“Scegli Me” di Lorenza – Il Ritorno – 25° Capitolo

Quando diciamo la famosa frase “come vola il tempo”, sa tanto di clichè, ma se pensate che sono già trascorsi sei mesi da quando è ricominciata di nuovo l’avventura con Lorenza e il suo racconto, dobbiamo per forza ammettere che, anche si tratta di un detto vecchio come il mondo, è proprio vero.

Sembra ieri, ed invece, siamo già arrivati al capolinea, perchè oggi, mie care, è la volta del capitolo conclusivo, prima del gran finale della prossima settimana.

Oggi è il giorno in cui tutti i segreti e i grandi misteri della vita di Mark verranno svelati, quindi, mettetevi sedute comode, anche perchè la puntata che vi aspetta è veramente molto lunga e travagliata, e gustatevi tutti i succulenti dettagli e verità che verranno raccontate.

Però, vorrei anche ricordarvi il soprannome con il quale, all’epoca, era stata apostrofata la nostra Lorenza: “Crudelia.”

E anche le nuove leve scopriranno, così, che non si trattava di un affettuoso nomignolo dato a caso 

Scorrete giù ed iniziate a leggere, poi capirete che intendo, mentre a me, come sempre, non mi rimane che augurarvi una Buona Giornata seguito dall’immancabile…….

Buona Lettura  

 

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-25° CAPITOLO-

-MARK-

Ok, ero pronto.

Le mie poche cose erano dentro lo zaino che Robert mi aveva dato, il taxi era stato chiamato e Teresa stava arrivando.

Si era assentata un attimo dal ristorante per venirmi a salutare.

Incapace di stare fermo iniziai a camminare avanti e indietro, ai piedi del letto.

Ero così impaziente…

Ora che avevo tutta la situazione sotto controllo, ora che alcune verità erano venute a galla, ma soprattutto ora che mi era finalmente chiaro chi fossero i “buoni” e chi i “cattivi” nella mia vita, volevo tornare alla normalità.

O almeno a qualcosa che ci andasse vicino.

Quei giorni erano stati assurdi.

Sentimenti che avevo represso dentro di me per anni erano venuti fuori all’improvviso tutti insieme, prendendo il sopravvento.

Paure, insicurezze, ansie e timori mi avevano ridotto a uno straccio.

Se fossi stata una donna, la gente avrebbe definito quella che avevo avuto una crisi emotiva.

Ma ero un uomo e le persone attorno a me, nonostante fossi sicuro che lo avessero pensato, si erano ben guardate dal dirmelo.

Comunque era ora di reagire.

Dio, io ero Mark Regis!

Un uomo sicuro di sé, forte e che se ne fregava delle opinioni degli altri.

Ok, forse non sempre…

Diciamo che avevo vissuto il mio momento no.

Ora si trattava solo di rialzarsi e riprendere da dove avevo lasciato.

Ed ero più che sicuro che non sarebbe stata una cosa facile.

Dopo aver salutato Robert e aver consolato Teresa, che era scoppiata in lacrime non appena aveva posato gli occhi sul mio zaino, salii sul taxi e, impaziente, gli diedi l’indirizzo del mio appartamento.

Dopo quasi due ore di viaggio, notevolmente rallentati da un traffico infernale, finalmente arrivai a destinazione.

Non appena scesi dal taxi, mi fermai sul marciapiede.

Sollevando gli occhi al cielo, osservai la sommità del palazzo.

Là dentro, da qualche parte, c’era la mia Andrea.

Sempre più impaziente entrai nell’atrio e mi diressi verso gli ascensori.

Non appena ne arrivò uno, mi ci fiondai dentro e premetti il tasto corrispondente al mio piano.

Appoggiandomi alla parete in fondo cercai di tenere a freno l’entusiasmo, sforzandomi di pensare razionalmente.

Nonostante lo desiderassi con tutto me stesso, non potevo andare subito da Andrea.

Era una situazione delicata, che andava affrontata con calma.

Dopotutto ero stato io a prendere le decisioni e a fare tutto.

Era stata tutta una mia scelta.

Discutibile, ma pur sempre una mia scelta.

Andrea, invece, era stata la vittima impotente di tutto.

Aveva dovuto subire ogni cosa, senza ricevere in cambio alcuna spiegazione.

Sì, decisamente avrei dovuto agire con calma, ponderando attentamente le mie mosse.

Per tutti questi motivi quindi, non appena arrivai al mio piano, andai dritto alla porta del mio appartamento.

Usando le mie chiavi, entrai.

Varcata la soglia, mi richiusi la porta dietro le spalle e lasciai scivolare lo zaino a terra.

Ero a casa.

Un senso di calma mi pervase.

<<Dean?>> chiamai a voce alta <<Sono tornato>>

In casa non volava una mosca.

<<Dean, ci sei amico?>> riprovai, anche se ero abbastanza sicuro di non ricevere alcuna risposta.

Sospirando mi diressi verso la cucina.

Sentivo il bisogno di bere qualcosa.

Avevo appena posato la mano sul maniglione del frigorifero quando una voce, alle mie spalle, mi fece sussultare.

<<Che diavolo ci fai tu qui?>> sibilò, infuriata, la migliore amica di Andrea.

Sbuffando sollevai gli occhi al cielo.

Cristo!

Lei era l’unica persona che proprio non mi era mancata.

Voltandomi lentamente, cercai di mantenere la calma.

<<Ciao Denise>> le dissi, sperando in una conversazione pacata e civile.

<<Ciao un cazzo!>> sbottò lei in risposta.

Ok, le mie speranze erano del tutto vane a quanto pareva!

<<Che cosa ci fai tu qui?>> ripeté, visibilmente irritata dalla mia presenza.

<<Questa è casa mia, forse te ne sei scordata?>> le domandai ironico.

Mossa sbagliata!

Denise mi fulminò con gli occhi.

<<Non me ne frega niente se questo è il tuo appartamento! Hai tanti soldi Mark. Vai in un albergo, comprati un’altra casa, affitta uno yacht, vai dove cavolo ti pare. Purché tu stia lontano da Andrea>> mi disse seria e diretta.

Irritato dalle sue parole, replicai nervoso.

<<La rivoglio>> le dissi <<Sono qui per riprendermela.>>

Sgranando gli occhi, Denise mi fissò interdetta.

Poi, un attimo dopo, scoppiò a ridere.

<<Oh, ti prego!>> mi disse prendendo fiato <<Non farmi ridere>>

Dopo qualche istante però, notando la mia reazione fredda e per nulla divertita, tornò seria.

<<Stai parlando seriamente?>> mi chiese corrugando le sopracciglia.

Annuendo con la testa, le risposi.

<<Assolutamente sì>> confermai serio.

Dopo essersi passata entrambe le mani fra i capelli, la vidi scuotere la testa.

<<Oltre che emotivamente instabile, sei anche un idiota Mark Regis…>> disse, più che convinta delle sue parole.

<<Come scusa?>> le chiesi sollevando entrambe le sopracciglia.

Come diamine mi aveva appena definito?

<<Hai capito bene, femminuccia>> mi ripose drizzando le spalle e sollevando il mento.

Era pronta a una sfida.

Per fortuna sua, io non mi battevo con le donne.

Né fisicamente né verbalmente.

Avevo troppo rispetto per loro.

Anche se per Denise avrei fatto volentieri un’eccezione.

Ma di tutte le donne del mondo proprio di questa qui si doveva innamorare il mio migliore amico?

<<Stai attenta a come parli>> la avvertii.

<<Perché? Se no che fai?>> mi provocò lei.

Deciso a non cadere nella sua trappola, tentai di cambiare argomento.

<<Dean dov’è?>> le chiesi guardandomi intorno.

<<E’ a una visita medica>> mi rispose lei, facendo un passo di lato e bloccandomi la strada non appena provai ad aggirarla e ad allontanarmi.

<<Oh no, no, no!>> mi disse accompagnando le sue parole con il movimento del dito indice <<Non così in fretta Regis. Ho bisogno di fare due chiacchiere con te>>

Senza lasciarmi nemmeno il tempo di replicare, Denise continuò.

<<Non mi sei mai stato un granché simpatico, Mark. La mia migliore amica ha pianto più volte da quando ti ha conosciuto che in tutto il resto della sua vita>>

Ahi!

Quello era un colpo basso e fece parecchio male.

Insensibile alla mia smorfia, lei continuò.

<<Poi, quando credevo che finalmente avessi messo la testa a posto e avessi iniziato a trattarla come si meritava di essere trattata, ecco che sparisci! Ma dico, ti è dato di volta il cervello?>> mi chiese guardandomi storto.

<<Tu non puoi capire>> le riposi brusco e stufo delle sue offese.

<<Oh non ci provare Mark! Io so tutto. Dopo che ha raccontato ogni cosa ad Andrea, Dean ha raccontato tutto anche a me>> mi disse con aria di sufficienza.

Poi, sollevando le spalle, aggiunse <<Almeno il mio fidanzato è un uomo onesto…>>

<<Falla finita!>> sbottai, ormai stufo marcio di quella predica.

<<Ho fatto una cazzata ok. Ho sbagliato. Mi sono ritrovato in una situazione complicata e non ho saputo come comportarmi. Ma ora sono qui…>> le dissi, cercando di spiegarle in breve com’erano andate le cose.

<<Non hai saputo come comportarti?>> disse, ripetendo le mie parole, con un’espressione disgustata dipinta in volto <<Non so bene cosa tu abbia fatto in questi giorni, ma da quello che ho capito il tuo non è stato solo un tentennamento. Tu hai avuto una vera e propria crisi emotiva caro mio!>>

Oh eccola qui!

La prima e unica persona che aveva avuto il coraggio di chiamare le cose con il suo nome e sbattermele in faccia.

Ai miei occhi Denise acquistò molti punti.

<<Andrea è fortunata ad averti come amica>> le dissi di getto, dando voce ai miei pensieri.

Alle mie parole, però, vidi lo sguardo di Denise rabbuiarsi.

<<Una volta forse>> disse addolorata <<Ma ora non più. Mi sono comportata in modo orrendo con lei in questi giorni. E anche questa è tutta colpa tua!>>

Confuso, sollevai un sopracciglio.

<<E come mai?>> le chiesi curioso e rassegnato, ormai, a vedermi addossare le colpe di tutto.

<<Perché Dean mi ha convinto a lasciare in pace Andrea. Ha detto che il disprezzo che provavo per te era troppo evidente e forte, e avrebbe finito con l’influenzare in peggio la già negativa idea che Andrea aveva di te. In pratica…>> mi disse spiegandosi meglio <<Ho dovuto evitare di parlare di tutta questa storia con lei perché, per Dean, ero incapace di parlare di te senza insultarti o augurarti le peggiori cose…>>

Senza un minimo d’imbarazzo per quello che aveva appena detto, Denise mi fissò dritto negli occhi.

<<Perché sei tornato Mark? Voglio saperlo. E non mentirmi perché, in base alla risposta che mi darai, deciderò se permetterti o meno di rivedere Andrea>> sancì lei in modo definitivo e irrevocabile.

