Nuovo Racconto Inedito – “Prima che ti Accorgessi di Me” di Lorenza – 6° Parte

Nell’intro di oggi non vi anticiperò nulla su Donovan, Alyce e tutta la truppa Turner.

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Oggi tutte le attenzioni sono concentrate su di lei, Lorenza, la creatrice di questo racconto e di tanti altri che ci ha regalato in tutti questi anni e per un motivo più che valido…

…perchè l’appuntamento di questa settimana coincide con un altro molto particolare 

Tanti auguri, ragazza 

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Anche la famiglia Turner al gran completo approva  

imageTURNER’S BROTHERS

“PRIMA CHE TI ACCORGESSI DI ME”

-DONOVAN-

Irritato, e decisamente infastidito, sollevai gli occhi al cielo.

Se c’era una cosa che detestavo più di una donna incapace di accettare un no, erano due donne incapaci di accettarlo.

Dopo aver faticato non poco a far capire alla bionda e alla rossa di fronte a me che né io né mio fratello eravamo interessati a ciò che quelle due ci stavano offrendo, finalmente se ne andarono permettendomi così di riottenere una piena visuale sulla pista da ballo.

Senza perdere nemmeno un istante ricominciai a scrutare la folla danzante in cerca di Alyce.

«Don calmati» mi consigliò mio fratello ridacchiando, «sembri un tossicodipendente in astinenza alla ricerca del suo fornitore di fiducia.»

Sollevando la mano gli mostrai il dito medio e quella fu la mia unica risposta.

Qualunque giustificazione fosse uscita dalla mia bocca, infatti, sarebbe stato solo fiato sprecato.

Raf non avrebbe capito, soprattutto se gli avessi confessato che solo qualche minuto prima avevo avvertito distintamente la presenza di Alyce e che tale sensazione non aveva fatto altro che rendermi ancora più irrequieto e bisognoso di trovarla.

«Ok, fai come ti pare» proseguì Raf, del tutto ignaro dei pensieri che mi vorticavano in testa e alzandosi in piedi. «Io nel frattempo vado a prendermi qualcosa da bere.»

E detto ciò lo vidi dileguarsi velocemente e scomparire fra la folla.

Incapace di restarmene seduto tutto solo ad aspettare, mi alzai in piedi e mi avvicinai al bordo della pista da ballo.

Osservando la moltitudine di corpi intenti ad agitarsi a ritmo di musica, non potei fare a meno di chiedermi dove diamine si trovasse Alyce in quel momento.

Sconfortato feci per voltarmi e tornare a sedere quando udii chiaramente qualcuno chiamare il mio nome.

Voltando di scatto la testa nella direzione da cui mi pareva aver udito provenire la voce vidi Alyce.

La mia Alyce.

Felice di averla finalmente trovata sentii le mie labbra sollevarsi in un sorriso soddisfatto.

Un istante e mi bloccai.

C’era qualcosa che non andava.

Gli occhi di Alyce, i suoi grandi e bellissimi occhi, mi stavano fissando pieni di panico e paura.

Di fronte a quella muta richiesta d’aiuto, un’opprimente sensazione di urgenza s’impossessò di me.

Urgenza che si trasformò velocemente in rabbia cieca non appena misi a fuco il ragazzo alle spalle di Alyce, del tutto indaffarato a palpeggiarla e a stringerla.

Furente mi avviai rapido nella sua direzione, deciso a mandare all’ospedale quella testa di cazzo.

Avevo fatto solo pochi passi in direzione di Alyce, la cui espressione stava passando da impaurita a sollevata, quando il rumore secco di uno schiaffo ben assestato richiamò la mia attenzione.

In un istante i miei occhi scattarono nella direzione da cui era provenuto il suono.

Merda!

Lana, ferma immobile e con una mano premuta sopra la propria guancia, era appena stata schiaffeggiata da un tizio tutto muscoli e tatuaggi.

Merda! Sia Alyce che Lana erano in una brutta situazione ed io ero solo!

In preda al panico mi guardai rapidamente attorno alla ricerca di mio fratello.

Una terribile imprecazione era appena uscita dalla mia bocca quando, con la coda dell’occhio, scorsi l’alta sagoma di Raf avvicinarsi.

Sospirando di sollievo, mi presi un istante per valutare la situazione.

Nonostante volessi più di ogni altra cosa andare da Alyce e far fuori il tizio che la stava importunando, Raf le era più vicino.

Mio fratello sarebbe potuto intervenire più in fretta così come io, a pochi passi da Lana, sarei potuto accorrere velocemente in suo aiuto.

Sospirando mi rassegnai al fatto che, per il bene di entrambe le ragazze, fosse mio fratello a occuparsi di Alyce.

Indicandogliela con un gesto della testa, in modo che Raf potesse rendersi conto di ciò che le stava succedendo, mi accertai che avesse compreso poi, forzando i miei piedi, svoltai verso destra in direzione di Lana.

Con due rapide falcate la raggiunsi.

Volevo fare in fretta.

Messo al sicuro Lana, infatti, avevo tutte le intenzioni di fiondarmi dritto, dritto da Alyce, caricarmela in spalla e portarla per sempre fuori da quello schifo di posto.

«Che cazzo stai facendo?» ringhiai al ragazzo tatuato di fronte a Lana non appena la raggiunsi.

Spostando la ragazza in questione dietro la mia schiena, mi frapposi fra lei e il suo aggressore.

«Quella puttana mi ha morso!» mi urlò in faccia Mister tatuaggio tentando di spingermi via.

