Racconti di Natale – Edizione 2016 – Neve a Natale di Lorenza

A partire da oggi e sino alla Vigilia, riprende un appuntamento speciale, l’annuale countdown che ci accompagna e ci introduce alle festività Natalizie.

freepassion-it

Quattro racconti, cinque autrici, alcuni affezionati ritorni e altre new entry che speriamo possano allietare questo periodo di festa con la loro sfrenata fantasia, perchè quella, come ben sapete, non manca di certo alle nostre ragazze.

Il tema di quest’anno, scelto direttamente dalle nostre autrici, è stato il bianco. Bianco come la neve che con il suo candido manto rende ancora più magiche le già surreali atmosfere del Natale, ma vedrete che, per quanto possa sembrare scontato e banale, il nostro team di folletti riuscirà a stupirvi ancora una volta, declinando questo colore a varianti…perlomeno insolite!

Nelle due precedenti edizioni avevamo concluso la rassegna con i suoi racconti, quest’anno, invece, invertiamo rotta e diamo a lei l’onore di aprire le danze, così, per una volta, anche lei riuscirà a godersi con calma questa giornata senza l’ansia dell’attesa.

La lei di cui sto parlando è Lorenza, che torna anche in questa occasione con una delle sue commedie, molto romantiche, ma anche spassose e con quel pizzico di scintillio che fa subito festa 

neve-a-natale-lorenza

«Ma porca…!»

Sì, lo so, non sta bene urlare parolacce ad alta voce, soprattutto se ci si trova in mezzo a una strada affollata di gente intenta a fare acquisti natalizi e se si ha, come me, l’aspetto di un candido e ingenuo angioletto.

Primo, però, io non sono per niente un angelo anzi…, secondo, dopo tutto ciò che mi è successo oggi urlare parolacce mi è concesso.

Eccome.

Imprecando a voce un po’ più bassa, dopo che ho scorto un paio di mamme intente a tappare le orecchie ai loro piccoli, raccolgo da terra il tacco rotto della mia Loubotin nuova di zecca e zoppico fino alla prima panchina libera che trovo, trascinandomi dietro il mio piccolo trolley e combattendo contro l’istinto di salire di corsa sul primo taxi libero e tornarmene a casa mia.

Questo viaggio non porterà a nulla di buono, me lo sento.

Chiamatela sensazione, sesto senso o come vi pare, ma la foratura di una gomma del taxi che mi stava portando alla stazione stamattina, il riscaldamento guasto del treno che sono riuscita a prendere al volo e, per finire, il tacco rotto della mia scarpa sono decisamente dei segnali che il fato mi sta mandando.

Quasi, quasi torno in dietro.

Il suono del mio cellulare, che squilla imperioso da dentro la mia borsa, pone fine ai miei ripensamenti richiamando la mia attenzione.

Il tempo di trovarlo e rispondo.

«Pronto?»

«Neve, dove sei?»

Ok, fermi tutti.

Sì, avete capito bene, purtroppo.

Mi chiamo Neve e prima che facciate qualsiasi tipo di commento sul mio nome, perché tanto vi giuro che non c’è niente che potreste dire che non mi sia già stato detto dai miei simpaticissimi compagni delle medie, ci tengo a precisare che io non c’entro assolutamente nulla con la sua scelta.

So che è ovvio, anche perché quando i miei genitori l’hanno deciso io avevo sì e no tre ore di vita, ma giuro che nemmeno io allora, da neonata, avrei scelto per me stessa un nome così stupido.

«Sono seduta su di una panchina a circa un chilometro da casa tua. O almeno credo» rispondo alla mia adorata sorellina all’altro capo del telefono. «Bella zona comunque» aggiungo guardandomi attorno e scorgendo un barettino con un’insegna dai colori davvero bizzarri.

«Dimmi dove sei così ti raggiungo. Mi manchi così tanto che non posso stare ad aspettarti in casa un minuto di più.»

Mia sorella… l’essere più dolce e gentile che abbia mai conosciuto in vita mia.

Giuro che, dopo averla odiata in modo feroce per giorni non appena saputo della sua esistenza, l’ho sempre amata in modo incondizionato.

Oddio, detta così la cosa suona proprio male, forse è il caso che mi spieghi meglio.

Dunque, tutto ebbe inizio quattordici anni fa quando mio padre, desideroso di alleggerirsi la coscienza, pensò bene di rivelare a me e a mia madre l’esistenza di un’altra famiglia.

La sua.

Sì, esatto, avete capito bene.

Un’altra moglie (anche se tecnicamente mio padre e la sua amante non erano legalmente sposati), un’altra casa con giardino, un altro cane e, udite udite, un’altra figlia.

Ovviamente né io né mia madre prendemmo molto bene la cosa, l’occhio nero che mio padre sfoggiò per giorni ne fu la prova lampante, ma se io all’epoca me la cavai trasformando la rabbia in odio e incanalandolo su mio padre e la sua nuova famiglia, a mia madre andò peggio.

Incapace di gestire rancore, delusione e risentimento tutti assieme ebbe quello che, in gergo tecnico, viene chiamato crollo nervoso.

Risultato, lei fu ricoverata in una clinica privata ed io mi ritrovai costretta a trasferirmi nella nuova casa di mio padre.

Immaginate la faccia della sua amante, alias matrigna cattiva, quando quel giorno fatidico mi vide davanti alla porta di casa sua con valigia al seguito.

Uno spasso!

Sono sicura che fu proprio in quel preciso istante che quella donna decise di fare della mia infelicità la sua missione di vita.

E se devo essere sincera quasi ci riuscì.

Frecciatine, insulti e minacce furono per tre mesi il mio pane quotidiano, conditi con la totale indifferenza di mio padre.

Solo una persona durante quel periodo infernale mi fu vicina e cioè la mia nuova sorella, rivelatasi essere una delle persone più buone, gentili e dolci mai esistite sulla faccia della terra.

Da quel momento iniziai ad amarla e da allora non ho mai smesso, nemmeno dopo che mia madre, rimessasi in forma, tornò a prendermi accompagnata da un avvocato e da una lettera di divorzio che lasciò mio padre praticamente in mutande.