<<Dio, mi sembri un avvocato…>> le dissi sollevando le labbra in un ghigno.

<<Oh, caro Mark, se fossi solo un avvocato, saresti fortunato. Perché io, qui e ora, rappresento per te la corte marziale che sta per emettere il verdetto sulla tua pena di morte…>>

Accidenti, quella donna mi odiava veramente tanto!

<<Ok>> risposi accettando la sfida <<Vuoi sapere perché sono tornato? Eccoti accontentata! Perché sono un fottuto egoista, ecco perché. E’ vero, sono scappato lontano da Andrea quando le cose si sono messe male. E, che tu ci creda o no, l’ho fatto solo per lei, per il suo bene. Ma non ce l’ho fatta. Il bisogno di lei era troppo forte. Già dopo un solo giorno mi sono ritrovato a cedere. L’ho chiamata al telefono, restando zitto, solo per sentire la sua voce…>>

<<Sì, come un quindicenne idiota>> aggiunsi velocemente anticipando l’inevitabile commento di Denise.

<<Un paio di giorni ed ero già al limite>> continuai senza lasciarle il tempo di dire qualcosa <<Il mio buon proposito di starle alla larga per proteggerla stava già iniziando a vacillare. Poi, quando dopo aver parlato con Sophie ho saputo finalmente come stavano le cose, sono corso qui. Ho capito di aver fatto una cazzata. Ho capito che essermi imposto di stare lontane da lei, anche se per un buon motivo, non era la cosa giusta da fare. Voglio rimediare Denise. Voglio dirle che mi dispiace, che ho sbagliato e, poi, passare il resto della mia vita a dimostrarle che ha fatto bene a perdonarmi>>

Denise restò in silenzio a fissarmi, per quasi un minuto.

E per tutto il tempo mi sentii sotto esame.

<<E se ti dicessi che la tua motivazione non mi ha convinta?>> mi chiese, poi, sollevando il mento.

Stufo di quella messinscena, sbottai.

<<Sinceramente non me ne fregerebbe nulla. Rivoglio Andrea, né tu né nessun’altra persona al mondo sareste in grado di fermarmi>> le dissi rimettendola al suo posto.

Sollevando le mani al cielo, Denise sorrise.

<<Dio sia lodato! Mark Regis è tornato!>> disse sospirando <<Pensavo che mi sarei dovuta accontentare di quella sottospecie di donnetta frignona in cui ti eri trasformato!>>

Sbuffando scossi la testa.

Poi scoppiai a ridere.

Perché, anche se mi scocciava terribilmente ammetterlo, Denise in qualche modo aveva ragione.

<<Ok, vai pure a riprendertela>> mi disse rilassando finalmente le spalle <<E gioca bene le tue carte questa volta perché, te lo giuro Regis, questa è la tua ultima possibilità>>

Annuendo con la testa, aggirai Denise e mi diressi verso la porta.

<<Dove stai andando?>> mi chiese immediatamente lei, afferrandomi per un braccio.

<<Da Andrea, mi sembrava chiaro!>> le risposi fissando la sua mano ancorata al mio polso e non il suo viso.

<<Assolutamente no!>> sbottò risoluta e autoritaria.

Il tono della sua voce mi colpì così tanto che sollevai gli occhi di scatto.

<<E perché mai?>> le chiesi rassegnandomi a dover sopportare le stranezze di quella donna ancora per un po’.

<<Perché Andrea domani avrà la presentazione del progetto Devin>> mi disse come se stesse dicendo la cosa più ovvia del mondo <<Se tu ora ti presenti da lei, manderai tutto a monte. Andrea andrà in panico e il suo primo istinto sarà quello di scappare e mollare tutto. Se la ami, lasciale portare a termine questo lavoro. Lasciala tranquilla. Glielo devi, Mark>>

Con un sospiro profondo assimilai le sue parole.

Aveva ragione.

Aveva fottutamente ragione.

Non mi potevo presentare da Andrea e sconvolgerle la vita.

Sarebbe stato un gesto davvero egoista.

Avrei aspettato l’indomani e, dopo la riunione, niente mi avrebbe più impedito di andare da lei.

<<Hai ragione>> risposi a Denise.

Poi, avvicinandomi alla porta e afferrando il mio zaino ancora a terra, le chiesi <<Dove devo dormire? Nella stanza degli ospiti o ho ancora la mia vecchia stanza?>>

Il mattino dopo mi svegliai presto.

Nonostante l’ora, Denise e Dean non erano già più in casa.

Avevo salutato velocemente il mio migliore amico la sera prima, non appena era rincasato dalla sua visita.

Non avevamo chiacchierato molto perché eravamo entrambi provati ed esausti.

Mi ero comunque ripromesso di parlargli il prima possibile, per capire per quale motivo anche lui fosse in quello stato.

Dopo aver fatto colazione con un caffè doppio, mi feci una doccia veloce.

Nei miei piani per riavvicinarmi ad Andrea, al primo posto, c’era darle il braccialetto che le avevo preso come portafortuna per la riunione.

Avevo pensato di lasciarle il pacchettino fuori dalla sua porta, in modo che lo trovasse non appena fosse uscita.

Avrebbe sicuramente capito che il mittente ero io.

Non avendo più bisogno di nasconderle il fatto che fosse al centro dei miei pensieri, le avevo scritto una piccola frase firmandola con la mia iniziale.

Dopo aver indossato un paio di jeans e una t-shirt, uscii dalla porta.

Appena fuori per poco non andai a sbattere contro un ragazzo alto ed eccessivamente magro, che indossava una divisa enorme e di un colore assurdo.

<<Mi scusi>> mi disse non appena mi vide <<E’ qui che abita la signorina Andrea Grade?>>

<<Perché lo vuoi sapere?>> gli chiesi aggrottando le sopracciglia.

Era inutile, quando si trattava di quella donna il mio istinto di uomo geloso e cavernicolo aveva sempre la meglio!

<<Ho una consegna per lei…>> mi rispose, titubante, quel povero fattorino.

Rilassando i muscoli, ammorbidii il tono di voce.

<<Abita nell’appartamento di fronte>> gli dissi indicandoglielo.

Il ragazzo, allora, si voltò pigramente e alzò una mano pronto a bussare.

<<Ehi amico, aspetta un attimo>> lo fermai, non appena un’idea geniale invase la mia mente.

<<Se ti do cento dollari, consegneresti anche questo pacchetto a quella signorina?>> gli chiesi mettendo mano al portafoglio.

Gli occhi del ragazzo s’illuminarono alla prospettiva di guadagnare così tanti soldi in così poco tempo.

<<Puoi contarci amico>> mi disse, spostando la scatola che aveva vicino ai piedi e avvicinandosi a me.

Il suo gesto attirò la mia attenzione sull’altro oggetto della consegna.

<<Che c’è lì dentro?>> gli chiesi, sentendo la gelosia e la possessività fremere dentro di me.

<<Non…non posso dirlo>> mi rispose titubante lui, timoroso di veder sfumare il suo guadagno facile per colpa di quel rifiuto.

Aprendogli il portafoglio sotto gli occhi, tirai fuori due banconote da cento.

<<Non potresti dirmelo nemmeno se ti dessi altri cento dollari?>> gli chiesi ironico, sventolandogli le banconote sotto il naso.

Dopo un attimo di esitazione, la cupidigia di quel ragazzo ebbe la meglio sulla sua rettitudine lavorativa.

<<Ci sono delle rose. Un mazzo di rose bianche…>> mi confessò di getto.

<<E c’è anche un biglietto?>> gli chiesi, deciso a sapere più cose possibili.

<<Credo di sì>> mi rispose incerto <<Ma non posso farglielo vedere…>>

Deciso a risolvere una volta per tutte il problema, tentai il tutto per tutto.

<<Quanto vuoi per dare a me quelle rose e farle sparire per sempre?>> gli chiesi vergognandomi immediatamente di me stesso.

Cazzo!

Ero un uomo rispettabile e temuto!

Come poteva la gelosia per la mia donna ridurmi in quel modo?

Appoggiando una mano in modo protettivo sulla scatola, il ragazzo fece un passo in dietro.

<<Io…Io non posso…rischierei di perdere il lavoro…>> mi disse timoroso.

<<Ok, non fa nulla, tranquillo amico. Io ci ho provato>> lo rassicurai, allungandogli i duecento dollari promessi e la scatolina con il regalo di Andrea.

Dopo avergli fatto promettere di non rivelare niente ad Andrea della nostra chiacchierata e della mia esistenza, mi voltai ed entrai nel mio appartamento.

Era ufficialmente iniziata la fase di riconquista.

Ora non mi restava che aspettare che la riunione prevista per le quattro di quel pomeriggio finisse.

È proprio vero il detto che quanto più vuoi che il tempo passi in fretta, meno questo lo fa!

L’attesa che si facessero le quattro del pomeriggio mi parve eterna.

Mi feci la doccia, cucinai, dormii e guardai la tv.

Ma ogni volta che, speranzoso, guardavo l’orologio, le lancette si erano spostate in avanti di un paio di minuti soltanto.

Alle tre e mezzo, agitato e incapace di stare fermo, cominciai a camminare avanti e indietro per il salotto.

Oltre al bisogno e alla smania di veder Andrea e parlarle, si era aggiunta anche una buona dose di ansia professionale.

Sarebbe andata bene la presentazione del progetto?

Andrea se la sarebbe cavata da sola?

Il cliente avrebbe accettato di lavorare con noi?

Avevo bisogno di risposte e c’era una sola persona in grado di darmele.

Dopo aver preso il cellulare da sopra il bracciolo del divano, composi il numero di Theodor.

<<Smith>> mi rispose quasi subito.

<<Theodor sono Mark>> gli dissi, contento di averlo trovato <<Ti ho chiamato per sapere se è tutto ok per la presentazione del progetto…>>

<<Sì, è tutto a posto>> mi rispose, con un tono di voce non più rilassato come quello che aveva quando mi aveva risposto.

<<Bene>> dissi ignorando la cosa <<Mi fa molto piacere. Ehm…Theodor…Andrea è già arrivata?>>

<<Sì, è qui con me>> mi rispose sbrigativo e, all’apparenza, non troppo felice di darmi quella notizia.

<<Sono qui anch’io, nel mio appartamento>> gli confidai sperando di renderlo felice con quella notizia <<Sono poco lontano da voi…da lei>>

Senza dire alcuna parola di commiato, Theodor riattaccò.

Aggrottando le ciglia, allontanai il cellulare dall’orecchio e lo fissai per alcuni secondi.

Ma che diavolo gli era preso?

Infastidito per il modo inaspettato e poco carino con cui Theodor aveva posto fine alla nostra conversazione, ricomposi il suo numero.

Senza nemmeno squillare, partì la segreteria telefonica.

Aveva spento il cellulare.

Forse la riunione era iniziata.

Sbuffando, lasciai cadere il cellulare sul divano e mi misi a sedere.

Afferrando il telecomando inizia a fare zapping.