Dio come avrei voluto prenderlo a schiaffi, ma non c’era tempo.

Dovevo correre da Alyce.

Ignorandolo, mi rivolsi a Lana.

«Tranquilla» le rassicurai deciso. «Ora ti porto via.»

E detto questo, tenendola ben stretta al mio fianco, feci per allontanarmi quando una presa decisa e forte me lo impedì, arpionandomi il braccio e trascinandomi all’indietro.

Furente, mi voltai di scatto facendo scivolare nuovamente Lana alle mie spalle.

Il tizio tatuato, ancora attaccato al mio braccio, non ne voleva proprio sapere di lasciarci andare.

«Lei non va da nessuna parte!» ringhiò indicando Lana con un gesto della testa.

«Senti coglione» gli risposi furioso, «non ho tempo per te ora. Levati dalle palle e lasciaci andare!»

Udite le mie parole, Mister Tatuaggio lasciò immediatamente la presa su di me, ma solo per caricare il braccio e sferrarmi un pugno.

Piagandomi leggermente, e trascinando Lana con me, evitai il montante ben assestato con cui quel tipo tentò di centrarmi e mi preparai a colpirlo a mio volta.

Purtroppo il mio pugno sferzò l’aria, andando a vuoto.

Mio fratello Raf, infatti, spuntato da non so dove, aveva già provveduto a stendere quel tizio con uno dei suoi diretti micidiali.

«Occupati di lei» gli dissi velocemente, afferrando Lana per la vita e sospingendola fra le braccia mio fratello.

Sollevando lo sguardo cercai la ragazza da cui sarei voluto andare sin dall’inizio.

«Raf, dov’è Alyce?» chiesi a mio fratello dopo qualche istante non vedendola da nessuna parte.

«È lì infondo, dove l’ho lasciata un secondo fa» mi rispose mio fratello spostando lo sguardo da Lana e volgendolo alle mie spalle.

«Non capisco» aggiunse un istante dopo, rendendosi conto che di Alyce non vi era traccia.

«Non dirmi che l’hai lasciata sola! Ma che cazzo ti dice il cervello?» gli urlai contro, fregandomene della gente che ci si era radunata attorno a noi e dei buttafuori che stavano accorrendo.

«Mi aveva promesso che non si sarebbe mossa» si giustificò Raf spostando lo sguardo su di me. «Probabilmente sarà qui da qualche parte.»

Scuotendo con rabbia la testa mi voltai di scatto e, facendomi largo fra la folla, corsi a cercare Alyce.

Preoccupato, confuso e decisamente incazzato con mio fratello, cominciai a guardarmi attorno.

Niente.

Di Alyce nessuna traccia

Non c’era.

Accidenti!

Cazzo, cazzo, cazzo!

Se… se il tizio che la stava importunando l’avesse raggiunta nuovamente per finire quello che aveva iniziato?

Mio fratello lo aveva sistemato a dovere o gli aveva solo detto di sparire?

Nella fretta non avevo nemmeno pensato di chiederglielo.

In preda al panico mi passai le mani fra i capelli.

Dovevo trovare Alyce il prima possibile e accertarmi che stesse bene.

Se le fosse successo qualcosa…

Scuotendo la testa, allontanai da me quel pensiero e continuai la mia ricerca.

Avevo ormai fatto il giro dell’intero locale non so quante volte, ma di Alyce nessuna traccia.

Ero persino uscito fuori, ma niente.

Quella ragazza pareva essere sparita nel nulla.

Dopo avermi aiutato per un po’ nella ricerca, mio fratello e Lana se ne erano andati.

Raf aveva accennato a qualcosa circa una denuncia, ma non avevo prestato molta attenzione né a lui né a ciò che aveva detto.

Completamente concentrato sul ritrovamento di Alyce, tutto il resto era passato automaticamente in secondo piano.

L’unica cosa che avevo chiesto a Raf prima che se ne andasse era di chiamarmi immediatamente nel caso avessero avuto notizie di Alyce.

Tenendo stretto in mano il cellulare come se fosse una maledetta ancora di salvezza, sbirciai il display.

Nulla.

Nessun messaggio, nessuna notizia.

Impaziente e frustrato, mi diressi verso il bagno in cerca di un po’ di silenzio.

Dopo aver selezionato per l’ennesima volta il numero di Alyce, senza peraltro ricevere alcuna risposta, chiamai mio fratello.

Raf mi rispose dopo diversi squilli.

«Siete a casa? Alyce è lì?» gli chiesi senza lasciargli nemmeno il tempo di parlare.

«No e non lo so» mi rispose lui bisbigliando. «Siamo ancora al comando di Polizia in attesa di poter denunciare l’aggressore di Lana. Il poliziotto che se ne dovrebbe occupare si sta rivelando una vera testa di cazzo e ci sta facendo perdere un mucchio di tempo. Ma tu sei ancora al locale?»

«Sì.»

«Perché non te ne vai e torni a casa? Magari lei è lì che ci sta aspettando…» mi suggerì mio fratello.

«Non credo che sia lì» risposi brusco, «se fosse così non pensi che ci avrebbe chiamati?»

Accidenti, non potevo nemmeno pensare che Alyce fosse a casa nel suo letto mentre io ero qui fuori a passare le pene dell’inferno.

Se fosse stato così…

Dio, l’avrei uccisa con le mie stesse mani.

Non ero mai stato così tanto in ansia in tutta la mia vita.