«Neve, ma mi stai ascoltando?»

La voce preoccupata di mia sorella mi riporta rapida al presente.

«Sì, sì certo che ti sto ascoltando. Allora, io sono in via… no aspetta, in Corso Garibaldi, su di una panchina vicino a una fontana.»

«Ok, ho capito. Sei vicina, dovrei impiegarci non più di dieci, quindici minuti a raggiungerti.»

«Allora ti aspetterò seduta qui, ma sbrigati perché si gela.»

«Arrivo» la sento squittire un istante prima di riattaccarmi il telefono in faccia.

Scuotendo la testa metto via il cellulare e provvedo a cambiarmi le scarpe.

Aprendo il trolley per prendere il paio di scorta non posso fare a meno di notare l’unico vestito che ho portato con me.

Il vestito da damigella che dovrei indossare per il matrimonio di mia sorella fra due giorni.

Sì, esatto, la mia sorellina si sposa ed è proprio per questo  motivo che mi trovo qui, disposta a correre il rischio di incontrare mio padre.

Per questo e, soprattutto, per impedirle di farlo.

Ma andiamo, vi rendete conto?

Ma come si può, nel ventesimo secolo, credere ancora nel matrimonio?

Non guardatemi male, sono solo realistica.

L’amore eterno non esiste e mettere la propria felicità nelle mani di un’altra persona è la cavolata più grande che si possa fare a questo mondo, soprattutto se la suddetta persona la si conosce da soli sei miseri mesi.

Sì, esatto.

Sei mesi, ventiquattro settimane, centottanta giorni.

Ecco da quanto tempo mia sorella conosce l’uomo che fra due giorni diventerà suo marito.

Lei dice che è stato un colpo di fulmine, che ha capito subito che si trattava dell’uomo della sua vita, la sua metà e bla, bla, bla.

Cazzate!

Se c’è attrazione con un uomo ci vai a letto, mica te lo sposi!

Ho provato a parlarne con lei, a farla ragionare, ma è stato tutto inutile, irremovibile.

Così com’è stata irremovibile nel non dirmi nulla del suo futuro marito.

Sì, avete capito bene, io non so nulla di sto tizio.

Niente, nada, il vuoto, nemmeno il nome!

Quella pazza se n’è uscita dicendo che vuole che sia una sorpresa, che desidera presentarmelo per la prima volta come suo marito, che è una cosa romantica, carina e ancora bla, bla, bla.

Assurdo!

Non immaginate nemmeno che rabbia ho provato quando, per colpa di tutto questo mistero, ho dovuto accantonare l’idea di fare una capatina del tutto casuale a casa del futuro sposo per scambiare con lui due paroline amichevoli e assicurargli un posto d’onore al campo santo nel caso gli fosse anche solo passato per la testa di far soffrire la mia sorellina.

«Eccomi!»

La voce squillante della sognatrice in questione mi fa sussultare per lo spavento.

«Bianca!» esordisco alzandomi rapida e volandole fra le braccia (Cosa? Come? Non vi avevo detto che mia sorella si chiama Bianca? Forte è?!? Lei Bianca e io Neve. Ve l’ho detto che mio padre è un idiota patentato!). «Quanto mi sei mancata! Sono felicissima di vederti e, ti prego, dimmi che la tua casa non è troppo lontana da qui.»

«No, tranquilla» la sento rassicurarmi, «ma ti dovevi proprio mettere i tacchi alti?»

Sollevando un sopracciglio non posso fare a meno di chiedermi se mia sorella mi abbia mai guardato i piedi in vita sua.

Indosso i tacchi da quando mia madre, a quindici anni, mi ha dato il permesso di farlo.

«Domanda scema, scusa» si corregge in un istante Bianca rendendosi conto della cavolata appena detta.

«Fa nulla. Ora però andiamo perché anche se i tacchi alti mi piace indossarli non vuol dire che siano comodi e caldi.»

Mia sorella come sempre ha ragione, casa sua non si trova molto distante e nel giro di un quarto d’ora mi ritrovo scalza, stesa sul divano e con una bella tazza calda di caffè in mano.

Il paradiso.

«Allora…» esordisco cauta, ma decisa e pronta a tutto, «come hai detto che si chiama il tuo fidanzato?»

«Non l’ho detto, è una sorpresa.»

Merda!

«E quando potrò conoscerlo?»

«Il giorno del matrimonio»

Accidenti! Se non so chi è come faccio a trovarlo per poterlo minacciare come si deve?

«Ma sei veramente sicura? Cioè, non sarebbe un problema se tu per caso volessi cambiare idea e mandare tutto a monte» ritento caparbia.

«Non ci penso nemmeno» ribatte rapida Bianca scoccandomi un’occhiataccia.

«Io ci ho provato» mugugno sbuffando. «Sicura che non ci sia proprio nulla che tu voglia dirmi prima di quel benedetto giorno?»

Il leggero tentennare di mia sorella e la sua agitazione crescente mi fanno scattare sull’attenti.

Lo sapevo che quel tizio aveva qualcosa che non andava!

«Dimmi tutto» la sprono, drizzando la schiena e avvicinandomi a lei.

«Ecco… vedi…»

«Vieni al punto!» la incito decisa.

«So che ti avevo detto il contrario, ma al matrimonio alla fine ci sarà anche papà.»

Ok, fermi tutti.

Questa non era di certo la rivelazione che mi aspettavo di sentire.

Primo, non riguarda il suo futuro sposo.

Secondo… cosa???? Nostro padre????

No, no e poi no.

Io quell’uomo non lo voglio vedere nemmeno da lontano, figuriamoci passarci una giornata intera a stretto contatto!

Sia chiaro, io mio padre non lo odio, odiarlo richiederebbe uno sforzo e uno stress mentali che non sono per nulla disposta a concedergli, semplicemente faccio finta che non esista.

Io ignoro lui e lui ignora me, è così da quasi dieci anni e mi sta più che bene.

Punto, fine della storia, arrivederci e grazie.

«No» sentenzio quindi decisa, «o me o lui Bianca, decidi.»