Il rumore lontano, e appena percepibile, di una serratura che veniva aperta mi fece aprire gli occhi di scatto.

Dovevo essermi addormentato.

Stiracchiandomi, mi alzai dal divano e andai verso la porta.

Osservando dallo spioncino controllai fuori, nella speranza di vedere Andrea in corridoio.

Niente.

Tutto era immobile e tranquillo.

Mugugnando tornai a sedermi sul divano.

Quasi un’ora più tardi la mia riserva di pazienza era quasi esaurita.

Stavo seriamente valutando la possibilità di presentarmi nella sala riunioni dell’ultimo piano, quando il mio cellulare iniziò a suonare.

Numero sconosciuto.

Forse era diventata una moda…

<<Pronto?>> risposi incuriosito.

Se erano Dean o Denise che mi stavano facendo uno scherzo, li avrei fatti pentire della loro scelta.

<<Pronto? Chi parla?>> ripetei, pronto a riempire d’improperi il mio migliore amico non appena si fosse fatto riconoscere.

Un rumore di passi, proveniente dal corridoio, mi distrasse dal silenzio che seguì alla mia domanda

Sicuro che si trattasse di Andrea mi fiondai alla porta e incollai l’occhio allo spioncino.

Non si vedeva ancora nessuno.

Ansioso di capire di chi si trattasse, avevo quasi del tutto dimenticato la telefonata.

Perlomeno fino all’istante in cui una voce rauca non parlò.

<<Sono io>> disse all’improvviso l’ultima persona al mondo che avrei voluto sentire.

Sconvolto e furioso dall’udire quella voce, feci un paio di passi indietro allontanandomi dalla porta.

<<Nonno sei tu?>> domandai incredulo.

Che faccia tosta!

Come si permetteva di chiamarmi?

Dopo tutto quello che mi aveva fatto e tutto quello che gli avevo detto!

<<Mark, ti devo parlare>> iniziò a dirmi <<La tua reazione di ieri è stata assurda. Tu non capisci che io ho agito così solo per il tuo bene e che…>>

Senza lasciargli il tempo di concludere la sua frase, riattaccai.

Nessuna parte di me, nemmeno la più piccola e insignificante, aveva voglia di starlo a sentire.

Quell’uomo aveva già infangato e rovinato la mia vita a sufficienza.

Stringendo il cellulare nella mano mi riavvicinai alla porta.

Fu una frazione di secondo, ma mi parve di vedere la porta dell’appartamento di Andrea che si chiudeva.

Stropicciandomi gli occhi, guardai meglio.

Tutto immobile e fermo.

Forse mi ero immaginato tutto.

Rassegnato, e abbastanza affamato, gettai un occhio all’orologio e mi avviai verso la cucina.

Mezz’ora.

Dall’ultima volta che avevo guardato l’orologio era passata poco più di mezz’ora e di Andrea nessuna traccia.

Era venuto il momento di fare qualcosa.

Dopo essermi infilato un paio di scarpe da ginnastica, mi diressi deciso verso gli ascensori.

Pronto ad andare nella sala riunioni all’ultimo piano.

Sospirando mi augurai che la riunione fosse finita.

Piombare lì e interrompere la presentazione del progetto non era certo il modo migliore per iniziare la riconquista di Andrea.

Tra l’altro non indossavo nemmeno degli abiti adatti, ma un vecchio e logoro paio di jeans e una t-shirt degli AC DC.

Arrivato a destinazione, mi recai immediatamente nella sala in cui avrebbe dovuto trovarsi Andrea.

Senza nemmeno bussare, spalancai la porta.

La delusione che mi colse fu forte e immediata.

Era vuota.

Dentro non c’era nessuno.

Se non era lì, allora Andrea dov’era?

Magari era uscita a cena con Peter Devin e Theodor per festeggiare la firma del contratto.

Scocciato, tornai nel mio appartamento.

Avevo appena chiuso la porta alle mie spalle e avevo fatto un paio di passi, quando sentii il mio cellulare suonare.

Prima di rispondere osservai il display.

Sentire di nuovo la voce di mio nonno era veramente l’ultima cosa che avrei voluto.

Sollevato, lessi il nome di Dean.

Camminando verso la cucina, allo scopo di prendere un bicchiere di acqua, risposi.

<<Ehi fratello, dove sei finito?>> gli chiesi felice di sentire la sua voce.

<<Sono a casa di Denise>> mi rispose lui, giustificando la sua assenza <<Pensavamo che tu preferissi restare solo. Avere un po’ di privacy…>>

Sollevando gli occhi al cielo feci una smorfia.

<<In realtà oggi avrei preferito avere qui te e la tua consolle di videogiochi>> gli confessai mentre prendevo fuori una bottiglia di acqua dal frigorifero <<Per aiutarmi a passare il tempo…>>

Evitando di perdere tempo a cercare un bicchiere mi attaccai direttamente alla bottiglia.

<<Mi dispiace amico…>> mi rispose Dean con un tono di voce che diceva, però, tutto il contrario.

<<Sì, immagino>> gli risposi sbuffando <<Si sente proprio che sei affranto>>

<<Ehi, mica potevo dirti che ho passato una giornata fantastica fra le gambe di una ragazza perfetta!>> si giustificò Dean sogghignando e girando il coltello nella piaga.

Ero sul punto di mandarlo a quel paese quando il suono del campanello di apertura delle porte dell’ascensore attirò la mia attenzione.

Andrea!

<<Devo andare>> dissi bruscamente a Dean, chiudendo la comunicazione.

Come una furia mi fiondai fuori dal mio appartamento, richiudendomi rumorosamente la porta dietro le spalle.

<<Andrea?>> urlai cercandola con lo sguardo lungo il corridoio vuoto.

L’unica cosa che sentii fu il borbottare di qualcuno all’interno dell’ascensore.

Andrea?

Una delle due voci mi parve proprio la sua.

Voltandomi in direzione dell’ascensore feci per avanzare quando, improvvisamente, vidi Theodor uscirvi da dentro trascinandosi dietro un trolley scuro.

Che ci faceva lui qui?

Fissandomi dritto negli occhi, lo vidi camminare verso di me.

<<Non è qui, Mark>> mi disse tranquillo, rispondendo alla mia domanda di poco prima.

Non so per quale motivo, ma capii subito che quella non era la verità.

Mi stava mentendo e la cosa non mi faceva per nulla piacere.

<<Stronzate!>> gli dissi alterato <<Ho sentito la sua voce. Devo vederla Theodor>>

Senza mai staccare il suo sguardo dal mio, lo vidi scuotere la testa deciso.

<<Mi dispiace Mark, ma lei non vuole vederti>> mi disse con un tono di voce che non ammetteva repliche.

Se pensava di impressionarmi si sbagliava di grosso.

Non gli avrei permesso di tenermi lontano da lei.

<<Non m’interessa cosa vuole lei! È arrabbiata, è normale che non voglia vedermi! Le devo spiegare tutto, Theodor. Le devo dire come stanno le cose!>> gli urlai contro, stufo di dovermi giustificare con tutti tranne che con l’unica persona con cui volevo farlo.

Fissandomi intensamente, quasi studiandomi, Theodor rimase in silenzio.

<<Prima dimmi una cosa Mark>> mi domandò all’improvviso cogliendomi di sorpresa <<In questi giorni sei stato con Sophie?>>

Cosa?

E lui come faceva a sapere di Sophie?

Aveva parlato con Dean?

No.

Il mio migliore amico me lo avrebbe sicuramente detto.

Mettendo da parte l’idea iniziale di rispondergli mentendo, decisi di dirgli la verità.

<<Sì>> risposi semplicemente.

Non aggiunsi altro.

Conoscere i particolari era una cosa che non riguardava lui.

<<Andrea è nel suo appartamento>> mi ripose, un attimo dopo, facendo un passo indietro.

Convinto che mi avesse detto la verità mi voltai e, a passi veloci, avanzai verso la porta di Andrea.

Non appena fui lì davanti, però, il mio istinto mi gridò che avevo fatto una cavolata a dar retta a Theodor.

Veloce come un lampo percepii l’evidenza dei fatti.

La valigia che Theodor aveva con sé in ascensore non era sua…

Andrea era lì dentro con lui.

Andrea stava partendo.

Terrorizzato all’idea di perderla, e incazzato nero con il signor Smith perché me la stava portando via, cominciai a correre verso l’ascensore.

<<Andrea? Andrea! Cazzo, no!>> urlai, sperando di arrivare in tempo.

Quando arrivai lì davanti però, purtroppo, l’unica cosa che riuscii a vedere furono le porte dell’ascensore già praticamente chiuse.

Disperato, sollevai lo sguardo e la vidi.

La mia Andrea.

La donna che amavo, ma a cui non avevo mai detto ti amo.

La donna la cui fuga era solo ed esclusivamente colpa mia.

Deciso a provarle tutte, mi voltai verso la porta che portava al vano scale e, senza esitare, cominciai a scenderle di corsa.

Non appena arrivai al piano terra, però, mi trovai immerso nella moltitudine di colleghi che stava uscendo dal lavoro.

Senza tanti complimenti, e senza farmi troppi problemi, cominciai a spintonarli per farmi largo.

Arrivato di fronte alla porta d’ingresso, con una spinta la aprii.

Senza attendere che lo facesse l’usciere.

Una volta in strada cominciai a guardarmi freneticamente intorno.

Andrea dove sei?

Poi, finalmente, la vidi.

Seduta, nel posto del passeggero, a bordo di una Porsche Cayenne nera che stava sfrecciando via a tutta velocità.

Convulsamente mi guardai attorno alla ricerca di un taxi libero.

Nemmeno l’ombra.

Perche Theodor mi aveva fatto questo?

Perché non mi aveva fatto parlare con lei?

Deciso ad avere delle risposte e delle spiegazioni, tornai dentro.

Il primo posto in cui andai fu l’ufficio di Smith.

Come immaginavo lo trovai vuoto.

Fermamente convinto e deciso a ritrovare Andrea, andai nel mio appartamento.

La prima persona che chiamai, dopo aver agguantato il mio cellulare, fu Lucas Collins.

L’investigatore privato a cui mi ero rivolto per trovare Sophie.

Dopo avergli fornito i dati anagrafici di Andrea, e aver promesso che gli avrei inviato al più presto una mail con una sua foto, riagganciai.

Ora era il turno di Smith.

Sempre che mi avesse risposto.

Come avevo immaginato, il suo cellulare risultò spento.

E anche quello di Andrea.

Un forte senso di frustrazione m’invase.

Cazzo, cazzo, cazzo!

Dovevo ritrovare Andrea.

La settimana seguente fu spossante.

Nonostante fossi tornato, non mi presentai al lavoro nemmeno una volta.

Se la potevano cavare benissimo anche senza di me!

Trascorsi le mie giornate, invece, girando a piedi per le strade, in cerca di Andrea, con il cellulare attaccato all’orecchio.

Sul mio telefonino si ripetevano a rotazione tre numeri.

Quello di Andrea.

Quello di Theodor.

