Nuovo Racconto Inedito – “Prima che ti Accorgessi di Me” di Lorenza – 5° Parte

E prima si.

E poi no.

Spe che ci penso…

Anzi, lascia perdere!

Ma forse…

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Mentre l’eterno indeciso cerca ancora di fare pace con quei due neuroni funzionanti che si ritrova – in fin dei conti è pur sempre un uomo, povero -, io mi son spazzolata un vassoio di biscotti – ricetta prossimamente perchè son buonissimi -, limata le unghie e passata lo smalto e lui ancora lì sta!

E nonostante tutti i se, i ma, i forse del caso, il nostro Donovan sta comunque attuando il piano più arduo della storia: tenere alla larga tutti i possibili pretendenti dalla faccia della terra da Alyce.

Non sarà un’impresa facile e per questo servono i rinforzi, ovvero le ampie spalle del fratello possono tornare sempre utili 

Non vi resta che mettervi belle comode, popcorn alla mano e godervi lo show che sta per andare in onda, mentre a me, non rimane che augurarvi una bella serata in nostra compagnia seguito, come sempre, dall’immancabile…

Buona Lettura     

 

imageTURNER’S BROTHERS

“PRIMA CHE TI ACCORGESSI DI ME”

-ALYCE-

Non appena terminato di asciugarmi i capelli mi guardai allo specchio.

Sorridendo scossi la testa.

Solo io potevo essere giù di morale per aver mentito a un ragazzo.

Tutto sommato però Donovan se l’era cercata.

Che cosa interessava a lui dov’ero stata?

Negli ultimi giorni, da quando c’eravamo quasi baciati per la precisione, non mi aveva praticamente rivolto la parola e ora… ora mi faceva il quarto grado?

Certo la cosa mi aveva fatto piacere e anche parecchio, ma questo non significava che non mi avesse anche lasciata del tutto spiazzata.

Ad ogni modo, per quanto mi dispiacesse avergli mentito, non avevo avuto alternative.

Che altro avrei potuto fare?

Mica potevo dirgli che durante l’ora in cui ero stata fuori mi ero recata a una visita ginecologica?

Era assolutamente fuori discussione.

Odiavo mentire ma c’era un limite alle verità che ero disposta a confessare.

Avvolgendo il mio corpo nudo in un grande asciugamano, uscii dal bagno.

Avevo appena messo piede in camera quando vidi la porta della stanza aprirsi di botto e Donovan fare irruzione in camera.

«Ok, basta giochetti» esordì entrando a passo di marcia e richiudendosi la porta dietro le spalle. «Ora devi dirmi dove sei stata quando sei uscita, cosa hai fatto e, soprattutto, con chi.»

Allibita, fissai Don a bocca aperta, dimenticando completamente di essere mezza nuda.

«Sono andata in palestra ad allenarmi un po’» risposi, dopo un istante, sforzandomi di sembrare convincente.

Portandosi le mani sui fianchi, Don mi fissò stringendo gli occhi.

«E l’hai fatto? Ci sei veramente andata? Non è che invece ti sei limitata a un po’ di sano esercizio fisico nel retro di una macchina?»

«Cosa stai insinuando Turner?» gli chiesi aggrottando le sopracciglia, incapace di dare un senso alle sue parole.

«Non sto insinuando proprio nulla Alyce, sto semplicemente chiedendo.»

Quella risposta, così sibillina e falsamente innocente, mi fece perdere del tutto il controllo.

«Parla chiaro Don, ma vedi di stare attento a quello che dici» lo avvisai fremente, stringendo con forza l’asciugamano che era avvolto attorno al mio corpo e facendo un paio di passi verso di lui.

Per nulla intimorito dalla mia rabbia, Donovan si fece sotto.

«Bene, bene» gongolò ironicamente lui sollevando un sopracciglio. «Vedo che non stai affatto negando ciò che ho detto, quindi devo dedurre che ti sei veramente fatta sbattere da qualcuno nel retro di una macchina oggi pomeriggio…»

Accecata dalla rabbia e dall’umiliazione sollevai una mano e, senza pensarci due volte, colpii Donovan dritto in faccia.

«Sei un idiota Turner!» ringhiai, sentendo le lacrime affiorare. «Chiedimi immediatamente scusa e non permetterti mai più di rivolgerti a me in questo modo!»

Con uno sguardo a metà fra il confuso e il dispiaciuto, Donovan mi fissò dritto negli occhi.

«Mi scuserò solo quando mi dirai la verità!»

Infuriata e umiliata decisi in un attimo di confessare ogni cosa, al solo scopo di far fare a quell’idiota l’unica figura che si meritava.

Quella dello stronzo.

«Ero dal ginecologo!» gli urlai quindi in faccia. «Ecco, ora lo sai. Contento?»

Colto di sorpresa da quella mia confessione, Don sbiancò e fece qualche passo indietro.

«Mi… mi stai dicendo… la verità?»

«Ti confesserei una cosa del genere se non fosse vero?» lo aggredii, incapace di provare anche solo un po’ di dispiacere per lui.

Passandosi entrambe le mani sul viso, Donovan imprecò fra i denti.

«Merda! Ti chiedo scusa Alyce. Sono stato un idiota.»

«No, Don. Idiota è poco.»

Ero rabbiosa.

Come aveva osato comportarsi in quel modo con me?

Con quale diritto era entrato in camera mia al solo scopo di riempirmi d’insulti?

Sempre più affranto Don gemette.

«Alyce…» disse in tono supplichevole, «devi assolutamente perdonarmi. Io… ero convinto che tu… Dio!»

Interrompendo a metà le sue scuse, Don mi afferrò per un braccio e mi attirò a sé, avvolgendomi fra le sue braccia.

L’improvvisa consapevolezza di essere mezza nuda fra le braccia del ragazzo di cui ero probabilmente innamorata mi fece andare a fuoco.

«Giurami che sei stata veramente dal dottore e non a letto con Alex» mi sussurrò piano all’orecchio, sfiorandomi il lobo con le labbra.

«Non so nemmeno chi sia questo Alex…» ammisi in un sussurro, stringendo forte gli occhi e cercando disperatamente di tenere a freno le emozioni.

Ero fra le braccia di Don, stretta a lui e quella che sentivo premere contro la mia coscia era decisamente un’erezione.

Non riuscivo a crederci.

«Sono felice di sentirtelo dire» ammise Donovan sospirando e posando la fronte contro la mia.

«Alyce?» aggiunse un secondo dopo, sollevando lo sguardo e fissandolo nel mio. «Io… merda… ti chiedo scusa per quello che sto per fare.»

E, detto questo, senza alcuna esitazione Donovan posò le labbra sulle mie.

Sentendo evaporare in un solo istante rabbia e risentimento sollevai le braccia e gli circondai il collo, stringendomi a lui.

Spronato dal mio palese assenso Don insinuò la lingua nella mia bocca, cercando e pretendendo.

Non desiderando altro che quello, gli concessi ciò che stava cercando.

Decisa a infondere in quel bacio mesi e mesi di desiderio e voglia, attirai Donovan ancora più verso di me.

Completamente avvinti l’uno dall’altra ci ritrovammo a barcollare all’indietro, fino a che non ci ritrovammo appoggiati alla porta.

«Alyce, ti voglio veramente tanto, ma… Dio!… non posso» borbottò qualche istante dopo Don allontanando appena le sue labbra dalle mie.

«Perché?» gli chiesi del tutto delusa, sentendo lacrime inopportune pungermi gli occhi.

«Non pensare nemmeno per un istante che tu non mi piaccia» continuò lui quasi leggendomi nel pensiero, «perché non è così. Solo… sarebbe sbagliato ed io non voglio perderti. Ma, Dio… sei così dannatamente bella. Non so come farò a resisterti.»

«Non ti ho chiesto io di farlo, è una decisione tua.»

Con un leggero gemito Donovan sollevò una mano per accarezzarmi il viso e, dopo aver sospirato piano, s’impossessò nuovamente della mia bocca.

Incerta su come reagire dopo le parole ambigue che quel ragazzo mi aveva detto pochi istanti prima, tentennai.

Le mani di Don che mi avvolgevano strette la vita, attirandomi a lui, mi fecero fremere e, nuovamente, scordare di tutto il resto.

Lasciandomi del tutto trasportare dalla miriade di sensazioni che stavano invadendo il mio corpo, fui riportata bruscamente alle realtà dal concitato bussare che proveniva da dietro la porta alle nostre spalle.

«Alyce, tutto bene?» sentii mia cugina Lana chiedere a gran voce. «Perché la porta non si apre? Alyce?»

Come risvegliato dalle urla di mia cugina, Don mi posò le mani sui fianchi e mi scostò rapido da sé.

«È meglio che vada» lo sentii dire piano, incapace di guardarmi negli occhi. «Sì, è decisamente meglio.»

Detto ciò lo vidi girare su se stesso e, agguantata la maniglia, uscire rapido dalla stanza, lasciando me e Lana a fissarlo a bocca aperta.

