“Ricomincio da Te” by Renèe – Seconda Edizione- 4° Capitolo

Una volta un amico mi ha detto che non si fanno mai sorprese, soprattutto al proprio compagno barra marito. Non è il caso. La stessa sorpresa potrebbe ritorcesi contro. Alle volte basta un piccolo messaggio per evitare guai di cui non si vuole conoscere neppure l’esistenza.

Peccato che Eleonora non abbia seguito lo stesso consiglio.

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Ovviamente sono ironica e sto cercando di sdrammatizzare quello che andrete a leggere tra poco, perche bastano pochi minuti, alle volte una manciata di secondi, per cambiare il corso di un’intera vita. Ed Eleonora e Alessandro se ne stanno rendendo conto, entrambi stanno imparando a fare i conti con la dura realtà che il destino ha posto loro davanti. La più dura e spietata, quella che gioca con il dolore e annienta i sentimenti.

Mi auguro per voi che non abbiate terminato la scorta di fazzoletti della settimana scorsa, purtroppo anche in questa calda domenica ne sono previste di nuove 

Vi lascio in compagnia di questa nuova puntata e vi auguro una splendida domenica seguito come sempre dall’immancabile….

 Buona Lettura

Playlist

Ricomincio da Te

-Eleonora-

Sono passate due settimane dal mio ritorno a casa e dopo i primi giorni di malinconia, tutto inesorabilmente è tornato alla normalità.

Le giornate trascorrono lentamente tra lavoro, casa e Filippo. È molto lunatico da quando sono tornata, ci sono giorni in cui è dolce e premuroso, altri in cui non fa altro che urlare e innervosirsi. Sono confusa. Vorrei capire cosa gli passa per la testa. Sembra proprio che gli dia sui nervi, qualunque cosa io faccia. Sinceramente comincio ad averne abbastanza del suo atteggiamento.

Esco di casa per fare due passi e schiarirmi le idee; l’umidità e il grigiore di novembre mi colpiscono in pieno volto, odio questo periodo dell’anno, ma continuo a camminare, contenta di essere uscita da quella che a volte mi sembra una prigione.

Entro in un bar, decisa a bere qualcosa di forte, per darmi un po’ di coraggio ad affrontare Filippo  non appena sarà di ritorno.

Mi siedo, ordino un Montenegro con ghiaccio e recupero una penna dalla mia borsa, decisa a stilare una lista di cose e comportamenti che non voglio più vedere e sopportare.

Insieme al Montenegro arriva anche un piccolo block-notes. Mi concedo un lungo sorso e inizio a scrivere. Pochi minuti dopo, il tintinnio della porta mi distrae, alzo la testa e vedo Selene, la segretaria di Filippo, che per giunta, è anche una mia ex compagna di classe del liceo.

«Ciao Eleonora!» si avvicina, sorpresa di trovarmi lì.

«Ciao Selene.» dico, nascondendo velocemente il foglietto di carta e riponendolo nella tasca del cappotto.

«Come mai da queste parti?» mi chiede.

«Sto aspettando Noemi, ci siamo date appuntamento per l’aperitivo.» rispondo prontamente, ricordandomi che Noemi lavora in un locale qui vicino.

«Ah, capisco.›› il suo tono è circospetto, ma decide di continuare la conversazione. ‹‹È da tanto che non la vedo, quando arriva salutala da parte mia.» prosegue, fissando il mio bicchiere e slacciando i primi bottoni del suo cappotto, dal quale si intravede una camicetta di seta turchese e un prosperoso seno.

«Sarà fatto. Allora buona serata e a presto.» dico prendendo il telefono in mano, nella speranza che si beva la mia scusa.

Selene dopo avermi salutata, si gira avvicinandosi al bancone e ordina qualcosa.

Spero che esca da questo bar il prima possibile. Non mi è piaciuto il suo sguardo indagatore, una volta eravamo amiche, ma da quando c’è Filippo le nostre strade si sono completamente divise.

Filippo ha sempre ritenuto che fosse fondamentale mantenere i ruoli ben definiti dal momento in cui Selene è entrata a far parte nell’organico lavorativo della sua azienda.

Nel frattempo, io, mi ritrovo ad osservarla dovendo riconoscere, inevitabilmente, il suo fascino.

Indossa un cappottino grigio sfiancato che mette in risalto le sue forme generose e dei biondi capelli che ricadono lungo le spalle. Il mio sguardo si sofferma un istante sulle lunghe gambe toniche e ben definite. Mi chiedo come faccia a non indossare i collant in pieno inverno.

In risposta al quesito mi volto,  osservo la mia immagine riflessa nella vetrina e faccio una smorfia. Sono uscita infilandomi il primo jeans trovato, un maglioncino color rosa pallido e raccogliendo i capelli in una treccia laterale per evitare che l’umidità li rendesse crespi e impresentabili.

Improvvisamente mi sento a disagio, è chiaro che il confronto non regge, così pago ed esco da quel locale. Saluto velocemente i baristi e Selene, fiondandomi finalmente fuori dal bar.

Una strana e inspiegabile sensazione mi invade lo stomaco.

Non voglio credere a quello che la mia mente sta immaginando.