E quello di Lucas.

Purtroppo, per quanto riguardava i primi due, la situazione non era cambiata.

Entrambi non avevano mai riacceso il cellulare.

Per quanto, invece, riguardava il terzo numero, Lucas continuava a ripetermi che stava lavorando al mio caso ma che Andrea sembrava sparita nel vuoto.

Ero demoralizzato, affranto e nervoso.

Ma, mai una volta, pensai di lasciar perdere.

Avrei continuato a cercarla per sempre.

Ne valeva la pena.

A una settimana esatta dal giorno in cui avevo visto il viso di Andrea sparire dentro all’ascensore, decisi di andare in ufficio.

Non appena ci misi piede, quasi tutte le teste dei presenti si voltarono a guardarmi.

Ignorandoli, mi diressi verso il mio ufficio.

Appena fui dentro mi bloccai sulla porta osservandolo.

Si vedeva benissimo che Andrea era stata lì.

La disposizione del computer e del telefono, sulla scrivania, era stata cambiata.

Il porta penne era traboccante e diversi post-it erano sparsi in qua e in là.

Sorridendo mi avvicinai alla poltrona.

Chiudendo gli occhi mi ci lasciai cadere sopra.

Dove diavolo sei Andrea?

Stringendo ancora più forte gli occhi, sbattei un pugno sulla scrivania.

Il rumore della porta del mio ufficio che veniva aperta con forza mi fece sobbalzare.

Di scatto aprii gli occhi.

<<E’ qui!>> mi urlò Dean, avanzando deciso verso di me.

<<Cosa?>> replicai alzandomi di scatto dalla poltrona, facendola rovesciare.

<<Dove?>> gli chiesi avanzando verso di lui e afferrandolo per un braccio.

<<Portami immediatamente da lei>> aggiunsi sollecitandolo a muoversi.

Senza farselo ripetere, Dean s’incamminò a passo spedito fuori dall’ufficio, con me al seguito.

<<E’ nella sala riunioni all’ultimo piano…>> mi disse il mio migliore amico, fermandosi davanti all’ascensore.

<<E tu come lo hai saputo?>> gli chiesi di getto.

<<L’ho vista>> mi spiegò <<Stavo venendo a trovarti per vedere come stavi e l’ho vista all’ingresso. Camminava veloce e defilata per non farsi vedere ma io l’ho riconosciuta e l’ho seguita…>>

In quel momento l’ascensore arrivò.

Senza esitare spinsi Dean dentro e, impaziente, premetti il tasto dell’ultimo piano.

<<Mark?>> continuò titubante il mio migliore amico, un istante dopo <<C’è una cosa che devi sapere…Andrea non è da sola>>

Voltando di scatto la testa verso di lui, strinsi gli occhi fino a ridurli a due fessure.

<<In che senso?>> gli chiesi sentendo la collera montare.

<<Nel senso che, insieme con lei, ho visto salire anche Sophie>> mi rispose dispiaciuto.

Nel sentire quel nome mi bloccai.

Tutto mi sarei potuto immaginare, tranne quello.

Come facevano Andrea e Sophie a conoscersi?

Che cosa avevano da dirsi?

Deciso più che mai a scoprirlo, guardai impaziente i tasti dei piani illuminarsi man mano che salivamo.

Non appena le porte dell’ascensore si aprirono mi catapultai fuori.

Una mano, però, arpionò quasi subito il mio polso, obbligandomi a fermarmi.

La cosa fu talmente improvvisa che Dean mi venne addosso.

<<Non così in fretta>> disse la voce dell’uomo che aveva arrestato la mia avanzata.

Lentamente mi voltai verso di lui.

Non ce ne sarebbe stato bisogno, perché ne avevo già riconosciuto la voce, ma avevo assolutamente bisogno di parlargli.

Di parlare con Theodor Smith.

<<Theodor>> dissi quasi ringhiando <<Se non ti rispettassi così tanto e se fossi di qualche anno più giovane, in questo momento ti starei prendendo a pugni>>

<<Non faccio fatica a crederlo>> mi rispose tranquillo lui.

Poi, senza mollare la presa sul mio polso e trascinandomi quasi con sé, mi condusse lungo il corridoio.

<<Stavo venendo da te per avvisarti che Andrea era nel palazzo, ma, visto il modo in cui ti sei catapultato qui, immagino che tu già lo sappia…>> mi disse continuando a camminare e senza nemmeno voltarsi verso di me.

<<Perché c’è Sophie con lei?>> gli chiesi arrivando subito al sodo.

<<Perché Andrea deve capire da sola come stanno realmente le cose>> mi rispose deciso, come se si fosse già preparato quella risposta, sicuro che, prima o poi, gliela avrei posta <<Ha il diritto di vedere i fatti direttamente con i suoi occhi. Per poi decidere, quando le chiederai scusa, se perdonarti o no>>

<<E’ per questo che hai fatto in modo che non la vedessi e non le parlassi una settimana fa, quando era dentro all’ascensore?>> gli chiesi fermandomi di colpo.

Theodor si fermò a sua volta e si girò a guardarmi.

<<Sì>> disse annuendo <<Non era pronta, né per vederti né per parlarti. Se vi foste incontrati allora l’unico risultato che avresti ottenuto sarebbe stato il vederla scappare via il più in fretta possibile. Ho fatto in modo che trascorresse questa settimana in un posto tranquillo, dove ha potuto riflettere e calmarsi. Sa tutta la storia, perché gliel’ha raccontata Dean…>>

A quelle parole Theodor cercò con lo sguardo il mio migliore amico e gli strinse l’occhio.

Poi si rivolse nuovamente a me.

<<Però ci sono cose, altri segreti, che vanno affrontati. E non solo per quanto riguarda lei…>> mi disse guardandomi in modo strano <<Ma anche per quanto riguarda te. E’ per questo che sei qui Mark>>

Confuso scossi la testa.

<<Che altro c’è da sapere?>> gli chiesi aggrottando le sopracciglia.

<<Vieni con me e lo scoprirai>> mi rispose indicandomi con un gesto della mano una piccola porta adiacente a quella della sala riunioni <<Però mi devi promettere di stare in silenzio e di non intervenire assolutamente e per nessun motivo!>>

Non appena diedi il mio assenso alle sue richieste, Theodor tirò fuori una chiave e aprì la porta.

Dopo che il signor Smith fu entrato ed ebbe acceso la luce, entrammo anche Dean ed io.

La stanza in cui ci trovavamo era minuscola.

Dentro c’erano solo una lunga scrivania piena di monitor e casse, e tre poltrone di pelle nera.

Accomodandosi su quella centrale, Theodor ci invitò a fare lo stesso sulle altre due.

Spingendo diversi tasti e interruttori, Smith accese tutti i monitor.

Non appena misi a fuoco l’immagine che i video trasmettevano, sussultai.

Davanti ai miei occhi c’erano Andrea e Sophie, in piedi l’una di fronte all’altra, dentro la sala riunioni.

<<Telecamere nascoste>> spiegò Theodor spingendo un altro tasto e regalandoci anche l’audio di quella conversazione.

Nervoso e agitato avvicinai la sedia allo schermo di fronte a me e iniziai a fissarlo.

<<E così tu sei la famosa Andrea…>> stava dicendo Sophie con un tono di voce quasi disgustato.

Un moto di rabbia mi costrinse a stringere il bordo della scrivania con forza.

<<Ricorda che hai promesso…>> mi ricordò Theodor senza nemmeno voltarsi verso di me.

Sbuffando mi concentrai nuovamente sulla conversazione che stava avvenendo nella stanza affianco.

<<Sì, sono proprio io>> rispose Andrea, per nulla turbata <<Vorrei dirti che conoscerti è un piacere, ma non posso. Tu sei il motivo per cui la mia storia con Mark è finita, perciò… insomma capirai anche tu…>>

Felice di quell’ammissione, Sophie non fece nulla per nascondere il suo entusiasmo.

Un entusiasmo assolutamente ingiustificato a parer mio.

Anche se le cose tra me e Andrea non sarebbero più tornate come prima, mai e poi mai avrei iniziato una storia con lei.

Non l’amavo allora e non l’amavo nemmeno adesso.

<<Così pare!>> disse trionfante <<Sembra proprio che la vostra storia non fosse poi così importante se a lui è bastato vedermi per lasciare te e corrermi dietro…>>

Sbigottito dalle sue parole, mi alzai in piedi di scatto.

Dean si alzò immediatamente e mi mise le mani sulle spalle.

<<Calma fratello…>> mi ammonì.

Irrigidendo i muscoli delle mascelle per lo sforzo di stare calmo, mi rimisi a sedere.

<<Sono più che certa…>> rispose Andrea a quella provocazione <<Che il motivo per cui Mark è andato via non sei tu, ma quello che è successo a te e di cui aveva il timore di essere il responsabile>>

Nonostante cercasse di dimostrarsi calma e tranquilla, nel tono di voce di Andrea riconobbi la tensione e il dispiacere.

<<Allora dimmi>> continuò Andrea decisa << E’ stato lui? Avanti…a me puoi dirlo>>

Colta di sorpresa, Sophie guardò Andrea con gli occhi sgranati e la bocca leggermente aperta.

Probabilmente non si aspettava che lei sapesse così tanto.

<<Io non lo so!>> rispose, dopo qualche istante, riprendendosi <<Ancora non ricordo nulla, ma prima o poi ricorderò. E, finché questo non succederà, Mark resterà legato a me!>>

Nauseato scossi la testa.

Possibile che la pensasse ancora così dopo che le avevo fatto capire chiaramente che non c’erano speranze?

<<Hai raccontato la stessa cosa a Mark, Sophie? Gli hai detto la stessa cosa che hai detto a me ora? Che finché non ricorderai, lui resterà legato a te in qualche modo?>> chiese Andrea ribadendo chiaramente il concetto.

<<Sì>> rispose Sophie, confusa da quelle domande.

Poi, nella sala riunioni calò il silenzio.

Vidi entrambe le ragazze fissarsi per diversi istanti, senza aprire bocca.

Fu Andrea a interrompere per prima il silenzio, ma non il contatto visivo.

<<Sophie, tu ami Mark?>> le chiese, cogliendo alla sprovvista anche me con quella domanda.

<<Certo!>> rispose risoluta quest’ultima <<E sono convinta che anche lui una volta mi amasse. Mi è stato lontano solo per colpa di Cole. E, se mi amava allora, può benissimo amarmi anche ora!>>

Sconcertato, e in disaccordo, cominciai a scuotere la testa.

La stessa cosa vidi fare ad Andrea.

<<Io non sono così convinta che tu sia innamorata di lui>> iniziò a dirle <<Perché quando si ama una persona, si vuole solo il suo bene, anche se questo significa stargli lontano o soffrire per lui. Io amavo Mark…>>

Perché stava parlando al passato?