*****

Tre giorni, erano passati tre lunghissimi e snervanti giorni da quando Donovan aveva fatto irruzione in camera mia ed io ancora passavo ore intere a rivivere nella mia mente quello che era accaduto, cercando disperatamente di dare un senso alle parole che mi aveva detto e al suo comportamento.

La conclusione a cui ero arrivata, condivisa anche da Lana, era che Don avesse paura che, passando al livello successivo, la nostra amicizia ne avrebbe risentito.

Ovviamente condividevo anch’io questo timore, ma ero convinta che se due persone provavano un’attrazione reciproca, come ormai ero certa provassimo io e Don, non aveva senso resistere.

Insomma, l’amicizia fra noi ne avrebbe risentito comunque, tanto valeva provare.

Avrei voluto tanto rendere partecipe il mio caro amico di questi miei pensieri, ma nelle ultime settantadue ore era diventato quasi un fantasma.

Ogni volta che mi trovavo in sua compagnia, Donovan cercava una scusa per defilarsi.

Anche in laboratorio si comportò nel medesimo modo, evitando in tutti i modi di restare solo con me e declinando ogni mio invito di pranzare insieme accampando la scusa del lavoro arretrato da finire.

Depressa e sconfortata arrivai al venerdì mattina, il giorno del mio compleanno, desiderando solo di restarmene a letto e di saltare il lavoro.

Purtroppo per me mia cugina Lana non la pensava allo stesso modo.

«Sveglia festeggiata!» fu la prima cosa che mi urlò all’orecchio con voce squillante, dandomi la sveglia.

«Coraggio dormigliona!» continuò imperterrita afferrando le coperte sotto cui mi ero nascosta e tirandole via di scatto. «Devo andare al lavoro, ma prima voglio darti il tuo regalo.»

Gemendo, mi appoggiai sui gomiti.

«Buon giorno a te» le risposi sollevando un sopracciglio e chiedendomi come mai quella ragazza sembrasse più entusiasta di me all’idea di festeggiare il mio compleanno.

Sorridendo soddisfatta, Lana s’inginocchiò e, dopo aver rovistato sotto il letto, si raddrizzò tenendo stretta in mano una scatola rosa chiusa con un nastro viola.

«Buon compleanno» mi disse fremente posandomi in grembo il suo regalo.

«Grazie» le risposi commossa.

Non essendoci più i miei genitori, e non avendo molti altri parenti, non era raro che passassi i miei compleanni senza che nessuno mi facesse gli auguri.

Figuriamoci i regali.

Emozionata, sciolsi il nastro che teneva chiuso il coperchio e lo sollevai.

Più curiosa di me, e intenta a osservare ogni mia più piccola reazione, Lana si sporse in avanti.

Ridacchiando tolsi la carta velina lilla e tirai fuori il contenuto.

Sollevando l’esiguo pezzo di stoffa nero che vi avevo trovato dentro, lo esaminai.

«È un top o una gonna?» chiesi confusa.

Scoppiando a ridere, Lana me lo strappò di mano.

«È un vestito!» mi disse mostrandomelo. «Per la precisione, il vestito che indosserai stasera quando ti porterò in giro per locali a festeggiare.»

Questa volta fui io a scoppiare a ridere.

«Lana…» dissi scuotendo la testa, «nel mio mondo il pezzetto di stoffa che tieni in mano può essere un top o una gonna ma, assolutamente, non tutti e due insieme. Io con quel coso addosso non ci esco stasera. Anzi, a voler essere corretti, sarebbe meglio dire che io non ho alcuna intenzione di uscire a festeggiare stasera, vestito o non vestito.»

«Oh sì che lo farai» mi rimbeccò Lana portandosi le mani sui fianchi. «E ti garantisco che quando metterai piede fuori dalla porta della nostra stanza avrai addosso questo favoloso abitino.»

Lanciandomi il vestito in questione, mia cugina si voltò e s’incamminò verso la porta.

Fermandosi con la mano sulla maniglia, girò il viso verso di me.

«Ora devo proprio andare» mi disse sbuffando, «ma per le sei sarò di ritorno. Fatti trovare pronta perché usciremo poco dopo. Cena e discoteca! Non vedo l’ora!»

E detto ciò, senza lasciarmi alcuna possibilità di replica, se ne andò.

Soffocando un urlo pieno di frustrazione mi lasciai ricadere sul letto.

Portandomi un braccio sopra agli occhi cercai di rilassarmi.

Non sarebbe servito a nulla arrabbiarsi o rimuginare sulla cosa.

Se Lana si metteva in testa una cosa, niente e nessuno era in grado di farle cambiare idea.

Tanto valeva arrendersi.

Sospirando, mi alzai da letto e, strisciando i piedi, mi diressi verso il bagno.

Circa mezz’oretta dopo, fresca di doccia e ormai rassegnata ai programmi per la serata, tornai in camera per vestirmi.

Jeans e t-shirt sarebbero andati benissimo.

Il tempo di mettermi le mie adorate all star ai piedi e uscii dalla mia stanza.

Appena entrata in cucina, la prima persona in cui m’imbattei fu Raf.

Attenta a non lasciar trapelare nulla che potesse rivelare il fatto che quel giorno fosse il mio compleanno, gli diedi il buon giorno.

«Ciao a te, Alyce» mi rispose lui sorridendo, «vuoi del caffè?»

Annuendo con la testa, afferrai una tazza da sopra la penisola e gliela passai.

Dopo avermela riempita, me la restituì.

«E così» iniziò a dirmi facendomi, non so perché, scattare sull’attenti, «oggi è il tuo compleanno?»

Allibita, perché non avevo la più pallida idea di come facesse a saperlo, lo fissai con gli occhi sgranati.

«Tranquilla» mi rassicurò lui ridendo, «non sono uno stalker. Ho solo incrociato Lana mentre usciva e lei mi ha chiesto se potevo indicarle un locale in cui andare stasera per festeggiare il tuo compleanno.»

Stringendo forte gli occhi non riuscii a trattenere un gemito di disagio.

«Rafael» dissi, qualche istante dopo, sospirando, «io non volevo che…»

«Alyce» m’interruppe lui strizzandomi un occhio, «non preoccuparti, ok? Ho indicato a Lana un posto tranquillo con gente normale, volume della musica accettabile e nessun branco di alcolizzati pronto a importunarvi.»

«Grazie» risposi sorridendo. «Ti sono veramente grata per questo, ma era un’altra la cosa che stavo per dirti. Potresti gentilmente non fare parola con anima viva del fatto che oggi è il mio compleanno?»

«E perché?» mi chiese lui, quasi immediatamente, accigliandosi. «No, scusa, lascia stare, non rispondermi. Farò come mi chiedi senza bisogno di spiegazioni.»

«Grazie» gli risposi, grata per il fatto che avesse deciso di non indagare oltre.

Non c’era un motivo esatto dietro quella mia richiesta.

Semplicemente non volevo che qualcuno, venendolo a scoprire, si sentisse obbligato a festeggiare questo giorno.

I fratelli Turner in primis.

Entrambi, Raf soprattutto, avevano fatto già abbastanza per me trovandomi un tetto sotto cui stare.

Sollevando il braccio osservai l’orologio che portavo al polso.

«Ora devo proprio andare» constatai sospirando.

Posata la tazza dentro il lavandino, feci per voltarmi e uscire dalla cucina quando Raf, afferratami delicatamente per un braccio, posò le sue labbra sulla mia guancia.

Sorpresa da quel gesto del tutto inaspettato, mi bloccai irrigidendomi.

Ridacchiando, Raf si scostò da me e mi scompigliò i capelli.

«Auguri bambolina» mi sussurrò all’orecchio.

Sentendo le mie guancie farsi bollenti, annuii.

A corto di parole, sia per l’imbarazzo che per lo stupore, mi voltai pronta ad andarmene.

Non appena spostai lo sguardo da Raf verso la porta, però, mi bloccai nuovamente.

Fermo sulla soglia della cucina, infatti, c’era Donovan.

 

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-DONOVAN-

 

Non appena la sveglia suonò quel venerdì mattina, un sonoro gemito mi uscì dalla bocca.

All’idea di dover andare al lavoro mi sentii invadere da un forte senso di nausea.

Ero esausto.

Esausto di trovare scuse per evitare Alyce fingendo che la mia irruzione stile fidanzato geloso in camera sua non fosse mai esistita.

Soprattutto quando, in realtà, non avevo fatto altro che rimuginare su ciò che era successo quel giorno, dandomi costantemente dell’idiota.

Mi ero lasciato sopraffare dal desiderio per lei, venendo meno a tutte le promesse che avevo fatto a me stesso.

Avevo messo a serio repentaglio la nostra amicizia e ora non sapevo come venirne fuori.

Dopo tanti ripensamenti e tentennamenti ero giunto alla conclusione che ignorare per un po’ quella ragazza e fare finta che non fosse successo nulla fosse la soluzione migliore.