Filippo e Selene.

Le telefonate interrotte, le riunioni fino a tardi, i messaggini letti e cancellati immediatamente. Non può essere vero, sto delirando.

Filippo non lo farebbe mai.

Presa dal panico, chiamo Rachele e come un fiume in piena le racconto tutto.

«Ele, l’incertezza in genere, porta a fare strane congetture. Non hai prove e non puoi accusarlo solo per qualche telefonata. Devi stare con gli occhi bene aperti e se hai ragione, a breve farà un passo falso. Non mi piace Filippo, questo lo sai, però non puoi incolparlo così, senza cognizione di causa.»

«Hai ragione, però il mio istinto mi dice che c’è qualcosa che non va. Non so nemmeno se è stato veramente a Londra due settimane fa.» dico amareggiata.

«Chiedi a un collega, senza destare sospetti, come sono stati i giorni in ufficio finché sei stata a Roma.» mi incalza Rachele.

«Lo farò. Oh Rachele, non posso credere che stia succedendo proprio a me.» sospiro tristemente.

«Non ti sta succedendo nulla, almeno non per ora. Stai tranquilla. D’accordo?» chiede insistente.

«Si, ci sentiamo domani.» farfuglio sconsolata.

Arrivo a casa e mi precipito sotto la doccia, dopo essermi crogiolata sotto il getto di acqua calda per un po’, esco e mi asciugo, pensando a tutte le possibili spiegazioni sul comportamento di Filippo, e mi dico che forse sto solo correndo un po’ troppo con l’immaginazione.

Un suono, mi avverte dell’arrivo di un messaggino. Prendo il telefono e leggo.

Da: Amore

10/11/2009 ore 19.15

Ciao, scusa ma dovrò cenare in ufficio. Ho dei contratti da sistemare e riconsegnare entro domani mattina. Ci vediamo più tardi. Bacio.

Reprimo le lacrime che stanno per inondarmi il viso. Faccio un profondo respiro e mi ricompongo.

“Non è la prima volta che cena in ufficio. Calma, respira.” mi ripeto come un mantra.

Stappo una bottiglia di prosecco, prendo il calice e ne verso una generosa quantità.

Devo prendere una decisione, non posso stare qui in casa ad angosciarmi.

“Se deve cenare lì, posso passare al take away che c’è di fronte al suo ufficio e possiamo mangiare insieme.” penso.

Mi vesto velocemente, afferro le chiavi ed esco. L’ufficio si trova abbastanza vicino a casa nostra e non ci metto molto ad arrivare al take away. Prendo due spicchi di pizza, una focaccia, due birre e mi dirigo verso l’ufficio.

“Sono solo paranoie. Filippo non farebbe mai una cosa simile. Non ha senso preoccuparsi.” mi continuo a ripetere.

Entro nella hall dello stabile, dove mi accoglie Massimo, il responsabile della sicurezza.

«Buonasera signora Riva.» dice aprendomi la porta di vetro.

«Salve Massimo, ho portato la cena a mio marito.» rispondo timidamente.

«Prego, si accomodi pure.» sorride lievemente.

«Grazie mille.» annuisco e mi dirigo verso l’ascensore.

Le porte si aprono e io premo il pulsante che porta al terzo piano di questo edificio. Pochi istanti e un campanello mi avvisa che sono arrivata, esco nel pianerottolo, cercando l’ufficio di Filippo.

Avanzo tra le varie scrivanie, fino ad arrivare alla porta con la targhetta “Filippo Riva”.

Sento dei rumori, sorrido, contenta di sapere che non mi ha mentito e subito dopo apro la porta.

Quello che vedo, dopo esser entrata nell’ufficio, mi paralizza e come una stupida rimango bloccata e a bocca aperta.

Sulla scrivania è stesa una ragazza, con la gonna completamente alzata e tacchi a spillo ai piedi. Sopra la scrivania, oltre alle carte e documenti vari, c’è una camicetta di seta turchese.

Quella camicetta.

I dubbi, nel giro di pochi istanti, diventano certezza anche se non vedo altro, in quanto davanti a lei, in piedi, con solo i pantaloni slacciati, c’è un uomo che la sta scopando tenendola per i fianchi per dare ritmo alle sue spinte.

«Forza piccola, continua così.» e quella voce, spezza il mio cuore in mille pezzi.

Lascio cadere la borsa con la cena, il rumore delle bottiglie di birra distraggono Filippo dal suo amplesso.

«Ma chi cazzo….» si gira lasciando la frase a metà.

«Ciao.» dico cercando di trattenere le lacrime. Mi faccio coraggio dando alla mia espressione e alla mia voce un tono cupo e gelido.

«Eleonora…» sussurra sconvolto.

Lo vedo staccarsi da quel corpo, lasciando la sua amante, che ancora ansima inconsapevole di quello che sta succedendo.

Con un’espressione di puro disprezzo, mi giro e l’ultima cosa che vedo è Filippo che getta il preservativo nel cestino.

Mi affretto ad arrivare alle scale, devo uscire da qui, mi sento soffocare.

In lontananza sento i passi di Filippo, sta tentando di raggiungermi, ma per fortuna sono più veloce di lui e in un battibaleno sono già fuori dallo stabile.