Gli occhioni da cerbiatto pieni di lacrime di mia sorella, intenti a fissarmi allarmati, mi fanno sentire immediatamente in colpa.

E meno male che solo lei sulla faccia della terra ha questo potere su di me se no sarebbe un macello.

«Ok, va bene, non ti obbligherò a scegliere se tu non mi obbligherai a parlarci» la rassicuro, scendendo a patti.

«Nemmeno due paroline?»

«No.»

«Un “Ciao, come stai?” del tutto innocuo?»

«Scordatelo.»

«Nemmeno un…»

«No! Niente, nada, rien!»

«Questo è un bel problema dato che sta venendo qui.»

Nonostante mia sorella abbia pronunciato quella frase tutto di un fiato e a bassa voce l’ho comunque sentita bene, fin troppo bene.

Ecco perché mi sto alzando rapidamente dal divano, perlustrando la stanza in cerca di qualcosa da mettere nei piedi.

La porta d’ingresso è il mio secondo obiettivo.

Senza esitazioni la imbocco e inizio a scendere le scale.

«Neve!» sento mia sorella urlare alle mie spalle. «Fermati, ti prego!»

«Scordatelo!» le rispondo piena di rabbia senza accennare a rallentare il passo. «Sai quanto detesto quell’uomo e sai che non voglio avere niente a che fare con lui. L’unica eccezione sarà per il tuo matrimonio, ma fino ad allora scordati che condivida il mio spazio vitale con quell’essere.»

Furiosa mi rendo conto solo in questo momento, a metà della lunga rampa di scale, dello stato in cui sono.

In tuta da ginnastica, maxi cardigan e stivali pelosi dove penso di andare?

Fuori sarà già praticamente buio e sicuramente farà un freddo cane.

Sono sul punto di cambiare idea e tornare indietro, perché posso pur sempre fare il mio meeting di protesta comodamente seduta sul letto della camera degli ospiti, quando una voce alquanto indesiderata mi fa bloccare a metà di uno scalino.

«Ma tu guarda chi si è degnato di farsi vivo…»

Mio padre, l’uomo il cui sangue mi scorre nelle vene, quello da cui ho ereditato il viso angelico e i capelli castani, è qui davanti a me dopo dieci lunghi anni in cui non si è mai fatto né vedere, né sentire.

«Papà» rispondo gelida, arretrando di un passo per frapporre fra noi quanta più distanza possibile.

«Non credevo di vederti» lo sento rispondere, dopo essersi schiarito la voce, facendomi scattare sull’attenti.

Ci ho messo anni per riuscire a smettere di farmi illusioni su di lui e per non covare false speranze, non voglio di certo ricaderci ora.

Quell’uomo non ha mai perso occasione per deludermi e ferirmi, e difatti…

«Di certo sarai venuta per farti due risate alle mie spalle, certa che dopo aver perso quasi tutto per colpa tua e di tua madre io non potessi offrire un matrimonio decente alla mia bambina… Bhè ti sbagli mia cara, gli affari per il tuo vecchio vanno decisamente bene e finalmente sono tornato a frequentare i quartieri alti.»

«Buon per te» non posso fare a meno di rispondere, odiandomi per il senso di disagio e fastidio che quelle parole mi hanno appena provocato.

«Papà!»

La voce preoccupata di Bianca mi fa sobbalzare.

Devo approfittare del momento e allontanarmi da quell’uomo il prima possibile.

Ho promesso a mia sorella di farle da testimone, ma se resto su queste scale un istante di più sono certa che trascorrerò il suo giorno speciale dietro alle sbarre.

Con uno scatto felino supero l’uomo con cui mi auguravo di non aver più nulla a che fare e mi fiondo giù dalle scale.

Non appena fuori dal portone torno finalmente a respirare.

«Neve!» Sollevando lo sguardo vedo mia sorella sporgersi fuori dalla finestra del suo appartamento brandendo la mia borsetta. «Mi dispiace, ma se vuoi andarti a fare un giro ti capisco. Ti chiamo non appena riesco a mandare via papà. Non ti allontanare troppo e prendi questa.»

E così dicendo lascia cadere giù dalla sua finestra del terzo piano la mia preziosissima Vuitton.

Afferrato al volo il mio mese di stipendio, perché tanto m’è costata quella borsa, mi stringo forte nel mio mega cardigan, che grazie al cielo è di lana, e mi avvio a passo deciso e testa alta verso l’ignoto.

Alla fine, persuasa dal freddo pungente, ho deciso di andare nel barettino piccino dall’insegna dai colori bizzarri che ho notato quando, solo qualche ora prima, me ne stavo seduta sulla panchina in attesa di mia sorella.

Intirizzita mi faccio coraggio ed entro.

Una volta al calduccio mi prendo un istante per osservare attentamente quel posto. Non è niente male.

Carino, pulito e persino tranquillo, se non fosse per le risate sguaiate che sento provenire da qualche parte.

Una rapida occhiata intorno e scorgo la fonte di tanto baccano.

In una sala attigua al bar, probabilmente una di quelle salette private che vengono prenotate per feste o ricorrenze, in questo esatto momento deve essere in corso una festa di addio al celibato.

Sì, deve essere per forza così perché o si tratta di quello o qualcuno lì dentro sta facendo qualche rito satanico visto che, appesa subito fuori dalla porta, c’è una bambola gonfiabile dai lunghi capelli neri e dalla posa inequivocabile.

Scuotendo la testa, non tanto perché trovo queste idiozie da maschietti alquanto patetiche (bhè in realtà un po’ anche per questo), non posso fare a meno di chiedermi cosa spinga tutta questa gente a decidere di sposarsi.

Il matrimonio… brrrrr!

«Sei una cliente o la spogliarellista?»

Persa nelle mie riflessioni mentali anti matrimonio fatico un istante di troppo a rendermi conto che la destinataria di tale stupida domanda sono io.

«Ti ho chiesto se…»

«Ho capito cosa mi hai appena chiesto» dico, interrompendo l’arzillo vecchietto intento a preparare cocktail dietro al bancone, «solo che mi sembrava impossibile che lo avessi chiesto a me. Andiamo… ti sembro vestita nel modo giusto?»