<<E lo amavo veramente>> continuò a dire lei, mentre il timore di averla persa per sempre si stava facendo strada dentro di me <<Avrei fatto qualsiasi cosa per lui. L’avrei anche lasciato andare se questo avesse significato vederlo felice. Lo amavo al punto che avrei sacrificato ogni cosa, qualsiasi essa fosse, per lui. Mi dispiace Sophie ma tu non lo ami e non l’hai nemmeno mai amato…>>

Indignata Sophie fece alcuni passi verso di lei.

Preoccupato che potesse fare qualcosa di poco carino, mi alzai in piedi.

<<Aspetta!>> mi disse Theodor <<Andrea è in grado di difendersi da sola>>

<<Lo so>> risposi di getto <<Ma questo non toglie che voglia difenderla lo stesso>>

<<Dammi retta, siediti e ascolta…>> ribadì Theodor ignorando il mio commento.

Passandomi le mani fra i capelli, feci come mi aveva detto.

<<Tu non puoi sapere se io lo amo o no!>> urlò Sophie fuori di sé <<Ho fatto in modo che non fosse incarcerato…questo è amore!>>

<<Hai mentito!>> urlò Andrea, con un tono di voce ancora più forte.

<<L’ho fatto per difenderlo dalle accuse di Cole!>> la interruppe Sophie con impeto.

Andrea rimase in silenzio per un istante poi, abbassando la voce, si spiegò meglio.

<<No Sophie. Non mi sto riferendo ad allora. Tu hai mentito ora. A me e, soprattutto, a lui>>

Colpita da quelle parole, vidi Sophie sbiancare.

La sua reazione, insieme alle parole di Andrea, mi spinse ad avvicinarmi ancora di più al monitor.

Che diamine stava succedendo?

<<Non capisco a cosa tu ti riferisca…>> le rispose altezzosa, ma insicura, Sophie.

<<Oh sì che lo sai…oppure vuoi che ti rinfreschi la memoria?>> ribadì Andrea incrociando le braccia al petto.

Messa alle strette, Sophie si lasciò cadere su una delle sedie attorno al tavolo.

<<E tu come lo sai?>> le chiese con un tono di voce così basso che per un attimo ebbi il dubbio di aver capito bene.

<<Me l’ha detto Theodor>> rispose Andrea, restando in piedi.

A quelle parole voltai il viso verso Smith.

<<Di che cosa stanno parlando? Cosa sai tu che io non so e che Sophie non mi ha mai detto?>> gli chiesi fissandolo intensamente.

Abbassando il volume dell’audio della sala riunioni, Theodor si voltò verso di me.

<<Dopo che Sophie testimoniò in tuo favore, scagionandoti dalle false accuse di mio nipote…>> mi disse sospirando <<Assunsi un investigatore privato. Avevo bisogno di scoprire chi fosse il vero colpevole. Ma, soprattutto, avevo bisogno di sapere con certezza che non fosse stato Cole…>>

Annuendo con la testa lo invitai a proseguire.

Uno strano presentimento si stava facendo strada dentro di me.

<<Un paio di settimane dopo, quello stesso investigatore fece pervenire nel mio ufficio un fascicolo strettamente personale su cui era scritto, nero su bianco, il nome del colpevole>> mi disse passandosi una mano sugli occhi.

<<E…>> dissi incapace di aggiungere altro.

<<E non eri tu e nemmeno Cole>> mi rispose Theodor, togliendomi un enorme peso dallo stomaco <<Si trattava di un certo Steve McLloyd, o qualcosa del genere…>>

<<Steven McLaud>> precisò Dean alzandosi dalla sedia <<Il figlio del giudice McLaud. Un pallone gonfiato che amava ubriacarsi e fare casini alle feste. Se non sbaglio aveva ricevuto anche delle denunce per molestie da parte di alcune cheerleader>>

<<Esatto>> annuì Theodor <<Proprio lui>>

<<Perché non l’hai denunciato? È ancora libero? Che fine ha fatto?>> gli chiesi, sentendo crescere la rabbia a pari passo col sollievo.

Una strana sensazione…

<<Non l’ho denunciato perché non sarebbe servito a nulla, vista la professione del padre>> mi rispose Theodor.

Poi si fermò un attimo e sospirò.

<<Ci ho pensato io a fare giustizia. Non entrerò nei particolari…>> confessò tutto di un fiato <<Vi basti sapere che quel tizio non può più far del male a nessuno>>

Sconvolto da quelle rivelazioni, mi rimisi a sedere.

Appoggiando i gomiti sulla scrivania affondai il viso fra le mani.

<<C’è altro che devo sapere?>> chiesi a Theodor senza sollevare il viso.

<<No>> mi rispose dispiaciuto.

<<Cerca di capirmi Mark…>> aggiunse qualche istante dopo <<Sophie mi aveva fatto promettere di non dire nulla con nessuno e, dopo quello che avevo fatto, non sembrava il caso nemmeno a me di parlarne con qualcuno…>>

<<Non importa>> gli dissi cercando di porre fine a quella conversazione.

Ormai non era più il caso di cercare dei colpevoli o attribuire delle colpe.

Volevo solo chiudere il capitolo e voltare pagina.

E, possibilmente, con Andrea.

Sollevando leggermente gli occhi la cercai con lo sguardo nello schermo del monitor.

Non c’era più.

All’interno della sala riunioni c’era solo Sophie.

Alzandomi di scatto, corsi verso la porta e la aprii velocemente.

Guardandomi attorno, la cercai lungo il corridoio.

E finalmente la vidi.

Era proprio in fondo, dalla parte opposta a quella in cui mi trovavo io, intenta a dirigersi verso gli ascensori.

Deciso a non farmela scappare un’altra volta iniziai a correre.

<<Andrea?>> urlai con tutto il fiato che avevo in gola.

Udendo la mia voce la vidi voltare il viso di scatto e, altrettanto velocemente, accelerare il passo scomparendo dietro l’angolo.

Quando finalmente arrivai in fondo al corridoio, la rividi.

Le porte dell’ascensore su cui era salita si stavano chiudendo, ma c’era ancora spazio sufficiente perché lei mi potesse vedere e ascoltare.

<<Andrea ti prego! Ti devo parlare!>> le dissi implorandola.

<<Vai via Mark!>> mi rispose fredda e distaccata.

<<No!>> risposi di getto <<Ho bisogno di dirti come sono andate le cose, devi capire…>>

Vedendo un netto rifiuto stampato sul suo viso allungai una mano, per impedire alle porte dell’ascensore di chiudersi.

La mano di un uomo che non avevo notato, però, me lo impedì.

<<Andrea non ti vuole vedere. L’hai capito o no?>> mi chiese mettendosi davanti a lei e facendole scudo con il suo corpo.

Confuso dalla presenza di quell’uomo sconosciuto, feci alcuni passi indietro.

E questo, purtroppo, fu sufficiente per permettere alle porte dell’ascensore di chiudersi.

E così mi era sfuggita un’altra volta!

No, no e poi no.

Non lo avrei permesso.

Di corsa mi lanciai verso il vano scale.

Più velocemente che potei percorsi tutti i piani che mi dividevano dal piano terra.

Una volta lì, corsi fuori, ignorando le imprecazioni e le accuse della gente che urtavo.

Non appena fui in strada, mi guardai freneticamente intorno.

Di Andrea nessuna traccia.

Incazzato nero con me stesso per essermela fatta sfuggire un’altra volta, cominciai a imprecare.

<<Cazzo!>> urlai ad alta voce, attirando le occhiatacce della gente che stava camminando sul marciapiede.

Non sarebbe finita lì.

Ancora più determinato di prima, tornai dentro e, una volta nell’ascensore, spinsi il tasto dell’ultimo piano.

Lui mi avrebbe detto dove, e con chi, fosse Andrea.

Me lo doveva.

Una volta arrivato all’ultimo piano, senza fermarmi, andai dritto nel suo ufficio.

Quando vi arrivai, spalancai la porta di colpo senza bussare.

Theodor era lì e non era solo.

Lui e suo nipote Coleman voltarono la testa di scatto non appena arrivai.

<<Oh, bene. Sei qui Mark. Accomodati pure…>> mi disse Theodor tranquillo, come se stesse organizzando una riunione di famiglia.

Coleman, invece, mi guardò in cagnesco ma ebbe il buon gusto di stare zitto.

Non appena feci alcuni passi verso la scrivania, il mio capo continuò.

<<Come ti stavo dicendo Coleman>> continuò rivolto al proprio nipote <<E come ti ho sempre ripetuto fin da quando eri piccolo, nella vita ci sono cose molto più importanti dei soldi e del potere. Ci sono il rispetto, l’onestà, l’amicizia e l’amore. Ho sempre cercato, da quando sei nato, di darti tutte queste cose. Ma per te non sono mai state abbastanza. Penso che se non fossi stato così ricco e potente, mi avresti già tagliato fuori dalla tua vita…>>

Theodor scosse la testa con rammarico e poi, dopo aver preso un bel respiro, continuò.

<<So come ti ha cresciuto tuo padre, ma pensavo che in questi ultimi anni tu fossi cambiato…>>

<<E lo sono nonno>> intervenne Cole evidentemente preoccupato dalla piega che stavano prendendo le cose.

<<E’ vero, lo sei>> ammise Theodor <<Sei cambiato, ma in peggio. Andrea mi ha raccontato tutto del tuo subdolo piano per distruggere Mark>>

A quelle parole drizzai la schiena e feci un passo avanti.

Theodor alzò una mano per fermarmi e continuò.

<<Cercare di far leva sul dolore di Andrea, per la fine della sua relazione, chiedendole di darti libero accesso ai computer e ai file di Mark… Dio Coleman! Si ti fossi impegnato così tanto anche nel tuo lavoro, avresti fatto una cosa migliore e più proficua. Almeno per te stesso>>

Il risentimento e l’astio che provavo per quell’uomo raddoppiarono.

Le mani iniziarono a prudermi.

<<Per non parlare del tuo squallido accordo con Rebecca…>> continuò Theodor.

Rebecca?

Che c’entrava lei ora?

<<Se non fosse stato per Andrea, nessuno lo avrebbe mai sospettato, giusto?>> chiese Theodor a suo nipote.

Poi voltandosi verso di me aggiunse <<Tu ti eri mai accorto di nulla Mark?>>

<<A che proposito?>> gli chiesi scrocchiandomi le dita e sentendomi sul punto di scoppiare.

<<Rebecca è la ragazza del tatuaggio, Mark. Quella che è venuta a letto con te la sera che Sophie è stata violentata>> mi disse, fissando però negli occhi Coleman.

Rebecca…cosa?

Un’ondata di nausea mi colse all’improvviso.

Respirando lentamente e profondamente cercai di liberarmene.

<<Coleman>> disse Theodor parlando nuovamente con suo nipote <<A partire da ora considerati licenziato. Ogni benefit legato al tuo lavoro, auto, appartamento e carta di credito aziendale, ti sarà ritirato con effetto immediato.>>

A quelle parole Cole si alzò in piedi di scatto.

<<Non puoi! Brutto vecchio bastardo! Non puoi togliermi tutto!>> urlò indignato.