Continuo a camminare, vedo tutto annebbiato, perché le lacrime che fino ad ora ho provato a trattenere, stanno irrompendo e rigando il mio viso.

“Maledetto!!! Bastardo, bugiardo!!!”

Vorrei prendere a pugni qualcosa.

Mi fermo, confusa e disperata, non so dove andare né cosa fare.

Mia madre è fuori città e chiamarla ora la farebbe preoccupare inutilmente.

Chiamare mio padre è fuori discussione, sono troppo agitata.

“Che cosa faccio?” mi continuo a domandare, pensando che se non faccio in fretta, Filippo riuscirà a raggiungermi.

Decido di andare a casa, corro verso l’armadio, prendo un borsone, butto dentro qualche vestito e le cose di prima necessità. Una volta finito, vado nella mia cassaforte e prendo tutti i gioielli che trovo, i soldi che tengo per le emergenze e la mia carta di credito. Mi serviranno, per andare via da qui.

Esco rapidamente, senza pensarci su troppo e, improvvisamente, vedo crollare tutti i miei sogni e i miei desideri. Questo posto non mi appartiene più, mi sento un’estranea.

Arrivo alla prima postazione di taxi d’acqua e dico al tassista di portarmi in Piazzale Roma, devo raggiungere la terraferma e andare a ritirare la mia auto all’autorimessa, prima che Filippo si accorga che me ne sono andata.

Mi dirigo, cercando di ostentare una certa sicurezza, all’ufficio informazioni e per fortuna trovo Luca, il proprietario del garage.

«Ciao Luca, ho bisogno di ritirare la mia auto.» gli sorrido gentilmente.

«Certamente, ecco a Lei le chiavi. La trova al posteggio 124.» mi risponde, incuriosito dal mio borsone.

«Ti ringrazio. Buona serata.» mi congedo, afferrando al volo le chiavi.

Salgo, metto in moto la mia Lancia Y ed esco dal posteggio. Sto cercando di capire dove posso andare, quando il mio telefono inizia a suonare insistentemente.

Dev’essere arrivato a casa e deve aver visto il disastro che ho lasciato in camera da letto, per fortuna sono riuscita ad arrivare fin qui. Per ora, sono al sicuro.

Adesso sono sola, devo decidere e capire cosa fare, ma prima di tutto, dove andare.

Poco dopo mi ritrovo nei pressi dell’aeroporto e decido di fermarmi nell’albergo che si trova a pochi metri di distanza.

 

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Sono quasi le dieci di sera quando mi abbandono sul letto dell’hotel, inizio a tirare fuori quello che ho messo nel borsone e sorrido, accorgendomi  di essere riuscita a prendere il portatile e il carica batteria del cellulare. Ho praticamente raccolto tutta la mia vita in una borsa che, di solito, uso per andare in palestra.

“E adesso?” penso, amareggiata.

Riaccendo il telefono, per telefonare a Rachele, ma vengo travolta da una miriade di avvisi e di messaggi.

 

Da: Amore

10/11/2009 ore 20.15

Eleonora, ti prego rispondi al telefono. Chiamami, mi fai preoccupare.

Da: Amore

10/11/2009 ore 20.25

Dove sei? Cristo Ele, non puoi sparire così! Insultami se vuoi, ma rispondi.

Da: Amore

10/11/2009 ore 20.31

Te ne sei andata?????????????

Da: Amore

10/11/2009 ore 20.55

Hai preso la macchina. Dove CAZZO sei?????????

Da:Amore

10/11/2009 ore 21.15

Starò in giro tutta la notte, finché non ti avrò trovata. Mi hai capito? Non potrai ignorarmi a lungo, prima o poi ti troverò.

Da: Amore

10/11/2009 ore 21.35

Sono un bastardo, ho avuto un momento di debolezza. È successo solo un paio di volte, ti giuro che la licenzio e ricominciamo io e te. Te lo prometto. Perdonami.

 

Leggo sconvolta i vari messaggi. Se c’è una cosa che ho imparato da lui è sicuramente il dolore e il dispiacere che si prova ad essere invisibili.

Preferivo di gran lunga le volte in cui mi urlava contro, piuttosto quelle in cui mi ignorava.

Era ora di ripagarlo con la stessa moneta. Così, decisa ad ignorare i suoi messaggi deliranti, mi metto comoda sul letto e chiamo Rachele.

«In albergo??????» urla Rachele sconvolta.

«Sì. Non sapevo dove andare.» rispondo rammaricata.

«Ascolta, domani prendo il primo volo e vengo lì, così ti aiuto ad affrontare questa situazione e quel bastardo!» continua categorica.

«Non ce n’è bisogno, davvero. Devo riuscire a farcela da sola.» spiego decisa.

«Senti, quando hai sentito l’avvocato puoi venire qui per un pò? Così prendi tempo e distanze.» rilancia imperterrita.

«Jenni ha detto che se non vieni tu qui, viene lei a prenderti.» prosegue.

«Dille che non ce n’è motivo. Domani prenoto il volo. Lo giuro.» dico in tono di rassegnazione.