«Comunque adesso vado, ero convinto che ci foste già tu e Lana a casa, ma visto che non è così…»

«Don adesso ti devo salutare» m’interruppe rapido Raf riagganciando un istante dopo.

Infilandomi il cellulare in tasca uscii dal bagno e, dopo aver perlustrato un’ultima volta l’intero locale, me ne andai.

Dopo un breve e veloce viaggio in taxi, grazie alle strade praticamente deserte, giunsi a casa di Raf.

Non appena sceso dal taxi, in attesa che il taxista mi comunicasse l’importo della corsa, non potei fare a meno di sollevare gli occhi in direzione dell’appartamento.

Il buio che filtrava dalle finestre spense immediatamente ogni barlume di speranza che avevo di trovare lì Alyce.

Accidenti!

Fremente di rabbia pagai la corsa dopodiché, usando un po’ troppa enfasi, richiusi la portiera del taxi sbattendola.

Indignato il taxista mi rivolse un’occhiataccia e ripartì facendo stridere le gomme.

Rimasto solo, immerso nel silenzio e nel buio della notte, sospirai infilando una mano nella tasca alla ricerca delle chiavi.

Dove accidenti era finita Alyce?

Era insieme a qualcuno?

Cosa stava facendo?

Perché se n’era andata senza dire nulla?

Perché non aveva ancora chiamato nessuno di noi?

Sentendo la testa pulsare sotto la pressione di tutte quelle domande senza risposta, sbuffai e mi avviai verso le scale che portavano all’appartamento di Raf.

Stavo per mettere il piede sul primo scalino quando, in lontananza, notai un taxi avvinarsi, rallentare e accostare al marciapiede.

Dopo pochi istanti di sosta, vidi lo sportello posteriore aprirsi e l’esile figura di una ragazza scendere.

Trattenendo il fiato, strinsi il corrimano della scala con forza e cercai di restare immobile per non farmi scorgere.

Non appena la ragazza scesa dal taxi richiuse la portiera e si avviò lentamente lungo il marciapiede, avvicinandosi a dove mi trovavo io e passando sotto il cono di luce di un lampione, fui in grado di riconoscerla.

Alyce.

A quella visione un’ondata di sollievo mi pervase.

Ondata, però, che durò appena solo istante e prontamente scalzata da una rabbia feroce.

Ora che avevo la certezza che Alyce stesse bene, volevo sapere perché diamine era sparita nel nulla senza dire niente con nessuno.

Ancora nascosto nell’ombra aspettai che si avvicinasse a me.

Non appena mi fu abbastanza vicina, uscii dal mio nascondiglio deciso ad affrontarla.

«Dove accidenti sei stata?» le inveii contro, ignorando l’espressione terrorizzata che le si dipinse sul viso.

Stringendo le mani a pugno e irrigidendo le spalle, Alyce mi rivolse uno sguardo omicida, dimenticando in un istante lo spavento che le avevo fatto prendere.

«Non sono affari tuoi Donovan» mi rispose glaciale, aggirandomi, intenzionata a salire le scale.

«Non così in fretta, signorina» le dissi, afferrandola per la vita e sollevandola da terra.

Ruotando su me stesso mi voltai verso il muro del palazzo appoggiandovi contro il corpo di Alyce.

Dopo averle fatto riappoggiare lentamente i piedi a terra, le impedii qualsiasi tentativo di fuga mettendole le mani ai lati della testa.

«Per prima cosa, mia cara, ti sbagli di grosso» le dissi piegando leggermente le braccia e avvicinando il mio viso al suo, «perché sono affari miei, eccome se lo sono. Ho passato le ultime due ore a cercarti dappertutto, sia dentro che fuori da quel dannato locale.»

«Non te l’ho certo chiesto io di venirmi a cercare» mi ringhiò contro lei furiosa, spingendo con le mani sul mio petto nel tentativo di farmi allontanare.

«Sei sparita nel nulla, cazzo!» sbottai, per tutta risposta, incapace di trattenermi.

Avvicinandomi ancora di più a lei, tanto che le punte dei nostri piedi finirono per scontrarsi, continuai il mio sfogo.

«Seconda cosa» ripresi abbassando la voce, «perché diavolo te ne sei andata senza dire nulla con nessuno e ignorandomi completamente?»

«Se c’è qualcuno che stasera ha deciso di ignorare qualcun altro quello sei di certo tu, brutto stronzo, non io!» mi urlò lei in risposta, sollevando una mano e mollandomi un sonoro schiaffone.

Allibito, più per le parole che erano appena uscite dalla bocca di Alyce che per lo schiaffo, indietreggiai leggermente.

Guardandola fissa negli occhi, scossi leggermente la testa.

«Ma che diamine…?» farfugliai cercando freneticamente di dare un senso alle sue parole.

 

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-ALYCE-

Oh mio Dio!

Non potevo crederci!

Incapace di trattenermi avevo dato sfogo a tutta la rabbia repressa che avevo dentro nel peggior modo possibile.

Avevo appena dato uno schiaffo a Donovan.

L’espressione stranita che si dipinse sul suo viso mi fece sentire ancora peggio.

«Ma che diamine…?» lo sentii balbettare.

«Perdonami» lo interruppi di slancio, portandomi le mani al petto. «Io non… non volevo colpirti. Lo giuro.»

«Sì che volevi» mi corresse lui, sorridendo leggermente e avvicinandosi nuovamente a me. «Però adesso spiegami perché sei così arrabbiata con me e che accidenti significano le parole che mi hai detto un istante fa. Perché pensi che io ti abbia ignorata?»