Qualche giorno e lei avrebbe dimenticato, lasciando che tutto tornasse come prima.

Amici, ecco cosa dovevamo essere.

Solo amici.

Immerso come sempre nei soliti pensieri, mi alzai da letto e, dopo una rapida doccia, indossai i primi panni che mi capitarono sotto mano e mi diressi in cucina.

Non avevo però ancora fatto in tempo a varcarne la soglia che mi bloccai di colpo.

Raf, mio fratello Raf, stava baciando Alyce, la mia Alyce.

Certo, quel bacio casto sulla guancia nulla aveva a che fare con il bacio che c’eravamo dati io e lei, ma fu lo stesso capace di scatenare la mia gelosia.

Stringendo le mani a pugno mi trattenni dal ringhiare e fissai lo sguardo su Raf.

Accortosi della mia espressione glaciale, mio fratello sollevò un sopracciglio.

Cercando di prendere tempo, per riuscire così a essere un po’ più padrone di me stesso prima di aprire bocca, afferrai una tazza da sopra la penisola e mi avvicinai alla caffettiera.

«Io… ehm… vado» disse Alyce, alle mie spalle, dandomi la netta impressione di non vedere l’ora di uscire dalla stanza.

«Raf, ricordati la promessa» la sentii bisbigliare piano un istante prima di sgattaiolare fuori dalla cucina.

Non appena udito il rumore della porta d’ingresso che si chiudeva, sbottai.

Sbattendo la tazza piena di caffè sul ripiano davanti a me, talmente forte che gran parte del liquido schizzò fuori scottandomi una mano, ringhiai di rabbia.

«Che cazzo stavi facendo?» chiesi a Raf, furente. «Per quale cazzo di motivo ti ho beccato a baciare Alyce?»

A quelle parole l’espressione dipinta sul viso di Raf passò rapidamente dal confuso all’indignato.

«Donovan ti giuro che, in occasioni come queste, mi vergogno quasi che tu sia sangue del mio sangue» mi confessò guardandomi disgustato e scuotendo la testa.

«Me ne farò una ragione» gli risposi spiccio. «Ripeto. Che cosa sta succedendo fra te e Alyce?»

Stringendo gli occhi fino a farli diventare due fessure, Raf fece un passo verso di me.

«Nulla. Fra me e quella ragazza non è mai successo nulla e mai succederà. Contento ora?»

«E allora perché la stavi baciando? E di quale promessa stava parlando Alyce?» continuai imperterrito, sfogando la rabbia accumulata nei giorni precedenti.

«Scordati che ti dica anche solo una parola di ciò che ho promesso a quella ragazza. Se sei tanto interessato perché non lo chiedi direttamente a lei? Ah, giusto, non puoi perché negli ultimi giorni non ti vedo fare altro che ignorarla ed evitarla…»

«Stammi a sentire, fratellone…» mi feci sotto minaccioso, con voce bassa e affilata.

«No, stammi a sentire tu, fratellino» m’interruppe Raf facendo un paio di passi verso di me e fermandosi a meno di un centimetro dal mio naso. «Per prima cosa chiudi quella cazzo di bocca prima dire qualcosa di cui potresti pentirti, secondo inizia a fare un po’ di chiarezza nella tua testa. Non so cosa sia successo fra te e Alyce, ma non sono stupido e mi sono accorto della tensione che c’è fra di voi. Dici che Alyce è tua amica, ma fai scenate di gelosia a qualsiasi essere umano dotato di pene osi avvicinarsi a lei; urli ai quattro venti che lei è libera di frequentare chi vuole, ma mi hai appena fatto una piazzata assurda solo perché mi hai beccato a darle un bacio sulla guancia. Chiarisciti le idee fratello e datti una calmata.»

Respirando rumorosamente e rapidamente dal naso, fissai mio fratello dritto negli occhi.

«Merda!» ringhiai, diversi istanti dopo, dando voce al caos che mi regnava dentro «Ho baciato Alyce, ok? L’ho baciata e me ne sono pentito, e ora non so come comportarmi con lei. C’è qualcosa in quella ragazza che mi porta a volerla proteggere da tutto e da tutti, me compreso. Non sono il ragazzo giusto per lei, si merita qualcuno che abbia voglia di una storia seria. E poi c’è la questione amicizia… se succedesse qualcosa fra noi, non potremmo essere più amici come prima. Dio, è tutto così complicato.»

«Sì, concordo con te fratellino, Alyce si merita qualcosa di più che una relazione solo di letto» convenne mio fratello. «Ora spetta solo a te capire se ti senti pronto. Nel frattempo, però, devi smetterla di comportarti così. Non puoi non volere Alyce per paura di ciò che potrebbe diventare ma, al contempo, tenere tutti i ragazzi lontani da lei.»

«Sì che posso» risposi risentito. «E lo farò.»

Dopo avermi scrutato con attenzione per alcuni secondi, Raf sospirò.

«Se le cose stanno così allora ti consiglio tenerti la serata libera.»

«Per quale motivo?» gli chiesi immediatamente mettendomi sull’attenti. «Che ti ha detto Alyce? Ha un ragazzo? Si deve vedere con qualcuno stasera?»

Passandosi una mano sulla faccia, mio fratello imprecò piano.

«Non sono il tipo che infrange le promesse e, se non fossi sicuro di fare più bene che male dicendotelo, terrei la bocca chiusa. Ad ogni modo oggi è il compleanno di Alyce e stasera Lana la porterà al Red One per festeggiare.»

«Il Red One?» chiesi facendo una smorfia disgustata e sbattendomi una mano sulla fronte per non essermi ricordato del compleanno di Alyce. «Ma quel posto è un mortorio.»

«Appunto» annuì Raf sollevando le spalle. «Avresti preferito che gli suggerissi di andare al May Tay

«No!» risposi categorico.

Il May Tay era la discoteca più in voga al momento, sempre piena di ragazzi in cerca di compagnia.

La sola idea di Lana e Alyce tutte sole in quel locale mi fece venire i brividi.

Scuotendo la testa cercai di scacciare dalla mente la visione delle mie due coinquiline intente a dimenarsi sulla pista da ballo circondate da un branco di ragazzi sbavanti.

«Ora che ti sei calmato ripulisci lo schifo che hai combinato qui attorno» mi minacciò Raf cambiando argomento e indicando con un gesto della testa il caffè che avevo rovesciato sul ripiano della cucina.

Afferrando al volo uno strofinaccio mi misi all’opera senza fiatare, completamente assorto nei miei pensieri.

Per prima cosa dovevo decidere che regalo comprare ad Alyce.

Già era grave che, preso dalla confusione di quei giorni, mi fossi scordato del suo compleanno, se poi non le avessi fatto nemmeno un regalo… sarei di certo stato il peggiore degli amici.

Subito dopo avrei dovuto incanalare tutte le mie energie per trovare un modo, quella sera, di pedinare Alyce e sua cugina senza farmi scoprire.

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-ALYCE-

Accidenti!

Come avevo fatto a non rendermene conto?

Il fatto che Donovan si fosse preso l’intera mattinata libera avrebbe dovuto farmi capire che qualcosa non andava, invece nulla.

La realtà dei fatti mi si palesò davanti agli occhi subito dopo pranzo quando, finita la mia pausa, trovai Donovan ad attendermi alla mia postazione di lavoro.

Il sorriso smagliante con cui mi accolse, m’insospettì subito.

Accidenti, erano quasi tre giorni che non mi rivolgeva la parola.

«Ciao» lo salutai cauta.

«Ciao festeggiata!» mi rispose lui facendomi raggelare.

Merda, merda, merda.

Raf aveva fatto la spia!

Maledetto bugiardo.

Questa me l’avrebbe pagata.

«Io…hem…insomma» farfugliai, arrossendo e sentendomi estremamente a disagio.

Con sguardo circospetto mi guardai attorno.

L’ultima cosa che volevo era che la voce si spargesse in laboratorio.

«Tranquilla» mi rassicurò Donovan parlando piano. «Lo so solo io. Il tuo segreto con me è al sicuro.»

«Tuo fratello mi aveva detto la stessa cosa…» risposi piccata.

Ridacchiando, Donovan fece un passo verso di me.

«Lo so» mi confessò piano, «ma preferisco pensare che me ne sarei ricordato lo stesso da solo. Sai non sono stati giorni facili…»

Ripensando immediatamente al nostro bacio mi sentii avvampare.

Un istante e la delusione per quella palese ammissione di pentimento da parte di Don mi raggelò.

E così si era pentito?

Fantastico!

Buon compleanno Alyce!

Veramente un bel modo di festeggiare… lo sapevo che sarebbe stato meglio per me restarmene a letto quella mattina!

Ad ogni modo ci sarei dovuta arrivare da sola, mi ero convinta che Don si fosse tirato indietro per paura di rovinare la nostra amicizia e non avevo invece considerato l’idea che semplicemente non gli piacessi abbastanza.