«Grazie al cielo! Ma tu come stai? Mi sembri un po’ troppo tranquilla.» chiede preoccupata.

«Ora provo una rabbia tale da ridurre in brandelli qualunque cosa. Domani, probabilmente, sarò a pezzi, quindi tieni il telefono con te.» rispondo cercando di sdrammatizzare.

«Certo tesoro. Io e Jenni aspettiamo tue notizie. Ah, ovviamente è inutile che ti dica che non hai perso niente, è solo uno stronzo. E lei una gran zoccola, ma d’altronde questo lo sai già.» afferma risoluta.

Sospiro scuotendo la testa, a volte la schiettezza di Rachele mi lascia senza parole.

Le manca il filtro bocca- cervello, ma è una grande amica, senza di lei non saprei come fare.

«Buonanotte Rachele. Saluta Jenni e ringraziala per l’invito.» concludo sconsolata.

«Tu cerca di riposare. Io tengo il telefono acceso con la suoneria attiva, nel caso avessi bisogno di me.»

Finita la telefonata, cala il silenzio e insieme a lui, la consapevolezza di essere davvero sola. Tremendamente sola.

Mi addormento stringendo un cuscino, che non ha alcun odore familiare, aspettando che le mie lacrime si esauriscano.

 

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Il risveglio è stato traumatico. Appena ho aperto gli occhi, ho tirato un sospiro di sollievo, convinta di aver fatto solo un brutto sogno, quando invece mi sono guardata attorno, ho realizzato tutto quello che era successo nelle ultime dodici ore.

È incredibile come si possa stravolgere la tua vita nel giro di poche ore.

Mi catapulto sotto la doccia, per lavare via tutta la disperazione, la tristezza e il dolore.

Insieme a tutte le emozioni che irrompono nel mio corpo e nella mia mente, lavo via anche le lacrime che continuano a cadere confondendosi tra le gocce d’acqua.

Mi concedo un ultimo pianto liberatorio, e prometto a me stessa di non permettere a nessun altro di ferirmi a tal punto.

“Sarà l’ultima volta che piangerò per Filippo.” giuro a me stessa.

Dopo essermi calmata, ordino la colazione in camera e accendo il mio computer.

Per fortuna c’è la rete wireless e così posso connettermi ad internet.

Digito sulla barra di Google “AVVOCATI DIVORZISTI VENEZIA” e poco dopo compaiono una miriade di link con indirizzi e nomi. Ovviamente, non ho idea di quale chiamare, quindi prendo nota del numero e l’indirizzo dei primi tre avvocati.

Finalmente, con un po’ di appetito, addento il mio croissant e sbircio il telefono. Oltre alle VENTICINQUE chiamate di Filippo, c’è un messaggio di Rachele.

 

Da: Rachele

11/11/2009 ore 08.45

Buongiorno bellezza! Ecco a te l’ indirizzo dell’avvocato di famiglia dei miei genitori. Tranquilla, non ho detto che è per te. :)

Avv. Jacopo Iavarone

Dorsoduro 3025, zona Campo Santa Margherita.

 

Rido fissando il telefono, Rachele è più unica che rara.

Non mi resta che chiamare in ufficio e prendermi qualche giorno. Chiamo la segretaria di Saverio, il mio patrigno, e le spiego che per motivi personali devo prendermi qualche giorno di ferie.

«Tutto bene Ele? Hai una voce strana.» chiede perplessa Marica.

«Mary, non preoccuparti, sto benissimo. Ti terrò aggiornata via e-mail sul mio rientro.» le dico tranquillamente, come se non mi fosse passato sopra un tir a cento chilometri orari.

«Ascolta Ele, non so come dirtelo. Non voglio farti preoccupare, ma c’è qui Filippo da stamattina alle sette. Ha un aspetto trasandato e credo abbia bevuto. È successo qualcosa? Stai scappando?»

“Merda, merda e merda!!!” penso

«Mary, ho bisogno del tuo aiuto. Sto andando via per qualche giorno . È venuto in ufficio perché questa notte ho dormito fuori casa. Non dirgli che ho chiamato. Ti prego.» la supplico.

«Va bene. Ele…›› la sua voce è preoccupata e dopo un momento di pausa riprende la conversazione, ‹‹non ti ha messo le mani addosso, vero? Mi fa paura, ha uno sguardo gelido.» mi sussurra spaventata.

“No, le ha messe addosso a qualcun’altra” penso amareggiata.

«No, stai tranquilla. Ci sentiamo per e -mail e grazie infinite, ti devo un favore.» la ringrazio sinceramente.

«Abbi cura di te, Eleonora.» mormora, chiudendo la telefonata.

Dopo aver parlato con l’avvocato mi sento veramente frastornata, non avrei mai creduto che separarsi fosse così complicato. Mi ha spiegato scrupolosamente, che l’abbandono del tetto coniugale è stato un errore. Non avrei dovuto prendere le mie cose e andare via, ma mi ha subito tranquillizzata dicendo che di fronte alla scoperta di un tradimento era l’unica reazione possibile, quindi non devo preoccuparmi. Filippo rischia di dovermi dare un mantenimento mensile fino a quando non troverò un lavoro a tempo pieno che mi permetta di vivere dignitosamente.