«E che ne so!» mi risponde lui sorridendo e mostrandomi il solo dente che ancora se ne sta nella sua bocca. «Magari sotto quella tuta nascondi un vestito da wonder woman.»

Scoppiando a ridere, perché ciò che quel vecchietto ha appena detto sarà pure un’idiozia, ma detta da lui risulta proprio comica, mi avvicino al bancone e prendo posto.

«No, niente wonder woman, ma se mi prometti di mettere dose doppia di alcool in tutti i cocktail che ho intenzione di bere stasera può essere che prima della chiusura tu mi veda saltare sui tavoli.»

«Affare fatto dolcezza. Io comunque sono Tobia e posso dirti che qualsiasi uomo sia la causa della sbornia che ti prenderai stasera, non ne vale la pena. È un idiota di sicuro.»

«E della peggior specie!»

Detto questo chiudo la bocca, riaprendola solo per mandare giù i pesanti cocktail che Tobia ha deciso di prepararmi.

Sono ormai al quarto, o forse quinto, bicchiere quando un leggero brivido scuote la mia spina dorsale facendomi scattare sull’attenti e diradando in un attimo la nebbia alcolica che mi sta ottenebrando la testa.

Avvertendo la presenza di qualcuno dietro di me faccio per voltarmi quando questo qualcuno inizia a parlare.

«Tobia devi assolutamente preparami un giro doppio dell’intruglio più pesante e forte che sei capace di fare.»

Immobile sul mio sgabello resto in attesa che il tizio alle mie spalle continui a parlare o che, in alternativa, reciti qualche poesia, formula matematica, teorema o che so io.

Insomma, qualsiasi cosa purché non se ne stia zitto.

Perché?

Ma perché le voci come la sua, stile fumatore incallito, sono una delle poche cose capaci di mandarmi fuori di testa e farmi andare letteralmente su di giri.

Più che pronta a soccombere alla morbosa voglia di voltarmi e vedere a chi appartenga quella voce eccitante, mi blocco quando una mano virile e solcata da grosse vene si posa sul bancone, molto molto vicino a me.

«Ehi, come mai te ne stai qui a bere invece di essere di là a spogliarti per noi?»

Ecco, quando prima dicevo che mi sarebbe piaciuto sentir ancora parlare mister fumatore incallito non mi riferivo esattamente a questo genere di frasi.

«Non ti ho pagata per divertirti, ma per far divertire noi» lo sento proseguire, con la bocca così tanto vicina al mio orecchio che posso quasi percepire le sue labbra sfiorare il mio lobo.

Non ci posso credere!

Ancora questa storia della spogliarellista?

Ma cos’è stasera?

Oramai quasi del tutto lucida, e anche abbastanza divertita dai gesti di Tobia che dall’altra parte del bancone sta facendo segno al tizio alle mie spalle di tapparsi la bocca, mi alzo in piedi di scatto obbligando l’energumeno dietro di me ad arretrare rapido per non prendersi una testata sul naso.

«Hai ragione» annuisco, strizzando l’occhio all’anziano barista, «torna pure dai tuoi amici e di loro che sto arrivando.»

Non sto facendo sul serio, ovviamente, ma sono leggermente ubriaca e l’idea di poter trovare un diversivo differente dall’alcool che mi permetta di non pensare all’uomo che mi ha messo al mondo è troppo allettante per rinunciarvi.

Inoltre mister voce sexy, chiunque esso sia, non è stato affatto educato con me.

Voglio dargli una lezione e rimetterlo al suo posto, per questo motivo entrerò con lui nella stanza privata, mi toglierò qualcosa di dosso e, sul più bello, farò fare a quello stronzo una colossale figura di… bhè ci siamo capite.

Non so ancora come e cosa farò, ma qualcosa m’inventerò.

«A proposito» proseguo voltandomi finalmente verso di lui, «io…. io…»

Accidenti, accidenti, accidenti!

Non è possibile!

Mister voce roca è uno schianto assoluto di ragazzo!

Alto probabilmente due metri, fisico scolpito, capelli scuri non troppo corti e un paio di fantastici occhi neri.

Insomma un tizio da urlo capace di azzerare la salivazione della mia bocca e rendere nulla ogni forma di ragionamento del mio cervello.

C’è un solo pensiero in questo momento in grado di risuonare forte e chiaro nella mia mente e cioè che devo rimangiarmi subito ciò che ho detto.

Non sarò mai in grado di fare uno spogliarello, seppur fittizio, a questo tizio.

È troppo, troppo bello.

Se poi i suoi amici dentro la saletta dovessero essere anche solo lontanamente somiglianti a lui… sarei del tutto spacciata.

Di sicuro finirei con l’inciampare da qualche parte o scivolare giù dal palo, se mai ce ne fosse uno.

No, meglio lasciar perdere.

«Tu, cosa?» mi sprona a proseguire il ben di Dio ambulante dinnanzi a me.

«Io…io…»

Perché? Perché non mi escono le parole? Non è da me!

«Ok, me lo dirai dopo» taglia corto Bel Fusto afferrandomi per un braccio e iniziando a trascinarmi verso la saletta privata.

«Aspetta!» protesto divincolandomi. «Mi devo prima preparare…» butto lì, dando fiato alla prima cavolata che mi passa per la testa e pentendomene all’istante.

Perfetto! Brava Neve! Di bene in meglio!

Dopo esserti scavata la fossa ora ti sei anche incisa la lapide… “Deceduta per essere scivolata giù dal palo della lap dance”.

«Ok, fai in fretta» mi concede magnanimo il ragazzone davanti a me lasciandomi andare, «non più di dieci minuti e, nel frattempo, starò di guardia alla porta per essere certo che tu non te ne vada. Sai com’è, dato che ho già pagato…»

Annuendo piano con la testa corro verso il bancone, implorando con lo sguardo Tobia di aiutarmi.

«A quanto pare ti vedrò veramente nei panni di wonder woman stasera!» sghignazza contento, mostrandomi con orgoglio le gengive rosa, non appena gli sono davanti.