Sentendo le guance andare a fuoco, e ringraziando per il buio che celava in parte il mio imbarazzo, mi trincerai dietro al più assoluto silenzio.

«Alyce…» proseguì lui imperterrito, afferrando con delicatezza le mie mani e intrecciando le sue dita con le mie, «perché pensi che io…? Merda!» s’interruppe all’improvviso Don sgranando leggermente gli occhi. «Che idiota, avrei dovuto arrivarci prima. Pensi che io abbia ignorato la tua richiesta di aiuto per correre da Lana. Le cose non stanno così.»

Sfilando rapidamente le mani da quelle di Donovan incrociai le braccia al petto e, abbassato il viso, iniziai a fissare il marciapiede.

«A no?» farfugliai scettica.

Sapevo ciò che avevo visto, come potevo sbagliarmi?

«Mentre stavo venendo da te per dare una lezione al tizio che…» mi rispose Don dopo qualche istante, «a proposito, che fine ha fatto quello stronzo?»

Sollevando gli occhi di scatto per quel repentino cambio d’argomento, risposi.

«Gli ho dato…hem….una ginocchiata nell’inguine.»

«Brava la mia ragazza» si complimentò Donovan, parlando dolcemente e accarezzandomi la guancia con un dito.

Sconcertata, deglutii più volte a vuoto.

«Alyce…» proseguì lui, dopo qualche istante, avvicinandosi a me fino a che non arrivò a schiacciarmi contro il muro, «stasera non ho preferito Lana a te. Non devi assolutamente pensare una cosa simile. Semplicemente io mi trovavo più vicino a lei e Raf a te. È stata una questione di… praticità, ecco, non una scelta.»

Imbarazzata, stanca e stufa di tutti i comportamenti ambigui e contraddittori di Don, sollevai una mano intenzionata a spingerlo lontano da me.

«Va bene» annuii piano, «se proprio vuoi ti credo, ma adesso lasciami andare.»

Sentendo le lacrime iniziare a pungermi gli occhi e notando che Donovan non aveva alcuna intenzione di allontanarsi da me, sollevai anche l’altra mano pronta a spingerlo via quando lui, intuite le mie intenzioni, mi afferrò con le mani entrambi i polsi bloccandomeli sopra la testa.

«Non ti sto mentendo, è la verità» precisò con calma Don, dopo qualche istante, sfiorando delicatamente il mio naso con il suo. «Sono andato da Lana solo perché essendo più vicino a lei sarei riuscito a intervenire prima, nello stesso modo in cui Raf essendo poco distante da te è arrivato immediatamente in tuo aiuto. Lo avevo visto alle tue spalle e gli ho fatto segno di aiutarti. Sapevo che saresti stata presto al sicuro e sono corso ad aiutare Lana. Fidati Alyce, non c’è altro motivo.»

«Ok» gli risposi scuotendo lentamente la testa. «Ad ogni modo non è un problema per me, insomma posso immaginare che mia cugina ti…»

«Alyce, taci!» m’interruppe Don in modo brusco e decisamente autoritario.

Nonostante il brivido che sentii scorrermi lungo la schiena decisi di non lasciarmi intimidire.

«Perché mai dovrei stare zitta? In fin dei conti…»

Il rumore di un ringhio roco proveniente dalla gola di Donovan mi mise a tacere.

«Non hai capito proprio niente» mi sibilò contro lui un istante prima di posare con decisione le labbra sulle mie.

Colta alla sprovvista, m’irrigidii.

Serrando le labbra voltai il viso sottraendomi al bacio.

«Hai ragione, non avrei dovuto baciarti» mi bisbigliò piano Don con le labbra ancora posate sulla mia guancia. «Io… accidenti Alyce, ti giuro che vorrei così tanto baciarti, ma so che ciò che ho da offrirti non è abbastanza per te.»

Corrugando le sopracciglia voltai nuovamente il viso verso Donovan.

«Non dovrei essere io a decidere cosa può o non può andare bene per me?» gli chiesi indispettita.

«No, se poi a rimetterci sarà la nostra amicizia» mi rispose prontamente lui, scuotendo leggermente la testa.

«Credo che ormai sia tardi per questo» ammisi piano.

«Perché?» mi domandò lui fissandomi accigliato.

«Perché tu non sei mai stato solo un amico per me» gli confessai di getto sentendomi avvampare.

Senza nemmeno battere le palpebre, Don mi fissò intensamente per alcuni secondi, dopodiché fece nuovamente aderire la sua bocca alla mia.

Incapace di rifiutare quel contatto per due volte di seguito, lasciai che la lingua di Donovan s’insinuasse decisa fra le mie labbra.

Strattonando delicatamente le mani, ancora intrappolate sopra la mia testa, cercai di liberarle.

Dovevo assolutamente toccare Donovan.

Non sapevo se quello che ci stavamo scambiando sarebbe stato il nostro ultimo bacio, dovevo prendere più che potevo da quel momento e farmelo bastare nel caso non ci fosse stata un’altra volta.

Assecondando la mia richiesta, Donovan mi lasciò andare.

Finalmente libera, affondai le mani fra i suoi capelli, tirando delicatamente il suo viso ancora più vicino al mio.

Il ringhio di assenso con cui mi rispose Donovan mi fece fremere.

Decisamente coinvolto da ciò che stava succedendo fra noi, lo sentii posarmi una mano dietro la nuca e, tirandomi delicatamente i capelli, mi fece reclinare leggermente la testa all’indietro prendendo così possesso della mia bocca in modo ancora più profondo e passionale.