In aggiunta, potrei anche richiedere e quasi certamente ottenere, il diritto di vivere nlla casa in cui abbiamo vissuto insieme finora.

Ho subito specificato che non voglio più vivere in quell’abitazione, per cui non mi interessa fare una richiesta del genere.

È stato molto gentile e accurato in tutte le spiegazioni. Abbiamo concordato che manderà una lettera legale a Filippo, nella quale verrà informato della mia richiesta di separazione e di conseguenza, sarà tenuto a presentarsi a colloquio nel suo studio o di farlo contattare dal suo legale, qualora ne avesse uno.

Dopo questa seduta di quasi due ore e con cento Euro in meno nel portafoglio, arrivo di fronte ad una agenzia di viaggi; devo prenotare un posto sul primo volo per Roma.

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Soddisfatta della mia mattinata più che produttiva, chiamo Rachele, la informo che l’indomani sarò a Roma e che sto valutando di avviare le pratiche di separazione.

Tralasciamo i commenti che sono seguiti alla notizia del mio arrivo. Non ha mai sopportato Filippo.

Dopo un pranzo veloce in un ristorantino che ho trovato lungo il mio cammino, mi dirigo verso l’hotel dell’aeroporto. Domani lascerò Venezia. Non so se e quando tornerò, né come lo spiegherò ai miei genitori, ma ora come ora, voglio solo andarmene da qui.

Entro nella hall dell’albergo, mi rivolgo alla receptionist per ritirare le chiavi della mia camera, quando sento dietro di me dei passi che si stanno avvicinando.

«Eleonora…» mi si gela il sangue nelle vene.

«Eleonora, girati, per favore.» continua insistente.

«Come hai fatto?» gli chiedo gelida.

«Hai usato la carta di credito stamattina. È stato semplice rintracciarti.» risponde facendo spallucce, con un tono calmo e vellutato.

“Merda!”

«Possiamo bere qualcosa insieme, per favore?» chiede mellifluo.

«No.»

«Sei mia moglie, dobbiamo parlare di quello che è successo. Voglio sistemare le cose.»

«Non ero tua moglie quando ti sbattevi quella stronza sulla tua scrivania?» chiedo acida.

«Giusta osservazione. Riformulo. Vorrei parlarti di quello che è successo.» prosegue.

«Non c’è niente da dire, quello che ho visto direi che è stato abbastanza esaustivo.» proseguo verso l’ascensore.

«Mi stai lasciando?» chiede all’improvviso, e finalmente mi giro a guardarlo. Non deve aver chiuso occhio, ha la barba trascurata e gli stessi vestiti di ieri.

«Non ti è abbastanza chiaro?» rispondo ferita e delusa.

Il mio sguardo gli basta per capire quanto sto soffrendo e inizia ad avvicinarsi per compiere la sua magia.

«Ele…amore mi dispiace. Scusa. Ti prego torna a casa e parliamone.» prova ad accarezzarmi la guancia ma io mi scosto, mi volto ed entro nell’ascensore, senza proferire parola.

Le porte si stanno per chiudere quando sento Filippo sussurrare quelle tre parole.

«Io ti amo.»

E di nuovo, piango. Piango aggrappandomi al poggiamano dell’ascensore.

Piango, mentre a fatica, arrivo alla porta della mia camera e mi butto sconsolata sul letto.

Piango, perché io lo amo ancora. Nonostante tutto, io lo amo.

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-Alessandro-

Apro lentamente gli occhi, non so quanto tempo è trascorso da quando mi sono addormentato.

Vedo la luce entrare da una finestra. È troppo intensa, gli occhi mi bruciano, quindi mi giro dall’altro lato del letto.

Sento tutto il corpo indolenzito, e noto che ho il braccio fasciato.

«Alessandro…» la voce di mia madre riempie la stanza.

«Ehi, ciao. Dove sono Angelica ed Emma?» farfuglio assonnato.

Alla mia domanda cala il silenzio attorno al mio letto, all’improvviso i volti di Mattia, di mio padre e di mia madre si oscurano, stanno provando a nascondere qualcosa. Hanno un sorriso tirato, finto.

«DOVE SONO ANGELICA ED EMMA?» riformulo la domanda, scandendo lentamente le parole.

«Va tutto bene, stai tranquillo. I medici si stanno occupando di loro.» interviene Mattia.

«Stanno bene, vero? Cioè, non sono in sala operatoria o cose del genere, giusto?» chiedo ansioso.

«No, niente sale operatorie.» conclude Mattia.

C’è qualcosa che non va. Lo sento.

Il medico entra e si avvicina al letto.

«Salve signor Ferraro. Come si sente?» chiede, controllando la cartellina che ha in mano.

«Dolorante, ma tutto sommato poteva andarci peggio.» rispondo.

Prende una sedia, la posiziona di fianco al letto e si siede.

«Dunque, vorrei parlarle di sua moglie e sua figlia.»

«Come stanno?» chiedo preoccupato.

«Ecco, quando sono arrivati i soccorsi, la situazione era grave. L’auto che vi ha urtato, ha colpito in pieno la parte posteriore dell’auto. Mi dispiace signor Ferraro. Non siamo potuti intervenire, perché hanno perso la vita sul colpo.» le sue parole sono oramai un sussurro.