«Non mi farei troppe illusioni se fossi in te» sentenzio sotto voce, «piuttosto, che mi dici di sto tizio? Posso dirgli che stavo scherzando, che è tutto un equivoco o è meglio se continuo a fingere?»

«Chi, Andrea?» mi risponde Tobia gettando un’occhiata al ragazzo in questione fermo a braccia incrociate sulla porta d’ingresso. «È un bravo ragazzo, ma se fossi in te eviterei di farlo arrabbiare.»

Merda!

Ho esagerato questa volta.

Mia madre me lo dice sempre che a giocare con il fuoco si finisce col bruciarsi!

«Ok» sbuffo rassegnata, incapace di trovare una soluzione alternativa cosa per cui l’alcool che ho in corpo non è di grande aiuto, «a quanto pare non mi resta che chiederti se c’è uno spogliatoio in cui io possa cambiarmi e se, per un qualche caso fortuito, tu non abbia nascosto da qualche parte un vestito da wonder woman.»

«Da wonder woman no, ma da coniglietta sì.»

Decisa a ignorare la motivazione sul perché quell’uomo possieda un vestitino di questo genere, ascolto le indicazioni su dove trovarlo e mi dirigo sul retro.

Non senza una certa fatica, perché il magazzino di Tobia è davvero piccolo e le sue indicazioni non erano del tutto corrette, trovo finalmente il travestimento di cui ho bisogno.

Ma lo sto facendo veramente?

A quanto pare sì!

Meno male che, se tutto va bene, questa sarà la prima e l’ultima volta che metto piede in questa città.

Se vorrà vedermi, la prossima volta, sarà mia sorella a venire da me.

Sono intenta a tirare su la zip di un body che di certo è di una taglia in meno della mia quando il mio cellulare inizia a squillare.

«Pronto?» rispondo con il fiatone, sistemando il decolleté che trasborda.

«Neve? Sono io.» Mia sorella. «Purtroppo non sono ancora riuscita a mandare via papà, sai com’è quando s’intestardisce…»

No, non lo so com’è perché avendo passato più anni della mia vita senza di lui che insieme mi risulta davvero difficile non definirlo un estraneo.

«Senti, non ti preoccupare» la interrompo, tentando di rasserenarla. «Magari per stanotte…»

SBAM, SBAM, SBAM!

Tre pesanti manate alla porta mi fanno sobbalzare.

«Tempo scaduto, esci da lì dentro bambolina!»

Ora, mio caro Mister Voce Sexy, sarai pure un gran bel figliolo, avrai un tono baritonale da urlo e chissà quali altri doti nascoste, ma cominci veramente a darmi sui nervi!

Tra quell’Andrea e mio padre, giuro che per stasera ne ho abbastanza di avere a che fare con uomini stronzi!

«Bianca, per questa notte mi cercherò un albergo e dormirò lì» avviso rapida mia sorella mentre sento il desiderio di vendetta fremere dentro di me, «ci sentiamo domani con calma. Ora devo proprio andare.»

E così dicendo riattacco il cellulare in faccia a mia sorella, ignorando del tutto le sue proteste.

«Arrivo zuccherino!» urlo, afferrando al volo il cerchietto con le orecchie da coniglio e infilando il cellulare nella borsa.

Ok, si va in scena!

Me la sono cercata, è vero, ma ora ne sono quasi felice.

L’adrenalina che mi scorre in corpo è l’alleata ideale per sfamare la sete di vendetta contro il genere maschile che covo dentro da oggi pomeriggio.

Vendetta contro gli uomini… pronti, via!

Se non altro sarà catartico.

A testa alta me ne esco dal mio improvvisato spogliatoio e, ignorando del tutto il bel fusto accanto a me, avanzo rapida verso la sala in cui è in corso la festa privata.

Non appena dentro faccio per voltarmi verso Andrea quando lo vedo superarmi e, senza rivolgermi parola, andare a sedersi in mezzo ai suoi amici lasciandomi sola.

Avvertendo un certo imbarazzo, perché nella vita di tutti i giorni non faccio veramente spogliarelli per vivere, comincio a guardarmi attorno.

Sollevata, mi concedo un sospiro di sollievo… il palo non c’è e questo è già qualcosa.

In compenso però noto in fondo alla sala un piccolo palco con al centro una poltrona di pelle decisamente sudicia e logora.

Wow, che cosa raffinata!

«Ehi dolcezza!» mi chiama uno dei ragazzi interrompendo la mia perlustrazione, «che stai aspettando?»

Fulminando con gli occhi il maleducato di turno, mi costringo a mettere un piede davanti all’altro e mi avvio verso il palco.

Una veloce perlustrazione ed eccolo lì lo stereo che mi aspettavo di trovare, nascosto dietro la poltrona.

Senza aspettare oltre spingo il tasto play.

La colonna sonora di nove settimane e mezzo che parte a tutto volume mi fa storcere il naso.

Che fantasia e che tocco di classe!

«Ok, ragazzi» dico a voce alta voltandomi verso il mio pubblico e coprendomi il viso con una mano nel tentativo di riparami gli occhi dalla luce del faretto puntato su di me, «diamo inizio alla festa.»

I fischi di assenso provenienti dal fondo della sala, sufficienti a provocarmi un leggero senso di nausea e fastidio, mi avvertono che è veramente arrivato il momento di fare sul serio.

Puntato lo sguardo verso l’unico dei ragazzi che pare interessato a tutto tranne che a me, inizio a muovermi in maniera sensuale.

Seguendo il più squallido dei cliché comincio a far oscillare le anche di qua e di là, portandomi le mani fra i capelli e socchiudendo le palpebre.

Dai commenti e dalle urla capisco che il mio spettacolino risulta gradito a quella mandria di cavernicoli.

Bene, mi fa piacere perché questo è solo l’inizio.

Il mio obiettivo infatti non è far divertire quella manica di bifolchi, ma dare una lezione al bell’Andrea.

Dopo qualche minuto di sensuale dondolio scendo dal palco e, occhi puntati sulla mia preda, mi avvicino lui.

Senza farmi alcuno scrupolo colpisco forte la mano di un ragazzo deciso a toccarmi il sedere.