Sfilando lentamente le mani dai suoi capelli gli circondai il collo con le braccia facendo in modo che il mio corpo aderisse quasi del tutto al suo.

L’eccitazione di Donovan, che premeva imperiosa sulla mia coscia, fu la prova tangibile del fatto che, almeno in quel preciso momento, anche lui mi stava desiderando tanto quanto lo desideravo io.

Spinta da un desiderio incontenibile, reclinai appena la schiena all’indietro e divaricai leggermente le gambe.

Un invito, ecco cos’era.

Un invito a non fermarsi, un chiaro segnale che ero pronta a dargli di più.

Il respiro di Donovan che diveniva via, via sempre più affannoso accese in me qualche speranza.

Il mio messaggio era arrivato forte e chiaro, ora restava da vedere se i desideri di Donovan combaciavano con i miei.

Rallentando il nostro bacio lo sentii allontanare le labbra dalle mie, quel tanto che gli bastò per riuscire a parlare.

«Ti prego» m’implorò piano, «dimmi di fermarmi. Dimmi di andarmene.»

«Non posso» ammisi senza alcuna titubanza. «Se vuoi andartene dovrai farlo per scelta tua.»

Fissandomi dritta negli occhi, Don sospirò forte poi sparì dalla mia vista.

Abbassando lo sguardo, lo vidi inginocchiarsi ai miei piedi e posare un dito sulla mia caviglia.

Trattenendo il fiato, sentii le sue dita scorrere piano lungo la mia gamba.

Arrivato in cima Don esitò un attimo.

Afferrando la sua mano con la mia lo pregai in silenzio di non fermarsi.

Avevo un disperato bisogno di lui, di avere la certezza che fosse tutto reale.

«Non posso credere che stia succedendo veramente» mi bisbigliò piano Don, facendo aderire il suo corpo al mio e intrufolandosi con le dita sotto le mie mutandine.

Stringendo forte gli occhi non riuscii a fare altro che annuire piano con la testa.

Sbuffando una piccola risata, Don posò le labbra sul mio collo.

Tirando fuori la lingua iniziò a leccarmi piano, compiendo gli stessi movimenti che le sue stupende dita stavano facendo poco più in basso.

Eccitata, sollevai il viso boccheggiando alla ricerca di ossigeno.

Non senza un certo disappunto, perché avrei voluto che quel contatto Don non finisse mai, avvertii un piacevole formicolio avanzare rapido lungo il mio ventre e le mie gambe.

«Don…» farfugliai, afferrandolo per le spalle e stringendo forte. «Io… ti prego… io… Don!»

«Ti sento Alyce… ti sento» mi bisbigliò lui, infilando un altro dito dentro di me.

Incapace di sentire nient’altro che non fosse assoluto piacere venni, perdendo per alcuni istanti la cognizione del tempo e dello spazio.

Ritornata padrona di me stessa riaprii piano gli occhi, pregando che Don fosse ancora lì e che non si trattasse solo di un sogno.

Lo sguardo ardente e il leggero ansimare del ragazzo di fronte a me non solo mi confermarono che ciò che era appena successo non era il frutto della mia immaginazione, ma mi resero chiaro anche quanto Don fosse eccitato.

Posandogli piano una mano sul petto la lasciai scivolare piano lungo il suo ventre, seguendone la scia con gli occhi.

Giunta all’orlo dei jeans feci per insinuarvi le mie dita dentro quando Don mi fermò.

«Se lo fai non sarò in grado di resistere» mi avvisò mettendomi in guardia.

«Non m’importa…» avevo appena iniziato a rispondergli quando il rumore di due portiere chiuse con foga ci fece sussultare entrambi.

Stringendomi forte a lui, Donovan si portò un dito sulle labbra facendomi segno di tacere.

Annuendo decisa feci come mi aveva detto.

Senza muoverci e silenziosi, restammo entrambi in ascolto.

«Se ti azzardi a raccontare a qualcuno quello che ti ho detto» stava dicendo in tono rabbioso una voce che riconobbi immediatamente appartenere a Lana, «giuro che ti uccido. Dio… non so nemmeno perché io te ne abbia parlato!»

Sorpresi e confusi, Donovan ed io ci guardammo in faccia accigliati.

«Falla finita Principessa!» questa volta fu Rafael a parlare, richiamando nuovamente la nostra attenzione. «Ti ho dato la mia parola e la manterrò.»

Dopodiché attorno a noi calò il più assoluto silenzio.

Ormai rassegnata al fatto che il mio momento magico con Donovan fosse ormai irrimediabilmente rovinato, mi lasciai lo scostai piano da me.

Ero decisa a sporgere la testa fuori dal nostro nascondiglio e sbirciare cosa stesse succedendo fra Lana e Raf quando avvertii il rumore nitido di passi in avvicinamento.

Irrigidendosi Donovan fece rapido un paio di passi indietro, sistemandosi i vestiti.

Abbassando lo sguardo controllai a mia volta di essere presentabile.

Stavo ancora controllando il mio aspetto quando Raf e Lana comparvero di fronte a noi.

«Alyce!» mi chiamò stupito il fratello di Don sgranando gli occhi e rivolgendomi un sorriso. «Dov’eri finita? Ci hai fatto preoccupare.»

«Scusate» mormorai piano sentendomi un po’ in colpa.

Abbozzando un leggero sorriso Raf sollevò le spalle.

«Tranquilla. L’importante è che tu stia bene» poi volgendo lo sguardo verso suo fratello aggiunse, «perché non ci hai chiamati per dirci che l’avevi trovata?»