«Cosa…» non riesco più a respirare e la frase rimane sospesa.

Il pianto di mia madre e lo sguardo perso di Mattia, mi danno il colpo di grazia.

Un coltello impiantato nel cuore farebbe meno male.

Sono morte sul colpo.

Erano dietro di me e non le ho salvate. Io non le ho protette.

Mi manca l’aria, ho un dolore al petto lancinante.

Non può essere vero, non è reale.

Tengo lo sguardo fisso davanti a me. Sento voci, rumori e suoni ma è come se fossero ovattati.

Angelica, Emma. Angelica, Emma. Angelica, Emma. Angelica, Emma.

Ripeto i loro nomi come se questo potesse farle tornare da me.

Ma non torneranno più.

La mia bambina. Il mio grande amore.

«Chi è stato?» domando all’improvviso.

Tutti mi guardano perplessi.

«Allora? Chi è stato?» continuo.

«Alessandro, il ragazzo che guidava è passato quando la luce del semaforo era ancora rossa.» spiega con calma il medico.

«Si è salvato?» continuo.

«Si, è in terapia intensiva.» dice annuendo.

Un’altra coltellata, più profonda mi lacera l’anima e il cuore.

Non ho mai augurato la morte a nessuno, ma oggi su questo letto, vorrei con tutto me stesso che fosse morto lui al posto della mia famiglia.

«Era ubriaco?» chiedo pieno di rabbia.

«Stiamo aspettando i risultati dei test.» annuncia rammaricato.

Mi volto, cercando di dare le spalle a tutti. Non posso sopportare niente di tutto questo.

Mattia, si avvicina, cauto.

«Andate via!» grido.

«Alessandro…» sento la mano calda di mia madre.

«Voglio restare solo. Mi ci dovrò abituare!» urlo pieno di dolore e rabbia.

«Ma…» interviene mia madre.

«Basta! Andate fuori da questa stanza!» tuono, senza nemmeno guardarla.

Le ore seguenti alla notizia, sono state devastanti, i medici mi hanno somministrato dei tranquillanti, così ho dormito per gran parte della giornata e della notte.

Al mio risveglio, il dolore che provo è dilaniante.

Fisso la mia immagine riflessa nello specchio, sono morto anch’io insieme a loro, sono un uomo che non ha più anima.

Il mio cuore è esploso in frantumi e niente potrà mai farlo tornare com’era un tempo.

 

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Sono trascorsi alcuni giorni da quando sono stato dimesso dall’ospedale. Non sono riuscito ad entrare in casa, così ho chiesto a Mattia di andare a prendere alcune cose di prima necessità.

Mi sono trasferito nella suite di un hotel, è così asettica e senza ricordi, è quello di cui ho bisogno adesso. Non sopporto di avere davanti agli occhi tutto quello che non c’è più.

Insieme ai genitori di Angelica sto organizzando il funerale: ci sono tante cose da preparare e da affrontare, ogni giorno mi sembra più tremendo di quello precedente, ma Sandra, la madre di Angelica, dice che passerà e che giorno dopo giorno il dolore diminuirà sempre più.

È molto credente e trova la forza nella preghiera, ovviamente io, non credo in nessuna divinità, tanto meno in questo momento della mia vita.

Il consiglio che mi è stato dato è quello di andare in terapia, per elaborare il lutto.

Dicono che non è normale che io non pianga.

Vorrei piangere, lo giuro, ma non ci riesco. Credo di aver esaurito le scorte.

Sono impegnato a sistemare la mia nuova dimora, quando il telefono collegato con la hall suona.

«Pronto?»

«Signor Ferraro, c’è una consegna per lei. Posso fargliela recapitare?» mi chiede la receptionist.

«Si, certo. Grazie.»

Pochi minuti più tardi, un fattorino mi consegna una piccola scatola bianca anonima. Firmo la ricevuta e mi siedo sul letto. Proviene dall’ospedale.

Dopo un po’ di incertezza, la apro e la sensazione è quella di aver ricevuto un pugno nello stomaco. Mi manca il fiato. Cerco di riprendere il controllo della situazione e con le mani tremanti, sfioro la scatoletta blu in velluto. È la collana che Angelica ha voluto acquistare durante la cena di beneficenza. È l’ultimo ricordo che ho di lei. Insieme alla confezione c’è il pupazzetto che Emma usava per addormentarsi. Inspiro profondamente l’odore che emana quell’oggetto e mi accascio sul pavimento.

La morsa di dolore in cui mi sento intrappolato è letale, altri mille coltelli che affondano le loro lame nel mio petto.

Mi adagio sul letto, insieme a Manny, il pupazzetto di Emma e urlo tutto il mio dolore tra quelle lenzuola e quei cuscini così freddi e sconosciuti.

 

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Inesorabilmente è arrivato un altro giorno.

Quel giorno.

La data, che ricorderò per tutta la mia vita, come quella più devastante e triste.

Il funerale è stato semplice e intimo. Non volevo condividere il mio dolore con nessuno, tanto meno con gente che nella maggior parte dei casi, vedo a stento una volta ogni dieci anni.