<<Certo che posso e lo sto facendo>> gli rispose suo nonno, guardandolo disgustato <<Ah dimenticavo, lo stesso vale per la signorina Rebecca, ovviamente.>>

Ansimando per la rabbia, Cole fece qualche passo indietro.

<<E’ tutta colpa di Andrea!>> urlò stringendo i pugni e rosso in viso <<E’ stata quella lurida puttana a dirti tutto quanto, non è vero?>>

A quelle parole vidi rosso.

Nessuno, e ribadisco nessuno, si doveva permettere di offendere la mia fidanzata in quel modo.

<<Fuori di qui immediatamente Coleman o mi vedrò costretto a chiamare la sicurezza>>, tuonò duro Theodor.

Stringendo i denti e imprecando, Coleman lo mandò a quel paese e si voltò, pronto a uscire.

Peccato per lui che io e il mio gancio destro fossimo sulla sua strada.

In un attimo lo vidi stramazzare a terra.

Insoddisfatto, feci per avventarmi su di lui quando Theodor mi trattenne per un braccio.

<<Non ne vale la pena figliolo. Coleman ha già avuto la punizione peggiore. Non ha più nulla. Né soldi, né potere>> disse scuotendo la testa e con la voce leggermente velata di dolore.

<<Prendi>> aggiunse un istante dopo allungandomi un pezzetto di carta <<E’ l’indirizzo del posto in cui si trova Andrea. Vai da lei e striscia ai suoi piedi finché non sarà pronta a perdonarti. Ne vale la pena figliolo>>

<<Lo so>> gli risposi afferrando quel prezioso quadretto di carta e uscendo di corsa dall’ufficio.

L’indirizzo che mi aveva dato Theodor non era molto lontano dall’ufficio.

Per arrivarci presi un taxi, ma sarei potuto benissimo andarci a piedi vista la fretta che avevo di arrivare.

Non appena arrivai, mi guardai velocemente attorno.

Era un quartiere giovane e carino.

Abitato da gente benestante.

Osservando la fila di villette a schiera che avevo davanti, cercai il civico che interessava a me.

Eccolo lì!

A passo veloce mi ci avvicinai.

Fatti i tre scalini che precedevano l’ingresso, mi attaccai al campanello.

Non contento, dato che stavo letteralmente impazzendo dal bisogno di vedere Andrea, cominciai anche a bussare.

<<Arrivo, arrivo…>>

La voce lontana e attutita di Andrea arrivò fino alle mie orecchie.

Un brivido di tensione e piacere mi corse lungo la schiena.

Non appena lei fu alla porta e la aprì, io feci un passo avanti, mettendo metà piede oltre la soglia.

Così, se avesse deciso di sbattermi la porta in faccia, sarei riuscito a evitarlo.

Dovevo parlarle.

Assolutamente e a tutti i costi.

Non appena mi vide, il volto sorridente di Andrea divenne serio.

<<Che ci fai tu qui? Come hai fatto a trovarmi?>> mi chiese innervosendosi all’istante.

<<Ti devo parlare Andrea. Ti prego ascoltami…>> la implorai sorvolando volontariamente sulla domanda riguardante il come avevo fatto a trovarla.

Non volevo tradire Smith.

<<No. Assolutamente no>> rispose lei perentoria e senza darmi la possibilità di ribattere.

Poi, decisa, spinse la porta con l’intento di chiudermela in faccia.

Il mio piede, in posizione strategica, impedì che ciò accadesse.

Allungando una mano riaprii la porta.

<<Andrea, aspetta!>> le dissi richiamando la sua attenzione, dato che si era già voltata verso le scale.

Girandosi di scatto, al suono della mia voce, vidi il suo viso rigato dalle lacrime.

<<No!>> dissi sentendomi male per tutto il dolore che le avevo provocato e che ancora le stavo provocando.

<<Ti prego… ascolta quello che ho da dirti…poi potrai cacciarmi via da qui e dalla tua vita…>> le dissi implorandola con gli occhi.

Un lampo di esitazione balenò sul suo viso.

Ti prego, ti prego, ti prego…

<<Andrea, tutto bene?>>

Una voce maschile s’intromise fra noi.

Pochi istanti dopo, al fianco di Andrea, comparve lo stesso uomo che avevo visto con lei in ascensore.

Immediatamente sentii la rabbia e la gelosia montarmi dentro e prendere il sopravvento.

<<E tu chi cazzo saresti?>> gli chiesi a denti stretti, ringhiando quasi.

<<Io sono Nicholas e tu sei un illuso se pensi che ti lasci avvicinare a lei>> mi rispose mettendo un braccio sulle spalle di Andrea.

Nonostante quel tizio fosse il doppio di me e con il fisico di un culturista, mi preparai a prenderlo a pugni.

<<Tieni giù le tue mani schifose dalla mia fidanzata>> sibilai facendo un passo avanti.

Per nulla intimorito, Nicholas rimase al suo posto.

<<Non è la tua fidanzata a quanto mi risulta…>> mi corresse con un ghigno.

<<Ti risulta male, amico>> puntualizzai sempre più deciso a chiudergli la bocca con un pugno <<Lei è mia e sono qui per riprendermela…>>

Ignorando nuovamente la mia vicinanza e le mie minacce, Nicholas si rivolse, tranquillo, ad Andrea.

<<Tesoro>> le disse guardandola dolcemente <<Questo uomo è il tuo fidanzato?>>

Stringendo i muscoli della mascella, fissai Andrea implorante.

Dopo essersi torturata il labbro con i denti per alcuni secondi, la vidi stringere gli occhi.

<<Non più>> rispose con voce tremante.

<<Bene>> disse Nicholas voltando nuovamente il viso verso di me <<Mi pare che sia tutto chiaro. Fuori di qui immediatamente Mark o chiamo la polizia>>

<<Chiama chi vuoi>> gli risposi piantandomi saldamente con i piedi per terra <<Polizia, pompieri, FBI… Io di qui non me ne vado senza aver prima parlato con lei>>

<<Amico, ma sei stupido o sei sordo?>> mi chiese di rimando lui aggrottando le sopracciglia.

<<Sono semplicemente innamorato>> gli risposi fissando Andrea negli occhi.

A quelle parole la vidi vacillare e aggrapparsi con le mani alla maglietta del tizio che aveva al suo fianco, il quale la strinse a sé con più forza.

<<Se l’amassi veramente te ne andresti. Non vedi che le stai facendo del male stando qui?>> mi disse lui, richiamando nuovamente la mia attenzione.

<<Già una volta sono fuggito via da lei per non farla soffrire. E non ha funzionato>> gli risposi scuotendo la testa.

<<Lascia che parli con lei>> gli dissi.

Poi, rivolgendomi direttamente ad Andrea, aggiunsi <<Ti devo le mie scuse Andrea e, ancora di più, ti devo delle spiegazioni. Ti prego ascolta quello che ho da dirti>>

Con la coda dell’occhio vidi Nicholas aprire la bocca per intervenire, ma Andrea lo fermò.

<<Aspetta>> gli disse <<Lascia fare a me>>

Poi, rivolgendosi a me, sospirando mi rispose.

<<Non ci riesco Mark. Vorrei tanto ascoltarti, ma non sono pronta. Ho bisogno di tempo. Se mai un giorno mi accorgerò di esserlo, sarai il primo a saperlo. Ti chiamerò e parleremo. Ma per ora…>>

Sconfortato, chiusi gli occhi e inspirai.

<<Ti aspetterò Andrea. Per tutta la vita se fosse necessario. A iniziare da ora, ti aspetterò>> le risposi fissandole intensamente il viso.

Poi, facendo alcuni passi indietro, lasciai libero lo spazio permettendole di chiudere la porta.

E così fece.

Ok, Mark.

Non è tutto finito, ma solo rimandato.

Tenendomi stretto a quella convinzione e a tutto l’amore che provavo per lei, mi misi a sedere sul primo gradino del piccolo portico.

L’attesa aveva appena avuto inizio.

Ed io ero pronto.

Avrei aspettato.

Esattamente come lei mi aveva chiesto di fare.

E se Andrea pensava che l’avrei fatto standole lontano si sbagliava di grosso.

Finalmente l’avevo trovata.

Non c’era dubbio che ora le sarei stato addosso.

Dovevo parlarle.

E lei doveva starmi a sentire.

Per scelta sua o per sfinimento non lo so e non m’importava.

Ma, prima o poi, mi avrebbe ascoltato.

Dopo un paio di ore, mentre stavo meditando di chiamare il mio agente immobiliare per chiedergli di trovarmi una casa nelle vicinanze nel caso l’attesa si fosse prolungata, un ragazzo, vestito in modo un po’ troppo classico per la sua età, si avvicinò a me.

<<Ehi amico, tutto bene?>> mi chiese spingendo con un dito i suoi occhiali in su, verso la radice del naso.

Di scatto sollevai gli occhi.

<<Sì tutto bene, grazie>> gli risposi fissandolo attentamente.

Quel ragazzo aveva un’aria familiare.

Non aggiungendo altro, quel giovane ragazzo rimase fermo immobile davanti a me.

Mentre i minuti passavano, senza che nessuno dei due distogliesse lo sguardo, sentii l’irritazione crescere.

<<Bhè, che c’è?>> gli chiesi infine io sollevando un sopracciglio <<Non hai mai visto un uomo seduto sugli scalini di una casa?>>

Accennando un piccolo sorriso, quell’uomo mi rispose in tono pacato.

<<Non su quelli di casa mia>> disse, facendomi sentire immediatamente un idiota.

<<Ehm scusa…>> gli risposi alzandomi in piedi e grattandomi la testa.

<<Guarda che puoi stare quanto vuoi…>> precisò lui sedendosi sullo scalino in cui ero seduto io un attimo prima.

<<Coraggio!>> mi disse, invitandomi a sedermi nuovamente.

Titubante accettai.

Fermo lì, seduto affianco a un estraneo, mi sentii…strano.

<<Allora…>> iniziò a dirmi senza guardarmi ma fissando dritto davanti a sé <<Per quale motivo te ne stavi seduto qui fuori da casa mia tutto solo?>>

Cosa?!?

Ma veramente questo tizio, un perfetto estraneo, si aspettava che gli parlassi della mia vita?

Per quale motivo avrei dovuto farlo?

Per quale motivo non avrei dovuto farlo?

In fondo che avevo da perdere?

Ero in attesa di Andrea, un’attesa molto lunga viste le premesse, tanto valeva fare due chiacchiere con qualcuno nel frattempo.

Dopo quasi un minuto da quando quel tizio mi aveva fatto la sua domanda, mi decisi a rispondere.

<<Non sto semplicemente seduto>> gli spiegai <<Sto aspettando una persona>>

<<Chi?>> mi chiese subito lui <<Nicholas o Andrea?>>

Per un istante pensai di chiedergli come facesse a conoscerli, poi mi ricordai che quella era la sua casa e loro due i suoi coinquilini.

<<Andrea>> gli risposi.

Immediatamente lo sentii sospirare, sollevato.

Aggrottando le sopracciglia voltai il viso per guardarlo.

