>> mi rispose lui prontamente.

<<Non ancora>> si corresse un istante dopo.

<<Bhè allora sei un uomo fortunato>> gli dissi voltando il viso e guardandolo negli occhi.

<<Perché amare qualcuno è una cosa orrenda>> continuai <<Mettere il proprio cuore e la propria felicità nelle mani di qualcun altro è il modo più veloce per essere annientati. E più ami, più soffri. E la cosa più frustrante è che vorresti odiare la persona che ti ha lasciato, ma non ce la fai, perché l’amore che provi è ancora troppo forte. Allora ti accontenti di urlargli contro, di insultarlo, chiedendogli il perché. Ma io non posso fare nemmeno questo. Perché non ho la più pallida idea di dove sia Mark in questo momento. Quindi, rallegrati di essere in una situazione di merda perché quella in cui mi trovo io è molto simile all’inferno>>

Dean strinse gli occhi e voltò il viso dall’altra parte senza rispondermi.

Dopo quasi un minuto si alzò in piedi e, dirigendosi verso la camera da letto, mi disse <<Sveglio Denise e faccio i bagagli. Così ti lascio libera la casa>>

<<Torni a Miami?>> gli chiesi senza voltarmi a guardarlo.

<<No>> rispose lui risoluto.

<<Lo fai per Denise?>> gli chiesi, contenta che almeno fra loro le cose funzionassero.

<<Anche…>> mi rispose lui, dopo un istante di esitazione.

Scuotendo la testa, mi passai le mani fra i capelli e mi appoggiai allo schienale del divano.

Distrutta, e con un mal di testa lancinante, chiusi gli occhi.

Mi ero quasi appisolata, quando la voce di Denise mi fece sussultare.

<<Ciao>> mi disse sedendosi vicino a me e scrutando con attenzione il mio viso, per vedere in che condizioni fossi <<Come va?>>

Leggendo la risposta nei miei occhi, si corresse subito.

<<Ok. Domanda stupida, scusa>> disse grattandosi la fronte, nervosa.

<<Io… io non so che fare>> ammise dopo qualche istante <<Non ti ho mai vista così… così…distrutta>>

Sospirando annuii.

<<Probabilmente è perché non sono mai stata così distrutta…>> le dissi, dandole ragione.

<<Però non ne vuoi parlare e vorresti stare da sola, giusto?>> aggiunse la mia migliore amica come leggendomi nel pensiero.

<<Già>> mi limitai a dirle.

<<Ok, raduno le mie cose e me ne vado>> promise, alzandosi dal divano.

Dopo poco meno di mezz’ora lei e Dean, come promesso, furono fuori dal mio appartamento.

Ero convinta che sarebbero andati nell’appartamento di Denise, invece si trasferirono in quello di Mark.

Probabilmente non volevano starmi troppo lontani.

Prima di andare via mi fecero promettere che li avrei chiamarli subito in caso di bisogno.

Apprezzavo la loro premura, ma li avrei delusi.

Non volevo vedere, né sentire, nessuno.

Prendendo il piumone e un cuscino dal letto mi diressi in salotto, dove mi raggomitolai sul divano.

Non mi alzai per tutto il giorno.

Non mangiai quasi nulla e non mi azzardai ad avvicinarmi a niente di diverso dall’acqua.

Ero ancora troppo sfasata per la sbronza della sera prima.

Verso le otto di sera, mentre stavo velocemente passando in rassegna tutti i canali della tv senza cercare nulla in particolare, il mio cellulare suonò.

Allungando un braccio, lo afferrai da sopra il bracciolo del divano.

Distrattamente osservai il display.

Numero sconosciuto.

Un fremito mi percorse, immediatamente, la schiena e la mia mano iniziò a tremare.

E se fosse stato….

No, non avrei risposto.

Con un gesto brusco lanciai il cellulare dall’altra parte del divano.

Continuò a suonare insistentemente finché non si attaccò la segreteria.

La mia ansia e il mio tremore, però, non cessarono insieme agli squilli.

Il mare di lacrime, che avevo a fatica trattenuto fino a quel momento, si riversò fuori.

Cominciai a piangere, sempre più forte, finché il mio petto non fu scosso da forti singhiozzi.

<<Accidenti! Accidenti!>> cominciai a imprecare contro me stessa.

Ero ancora raggomitolata sul divano, con il respiro spezzato dal pianto, quando il mio cellulare ricominciò a suonare.