«Questo è per te» sentii Don aggiungere, porgendomi un piccolo pacchettino e strappandomi dalle mie riflessioni.

Sgranando gli occhi, arricciai il naso.

Per come mi sentivo in quel momento ricevere dei regali era l’ultima delle mie aspettative.

Soprattutto da parte di Donovan.

«Questo è esattamente il motivo per cui non volevo che nessuno lo sapesse» ammisi, scuotendo la testa e lasciando trapelare tutta la mia disapprovazione.

«Alyce…» m’interruppe lui con voce decisa, «smettila. Ogni persona deve ricevere almeno un regalo il giorno del suo compleanno, è obbligatorio.»

Rassegnata, afferrai il pacchettino che mi stava porgendo e iniziai a scartarlo.

Tolta la carta mi ritrovai a osservare, con un sopracciglio sollevato, un piccolo astuccio di pelle nera.

Aprendolo con circospezione ne osservai il contenuto, restando a bocca aperta.

Donovan mi aveva regalato un paio di orecchini.

Due semplici sferette di oro bianco piene di brillantini.

«Se non ti piacciono li puoi cambiare» si affrettò a dirmi, dandomi l’impressione di essere in leggero imbarazzo. «A me sono piaciuti subito perché… mi hanno ricordato te.»

Istintivamente, a quelle parole, abbassai lo sguardo.

Ecco che lo rifaceva.

Mi mandava in continuazione segnali contrastanti, gettandomi così nella confusione più totale.

«Grazie» dissi in un sussurro, prendendo gli orecchini dall’astuccio e indossandoli. «Sono bellissimi.»

«Come pensavo» ammise Don scrutandomi con attenzione. «Stai benissimo.»

«Allora…» proseguì lui, dopo qualche istante, cominciando a spostare il peso del corpo da un piede all’altro. «Come hai intenzione di festeggiare stasera?»

«Non ne ho la più pallida idea» ammisi scuotendo la testa. «Sarà tutta una sorpresa organizzata da Lana.»

A disagio spostai lo sguardo di lato, distogliendo gli occhi da quelli di Donovan e sperando con tutto il cuore che quel ragazzo non si aspettasse un invito a unirsi a noi.

In fin dei conti era il mio compleanno e, se proprio ero costretta a uscire, non volevo di certo passare la serata a osservarlo chiedendomi cosa diamine gli passasse per la testa.

Avevo decisamente bisogno di staccare la spina per qualche ora, distrarre la mente e, perché no, provare a conoscere altri uomini.

Se Donovan non mi voleva forse era il caso che iniziassi a guardarmi attorno.

Non che la cosa mi andasse molto a genio, ma per la mia sanità mentale avrei dovuto farlo.

«Donovan, potresti farmi un favore?» gli chiesi, cambiando argomento ed evitando di rispondergli. «Potresti non far sapere in giro che oggi compio gli anni?»

«Certo» mi rispose lui sospirando, evidentemente infastidito del fatto che avessi accuratamente evitato di rispondere alla sua domanda. «Però…»

Posando una mano sul braccio di Don lo zittii.

Nel nostro laboratorio infatti aveva appena fatto il suo ingresso un giovane fattorino con in mano un enorme mazzo di rose rosse.

Sentendomi sbiancare lo fissai inorridita mentre, fermata una mia collega, si accinse a chiedergli qualcosa.

Tutti i sospetti e le paure che covavo dentro trovarono la loro conferma non appena vidi la suddetta collega voltarsi e indicare me.

Sentendomi mancare strinsi la presa sul braccio di Donovan e, spostandolo esattamente di fronte a me, mi nascosi dietro di lui.

«Ma che diamine avete voi Turner?» sibilai furiosa. «Non siete proprio capaci di tenere una dannata informazione solo per voi?»

«Ehi, non prendertela con me» si giustificò Donovan sollevando le mani e voltando leggermente il viso verso di me, «se qualcuno ha parlato, quello è Raf. Io ti giuro che non ho detto nulla a nessuno.»

Un paio di secchi e spazientiti colpi di tosse attirarono la nostra attenzione.

«Signorina Alyce Wolker?» chiese il ragazzo delle consegne, sbirciando oltre la spalla di Donovan nel tentativo di scorgermi.

«Sono io» ammisi rassegnata, facendo capolino da dietro il mio nascondiglio umano.

«Ho una consegna per lei» mi avvertì sbrigativo il fattorino, evidentemente non troppo felice del fatto che gli stessi facendo perder tempo. «Può firmare il foglio di consegna e prendere i fiori che sono venuto a portarle?»

«Certo» risposi abbassando gli occhi e sentendomi come una scolaretta appena sgridata dal maestro.

Uscendo dal mio nascondiglio afferrai il grande mazzo di rose che mi veniva offerto e, dopo averlo passato a Donovan perché me lo reggesse, firmai il foglio di consegna.

Assolto il suo compito, il fattorino si voltò e sparì velocemente.

Sospirando rumorosamente, mi misi le mani sui fianchi.

«Se è uno scherzo di mia cugina, giuro che questa volta…»

La mano di Donovan che sventolava un bigliettino bianco davanti al mio naso m’impedì di terminare la frase.

«Leggendo questo potrai scoprire chi te li manda» m’informò secco e con un tono di voce leggermente seccato. «Coraggio!»

Incuriosita, afferrai il bigliettino e lo aprii.

Non appena i miei occhi ne lessero il contenuto, scossi la testa.

«Non ci posso credere» sbottai, portandomi una mano alla bocca per soffocare lo stupore.

 

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-DONOVAN-

L’espressione che si dipinse sul volto di Alyce, non appena si decise a leggere quel maledetto pezzetto di carta, non mi rivelò quasi nulla.

A parte un certo stupore, non fui in grado di leggervi altro.

Era felice?

Ne era delusa?

Accidenti, la curiosità mi stava facendo impazzire.

«Allora?» le chiesi fingendo noncuranza. «È uno scherzo di tua cugina?»

Dimmi di sì, dimmi di sì, dimmi di sì.

«No» mi rispose lapidaria. «Anche se, a dirla tutta, lo avrei preferito.»

La risposta criptica di Alyce non fece altro che solleticare ancora di più la mia curiosità e il mio bisogno di sapere.

Sollevando entrambe le sopracciglia, la invitai silenziosamente a proseguire.

A quel punto dovevo assolutamente sapere chi era il mittente di quei fiori.

Anzi no, non fiori.

Rose rosse.

Rose fottutamente-piene-di-un-significato-nemmeno-troppo-nascosto rosse!

Scuotendo la testa Alyce non parlò.

Si limitò, invece, a sollevare il bigliettino mettendomelo davanti agli occhi.

Con la speranza di poter “festeggiare” insieme…Buon compleanno, Alan.

Allibito, sbattei un paio di volte le palpebre e rilessi la frase.

Non potevo crederci.

Alan!

«Perché lui sa del tuo compleanno?» chiesi di getto incapace di trattenermi.

«Non lo so! Insomma, non capisco proprio come faccia a saperlo» tergiversò lei, con le guancie leggermente arrossate.

Lo sforzo che stavo facendo per trattenermi dal non fare a pezzi bigliettino e fiori non mi lasciò alcun margine di controllo su tutto il resto.

Compreso il tono di voce.

«Cosa vuol dire che non lo sai?» le chiesi nuovamente, in modo decisamente brusco.

«Senti Donovan» sbottò Alyce che, evidentemente, non aveva preso bene quella mia aggressione verbale, «se ti dico che non lo so è perché veramente non lo so! E poi comunque a te che importa? Voglio dire… sono tre giorni che a stento mi rivolgi la parola e oggi ti presenti da me come se nulla fosse con un regalo e mi fai mille domande! Cosa vuoi da me Turner? Fammi capire!»

Strappandomi di mano il mazzo di rose che ancora stavo reggendo, Alyce iniziò a fissarmi dritto negli occhi in attesa di una risposta.

Sospirando mi passai una mano fra i capelli.

«Senti Alyce…» iniziai titubante.

«Niente giri di parole Donovan» m’interruppe lei brusca. «Arriva dritto al punto. Cosa ha significato il bacio che ci siamo dati e che cosa vuoi tu da me?»

«Non avrei mai dovuto baciarti» risposi dopo qualche istante conscio di stare mentendo, ma deciso a farlo per il bene di Alyce. «Sei la mia migliore amica e non voglio che le cose cambino fra noi due.»

«Ricevuto» mi abbaiò contro lei, voltandosi di scatto e allontanandosi.

«Dove stai andando?»

«A cercare Alan per ringraziarlo dei fiori!» mi sentii rispondere da un’Alyce alquanto distaccata e senza nemmeno prendersi la briga di voltarsi a guardarmi.

Conscio di meritarmi tutta la sua rabbia m’infilai una mano in tasca e presi fuori il cellulare.

Spingendo il tasto di chiamata rapida corrispondente a Raf, lo chiamai.

«Pronto?» mi rispose mio fratello dopo un paio di squilli.