Spiacente depravato, non sono qui per intrattenere te.

Giunta dinanzi al mio obiettivo mi siedo rapida sulle sue gambe, viso contro viso, petto contro petto.

Spudorata inizio a oscillare su di lui, attenta però a non permettere che le nostre parti intime si tocchino.

Qualcosa infatti mi dice che l’uomo che ho davanti non è uno con cui tirare troppo la corda.

Lo sguardo duro e imperturbabile che Andrea mi rivolge non fa altro che confermare la mia teoria.

Decisa a dare una lezione a quel ragazzo, avvicino il più possibile il mio seno al suo viso, ringraziando il buon vecchio e caro Tobia per la razione doppia di alcool che ha messo nei miei cocktail e che ora mi sta donando quel pizzico di coraggio in più che mi serve.

«È tutto qui quello che sai fare?» mi schernisce Andrea dopo qualche istante, afferrandomi i fianchi con le mani e stringendo con decisione.

La fitta di desiderio che sento scorrermi dentro arriva così rapida e inaspettata che per un istante non posso fare altro che restarmene imbambolata a guardarlo.

Accidenti, se la stretta di Andrea mi fa questo effetto figuriamoci se…

Scuotendo la testa cerco di ricordare a me stessa il motivo per cui sono lì, che di certo non è sedurre quel tizio per portarmelo a letto.

«Ovvio che no» rispondo quindi piegandomi su di lui e incollando il mio naso al suo, «il problema però è che deve valerne la pena e tu, mio caro, non la vali.»

Il sopracciglio sollevato di Andrea è tutto ciò che riesco a cogliere della sua risposta.

Delle urla furibonde provenienti dall’altra parte della sala attirano infatti la mia attenzione, così come quella di tutti gli altri.

Sempre seduta in grembo ad Andrea giro il volto verso tutto il trambusto.

«Che cazzo sta succedendo qui?» sta urlando una prosperosa ragazza biondo platino mentre, decisa, cammina verso di noi. «Non posso tardare nemmeno dieci minuti che una stronza qualsiasi mi ruba il lavoro? Senti brutta…»

«Ehi Lucy, datti una calmata.» La voce decisa e autoritaria di Andrea, insieme al suo braccio che rapido mi cinge la vita, mi rende improvvisamente chiaro che la destinataria di tutta la rabbia di Miss-biondo-platino-Lucy sono proprio io. «La bambolina qui presente stava solo scaldando gli animi dei ragazzi in attesa che tu arrivassi.»

Cosa?!?!

Un istante e tutto mi è chiaro.

Lucy è la spogliarellista assunta per la serata, Andrea lo sa benissimo ed io sono una povera stupida che è stata presa in giro.

Rapida come un fulmine mi rimetto in piedi, puntando un dito dritto in faccia ad Andrea.

«Tu! Brutto figlio di…»

«Bada a come parli bambolina. Accetto ogni tipo d’insulto tranne quelli che riguardano mia madre.»

«Hai ragione» ribatto furiosa come non mai, «d’altronde quella povera donna ha già avuto la sfortuna di avere te come figlio, non ha proprio senso che la insulti anch’io!»

«Bambolina…»

«Bambolina un accidenti! E smettila di chiamarmi così brutto pezzo di… Ahhh! Sono talmente arrabbiata che nessun insulto mi sembra abbastanza! Mi hai presa in giro, come ti sei permesso?»

«Non ci provare» mi risponde placido Andrea incrociando le mani dietro la testa, «tu hai fatto lo stesso con me. Ti sarebbe bastato dirmi che non eri tu la spogliarellista che stavamo aspettando.»

«Tu sapevi benissimo che non ero io! Ti sei preso gioco di me senza motivo!»

E, accidenti, proprio in quel momento, mentre me ne sto lì mezza nuda a inveire contro un idiota, ecco far capolino la mia parte inconscia, quella che ancora non ha mandato giù il tradimento di mio padre, il tradimento di un uomo che si è preso gioco di me riempiendomi di bugie.

Furiosa, non posso fare a meno di asciugarmi con un gesto stizzito le lacrime che, senza alcun permesso e del tutto indesiderate, hanno iniziato a scendere.

Umiliata e fremente di rabbia me ne esco a passo rapido dalla stanza privata.

Spedita corro a chiudermi nel piccolo ripostiglio, decisa a togliermi di dosso il prima possibile il ridicolo travestimento che sto indossando.

Facendo attenzione a non romperlo, ma solo perché è stato Tobia a prestarmi quel vestito, mi spoglio e rindosso la mia adorata tuta.

Una rapida occhiata allo specchietto malandato attaccato dietro la porta e sono pronta ad andare.

Un ultimo drink, rigorosamente doppio e molto forte, poi me ne andrò dritta dritta nel primo albergo che riuscirò a trovare.

Non è decisamente la mia serata quella, meglio non correre altri rischi.

Non faccio però nemmeno in tempo ad aprire la porta e a fare un passo fuori dal ripostiglio che ogni mio proposito se ne va in fumo.

E tutto per colpa di un ragazzo alto, muscoloso e moro che ha deciso che torturare me è il miglior passatempo della serata.

«Che accidenti stai facendo?» urlo a squarcia gola ad Andrea non appena le sue forti braccia afferrano le mie gambe per issarmi sulla sua spalla. «Fammi scendere!»

Una forte sculacciata è tutto ciò che ottengo in risposta.

«Tobia!» urlo con tutto il fiato che ho in gola cercando rinforzi e usando la mia amata borsetta come arma per colpire il fondoschiena del mio rapitore.

Per nulla scalfito dal mio tentativo di difesa Andrea avanza rapido verso il bancone, davanti al quale si ferma.

«Questi sono per le consumazioni della mia ospite» sentenzia perentorio sbattendoci sopra una banconota da cento euro, «per il conto dei ragazzi invece passo domani a saldare.»

«Tranquillo ragazzo» sento Tobia rispondergli serafico, come se il tizio davanti a lui non avesse una ragazza caricata in spalla che scalcia e sbraita. «Grazie e buona serata.»