Rivolgendomi una rapida occhiata, Donovan si schiarì la voce.

«L’ho appena incontrata, altrimenti per quale motivo saremmo qui fuori da soli?» rispose mentendo. «Avevo appena preso in mano il cellulare quando vi ho sentiti arrivare.»

Ora, la mente e la psiche umane sono qualcosa di veramente strano, o almeno le mie lo sono perché nonostante fossi più che consapevole del fatto che Don non potesse di certo rivelare a quei due ciò che era appena successo fra di noi, il fatto che avesse mentito in modo così tranquillo e naturale mi lasciò con l’amaro in bocca.

Esausta mi scusai con tutti i presenti e, senza perdere nemmeno un istante, m’incamminai su per le scale.

 

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-DONOVAN-

Idiota.

Ecco da cosa mi ero comportato.

Finalmente mi ero deciso a seguire l’istinto, mettendo da parte paure e ragione, e avevo finito con il rovinare tutto.

Quello che era successo con Alyce… una favola.

Ecco come poteva tranquillamente essere descritto.

Le sue labbra, così morbide e delicate, il sapore della sua pelle, il modo in cui la sua lingua aveva risposto alla mia… Dio! Il solo pensiero di ciò che era successo due notti prima era sufficiente per scatenare in me una nuova ondata di desiderio.

Ero certo che Alyce ed io avremmo finito con l’andare oltre se non fossero arrivati Raf e Lana.

Era stato a quel punto che avevo rovinato le cose.

Preso dal panico avevo risposto a mio fratello facendogli credere di aver appena incontrato Alyce, sminuendo agli occhi di quest’ultima tutto ciò che era successo fra noi.

Ero certo che fosse così.

L’espressione ferita che avevo scorto sul suo viso quando, rifilandoci una scusa, era praticamente scappata via parlava chiaro.

A mia discolpa potevo dire che in quel momento non ero del tutto padrone di me stesso e che gran parte del mio sangue era da tutt’altra parte rispetto al cervello, ma ciò non toglieva che avevo sbagliato.

Dovevo parlare con Alyce, su questo non c’erano dubbi, e lo avrei fatto se non fosse stato che da un paio di giorni quella ragazza mi stava decisamente evitando.

Assurdo vero?

Proprio ora che mi ero deciso a mettere da parte la paura di impegnarmi e che ero disposto a correre il rischio, Alyce non mi rivolgeva più la parola.

Certo non potevo dargliene torto, mi ero comportato da bastardo indeciso, ma che ci potevo fare?

Fossi potuto tornare indietro avrei scelto subito di rischiare, ma non potevo.

Inoltre tutt’ora covavo ancora in me il timore di sbagliare, di mandare tutto all’aria.

Perché, nonostante avessi preso coscienza del fatto che l’attrazione che provavo per Alyce era troppo forte anche solo per pensare di resisterle, io non ero di certo cambiato.

Non mi ero svegliato deciso a fare sul serio, ero ancora abbastanza intollerante al pensiero di prendermi un impegno stabile con una ragazza, il fatto però era che mi ero reso conto di volerci almeno provare.

Avevo capito che per Alyce ne valeva la pena.

Il problema ora era trovare il modo di spiegarlo a lei.

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-ALYCE-

«Mi dispiace così tanto.»

Le scuse di mia cugina, le ennesime da quando c’eravamo svegliate appena mezz’ora prima, non fecero altro che farmi irritare.

«Ti ho già detto che non è un problema» la rassicurai, nuovamente, augurandomi che fosse l’ultima volta.

«Se le cose dovessero peggiorare e ti servisse la presenza di qualcuno non esitare a chiamarmi» mi ordinò lei, infilandosi una maglietta rossa a maniche corte. «Collega malata o meno, tornerò subito da te. Sei più importante tu del lavoro.»

Tirando leggermente su con il naso, le rivolsi un sorriso pieno di riconoscenza.

«Grazie, lo apprezzo molto» le dissi, sistemando meglio il cuscino sotto la testa e tirandomi la coperta fin sotto il mento, «ma stai tranquilla. Me la caverò anche da sola.»

«Ok» tergiversò Lana avviandosi verso la porta, «ma sappi che ti chiamerò molte volte nel corso della giornata per sapere come stai.»

«Lo immaginavo» le risposi sospirando lievemente.

Annuendo con la testa, Lana si voltò e afferrò la maniglia.

«Aspetta un attimo» le dissi ad alta voce, facendola sussultare e voltare di scatto, «mi potresti fare un favore? Potresti dire con Donovan che oggi non andrò al lavoro?»

«Ancora non vi parlate voi due?» mi domandò mia cugina senza far nulla per nascondere il suo disappunto.

«No» risposi asciutta, «e non alcuna intenzione di ricominciare a parlargli proprio oggi. Non quando mi sento così.»

«Come vuoi» annuì Lana rassegnata.

E, detto questo, si voltò e uscì dalla stanza.

Rimasta sola, sospirai.

Una settimana.

Erano passati sette lunghi giorni dall’incontro ravvicinato fra me e Donovan e noi due ci parlavamo appena.

Non che lui non ci avesse provato, perché lo aveva fatto, questa volta infatti la colpa era mia.

A parte qualche “Buon giorno” e “Buona sera” di circostanza, avevo cercato in tutti i modi di evitarlo.

Ero arrabbiata con lui, per il suo comportamento scostante e altalenante.

Ero pazza di lui, certo, ma non ero più disposta a sottostare ai suoi ripensamenti.