Dannato telefonino!

Senza ragionare, e spinta solo dalla rabbia e dalla frustrazione, lo afferrai e risposi.

<<Pronto?>> urlai con la voce rotta dai singhiozzi.

<<Pronto?>> ripetei di nuovo, cercando di calmarmi un po’.

Ancora silenzio.

<<Insomma, chi parla?>> sbottai nuovamente, vanificando ogni mio tentativo di tranquillizzarmi.

Ricevendo in risposta, ancora, nient’altro che silenzio, riattaccai.

Tolsi la suoneria e portai il cellulare in cucina.

Riavvolgendomi nel piumone mi stesi nuovamente sul divano e, sfiancata da tutte le lacrime e dal dolore, mi addormentai.

 

FINE 19° CAPITOLO

 

-ARRIVEDERCI A LUNEDI’ PROSSIMO –

Questo racconto inedito a puntate è un opera di fantasia scritta in esclusiva per Stella e pubblicato per gentile concessione dell’autrice solo sul sito Free Passion.

© Riproduzione riservata. Proprietà intellettuale dell’autrice Lorenza. Vietata la riproduzione di questi contenuti o parte di essi.

14 Comments on “Scegli Me” di Lorenza – Il Ritorno – 19° Capitolo

  1. Virna
    febbraio 29, 2016 at 3:04 pm (3 anni ago)

    Lorenza!!!!
    Oddio perché :(
    Una tragedia!!!se non muore Andrea muoio io!!!
    Troppo straziante questo capitolo!

    Rispondi
    • Lorenza
      febbraio 29, 2016 at 9:12 pm (3 anni ago)

      Duetto devo ammetterlo. Ma ora viene il bello…

      Rispondi
  2. manu85
    febbraio 29, 2016 at 3:31 pm (3 anni ago)

    Oddio non me lo ricordavo così brutto questo capitolo io lo strangolo che rabbia che mi fa cmq lunedì ne prevedo della belle

    Rispondi
    • Lorenza
      febbraio 29, 2016 at 9:13 pm (3 anni ago)

      Sì in effetti Mark e suo nonno hanno fatto a gara di stronzaggine in questo capitolo!

      Rispondi
  3. Veronica80
    febbraio 29, 2016 at 4:16 pm (3 anni ago)

    Che tragedia :(
    Ma ci deve essere qualche tranello…
    Mi piace un po’ di dramma ;)
    A lunedi

    Rispondi
    • Lorenza
      febbraio 29, 2016 at 9:14 pm (3 anni ago)

      Brava Veronica. Questo è solo l’inizio di una situazione intricata…

      Rispondi
  4. Rosy ♥
    febbraio 29, 2016 at 5:00 pm (3 anni ago)

    Piango piango e piango :'(

    Rispondi
    • Lorenza
      febbraio 29, 2016 at 9:14 pm (3 anni ago)

      Noooooo! Dai dai coraggio!

      Rispondi
  5. Danielle
    febbraio 29, 2016 at 5:15 pm (3 anni ago)

    Questo capitolo mi aveva fatto così incazz……
    la volta scorsa, pensavo che rileggendolo non mi avrebbe fatto lo stesso effetto e invece……
    Questo vuol dire una sola cosa che quando si scrive bene si può rileggere centinaia di volte le emozioni restano

    Rispondi
    • Lorenza
      febbraio 29, 2016 at 9:15 pm (3 anni ago)

      Danielle mi hai lasciata senza parole! GRAZIE!

      Rispondi
  6. Irina
    marzo 2, 2016 at 4:46 pm (3 anni ago)

    Uffa, ogni volta che leggo questo capitolo mi arrabbio, accidenti!

    Rispondi
    • Lorenza
      marzo 3, 2016 at 12:09 pm (3 anni ago)

      Dai che la rabbia non è sempre un brutto sentimento! ;) :*

      Rispondi
  7. Chiara
    marzo 3, 2016 at 8:18 am (3 anni ago)

    Che capitolo!!!!!!!! Per fortuna L ho letto oggi , quindi dovrò aspettare meno giorni!!!!!!! Vediamo fino a dove arriverà il tuo grado di crudeltà !!!

    Rispondi
    • Lorenza
      marzo 3, 2016 at 12:09 pm (3 anni ago)

      Hi! Hi! Hi! Abbastanza avanti direi…

      Rispondi

Leave a Reply