Per fortuna, sono stato accontentato.

Cosa si può dire di fronte ad una tragedia simile? Cosa si aspetta la gente, esattamente, da me? Io non voglio più vivere, non voglio più ridere, non ho più niente per cui lottare.

La voce di mia madre riecheggia nel parcheggio, distraendomi da queste domande.

«Alessandro, caro, perché non vieni a stare da noi? Saperti da solo, in una camera d’albergo, mi spezza il cuore.»

«No, mamma. Ti ringrazio del pensiero, ma voglio restare solo.» sentenzio categorico.

Ad un tratto, mi blocca il braccio e il suo sguardo mi trafigge. Ha gli occhi velati e pieni di dolore.

«Alessandro! Non sei l’unico ad aver perso qualcuno. Soffriamo anche noi! Era la nostra nipotina!» urla, colpendomi con i suoi fragili pugni.

«Shh…Lo so mamma, lo so. Ma non posso, non ci riesco.» provo ad abbracciarla e calmarla.

«Ti prego, permetterci di aiutarti. Permettimi di starti accanto.» singhiozza appoggiata al mio petto.

«Ti prego. Lasciami andare. Per favore.»

Da quel giorno ho chiuso i contatti con il mondo esterno. Non vado a lavorare, non esco dal mio rifugio nemmeno per mangiare, mi faccio recapitare tutto in camera. Rifiuto tutte le chiamate e preso da un momento di rabbia, ho scaraventato il mio computer sulla parete, riducendolo in frantumi. Sono fuori di me. Mi guardo e non riconosco più lo sguardo, l’espressione di quell’uomo che vedo riflesso nello specchio.

Ogni giorno è uguale al precedente, sto cercando di crearmi delle nuove abitudini, sistematiche e precise.

Tutto questo, fino a quando Mattia, non ha deciso di piazzarsi fuori dalla porta della mia suite. Passa tutto il suo tempo seduto con la schiena appoggiata contro la porta e parla.

Mi racconta di quello che succede in ufficio, dell’interesse che prova nei confronti di Jenni, del coraggio che gli manca per invitarla a cena.

Prosegue poi nelle descrizione dei vari accordi che avrei dovuto chiudere io, ma che invece ha dovuto prendere in mano lui.

L’altra sera, mi ha informato dell’ultima decisione che ha preso, vuole ampliare il suo studio per poter lavorare insieme.

Sono passati quattro giorni da quando ha iniziato a parlare dietro questa porta, l’ho ascoltato per tutto il tempo in cui è rimasto qui fuori, mi faceva sentire meno solo sentire la sua voce.

Quella sera, però, la sua voce non c’era a farmi compagnia.

Non mi ero reso conto di quanto la compagnia di Mattia mi facesse stare bene.

Ormai era un’abitudine e il non averlo sentito per tutto il giorno mi aveva reso triste.

Preso dalla curiosità, decido di aprire la porta, trovandomi faccia a faccia con lui.

È in piedi con un cartone di pizza e due birre, e mi fissa con un sorrisetto soddisfatto.

«Mi fai entrare o devo mangiare seduto per terra anche questa sera?» chiede sarcastico.

«Entra.­» gli sorrido, lasciando la porta aperta.

Mangiamo seduti sul letto, come quando eravamo ragazzini. Dopo tanti giorni di solitudine, sento finalmente, un po’ di calore.

«Allora, che intenzioni hai?» chiede addentando la pizza.

«Nessuna idea.» rispondo vago.

«Alessandro, è un mese che sei rinchiuso qui. Credo tu abbia bisogno di cambiare aria.»

Ha ragione, qualcosa dovrò pur fare, ma non sono pronto. È passato così poco tempo.

Mi mancano da morire.

Poi all’improvviso un’idea mi attraversa la mente. Prima di tutto questo volevo lasciare l’azienda di famiglia.

Mai come in questo momento, mi sembra la cosa più giusta da fare.

«Mattia, voglio vendere le mie quote e lasciare l’azienda.» dico deciso.

«Cosa??» grida Mattia.

«Hai sentito bene. Ho bisogno di cambiare aria, come hai detto tu.» proseguo.

«Si ma non intendevo questo! Abbiamo bisogno di te in ufficio, non puoi lasciarci!» esclama sbalordito.

«Tu sei in grado di gestire tutto. Te la stai cavando benissimo, mi sembra.»

«E cosa farai?» chiede sospettoso.

«Passerò il Natale a New York da mio fratello. Terminate le vacanze, penserò a cosa fare.» rispondo concedendomi un generoso sorso di birra.

«Se è di questo che hai bisogno, va bene, ti aiuterò.» sospira demoralizzato.

«Grazie…››

Dopo la chiacchierata con Mattia, ho iniziato ad organizzare il mio viaggio e a preparare i documenti per la vendita delle mie quote. Ho deciso di occuparmi solo del club, il “Mood”, e di tenere l’appartamento di Sabaudia: tutto il resto l’ho messo in vendita.

Con il ricavato, quando sarò pronto, avvierò il mio studio. La casa dove abbiamo vissuto io, Angelica ed Emma per adesso preferisco tenerla chiusa. Non sono pronto a venderla, men che meno tornare a viverci. È un dolore troppo grande.