Soprattutto non durante quella settimana e soprattutto non quel giorno.

Allungando di scatto un braccio verso il comodino agguantai la scatola di fazzolettini che vi era appoggiata sopra.

Meglio tenerli vicini perché quel giorno ne avrei sicuramente avuto bisogno.

 

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-DONOVAN-

Il ticchettio dell’antico orologio attaccato al muro della cucina di Raf era l’unica cosa che quella mattina mi stava tenendo compagnia mentre, tutto solo, me ne stavo seduto su uno sgabello intento a fare colazione.

«Donovan?»

La voce di Lana, alle mie spalle, mi colse talmente di sorpresa che rischiai quasi di rovesciare il caffè.

«Lana» dissi in un sussurro, cercando di ricompormi.

«Vuoi del caffè?» le chiesi imbarazzato, un istante dopo, non appena mi resi conto che mi stava fissando in modo strano.

«No, grazie» mi rispose lapidaria, incrociando le braccia al petto. «Sono passata in cucina solo per dirti che Alyce oggi non verrà al lavoro.»

«Per quale motivo?» chiesi immediatamente, sentendomi leggermente a disagio.

uesta Q  Questa sua decisione aveva, per caso, qualcosa a che fare con me?

In fin dei conti era una settimana intera che mi evitava, facendo quasi finta di non conoscermi.

«Diciamo che…» tergiversò lei dopo essersi schiarita la voce, «non si sente troppo bene.»

Senza lasciarmi il tempo di farle altre domande, Lana si voltò e sparì dietro la porta.

Infastidito per la sua veloce fuga e per le domande senza risposta che mi ronzavano per la testa, sbuffai.

Sollevando la tazza me la portai alle labbra.

Dopo averne bevuto in una sola lunga sorsata tutto il contenuto, mi alzai.

Messa la tazza nel lavello, mi avviai verso la mia camera.

Percorrendo il corridoio, passo dopo passo, avvertii sempre più forte la tentazione di passare oltre la mia porta e andare direttamente a bussare a quella di Alyce.

E se poi, come aveva detto Lana, lei stava veramente male?

Andando lì non avrei fatto altro che disturbarla.

Magari stava pure dormendo.

In preda all’indecisione optai per la scelta più sicura, e anche la più codarda, entrando in camera mia.

In fondo in fondo, infatti, sapevo benissimo che c’era la concreta possibilità che il motivo della defezione di Alyce fossi proprio io e il bisogno di evitarmi.

Rientrato in camera misi da parte ogni pensiero e preoccupazione, così come facevo oramai da sette giorni a quella parte, e iniziai a prepararmi per andare al lavoro.

Venti minuti dopo stavo uscendo da casa, tenendo lo sguardo fisso di fronte a me e cercando di non pensare alla porta chiusa, lungo il corridoio, appena dopo la mia.

La prima cosa che feci, giunto in laboratorio, fu andare nell’ufficio del Professor Ribbons, il mio responsabile, per comunicargli l’assenza di Alyce.

«Non è ancora arrivato» mi avvertì una voce alle mie spalle quando, dopo aver bussato per ben tre volte alla porta dell’ufficio del mio capo, mi apprestai a farlo una quarta. «Questa mattina tarderà una mezzoretta.»

Avrei sicuramente ringraziato la persona alle mie spalle per quell’informazione se non si fosse trattato di qualcuno che detestavo con tutto me stesso.

Alan.

«Ok» gli dissi, voltandomi per guardarlo dritto negli occhi.

Poi, dopo qualche istante, senza aggiungere altro, con due falcate lo superai diretto verso la mia postazione.

Afferrandomi per un braccio, Alan mi fermò.

Voltandomi di scatto, lo fissai nuovamente dritto negli occhi.

Poi, lentamente, abbassando gli occhi puntai lo sguardo verso la sua mano arpionata al mio braccio.

«Dov’è Alyce?» mi chiese, lasciando immediatamente la presa e facendo un piccolo passo all’indietro.

«Non lo so» gli risposi mentendo.

Non avevo ben chiaro il motivo per cui non gli avessi detto la verità.

Sapevo solo che, così facendo, stavo assecondando il pressante bisogno, insito dentro di me, di tenere Alyce lontano da quell’individuo.

«Se la vedi, dille che le devo parlare» mi ordinò brusco, minacciandomi con gli occhi.

Scordatelo idiota!

«Certo» risposi semplicemente, deciso a levarmi quel tizio da davanti agli occhi il prima possibile.

Tornato alla mia postazione mi misi al lavoro, ripromettendo a me stesso di mandare un messaggio ad Alyce non appena avessi avuto un attimo di tempo per chiederle come stesse.

«Signor Turner?»

La voce decisa e possente del Professor Ribbons mi fece sollevare di scatto la testa dal microscopio su cui ero chinato.

«Sì, Professore?» risposi, stropicciandomi gli occhi e rimettendo gli occhiali.

«Scusi se la disturbo» proseguì lui, abbassando la voce e avvicinandosi a me come se dovesse rivelarmi un segreto. «Volevo sapere come sta la signorina Walker. Se non sbaglio Alyce si è trasferita a casa di suo fratello, insieme a lei e alla cugina, giusto?»

Sorpreso per tutte le informazioni di cui quell’uomo era a conoscenza, lo fissai per un attimo in silenzio.

«Sì, bhè….» iniziai a farfugliare riprendendomi, «io presumo che…non stia troppo bene. In realtà non l’ho vista questa mattina.»