<<Scusa>> mi disse scuotendo la testa leggermente <<E’ solo che se mi avessi detto che stavi aspettando Nicholas, allora quel ragazzo avrebbe avuto un bel po’ di cose da spiegarmi…>>

Lo capii subito.

Dal modo in cui gli brillarono gli occhi nel momento esatto in cui lo nominò.

<<E’ il tuo ragazzo vero?>> gli chiesi senza farmi scrupoli.

In fin dei conti aveva iniziato lui per primo a farmi delle domande personali…

<<Sì>> mi rispose orgoglioso e visibilmente innamorato.

Un’ondata di sollievo mi fece sospirare.

Allora non era il nuovo ragazzo di Andrea!

Potevo stare tranquillo!

<<Siete una strana coppia>> gli dissi di getto, lasciandomi sfuggire quella considerazione.

<<Scusa>> mi corressi subito <<Non volevo essere scortese. È solo che tu sembri una persona così per bene, mentre Nicholas… è così…>>

<<Rude?>> disse lui terminando la frase per me.

<<Esatto>> annuii.

<<Comunque piacere di conoscerti ragazzo di Nicholas>> aggiunsi, un istante dopo, allungando una mano.

<<Piacere mio>> rispose lui stringendola <<E, anche se ragazzo di Nicholas non mi dispiace come soprannome, tu puoi chiamarmi Thomas>>

<<Ok, allora, vada per Thomas>> dissi scherzando <<Io sono Mark>>

<<Oh bhè, mi dispiace deluderti, ma io questo lo sapevo già>> mi rispose sorridendo.

<<Ci conosciamo?>> gli chiesi subito, ricominciando a scrutare il suo volto.

Mi sembrava familiare, ma proprio non mi veniva in mente dove ci fossimo già visti.

<<Di persona no>> mi rispose spiegandosi meglio <<Ma ho sentito parlare molto di te. Sia da parte di Andrea che di mio nonno>>

Suo nonno?

All’improvviso capii.

Ecco perché il suo viso mi sembrava familiare.

Era il nipote di Theodor.

Il secondo nipote.

<<Mi pareva familiare il tuo viso!>> gli dissi notando una notevole somiglianza fra i due <<Tu sei il nipote del signor Smith. Tuo nonno parla molto di te e sempre con orgoglio>>

Alle mie parole il volto di Thomas s’illuminò.

<<Adoro mio nonno>> disse sorridendo <<E’ un grande uomo ed un esempio per me>>

Poi, dopo aver taciuto per un istante, si fece più serio.

<<E’ stato lui a portare Andrea a casa nostra una settimana fa>> ricominciò a dirmi <<Era molto giù e aveva bisogno di cambiare aria. Mio nonno mi ha raccontato tutta la storia. Sia passata che presente…>>

<<Meglio>> gli dissi tornando serio anch’io <<Così non c’è bisogno che te la racconti io>>

<<Credo proprio di no>> confermò lui <<Anche perché poi ci ha pensato Andrea a colmare i punti oscuri…>>

<<Aveva bisogno di parlare…>> aggiunse, poco dopo, nel tentativo di giustificare la cosa.

<<Bhè, allora non posso che ringraziarti per averla ascoltata e aiutata mentre io non c’ero>> gli risposi scuotendo la testa per il rammarico.

Poi tra noi calò il silenzio.

Un silenzio carico di aspettative.

Evidentemente entrambi fremevamo dalla voglia di fare domande l’uno all’altro.

Io avrei voluto sapere tutto degli sfoghi di Andrea, mentre Thomas, probabilmente, mi avrebbe fatto volentieri alcune domande sulle mie future intenzioni con lei.

Il primo a parlare fu lui.

<<Che cosa intendi fare ora con Andrea?>> mi chiese confermando le mie supposizioni <<Voglio dire, non potrai restare seduto sugli scalini di casa mia fino a quando lei si deciderà ad ascoltarti>>

<<Sto cercando una casa in affitto o in vendita nelle vicinanze>> gli risposi esponendogli il mio piano <<Lavorerò da casa e non uscirò mai. Terrò d’occhio Andrea giorno e notte. E le manderò fiori, regali e dolci finché non si deciderà ad ascoltarmi>>

Thomas mi guardò un attimo serio, poi scoppiò a ridere.

<<Mark, scusa se te lo dico, ma il tuo piano fa molto stalker…>> mi disse divertito.

<<Sì, in effetti…>> risposi dandogli ragione.

<<Ma lei è la mia vita, Thomas>> aggiunsi tornando serio <<Ho sbagliato. Ho cercato di proteggerla dal mio passato allontanandola da me, ma ho fatto male. Avrei dovuto avere fiducia in lei ed essere onesto fin dall’inizio. L’ho capito e prometto che non commetterò mai più lo stesso errore. Però te lo giuro, Thomas, non ho mai voluto farle del male. Anche perché io la amo troppo>>

<<Scommetto che a lei non l’hai mai detto, vero? Che la ami tanto intendo>> mi chiese sollevandosi in piedi.

<<No>> risposi serrando i pugni <<Non l’ho mai fatto. Un’altra cazzata da aggiungere alla lista!>>

<<Allora mi sa che è arrivando il momento di rimediare>> aggiunse tirandomi per un braccio e invitandomi a entrare in casa con lui.

<<Non ti prometto nulla però>> mi avvertì quando fummo sulla soglia.

<<Non preoccuparti>> gli risposi <<E’ già tanto che tu mi abbia fatto entrare!>>

Una volta dentro, Thomas s’incamminò verso il salotto.

In silenzio lo seguii.

<<Ok>> mi disse all’improvviso indicandomi il divano <<Tu aspetta qui mentre io vado a parlarle>>

Sedendomi dove mi aveva detto, annuii con la testa.

<<Ricorda…non ti prometto nulla…>> ribadì voltandosi e dirigendosi verso le scale.

Nervoso cominciai a tamburellare con le dita sulle mie gambe.

Di tanto in tanto buttavo un occhio all’orologio.

Era già più di mezz’ora che Thomas se ne era andato e l’ansia stava iniziando a logorarmi.

Un rumore inaspettato alle mie spalle mi fece alzare e voltare di scatto.

Andrea?

La smorfia che feci quando, voltandomi, vidi che non era lei non passò inosservata.

<<Ehi, nemmeno io faccio i salti di gioia nel vederti!>> mi disse acido Nicholas <<E sono qui solo per riferirti le parole di Andrea. Ha detto “Ditegli pure di aspettarmi di sotto. Sì, sì che aspetti pure… prima o poi scenderò”>> disse, mimando le virgolette con le dita e sogghignando soddisfatto.

Ferito, ma cercando con tutto me stesso di non darlo a vedere, mi misi a sedere nuovamente sul divano.

<<Ok>> dissi deciso <<Se è questo che vuole da me, questo avrà. L’aspetterò!>>

Due ore e quarantacinque minuti dopo ero ancora in attesa, seduto sul divano.

Dal piano di sopra mi giungevano, ogni tanto, le voci di Nicholas e di Thomas.

Un paio di volte mi parve di sentire anche quella di Andrea.

Avevo sete e fame, e dovevo pure andare in bagno, ma per nulla al mondo mi sarei mosso da lì.

Se Andrea voleva che l’aspettassi, lo avrei fatto.

Volevo dimostrarle che ero serio e deciso.

Che la volevo di nuovo nella mia vita e che avrei fatto di tutto per lei.

Dopo quasi un’altra ora Thomas tornò da me.

<<Mark?>> mi chiamò piano evidentemente credendomi addormentato <<Se hai bisogno del bagno, è da quella parte>> mi disse, indicandomi la seconda porta alla destra del corridoio.

Poi, detto questo, si allontanò.

Dopo dieci minuti, però, fu di ritorno, portando con sé una bottiglia d’acqua e un sandwich al tacchino.

<<Grazie>> gli dissi afferrando ogni cosa al volo e iniziando a ingurgitare tutto.

<<Figurati>> mi rispose ridendo <<Ora torno su da lei…>>

Sospirando, annuii e lo salutai con un gesto della testa.

Verso le dieci di sera il silenzio calò nella casa.

Considerando ormai nulle le possibilità di vedere Andrea per quel giorno, mi distesi nel divano e mi misi a dormire.

Un forte odore di caffè mi svegliò la mattina dopo.

Alzandomi di scatto, e guardandomi intorno spaesato, per poco non urtai contro la grande tazza di caffè che Nicholas teneva in mano e che mi stava porgendo.

<<Ehi, attento!>> mi disse rude.

Poi addolcendo leggermente lo sguardo aggiunse <<Tieni amico, ne avrai bisogno…>>

Afferrando la tazza, feci ruotare il collo per sgranchirlo un po’.

Dormire su di un divano non era il massimo della comodità!

A quel punto ero convinto che Nicholas se ne sarebbe andato via, invece mi stupì.

Afferrando il telecomando, si mise a sedere sul divano accanto a me e accese la tv.

Dopo quasi mezz’ora si degnò persino di rivolgermi la parola.

<<Amico, tu puzzi>> mi disse annusando l’aria.

<<Nel secondo comodino del bagno c’è uno spazzolino nuovo e del deodorante. Usali>> aggiunse.

Sapevo che non era affatto vero ma, sorridendo e scuotendo la testa, mi alzai e mi diressi verso il bagno.

<<Se scende Andrea, verrai subito a chiamarmi vero?>> gli chiesi voltandomi un attimo.

<<Contaci…>> mi rispose lui senza staccare gli occhi dalla tv.

Sbuffando e sollevando gli occhi al cielo andai in bagno, dove mi lavai il più velocemente possibile.

Il resto della giornata trascorse lento e monotono.

Nicholas guardò la tv per quasi tutta la mattinata.

Programmi di cucina!

A un certo punto fui veramente tentato di dì sbattere la testa sul tavolino per stordirmi un po’.

Poi cambiai idea perché, se Andrea fosse scesa proprio in quel momento, me la sarei persa.

Dopo aver pranzato con un sacchetto di patatine, gentilmente offertomi da Nicholas, andai nuovamente in bagno.

Per lavarmi i denti e staccare un po’ dalla tv.

Quando tornai in salotto di Nicholas non vi era più alcuna traccia.

Dopo un paio di ore, in cui mi appisolai anche, dalle scale scese Thomas.

<<Ehi amico, come va?>> mi chiese ridendo di me.

Non m’incazzai per questo.

Se la situazione fosse stata diversa anch’io avrei riso di me stesso.

<<Tutto bene, grazie>> gli risposi mentendo.

Perché non era affatto vero.

A parte il fatto che Andrea mi stava ignorando volutamente, erano quasi diciotto ore che stavo seduto su di un divano in casa di perfetti sconosciuti!

<<E’ bello che tu lo stia facendo per lei…>> mi disse tornando serio.

<<Non c’è nulla che non farei per lei>> gli dissi interrompendolo.

Annuendo soddisfatto, Thomas si allontanò.

Il resto del pomeriggio, e gran parte della serata, lo passai da solo.