Grazie e buona serata????

Ma stiamo scherzando?

ui c’èUn uomo mi sta portando via da dentro il bar contro la mia volontà e nessuno fa niente per fermarlo?

«Mettimi immediatamente giù o giuro che chiamo la polizia!» urlo a squarcia gola, non appena varchiamo la porta del bar, avvertendo sul viso il freddo pungente dell’aria invernale.

I miei piedi che impattano con forza sul marciapiede mi ammutoliscono.

«Io sono la polizia» mette in chiaro Andrea sbattendomi davanti agli occhi il suo distintivo.

Allibita, fisso quel documento con gli occhi sgranati.

«E questo cosa vorrebbe dire?» gli chiedo titubante ripensando a tutto l’alcool che mi deve aver visto ingurgitare e al mezzo spogliarello che ho quasi fatto. «Mi stai per arrestare?»

Scuotendo la testa Andrea fa un passo verso di me obbligandomi a indietreggiare, finendo con la schiena contro il muro.

«Per tua fortuna stasera è la mia serata libera e l’unico modo in cui ho voglia di usare le manette è per divertirmi un po’. A tal proposito… è un vero peccato che non fossi veramente tu la spogliarellista. Non mi sarebbe dispiaciuto affatto vederti nuda.»

Con la mente ferma all’immagine di me ammanettata a un letto, ci metto qualche istante per rispondere.

«Forse se avessi fatto meno lo stronzo qualche chance di vedermi nuda l’avresti avuta» gli rispondo riprendendo coraggio e infilzandogli l’indice nel petto. «Purtroppo hai preferito prenderti gioco di me.»

«Avevi bisogno di una distrazione che non fosse l’alcool.»

Scioccata per quella risposta del tutto inattesa, guardo nuovamente Andrea con gli occhi sgranati.

«Come prego?» gli chiedo, certa di aver capito male.

«Quando sono venuto al bancone per ordinare da bere a Tobia e chiedere a te se eri la spogliarellista, era già da un po’ che ti tenevo d’occhio.»

«Oddio! Mi stavi spiando? Ma è da depravati!» sbotto fulminandolo con gli occhi.

«Calmati!» m’intima Andrea autoritario ottenendo subito l’effetto desiderato. «La prima volta che ti ho vista eri appena arrivata e ti stavi sedendo al bancone. Io ero uscito per chiamare Lucy e ti ho notata. Non che sia stato difficile farlo, sei una ragazza bellissima e, anche se indossi una tuta davvero orrenda, non passi di certo inosservata. Quando dopo poco sono rientrato stavi bevendo il primo cocktail e, tempo dieci minuti, ne stavi già bevendo un altro.»

«Detta così suona proprio male. Non ero certo così disperata…» tento di difendermi.

«Ah no? Mi è bastato darti un’occhiata per capire che c’era qualcosa che non andava e che avevi bisogno di una distrazione, che non fosse l’alcool, in grado di non farti pensare per un po’ a tutto ciò che ti frullava per la testa. Io ho semplicemente deciso di dartela.»

Storcendo le labbra, sento lo stomaco contrarsi.

Nessuno, a parte mia madre e mia sorella, ha mai fatto una cosa tanto carina per me.

Certo, a onor del vero c’è da dire che per la maggior parte del tempo io mi comporto con gli altri da cinica stronza tenendo tutti alla larga, ma mai in vita mia mi era capitata una cosa simile.

«Quindi tutto ciò che hai fatto l’hai fatto per me, per aiutare un’estranea?» gli chiedo incerta, faticando ancora a crederci.

«Per questo e per vederti nuda, non lo dimenticare» puntualizza Andrea scatenando brividi freddi lungo la mia schiena che poco hanno a che fare con la temperatura polare.

«Peccato che la tua missione sia fallita ragazzaccio» sospiro stringendomi nel maglione di lana. «Alla fine io non mi sono distratta e tu non mi hai vista senza nulla addosso.»

«La serata non è ancora finita» sentenzia Andrea sovrastandomi e avvicinando il viso al mio, «ed io mi rifiuto di abbandonare la mia missione di distrarti. Anzi…sai cosa ti dico? Più una missione si rivela essere piena d’imprevisti e contrattempi, più io mi ci metto d’impegno per portarla a termine. Non per niente sono uno dei poliziotti migliori della città…»

E con queste parole, ragazze mie, sono finita.

Non me ne vogliano le romantiche o le pudiche, ma dopo questa ammissione di Andrea ho deciso che per un paio d’ore mia sorella, il suo matrimonio e la sete di vendetta contro gli uomini bugiardi possono benissimo andare a farsi… ci siamo capite.

Il tizio che ho davanti, bello da impazzire, con una voce che solo quella vale il gioco e che di professione fa il poliziotto (Avete capito? Il poliziotto! Fornito di divisa e manette che potrebbe essere disposto a usare!) ha deciso che per questa sera io, la mia felicità e la mia spensieratezza siamo la sua missione.

Non posso dirgli di no, non posso!

È per una buona causa…

Sollevando lo sguardo verso Andrea fisso i miei occhi nei suoi, pronta ad accettare la sua proposta.

«Affare fatto» gli sussurro piano avvicinando le labbra al suo orecchio, «se mi prometti di usare le manette ti prometto che mi lascerò vedere nuda.»

«Ho una condizione però» aggiungo sollevando una mano e posandola sul suo petto, «non voglio sapere niente di te oltre a quello che so già.» Il sopracciglio sollevato del ragazzo davanti a me e la sua espressione perplessa mi spingono a continuare. «Questa cosa non è negoziabile.»

«Ok, andiamo» mi risponde brusco Andrea prendendomi per mano e trascinandomi via.

«Dove stiamo andando?» gli chiedo tenendo il passo a fatica.

«In un albergo qui vicino. Se non vuoi sapere niente di me probabilmente non vorrai nemmeno sapere dove abito.»

«Bravo poliziotto!» lo lodo mordendomi il labbro. «Oltre che bello sei anche intelligente!»

Il corpo di Andrea improvvisamente fermo dinnanzi a me è l’ultima cosa che vedo prima di finirgli addosso.