«Non prendere impegni per stasera» gli ordinai senza tanti preamboli. «Mi serve che tu venga con me.»

Alyce era appena andata in cerca di Alan ed era arrabbiata nera con me, una combinazione alquanto pericolosa.

Se avesse deciso di invitare quel bastardo al suo compleanno non avrei potuto impedirglielo, ma di certo non gli avrei reso le cose facili.

Dopo aver battibeccato con mio fratello per quasi venti minuti e ad aver ottenuto la sua piena collaborazione in cambio della mia promessa di lavorare al bar per le successive due settimane, mi avviai verso la mia postazione di lavoro.

Verso le cinque quando, esasperato dall’ennesimo errore commesso, sollevai lo sguardo dal microscopio scorsi Alyce intenta a uscire dal laboratorio.

Se ne stava andando senza nemmeno salutare.

Accidenti, la situazione era più grave di quanto immaginassi.

Sistemando velocemente le provette sparse davanti a me e sfilandomi a tempo di record guanti e camice, provai a inseguirla.

Nonostante avessi fatto tutto il più in fretta possibile, la persi di vista.

Poco male.

Ero quasi del tutto certo che Alyce si stesse dirigendo a casa nostra per prepararsi in vista della serata.

Guidando decisamente in fretta tornai a casa e, non appena arrivato, mi fiondai nella stanza di mio fratello.

«Perfetto, sei qui» esultai, arrivandogli all’improvviso alle spalle e facendolo sussultare per lo spavento. «Alyce è a casa vero? Certo che lo è, giù c’è parcheggiata la sua auto. E Lana? È già tornata anche lei?»

Facendo un passo verso di me mio fratello posò le mani sulle mie spalle, scuotendomi leggermente.

«Don, per l’amor di Dio, ti vuoi calmare?» mi ordinò a metà fra il divertito e il preoccupato. «Mi sembri mamma dieci minuti prima che arrivino gli ospiti…»

«Non ci riesco» ammisi facendo un paio di lunghi respiri. «Tu non sai le ultime novità. Quel bastardo di Alan, l’assistente del nostro laboratorio, ha regalato ad Alyce delle rose rosse accompagnate da un bigliettino in cui le diceva che gli sarebbe piaciuto farle la festa…»

Ok, il biglietto non diceva esattamente così, ma ero più che sicuro che quello fosse esattamente ciò che lo stronzo intendeva.

«Dopo che abbiamo… ehm… chiarito la situazione fra di noi Alyce è andata a cercare quel tizio e con ogni probabilità l’ha invitato a trascorrere la serata con lei e Lana. Devo tenere sotto controllo Aly… hem… le ragazze» aggiunsi, correggendomi all’ultimo.

«Primo» disse Raf fissandomi dritto negli occhi e incrociando le braccia al petto, «ricorda che andranno al Red One. Zero divertimento e zero pericoli. Secondo, cosa ancora più importante, devi lasciare stare quella ragazza. A meno che tu non sia disposto ad ammettere con te stesso che provi qualcosa per lei e che non la vuoi solo come amica, non devi metterti fra lei e gli altri ragazzi. Non è giusto.»

«Non ho mai detto che lo sia, ma questo non vuol dire che non lo farò lo stesso» replicai piccato. «Ora vestiti se no rischiamo di perdere di vista le ragazze ancora prima che la serata inizi. E meno male che ti è venuto in mente di proporre a Lana il Red One, non so che avrei fatto se la loro meta per la serata fosse stata un posto appena più affollato…»

Scuotendo la testa rassegnato, Raf si sfilò la maglietta che indossava per poi infilarsene una pulita praticamente identica.

Senza aggiungere una parola mi voltai e mi diressi a passo spedito in camera mia per prepararmi.

Cercando di essere elegante senza però strafare, scelsi di indossare un paio di jeans dal taglio pulito e una camicia bianca.

Ai piedi misi le mie solite All Star nere.

Pronto uscii dalla stanza sicuro di trovare mio fratello, ma di lui in giro non vi era traccia.

Senza perdere del tempo andai a cercarlo.

La voce nitida di Raf, proveniente dalla cucina, mi suggerì dove cercare.

Non appena lo raggiunsi, però, non lo trovai solo.

Una Lana visibilmente alterata e con i pugni appoggiati ai fianchi stava guardando mio fratello in modo decisamente minaccioso.

«Lo sapevo. Me lo sarei dovuta aspettare da uno come te» gli stava dicendo, «ma credevo che, trattandosi di Alyce, non avresti provato a rovinarle il compleanno!»

«Che succede?» chiesi, facendomi avanti e palesando la mia presenza.

Voltandosi di scatto Lana mi rivolse lo stesso guardo riservato fino a quel momento solo a mio fratello.

«Lo stronzo qui presente» iniziò a spiegarmi indicando Raf con una mano, «ha cercato di sabotare la serata ad Alyce. Il Red One. Ecco il locale che mi ha consigliato!»

Ops!

Qui si metteva male.

Sia per Raf che per me.

Per lui perché aveva mentito, per il sottoscritto, invece, perché non potevo più contare sul fattore “locale sfigato” per la serata.

«Meno male che mi è venuta l’idea di chiedere un po’ in giro!» continuò Lana sprizzando rabbia da tutti i pori. «Ogni persona a cui ho chiesto mi ha detto la stessa cosa. “Locale pessimo, musica orrenda e gente noiosa!”. Non so come amiate divertirvi voi due, ma vi assicuro che quando io e Alyce usciamo amiamo scatenarci in pista, bere fino a non ricordare più il nostro nome e rimorchiare il ragazzo più figo di tutto il locale!»

Merda, merda, merda.

Un incubo.

Ecco cosa si sarebbe rivelata quella serata.

«Quindi dove pensi di portare tua cugina stasera?» chiesi dopo aver deglutito il nodo che sentivo in gola e tentando di fingermi indifferente.

Stringendo gli occhi, Lana mi fissò con sospetto.

«Perché lo vuoi sapere?» mi chiese diffidente.

«Perché…» iniziai a rispondere per poi fermarmi e tossicchiare, cercando così di guadagnare tempo e pensare a una scusa plausibile da propinarle.

«Perché» intervenne Raf venendo in mio aiuto, «appena un istante fa hai detto che a te e Alyce piace bere fino a non ricordare più nulla. Se sappiamo dove siete, sapremo dove venire a cercarvi in caso stanotte non vi vedessimo tornare.»

«Esatto» convenni entusiasta. «Proprio quello che stavo per dire io.»

Passando lo sguardo da me a mio fratello, non ancora del tutto convinta, Lana annuì impercettibilmente.

«Andremo al May Tay» annunciò, un istante dopo, fiera della sua scelta.

Con una leggera smorfia di disappunto, annuii per nulla entusiasta.

Ma perché fra tutti i locali che c’erano, Lana doveva scegliere proprio quello?

Rivolgendoci un’altra occhiata scettica, ma allo stesso tempo ammonitrice, Lana uscì dalla cucina dirigendosi verso la sua stanza.

«Cazzo!» ringhiai ad alta voce non appena fui sicuro che non potesse sentirmi.

«Calmati Don» mi consigliò Raf dirigendosi verso il frigorifero e aprendolo, «e mettiti comodo.»

«Comodo?» gli feci eco sollevando un sopracciglio e afferrando al volo la bottiglia di birra che mio fratello mi aveva appena lanciato.

«Sì, comodo» confermò lui. «Innanzi tutto Lana e Alyce si devono preparare e, se conosco bene le donne, già solo per questo passerà quasi un’ora. Poi ci sarà la cena. Al Red One le ragazze avrebbero potuto anche cenare, ma al May Tay no. Quindi ci vorranno un altro paio di ore prima che quelle due mettano piede nel locale che tanto temi. Perciò, sì fratellino, ti consiglio di metterti seduto e di prendertela comoda.»

 

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-ALYCE-

«Maledetto bastardo!».

L’imprecazione che accompagnò l’ingresso di mia cugina Lana nella nostra stanza richiamò immediatamente la mia attenzione.

Sollevando gli occhi dal romanzo che stavo leggendo, la fissai incuriosita.

Chiudendosi la porta dietro le spalle con enfasi, Lana cominciò a camminare avanti e indietro per la stanza.

«Io non ho parole» proseguì, parlando più fra sé che rivolgendosi a me. «Quel dannato Turner!»

Incuriosita dal comportamento di mia cugina, mi raddrizzai.

«Lana?» le chiesi, avida d’informazioni. «Che succede?»

«Succede…» mi rispose lei fermandosi e portandosi le mani fra i capelli, «Che quando ho chiesto a quell’idiota di Raf un consiglio su dove portarti stasera a festeggiare, lui mi ha proposto un locale che poi, grazie a Dio, ho scoperto essere un postaccio pieno di persone di una certa età e dove mettono musica orrenda!»

Accigliandomi, mi chiesi come mai Raf avesse consigliato a Lana un posto del genere.

Certo, lui non andava pazzo per mia cugina, ma arrivare fino al punto di rovinarmi la serata?