«Immagino che, vista la situazione, Alyce abbia preferito non vederla e rimanere sola» rispose il mio Professore annuendo alle sue stesse parole.

Ok, fermi tutti!

Poteva passare che Ribbons conoscesse il domicilio di Alyce, anche se la cosa non mi pareva del tutto legittima, ma che fosse addirittura a conoscenza di ciò che stava succedendo, o non succedendo, fra me e lei…

No, questo era decisamente troppo.

Determinato a vederci chiaro aprii bocca per indagare quando Ribbons mi anticipò.

«Posso solo lontanamente immaginare come debba sentirsi quella povera ragazza» disse in un sospiro. «E se posso darle un consiglio, mio caro Donovan, vada da lei e le stia vicino. So che Alyce le avrà chiesto di non farlo, ma nessuno dovrebbe restare solo in un giorno così triste.»

«Professore?» dissi, aggrottando le sopracciglia, notevolmente confuso. «Io proprio non capisco.»

«L’anniversario» mi rispose lui, abbassando ancora di più la voce e guardandosi furtivamente attorno.

Ma che…?

Quasi leggendomi nel pensiero quell’uomo continuò.

«Lei capirà, Turner, il motivo per cui parlo piano…» mi spiegò ormai bisbigliando. «Se in laboratorio si venisse a sapere che il padre di Alyce era un mio caro amico, la gente qui penserebbe che tutti i traguardi che quella ragazza ha raggiunto non siano frutto del suo duro lavoro, ma solo del bieco nepotismo.»

Sempre più confuso, annuii leggermente.

Interpretando il mio gesto come un assenso alle sue parole, Ribbons continuò.

«È proprio per quest’amicizia di vecchia data con il padre di Alyce che sono a conoscenza del fatto che, proprio oggi, ricade l’anniversario della morte dei signori Walker» disse semplicemente, come se le sue parole non avessero avuto su di me l’effetto di una bomba.

Cazzo!

Cazzo, cazzo, cazzo!

Ecco perché Alyce quel giorno non era venuta al lavoro.

Non centravano nulla né la salute né, tanto meno, io.

Erano i suoi genitori e l’anniversario della loro morte il vero motivo.

Sentendo crescere dentro di me l’impellente bisogno di starle vicino mi sfilai il camice da lavoro e lo posai in modo deciso sulle mani del mio Professore.

«Ho bisogno della giornata libera» gli dissi, camminando all’indietro e fissandolo dritto negli occhi.

La mia non era una richiesta, era un dato di fatto.

Ora che sapevo la verità, niente e nessuno mi avrebbero tenuto lontano da Alyce.

Senza aprire bocca, ma semplicemente annuendo, Ribbons mi accordò il suo permesso.

Correndo come un matto mi fiondai fuori dal laboratorio.

Una volta in macchina la misi in moto e, guidando in modo spericolato e infrangendo innumerevoli volte il codice stradale, corsi verso casa.

Non appena arrivato, senza alcuna esitazione, andai dritto verso la camera di Alyce.

Avevo appena stretto la mano attorno alla maniglia quando mi bloccai.

Ok, potevo farcela.

Alyce aveva bisogno di avere qualcuno vicino ed io volevo a tutti i costi essere quel qualcuno.

Dopo aver preso un profondo respiro, entrai.

Senza nemmeno prendermi la briga di bussare.

 

FINE 6° PARTE

 

– ARRIVEDERCI A MERCOLEDI PROSSIMO –

 

Questo racconto inedito a puntate è un opera di fantasia scritta in esclusiva per Stella e pubblicato per gentile concessione dell’autrice solo sul sito Free Passion.

© Riproduzione riservata. Proprietà intellettuale dell’autrice Lorenza. Vietata la riproduzione di questi contenuti o parte di essi.

 

7 Comments on Nuovo Racconto Inedito – “Prima che ti Accorgessi di Me” di Lorenza – 6° Parte

  1. Lorenza
    dicembre 14, 2016 at 5:29 pm (4 anni ago)

    Grazie grazie e ancora grazie per gli auguri!

    Rispondi
  2. manu85
    dicembre 14, 2016 at 7:07 pm (4 anni ago)

    Prima di tutto auguri auguri di cuore …io non ho parole quel ragazzo fa 6 passi avanti e 10 indietro ma vai a capirlo
    Spero che sia dia definitivamente una mossa adesso
    Complimenti

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    • Lorenza
      dicembre 14, 2016 at 11:16 pm (4 anni ago)

      Grazie Manu mi sa che Donovan ha tirato troppo la corda…. che sia troppo tardi?

      Rispondi
  3. Rosy ♥
    dicembre 14, 2016 at 8:11 pm (4 anni ago)

    Auguroni Lorenza ♡♡♡♡♡
    Era ora che Donovan si svegliasse un po’ ma ne deve fare ancora di strada :-D

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    • Lorenza
      dicembre 14, 2016 at 11:17 pm (4 anni ago)

      Grazie Rosy. Tanta ne deve fare di strada e tutta in salita!

      Rispondi
  4. Irina
    dicembre 14, 2016 at 10:19 pm (4 anni ago)

    Tanti auguri tesoro! Finalmente sono riuscita a recuperare i capitoli di questa storia e non vedo l’ora di leggere i prossimi!

    Rispondi
    • Lorenza
      dicembre 14, 2016 at 11:19 pm (4 anni ago)

      Ciao! Grazie per gli auguri! Mi fa piacere avere anche un tuo parere su questa storia! Evviva!

      Rispondi

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