Arrivo in ufficio per liberare la mia scrivania, la ditta che si occupa del mio trasferimento, recapiterà tutto nella casa di Sabaudia, credo che starò lì per un po’, dopo il mio rientro da New York.

Impacchetto diligentemente tutte le mie cose, quando mio padre piomba nel mio ufficio, decisamente arrabbiato e alterato.

 

«Alessandro, ma che cazzo stai facendo?» urla affannato.

«Ciao Papà, è un piacere vederti.» rispondo in tono piatto.

«Risparmiami i convenevoli. Ti sta dando di volta il cervello? Come ti viene in mente di buttare così la tua carriera?» mi chiede più calmo.

«Ho bisogno di cambiare aria, di cambiare tutto. Compreso il lavoro.» spiego amareggiato.

«Ma non per questo devi vendere le tue quote!» continua insistente.

«Senti, non voglio più avere a che fare con quello che era la mia vita di un tempo. Ora tutto è diverso. Io, sono diverso.»

«Ale, passerà. Ti sembra impossibile ora, ma un giorno il dolore passerà. Non gettare tutto nella spazzatura.» prosegue, sedendosi cauto sulla sedia di fronte a me.

«Chiamami quando l’atto di cessazione sarà ufficializzato e fammi sapere quando potrò avere i miei soldi.» concludo categorico.

«Stai sbagliando, figliolo. Mi sento in dovere di ricordarti che questa è anche casa tua, puoi tornarci quando vuoi. Le porte per te, saranno sempre aperte.» si gira ed esce dalla stanza.

 

Quello che lui, anzi, quello che nessuno capisce è che io non ho più una casa. Quella maledetta sera, insieme ad Angelica e ad Emma, tutto è svanito nel nulla.

 

FINE 4° CAPITOLO 

 

– ARRIVEDERCI A DOMENICA PROSSIMA – 

Questo racconto inedito a puntate è un opera di fantasia scritta in esclusiva per Stella e pubblicato per gentile concessione dell’autrice solo sul sito Free Passion.

© Riproduzione riservata. Proprietà intellettuale dell’autrice Renèe. Vietata la riproduzione di questi contenuti o parte di essi.

12 Comments on “Ricomincio da Te” by Renèe – Seconda Edizione- 4° Capitolo

  1. manu85
    giugno 26, 2016 at 3:05 pm (3 anni ago)

    Oh mio dio non avevo esaurito le lacrime io anzi sembro un rubinetto in azione..
    Mamma mia quanto dolore per Alessandro
    invece Filippo mi ha fato arrabbiare come non mai..vai Ele fatti valere anche se sappiamo che non sarà facile
    complimenti baci a domenica prox

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    • Renèe
      giugno 26, 2016 at 3:59 pm (3 anni ago)

      Cara Manu, Filippo continuerà a stupirci, e non in maniera positiva…. sappiamo bene quanto dura sia stata per Eleonora, ma sai come si dice…dopo la tempesta arriva sempre il sereno.
      Un abbraccio cara e buona domenica <3

      Rispondi
      • manu85
        luglio 3, 2016 at 6:51 pm (3 anni ago)

        Buona sera a tutte ma il capitolo oggi non viene pubblicato scusate e buona serata a tutte

        Rispondi
        • Renèe
          luglio 3, 2016 at 7:12 pm (3 anni ago)

          Ciao Manu, adesso provo a sentire Stella. Un bacio

          Rispondi
          • manu85
            luglio 3, 2016 at 7:26 pm (3 anni ago)

            Ok grazie mille bacio

  2. Rosy ♥
    giugno 26, 2016 at 5:57 pm (3 anni ago)

    È inutile dire che sono in una valle di lacrime, vero? :'(

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  3. Renèe
    giugno 26, 2016 at 10:52 pm (3 anni ago)

    Rosy, fazzoletti sparpagliati ovunque :'(
    Un bacio e alla prossima settimana :-*

    Rispondi
  4. Veronica80
    giugno 27, 2016 at 9:47 am (3 anni ago)

    Eccomiiiii
    Vuoi uccidermi???
    Lo sai che ho passato un periodo difficile !?

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    • Renèe
      giugno 27, 2016 at 4:08 pm (3 anni ago)

      Veronica, tesoro, lo so che questa parte è un po’ tragica…. Tocca profondamente un tema delicato, ma spero tu possa continuare la lettura e trovare un po’ di calore nei prossimi capitoli.. Un bacione a te <3

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  5. Lorenza
    giugno 28, 2016 at 9:15 pm (3 anni ago)

    Arrivo con qualche giorno di ritardo per colpa di un odioso malanno. ora sto bene e…… ahhhhhhh! Capitolo straziante! Nonostante sia la seconda volta che lo leggi fa sempre un certo effetto! Bravissima

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    • Renèe
      giugno 28, 2016 at 10:23 pm (3 anni ago)

      Lori cara, spero tu ti sia ripresa! Ti mando un grandissimo abbraccio ❤ Come sempre, grazie del tuo appoggio,vale moltissimo per me. Un bacione

      Rispondi

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