No, non ce lo vedevo a fare una cosa del genere.

«Per quale motivo poi lo abbia fatto, io proprio non lo so!» sbottò Lana, condividendo le mie stesse perplessità. «Sappiamo benissimo quali sono i sentimenti di quel ragazzo nei miei confronti, non ci vuole certo un genio per capirli, ma arrivare a fare questo a te?»

Leggermente frastornata, abbassai lo sguardo.

«A pensarci bene…» proseguì Lana posandosi un dito sulle labbra, «si potrebbe quasi pensare che sia geloso e che non voglia che altri uomini ci ronzino intorno.»

Incredula di fronte a tale eventualità, Raf odiava Lana e a Don mi voleva solo come amica, scoppiai a ridere.

«A nessuno dei Turner interessa nulla di noi, non in quel senso almeno» le dissi, cercando di calmare le risate.

Ancora intenta a rimuginare sulle sue parole, mia cugina mi fissò assorta poi iniziò a scuotere la testa.

«Non ne sono così convinta, Donovan…»

«No» la interruppi decisa, «niente Donovan. Ti garantisco che non gli interessa nient’altro che la mia amicizia. Solo poche ore fa si è presentato in laboratorio e, dopo avermi dato il mio regalo di compleanno, si è assicurato che mi fosse ben chiaro il concetto “siamo amici, niente sesso”.

«Perfetto!» esultò Lana facendo un lungo respiro per calmarsi. «Allora sai cosa ti dico? Che si fottano tutti i Turner di questa casa! Noi stasera usciremo e ci divertiremo, scordandoci di quei due idioti. Forza ragazza, cosa aspetti? Perché non sei ancora vestita? E che fine ha fatto il vestito che ti ho regalato stamattina?»

«Tranquilla» le risposi alzandomi dal letto, «non l’ho buttato. Ma sappi che non ho alcuna intenzione di met…»

Prima ancora di terminare la frase, mi bloccai.

Perché non avrei dovuto mettere quel vestito?

Ero single, libera e senza impegni.

L’unico uomo che volevo al mio fianco a quanto pareva non voleva altro da me se non una semplice amicizia perciò, fanculo, quella sera avrei indossato il mio cortissimo vestito nuovo e sarei uscita a divertirmi.

Affidando all’alcool e a qualche bel ragazzo il compito di estirpare Donovan dalla mia testa e dal mio cuore.

Voltandomi di scatto mi diressi verso l’armadio.

Dopo aver aperto l’anta destra sfilai l’abito in questione dalla gruccia a cui l’avevo appeso e lo strinsi nel pugno.

«Vada per il vestito corto, l’alcool e il sesso occasionale» dissi rivolgendo uno sguardo complice a Lana.

«Così ti voglio!» gioì lei ad alta voce. «Faccio una doccia veloce e poi ci prepariamo, ok?»

Annuendo con la testa le diedi il mio assenso.

Quarantacinque minuti dopo me ne stavo in piedi, leggermente barcollante, sulle Louboutin di pelle nera che Lana mi aveva prestato e con indosso il minuscolo pezzetto di stoffa che mia cugina si ostinava a chiamare abito.

Avvicinandomi allo specchio, appeso alla parete di fronte al letto, esaminai con attenzione l’immagine riflessa.

La ragazza che avevo di fronte non ero esattamente io, si trattava piuttosto di un’Alyce più provocante e svestita di quella che ero abituata vedere.

Insolita, ma perfetta per la serata che avevo in mente di trascorrere.

Scostando leggermente i capelli osservai gli orecchini che solo poche ore prima Donovan mi aveva regalato.

Non li avrei tolti per nessuna ragione al mondo, erano il mio promemoria del perché quella sera mi sarei dovuta divertire cercando di non pensare a nulla e a nessuno.

«Sono pronta!» esultò Lana uscendo dal bagno e venendo verso di me.

Dio santo, mia cugina era stupenda.

Con indosso un abito succinto color oro, la stessa tonalità delle scarpe che indossava, sembrava una specie di dea del sesso.

O almeno era così che, probabilmente, l’avrebbero vista tutti i ragazzi che avremmo incontrato quella sera.

Con lei al mio fianco avevo veramente poche possibilità di trovare qualcuno con cui divertirmi, ma pazienza.

Mi sarei accontentata di quelli che lei avrebbe scartato.

«Andiamo?» le chiesi cercando di non abbattermi e sfoggiando un sorriso leggermente forzato.

«Certo» mi rispose, prendendomi sottobraccio e facendomi l’occhiolino.

E così, continuando a tenerci a braccetto e ridacchiando come due adolescenti alla prima uscita, ci avviammo verso la porta.

Ce la potevo fare.

Mi sarei potuta veramente divertire quella sera, bastava non pensare a…

Donovan!

Accidenti a lui!

Eccolo lì splendido, in piedi di fronte a me, con indosso una semplice camicia bianca.

Ordinaria ma allo stesso tempo capace di far risaltare i suoi splendidi occhi azzurri.

Colto alla sprovvista dal nostro arrivo, Donovan ci fissò con gli occhi sgranati e la bocca leggermente aperta.

La cosa sarebbe potuta risultare anche lusinghiera se il rapido spostamento dei suoi occhi da me a Lana non mi avesse ricordato ciò che disperatamente volevo dimenticare.

Io ispiravo amicizia, lei sesso.

 

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-DONOVAN-

«Non ce la faccio più ad aspettare! Ma quanto tempo ci impiegano quelle due a…».

La lamentela che stavo rivolgendo a mio fratello mi morì in gola non appena Lana e Alyce comparvero davanti ai miei occhi.

Oh mio Dio!

Due angeli del sesso, ecco cosa sembravano quelle due ragazze.

Senza accorgermene ero morto ed ero finito dritto, dritto nel mio paradiso personale.

Agendo in maniera autonoma e quasi inconscia i miei occhi si posarono immediatamente su Alyce, squadrandola dalla testa ai piedi.

Estasiato e stupefatto, deglutii a fatica.

Ero letteralmente senza fiato e senza parole.

Non l’avevo mai vista vestita in quel modo e, per un certo verso, era un vero peccato dato che il suo corpo era veramente da urlo.

D’altro canto, però, probabilmente era stato un bene sia per la mia sanità mentale che per quella fisica.

Il leggero fremito che avvertii al basso ventre mi distolse dai miei pensieri, rendendo subito chiaro il fatto che i miei occhi non fossero i soli ad apprezzare quello spettacolo.

Per risparmiarmi una figuraccia ed evitare di mostrare alle ragazze un’imbarazzante erezione, costrinsi il mio sguardo a spostarsi verso Lana.

Con un succinto vestito color oro quella ragazza era sexy quanto la cugina ma, purtroppo e per fortuna, incapace di suscitare in me la stessa reazione.

Intendiamoci, ci vedevo ancora bene e mi rendevo perfettamente conto di come Lana fosse seducente e provocante vestita in quel modo, ma se fino a poche settimane prima la cosa avrebbe potuto attrarmi ora che Alyce aveva invaso i miei sensi e i miei pensieri non mi bastava più.

Spostare la mia attenzione da Alyce a Lana fu quindi come passare da un sentiero minato a una tranquilla stradina di campagna.

«Allora…ehm…dove state andando di bello?» chiesi senza staccare gli occhi da quest’ultima, deciso a non correre rischi imbarazzanti.

«Andiamo a festeggiare. Prima ceneremo nel ristorante di un mio caro amico, poi andremo a ballare» mi rispose Lana ridacchiando e spingendo Alyce verso la porta d’ingresso. «Non aspettateci alzati!»

E, detto questo, entrambe le ragazze uscirono rapidamente di casa.

«Non contarci troppo Principessa» bofonchiò mio fratello alle mie spalle.

«Cosa?» gli chiesi voltandomi di scatto verso di lui, con un sopracciglio sollevato e decisamente convinto di aver capito male.

«Niente» mi ripose Raf scuotendo la testa e avviandosi verso il frigorifero.

Dopo aver preso fuori due birre, me ne lanciò una.

«Calma i bollori e mettiti comodo fratellino» mi disse, «A quanto pare non usciremo di casa tanto presto.»

Due ore dopo Raf ed io eravamo ancora seduti sugli scomodi sgabelli della cucina.

Avevamo mangiato sandwich, bevuto birra e chiacchierato, ma niente di tutto questo era bastato a distrarmi.

Alyce era da qualche parte là fuori ed io ero seduto su un fottuto sgabello.

Magari a quest’ora lei aveva già conosciuto qualcuno e stava…

«Basta!» sbottai sbattendo la mano sul bancone. «Io esco e vado a cercare quelle due.»

Spostando lo sguardo sull’orologio che portava al polso, Raf sospirò.

«Ok, usciamo» acconsentì. «Ma non stupirti se non le troveremo al locale. È ancora presto.»

Sollevando le spalle con non curanza mi alzai in piedi e, dirigendomi verso il cestino della raccolta differenziata, vi buttai dentro le bottiglie di birra vuote.