Ormai conoscevo a memoria i rumori di quella casa e, a ogni suono diverso, mi guardavo attentamente intorno.

Ma di Andrea mai nessuna traccia.

Dopo una visita veloce, per portarmi un toast e una lattina di Coca Cola, Thomas mi augurò la buona notte e sparì.

Quando l’orologio a pendolo sopra il camino mi avvisò che erano ormai le undici, mi sdraiai su divano e mi preparai a trascorrere la mia seconda notte fuori di casa.

Ero con gli occhi chiusi nonostante non dormissi, quando, dopo quasi un’ora da quando mi ero steso, sentii delle dita delicate toccarmi i capelli.

Con un gesto rapido e improvviso afferrai la mano sopra alla mia testa e mi sollevai.

Spaventata dalla mia reazione, Andrea iniziò a urlare.

In un attimo fui su di lei, tappandole la bocca con la mano libera.

<<Shhh!>> le dissi dolcemente <<Non volevo spaventarti>>

Poi, abbassando la mano e liberando la sua bocca, la attirai verso di me e la abbracciai per calmarla.

Non appena la strinsi fra le mie braccia avvertii il mio cuore ricominciare a battere.

Andrea mi faceva sentire bene.

Mi faceva sentire a posto, appagato e completo.

Dopo essersi lasciata andare per un istante, la sentii irrigidirsi e spingermi via da lei.

<<Non dovrei essere qui>> mi disse, cercando di fare qualche passo indietro.

Afferrandola per una mano la fermai.

<<Resta con me>> la pregai <<Ho bisogno di parlarti. Ti chiedo solo di ascoltarmi. Poi ti lascerò libera di scegliere se credermi e tornare da me, oppure no. In quel caso ti prometto che sparirò per sempre dalla tua vita…>>

Dopo aver esitato un attimo, Andrea annuì.

<<Ok>> mi disse a bassa voce.

Poi la vidi dirigersi verso la poltrona affianco al divano.

Sedendomi sul tavolino di fronte a lei, cercai le sue mani.

Dopo un attimo di esitazione Andrea se le lasciò prendere.

<<Ci sono un milione di cose che vorrei dirti. Tutte così importanti che non ho idea da quale iniziare>> gli dissi sospirando e richiamando alla mente tutti i discorsi che mi ero preparato pensando all’occasione.

Purtroppo al momento il mio cervello era fuori uso e il mio cuore stava tenendo banco.

Perfetto, avrei lasciato parlare lui.

<<Penso che la prima cosa che dovrei dirti sia “scusa”. Per tutto quello che ti ho obbligato a passare e per tutto quello che ti ho costretta a subire. E, anche se l’ho fatto per te e ti giuro che è così, non posso che sentirmi tremendamente in colpa per tutto il dolore che le mie scelte ti hanno provocato. Ho cercato di proteggerti, Andrea. Dal mio passato e da ciò che credevo di aver fatto. Dopo che sono uscito di corsa da casa di mio nonno la sera di capodanno, lui mi ha raggiunto e mi ha detto che ero stato io a violentare e ridurre in fin di vita Sophie…>>

<<Lo so>> m’interruppe Andrea.

<<Come fai a saperlo?>> le chiesi accigliandomi.

<<Me l’ha detto Theodor…>> mi spiegò lei sotto voce <<E a lui l’ha detto Robert. So che l’ha chiamato, furioso, per sfogarsi, dopo poco che tu glielo avevi raccontato…>>

Ecco con chi stava parlando al telefono quando ero rientrato in casa quel giorno…

<<Andrea>> proseguii volendo sfruttare al massimo il tempo che mi stava concedendo <<Giuro che ho creduto a mio nonno all’inizio. Ero veramente convinto di essere stato io… e così ho deciso in un attimo di sparire. Di allontanarmi da te per non coinvolgerti in tutto quello schifo. Ma non c’è stato un attimo in cui io non ti abbia pensato o che non mi sia maledetto per quello che ti stavo facendo passare. Ho sbagliato, lo so. Avrei dovuto parlarne con te ed essere sincero…>>

<<Lo rifaresti?>> mi chiese lei, all’improvviso, interrompendomi.

Per un attimo non risposi, restando in silenzio a guardarla.

<<Sì>> le dissi, poco dopo, convinto <<Magari in modo diverso, ma lo rifarei. Devi capire, Andrea, che finché avrò vita, io ti proteggerò. Che sia da me stesso o dal mondo esterno non importa, ma io lo farò>>

Andrea fece per aprire bocca e replicare, ma la fermai.

Era arrivato il momento.

Basta rimandare.

Basta esitare.

Stavo seriamente rischiando di perderla.

Era la mia ultima possibilità.

Avrei messo a nudo il mio cuore e fanculo le possibili conseguenze.

<<E sai perché Andrea? Perché io ti amo. Fin dalla prima volta che ti ho vista, ho capito che ti avevo trovata. Lì, nell’ufficio di Rebecca mentre lei ci presentava, tu ti sei presa un pezzetto del mio cuore. Tu probabilmente non te ne sei accorta ma io sì. Spaventato, ho provato a combatterti con tutte le mie forze. Poi qualche giorno dopo, nonostante tutti i miei sforzi, tu ti sei presa silenziosamente un altro pezzetto del mio cuore. È stato quando, mentre mangiavamo da Mc Donald’s, mi hai detto che ero un tipo buffo. Un altro pezzetto, invece, lo hai fatto tuo quando mi hai definito un troglodita. È stato quando ti ho sollevata di peso da in mezzo alla strada e ti ho caricata dentro la macchina di mio nonno per riportarti a casa…>>

Perso nei ricordi, mi fermai un attimo per sospirare.

Andrea mi stava fissando silenziosa con gli occhi lucidi.

<<Poi ti ho baciata…dentro l’ascensore mentre ti portavo via dal tuo pranzo con Cole. Quel bacio Andrea… e la gelosia che ho provato nel vederti con lui… lì mi sono arreso all’evidenza. Ero tuo. Peccato che la mia testa non fosse ancora pronta ad arrendersi, così come lo era invece il mio cuore. Poi abbiamo fatto l’amore per la prima volta. Ci stavo pensando già a un po’, probabilmente dalla prima volta che ti ho visto, ma mai e poi mai mi sarei immaginato che potesse essere così… intenso e perfetto. Lì ho dovuto dire addio a un pezzo enorme del mio cuore, ormai già completamente tuo. Ero talmente sopraffatto che sono fuggito. Idiota. Sono stato un emerito idiota. Ma sai quando ho capito che, nonostante tutti i miei sforzi, io non sarei più riuscito a starti lontano? Al ballo della festa di Natale. Quando, nonostante il modo in cui mi ero comportato con te, tu hai accettato di ballare con me. Lì hai preso anche l’ultima parte del mio cuore e sono stato tuo. Corpo e anima, cuore e testa. Ti amo Andrea, anche se non ho mai trovato il coraggio per dirtelo. Di un amore così forte e necessario che so non potrà mai finire. Sei tu, amore, sei tu l’unica mia scelta. Perciò Andrea questa volta posso dirti, senza timore o dubbi, che scelgo te. Per tutta la vita>>

Poi, chiudendo gli occhi e sospirando, mi misi in ginocchio.

<<Andrea Grade, vuoi farmi l’immenso onore di perdonarmi e di permettermi di dimostrarti, ogni giorno della tua vita, che hai fatto bene a farlo? Vuoi sposarmi?>>

Un silenzio carico di tensione inghiottì le mie parole.

Lentamente aprii gli occhi.

Andrea, ferma immobile davanti a me, aveva il viso rigato dalle lacrime e gli occhi sbarrati.

Lentamente iniziò a scuotere la testa.

<<Io…io non posso…>> mi disse iniziando a singhiozzare.

<<Non puoi o non vuoi?>> le chiesi sentendo il mio cuore scricchiolare.

Spinto dal silenzio prolungato di Andrea, proseguii.

<<Te lo chiederò nuovamente Andrea e lo farò per l’ultima volta, dopo di che sparirò dalla tua vita. Mi vuoi sposare?>>

Andrea sfilò lentamente le sue mani dalle mie e si asciugò le lacrime che le scorrevano copiose sulle guance.

Poi, sospirando, chiuse gli occhi e scuotendo nuovamente la testa mi rispose.

 

FINE 25° CAPITOLO

-ARRIVEDERCI A LUNEDI’ PROSSIMO CON L’EPILOGO –

Questo racconto inedito a puntate è un opera di fantasia scritta in esclusiva per Stella e pubblicato per gentile concessione dell’autrice solo sul sito Free Passion.

© Riproduzione riservata. Proprietà intellettuale dell’autrice Lorenza. Vietata la riproduzione di questi contenuti o parte di essi.

 

 

11 Comments on “Scegli Me” di Lorenza – Il Ritorno – 25° Capitolo

  1. manu85
    aprile 11, 2016 at 3:06 pm (5 anni ago)

    Eh no cavolicchio sul più bello finisce tutto e una settimana bisogna aspettare…cmq capitolo proprio intenso pieno pieno di rivelazioni…complimenti bacioni e buona settimana

    Rispondi
    • Lorenza
      aprile 11, 2016 at 8:34 pm (5 anni ago)

      Grazie manu, abbiamo tirato le somme finali! A lunedì prossimo

      Rispondi
  2. Rosy ♥
    aprile 11, 2016 at 10:28 pm (5 anni ago)

    Crudelia è tornata ed è più sadica che mai :-D :-D :-D

    Rispondi
    • Lorenza
      aprile 12, 2016 at 7:36 pm (5 anni ago)

      Tremate, tremate le streghe son tornate!

      Rispondi
  3. Veronica80
    aprile 12, 2016 at 1:43 am (5 anni ago)

    Scuotendola come??? Avanti e indietro ??? O da destra a sinistra??? Troppo ambigua la cosa :)
    Sarà mica fatto apposta??? A lunedì ;)

    Rispondi
    • Lorenza
      aprile 12, 2016 at 7:36 pm (5 anni ago)

      Giusto giusto un pochino fatto apposta lo è… comunque è da sinistra a destra e ritorno…

      Rispondi
      • Veronica80
        aprile 13, 2016 at 11:58 am (5 anni ago)

        Gli dice di no quindi !?! Ahi :(

        Rispondi
  4. Virna
    aprile 12, 2016 at 4:02 pm (5 anni ago)

    Oddio!!!lorenza ma non puoi mollare così sul finale!!
    Sono ufficialmente pazza di Mark Regis!!!

    Rispondi
    • Lorenza
      aprile 12, 2016 at 7:37 pm (5 anni ago)

      Lunedì prossimo c’è l’epilogo… allora sì che Mark ti farà sospirare….

      Rispondi
  5. Danielle
    aprile 13, 2016 at 6:35 pm (5 anni ago)

    Io so tutto na non dico niente. Lorenza a quando un nuovo racconto?

    Rispondi
    • Lorenza
      aprile 13, 2016 at 10:19 pm (5 anni ago)

      Ci lavorerò promesso!

      Rispondi

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