«Fratello, credimi» dissi a Raf passandomi le mani fra i capelli, «non ce la faccio più ad aspettare in casa.»

Annuendo con la testa, lo vidi rivolgermi un’occhiata comprensiva.

Trequarti d’ora dopo stavamo entrando al May Tay.

Nonostante fosse ancora relativamente presto quel posto straripava di gente.

E altrettanta era in fila all’esterno smaniosa di entrare.

Per nostra fortuna il ragazzo all’ingresso era un vecchio amico di mio fratello e, fra le proteste della gente in attesa, ci fece entrare subito.

Non appena dentro cominciai immediatamente a guardarmi attorno, alla ricerca di Alyce.

Le luci soffuse e la moltitudine di gente accalcata sulla pista, intenta a ballare, mi gettarono nello sconforto.

«Non troveremo mai le ragazze in mezzo a tutta questa confusione» urlai, per sovrastare la musica assordante, rivolgendomi a mio fratello.

«Sono d’accordo» mi rispose lui con un tono di voce altrettanto alto. «Avviciniamoci all’ingresso. Da lì potremo tenere d’occhio la gente che entra e accorgerci dell’arrivo delle ragazze sarà più facile.»

D’accordo con lui, seguii Raf fino a un divanetto posizionato proprio accanto all’entrata del locale.

Non facemmo nemmeno in tempo a sederci però che un gruppetto di ragazze, intento a ballare poco distante da noi, cominciò a lanciare occhiatine interessate verso di noi.

In un’altra occasione avrei colto la palla al balzo, o avrei lasciato che lo facesse mio fratello, ma non quella sera.

Quella sera il mio obiettivo era un altro e cioè tenere ogni essere maschile presente in quel locale lontano da Alyce.

Dalle sue gambe fantastiche, dal suo corpo invitante e dal suo viso meraviglioso.

Dio che idiota che ero!

Come avevo fatto a non accorgermi di lei per così tanto tempo, eppure era sempre stata accanto a me…

Scuotendo la testa tornai a puntare lo sguardo in direzione dell’ingresso, attraverso il quale altra gente stava entrando.

Ero ancora intento a domandarmi come avrebbero fatto tutte quelle persone a starci all’interno del locale quando, con la coda dell’occhio, vidi due ragazze avvicinarsi al nostro divanetto.

«Raf non azzardarti a dare corda a queste due» avvertii mio fratello guardandolo fisso negli occhi e indicandogli le ragazze con un cenno della testa.

Sbuffando, Raf reclinò la testa all’indietro appoggiandola sul divanetto.

Dopo un istante si raddrizzò.

«Quante settimane di lavoro mi hai promesso in cambio della mia presenza qui questa sera?» mi chiese serio. «Due? Bene, sono appena raddoppiate!»

Feci per aprire bocca e controbattere quando fui interrotto.

«Che ci fanno due bei ragazzi come voi qui tutti soli?» esordì una delle due ragazze giunte di fronte a noi non appena raggiunsero il nostro divanetto.

«Aspettiamo qualcuno» rispose lapidario Raf, non prima però di aver squadrato la ragazza dalla testa ai piedi.

«Potremo farvi compagnia nell’attesa» s’intromise l’altra, una rossa prosperosa con indosso una tutina attillatissima e due tacchi vertiginosi, ammiccando in modo decisamente volgare.

«No, grazie» ribadii io, alzando la voce per farmi sentire chiaramente.

Non solo trovavo quelle due ragazze per nulla attraenti, ma mi stavano pure coprendo la visuale.

Ci mancava solo che Alyce entrasse in quel momento…

 

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-ALYCE-

La prima cosa che pensai non appena il taxi scaricò me e Lana fuori dal May Tay, il locale scelto da mia cugina per concludere la serata, fu di voltare i tacchi e tornarmene a casa.

La fila interminabile che mi si presentò davanti agli occhi non contribuì a migliorare le cose, soprattutto considerato il male che avevo ai piedi per colpa delle scarpe che Lana aveva insistito per farmi indossare.

Per fortuna il buttafuori all’ingresso del locale si rivelò essere un cliente di mia cugina e ci fece entrare subito.

«Grazie mille, Rick» gli disse Lana sorridendogli e trascinandomi dietro di lei.

«Per te questo e altro, dolcezza» rispose lui con un tono di voce gentile e per nulla malizioso.

Barcollando, segui mia cugina all’interno.

«Lana, rallenta» le dissi incespicando nei miei stessi piedi e sentendo la testa girare.

Non ero ubriaca, non ancora, ma il fatto che durante la cena il numero delle bottiglie di vino che avevamo bevuto fosse stato maggiore del numero delle portate non era un dato da sottovalutare.

«Oh, dai Alyce!» protestò Lana lasciando la mia mano e iniziando ad agitare in alto le braccia. «Non puoi essere già stanca! Il meglio deve ancora arrivare!»

Muovendo sinuosamente i fianchi, mia cugina iniziò ad avanzare fino a bordo pista.

Pochi istanti e un capannello di ragazzi si radunò attorno a noi.

Incurante della moltitudine di corpi che si dimenava accanto a noi, Lana gridò entusiasta.

Con la certezza che quella ragazza reggesse l’alcool molto meno di me, la fissai

sorridendo.

Chiudendo gli occhi, cominciai a muovere il corpo seguendo il ritmo, decisa come non mai a godermi fino in fondo quella serata.

Avevo appena iniziato a lasciarmi andare quando una strana sensazione mi s’intrufolò sotto la pelle facendomi irrigidire.

Aprendo di scatto gli occhi iniziai a guardarmi attorno.

La convinzione che Donovan fosse lì da qualche parte mi fece battere velocemente il cuore.

Dopo aver perlustrato velocemente la moltitudine di gente attorno a me, tutta intenta a ballare, mi soffermai per un istante con lo sguardo su due ragazze vestite in modo decisamente volgare girate di spalle.

Stando alle loro movenze e al modo in cui si toccavano con assiduità i capelli quelle due erano sicuramente indaffarate a flirtare con qualcuno.

Scuotendo la testa, perlustrai nuovamente la gente attorno a me.

Ok, ora basta!

Era il mio compleanno ed ero lì per divertirmi.

Avevo promesso a me stessa di non pensare a Donovan quella sera e invece lo stavo facendo.

Chiudendo gli occhi, presi un profondo respiro.

Dovevo smetterla di pensare a quel ragazzo.

Riaprendo gli occhi tornai a fissare mia cugina circondata da un gruppetto numeroso di ragazzi.

Afferrando la mano che Lana mi porgeva iniziai a ballare insieme a lei.

Furono sufficienti un paio di minuti di danza a due perché il numero di ragazzi attorno a noi raddoppiasse.

Spronata dalle grida e dai fischi dei ragazzi attorno a noi scoppiai a ridere.

Stavo per proporre a mia cugina di allontanarci dalla pista per bere qualcosa quando avvertii due forti mani posarsi sui miei fianchi.

Incuriosita, ma anche leggermente infastidita, mi voltai di scatto.

Il ragazzo decisamente alto e muscoloso a che mi trovai di fronte mi sorrise all’istante, lasciando la presa e presentandosi con il nome di Stephen.

Sollevando una mano feci per presentarmi a mia volta quando quello sconosciuto mi afferrò nuovamente per la vita, stringendomi a sé.

Cercando di scacciare la sensazione di disagio che mi colse immediatamente, cercai di rilassarmi.

In fin dei conti era proprio quello che stavo cercando.

Altri ragazzi con cui trascorrere del tempo e, soprattutto, con cui dimenticare Donovan.

Ce la stavo mettendo veramente tutta per lasciarmi andare quando sentii la stretta di Stephen farsi ancora più serrata attorno alla mia vita, vanificando in un istante ogni mio sforzo.

Avvertendo un’ondata di panico assalirmi cercai di allontanare quel tizio da me.

Per nulla concorde Stephen arpionò i fianchi, scendendo velocemente con le mani fino al mio sedere e iniziando a palparlo senza ritegno.

Involontariamente attaccata al suo corpo avvertii chiaramente il membro duro di quel ragazzo premere contro la mia coscia.

Quello e i suoi occhi che non volevano saperne di staccarsi dalla mia bocca, facendomi temere un suo imminente bacio, bastarono per farmi fremere di disgusto.

Basta.

Quel tizio doveva allontanarsi da me e doveva farlo subito.

Ruotando su me stessa, e portando così la mia schiena a contatto con il suo torace, cercai di allontanarmi da lui.

Assolutamente deciso a fare di me la sua preda per la serata, Stephen mi afferrò nuovamente per i fianchi e, spingendo l’inguine in avanti, posizionò la sua erezione a stretto contatto con il mio sedere.

Sgranando gli occhi cercai Lana fra la moltitudine di gente che avevo di fronte, in cerca di aiuto.

«Lana!» urlai, per attirare la sua attenzione, non appena la individuai fra la folla.

Stringendo gli occhi e guardando più attentamente mi resi conto, però, che nemmeno mia cugina se la stava passando troppo bene.

Intenta ad allungare le braccia per tenere a distanza un energumeno tutto tatuato deciso a baciarla, Lana non si era accorta che la stavo chiamando.

Dimenandomi per sfuggire dalla presa del ragazzo alle mie spalle, non ottenni altro risultato se non quello di provocare una sua risata.

«No, no, no ragazzina» lo sentii sghignazzare attirandomi ancora di più verso di sé e stringendo talmente forte i miei fianchi da farmi gemere di dolore. «Non penserai mica di tirarti indietro.»

«Lasciami andare immediatamente!» gli urlai di rimando, sgomitando nel tentativo di colpirlo.

La sua mano che s’infilava lentamente fra le mie gambe fu la sua risposta.

«Se fiati ancora, ti trascino in un bagno e ti faccio vedere chi comanda» mi minacciò brusco avvicinando la bocca al mio orecchio.

Disperata, iniziai a guardarmi freneticamente attorno in cerca di aiuto.

Improvvisamente e del tutto inaspettatamente un viso famigliare attirò la mia attenzione.

Dall’altra parte della pista, alle spalle di Lana, c’era Donovan.

Oh mio Dio, Donovan!

Dopo aver sbattuto velocemente le palpebre un paio di volte, per essere certa di non stare sognando, presi fiato e urlai il suo nome più forte che potei, pregando che il suono della mia voce non venisse del tutto coperto da quello della musica.

Per mia fortuna Donovan mi sentì.

Gli servirono due secondi per mettere a fuoco me e il tizio alle mie spalle.

Accortosi della situazione, lo vidi incamminarsi furioso e a passo spedito verso di me.

Dio ti ringrazio!

Un profondo senso di riconoscenza e sollievo mi avvolse all’istante.

Donovan stava venendo da me, lui stava…

Il sorriso che era appena affiorato sulle mie labbra però si spense all’improvviso, gettandomi nello sconforto.

No, non poteva essere vero.

Accortosi di Lana, anch’essa in difficoltà, il ragazzo che avevo sperato venisse a salvarmi si fiondò invece a salvare lei.

Donovan aveva deciso di ignorare me e la mia richiesta di aiuto.

Aveva preferito aiutare Lana piuttosto che me.

Significavo veramente così poco per lui?

Sapevo che anche mia cugina era bisognosa d’aiuto, ma lo ero anch’io e, per una volta, avevo veramente sperato che Donovan scegliesse me.

Se non altro in nome della profonda amicizia che ci legava e che lui voleva a tutti i costi proteggere.

Sovrastata dalla delusione sentii gli occhi riempirsi di lacrime.

Stringendoli forte cercai di non piangere.

Decisa a sfogare la moltitudine di sentimenti negativi che vorticava dentro di me in un altro modo, spostai con forza le mani del ragazzo dietro di me e, ruotando su me stessa, mi posizionai in modo da fissarlo dritto in faccia.

«Questo è perché sei una testa di cazzo!» gli dissi un istante prima di colpirlo con una poderosa ginocchiata dritto, dritto in mezzo alle gambe.

«E questo è perché alla fine resto sempre da sola!» aggiunsi, spingendolo con forza all’altezza delle spalle e facendolo cadere a terra.

Con la vista appannata sia dalle lacrime a stento trattenute che dalla rabbia, mi voltai pronta a correre via.

Due spalle larghe e un torace muscoloso però me lo impedirono.

Sollevando lo sguardo, pronta a colpire nuovamente chiunque osasse mettersi fra me e l’uscita, alzai un braccio.

«Alyce, sono io!» mi urlò Raf, arpionandomi il polso e bloccando la mia mano già pronta a schiaffeggiarlo. «È tutto a posto ora, tranquilla.»

Il suo sguardo pieno di preoccupazione mi fece vacillare.

«Scusa Raf» balbettai un istante prima di scoppiare in lacrime.

«Tranquilla bambolina» mi confortò lui mettendomi un braccio sulle spalle.

La sensazione di sicurezza che quel contatto mi donò stridette con l’acuta consapevolezza che non era lui la persona da cui volevo essere protetta.

Avvertendo un profondo senso di oppressione attanagliarmi il petto, mi divincolai.

«Ho… ho bisogno di un po’ di aria fresca» gli dissi, tirando su con il naso e stringendo le braccia al petto.

«Ok» assentì Raf. «Dammi il tempo di avvisare Don e ti accompagno fuori.»

«Certo» annuii piano volgendo lo sguardo in direzione di Lana e, di conseguenza, di Donovan.

L’immagine di quest’ultimo intento a stringere fra le braccia mia cugina, facendole da scudo contro il tizio tatuato, fu troppo.

«Ti aspetto qui» informai Rafael con un sospiro tremolante, certa però di stare per infrangere quella piccola promessa.

Con lo sguardo puntato in direzione di Lana e Donovan, Raf annuì distrattamente e iniziò ad avviarsi.

Un istante e, rapida, sgattaiolai via.

Meno di un minuto dopo mi ritrovai all’esterno del locale.

Infischiandomene del freddo pungente e del pericolo che correvo ad andarmene in giro tutta sola, m’incamminai spedita lungo il marciapiede.

Dovevo andarmene il più lontano possibile da quel posto e dal ragazzo che aveva nuovamente fatto a pezzi il mio cuore.

Stringendo le braccia attorno al corpo, nel tentativo di scaldarmi un po’, accelerai l’andatura.

Portandomi una mano al viso mi asciugai con rabbia le lacrime che, copiose, mi scorrevano lungo le guancie.

Furiosa continuai imperterrita a camminare, infischiandomene sia di dove stavo andando sia della gente che, allarmata e impaurita, mi scansava guardandomi male.

Dopo quasi venti minuti, completamente intirizzita dal freddo, mi fermai.

Guardandomi attorno cercai di capire dove mi trovavo.

Non scorgendo alcuna indicazione o indizio in grado di aiutarmi, decisi di chiedere a un passante.

Ruotando lo sguardo in cerca di qualcuno a cui chiedere indicazioni, notai un paio di facce poco raccomandabili avvicinarsi.

In un istante presi coscienza del fatto che ero sola, vestita in modo decisamente discutibile e dispersa in una zona della città che non conoscevo affatto.

Impaurita, mi affrettai a cercare un taxi.

Avvicinandomi velocemente al ciglio della strada allungai un braccio.

Per mia fortuna un taxista di passaggio mi notò, accostando a pochi metri da me.

Senza esitazione lo raggiunsi e salii a bordo.

«Dove è diretta signorina?» mi chiese subito il taxista, un signore abbastanza anziano da poter essere mio nonno,guardandomi con compassione.

«Io…» tentennai, tirando su con il naso e asciugandomi gli occhi «Io…»

Accidenti!

L’unico posto in cui potevo andare, l’appartamento di Raf, era di fatto anche l’ultimo in cui avrei voluto mettere piede.

Ma se non lì, dove altro sarei potuta andare?

In realtà non avevo molte alternative, nessun amico a cui rivolgermi o parente abbastanza vicino da cui rifugiarmi.

Sospirando rassegnata comunicai al taxista l’indirizzo di casa di Raf.

FINE 5° PARTE

 

– ARRIVEDERCI A MERCOLEDI PROSSIMO –

 

Questo racconto inedito a puntate è un opera di fantasia scritta in esclusiva per Stella e pubblicato per gentile concessione dell’autrice solo sul sito Free Passion.

© Riproduzione riservata. Proprietà intellettuale dell’autrice Lorenza. Vietata la riproduzione di questi contenuti o parte di essi.

6 Comments on Nuovo Racconto Inedito – “Prima che ti Accorgessi di Me” di Lorenza – 5° Parte

  1. manu85
    dicembre 7, 2016 at 8:29 pm (2 anni ago)

    Oh il ragazzo è uscito dalla buca ma si è nascosto con la testa modello struzzo. ..e poi x me la tattica della discoteca era tutta organizzata dai quei 2..bah però c’è qla che non mi torna
    Complimenti vivissimi
    Bacio

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  2. Valentina
    dicembre 8, 2016 at 7:18 pm (2 anni ago)

    Lory grazie!
    Bel capitolo, scritto bene e la storia si fa sempre più avvincente. Posso dare una mazzata in testa a Donovan?
    A mercoledì

    Rispondi
    • Lorenza
      dicembre 8, 2016 at 7:24 pm (2 anni ago)

      Si beh non ti nascondo che alcune volte l’avrei fatto pure io! Grazie!

      Rispondi
  3. Rosy ♥
    dicembre 9, 2016 at 12:28 pm (2 anni ago)

    Ah Donovan, sei sempre un gran coglione :-D ahahahahah :-D

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    • Lorenza
      dicembre 9, 2016 at 11:21 pm (2 anni ago)

      Ah ah ah! Diretta e sintetica! Ah ah ah!

      Rispondi

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