«Ehi!»

«Bambolina» lo sento ringhiare mentre si volta per guardarmi in faccia, «non stuzzicarmi…»

«Altrimenti?»

«Sicura di volerlo sapere?»

Leccandomi le labbra annuisco decisa.

La bocca di Andrea che mi sfiora il lobo mi fa fremere.

«Altrimenti potrei usare le mie manette per legarti al letto e tenertici legata per tutta la notte, ignorando del tutto le tue suppliche quando, sfinita, mi pregherai di smettere.»

Oh mio Dio!

«Andiamo!» gli ordino decisa afferrandolo per il braccio e incamminandomi lungo il marciapiede, diretta verso dove proprio non lo so.

Prendendo in mano la situazione, Andrea intreccia le sue dita con le mie e fa strada.

Dopo nemmeno dieci minuti varchiamo l’ingresso di un delizioso bad end breakfast, trovando ad accoglierci un bellissimo ragazzo sulla sedia a rotelle.

«Ehi amico!» lo sento salutare Andrea, avvicinandosi e squadrandomi dalla testa ai piedi. «È da un po’ che non ci si vede.»

«È già!» risponde il mio accompagnatore lasciando la mia mano ed esibendosi in uno di quei saluti contorti fra uomini. «Ho bisogno di una camera per stanotte. Puoi aiutarmi?»

«Certo. Temo però che mi sia rimasta solo una camera singola… è un problema?»

Camera singola? Letto piccolo?

Certo che è un problema!

Ho in mente una miriade di cose carine da fare con il mio bel poliziotto e per tutte c’è bisogno di un letto molto, molto grande e resistente!

Sto per aprire bocca e suggerire di cercare un altro posto per la notte quando colgo lo sguardo divertito e malizioso dell’amico di Andrea.

Sta scherzando!

«Per me va benissimo» annuisco stando al gioco.

Gli occhi stretti a fessura con cui Andrea mi sta guardando per poco non mi fanno scoppiare a ridere.

«Camera sette» ci avverte il proprietario lanciandoci una chiave che il mio accompagnatore, pronto, afferra al volo. «Ultimo piano, lontano da tutti i miei ospiti. Non vorrei che fossero svegliati da rumori molesti…»

Sentendomi avvampare abbasso lo sguardo e seguo un Andrea alquanto divertito su per le scale.

Non appena varcata la soglia della stanza sento l’ansia crescere.

Non ho però nemmeno il tempo di chiedere a me stessa se è tutto vero che sento le braccia di Andrea afferrare con decisione le mie spalle e voltarmi verso di lui.

«Ripensamenti?»

«No» rispondo decisa, contemplando per l’ennesima volta il suo viso stupendo.

«Bene, perché se non ti bacio subito impazzisco.»

E detto questo le labbra di Andrea calano rapide sulle mie più che pronte ad accoglierlo.

Ora, non sono una santa né una puritana, ma vi giuro che mai in vita mia ho ricevuto un bacio del genere.

Non so se è lui o se sono io, ma sta di fatto che Andrea mi sta divorando, accarezzandomi la lingua con la sua, mordicchiandomi le labbra e tenendo il mio viso saldamente fermo fra le sue grandi mani.

Non ho idea di quanto duri il nostro bacio, so solo che quando sento la sua bocca staccarsi dalla mia ho le dita dei piedi arricciate e il respiro affannato.

Se queste sono le premesse, non vedo l’ora di vivere tutto il resto.

Evidentemente l’adone di fronte a me deve essere dello stesso parere perché, dopo esserci scambiati uno sguardo d’intesa, iniziamo entrambi a spogliarci con foga.

Voglio quest’uomo, lo voglio per me stessa perché lo desidero da impazzire e perché voglio smettere per qualche ora di pensare a tutto ciò che mi fa star male e che non dovrebbe.

Non appena nuda sollevo lo sguardo, concedendomi una lunga occhiata al corpo di Andrea e avvertendo, da qualche parte nella mia mente, la consapevolezza che non sto provando alcun imbarazzo.

Amo il mio corpo e vivo il sesso in modo sereno, ma sono sempre comunque nuda davanti a un estraneo, normalmente cercherei di scoprirmi per gradi o di lasciare le luci soffuse, ma adesso non ci penso proprio a spegnere le luci.

C’è troppo da vedere davanti a me.

Muscoli, avvallamenti e protuberanze che meritano di sicuro tutta la mia attenzione.

Impaziente mi avvicino a lui e, sollevando una mano, la lascio scorrere su tutto il suo torace.

«Sei bellissimo» non posso fare a meno di constatare. «Se fossi meno stronzo saresti perfetto.»

La risata roca di Andrea mi fa fremere in mezzo alle gambe, esattamente nel punto in cui non vedo l’ora di accoglierlo.

«Tu invece sei perfetta» lo sento commentare facendo un passo in avanti e posando le mani sui miei seni.

Tutto ciò che le sue dita iniziano a fare hanno il potere di farmi tremare in poco tempo le ginocchia.

Incapace di reggermi in piedi per un secondo di più indietreggio verso il letto, afferrando le mani di Andrea e supplicandolo in silenzio di non smettere di toccarmi.

Una volta stesa sull’enorme letto matrimoniale, che grazie a Dio non è il lettino singolo ventilato nello scherzo, sollevo le mani spora la testa e allargo le gambe, piegandole.

Sto invitando spudoratamente Andrea, lo so, ma giuro che non posso farne a meno.

Desidero quest’uomo bellissimo e altruista, sexy e anche un po’ stronzo.

Per nulla intimorito, meglio così perché gli uomini con poca iniziativa e troppo temerari non fanno per me, lo vedo prendere posto fra le mie gambe.

«Tu non sei come le altre» sento la sua voce roca sussurrarmi all’orecchio mentre le sue mani abbandonano il mio seno per avventurarsi un po’ più giù.

«È un male?» gli chiedo spostando il viso per guardarlo negli occhi.

«No.»

E con questa risposta secca e lapidaria Andrea si alza di scatto, afferrandomi le caviglie e portandosi i miei piedi sulle spalle.

So cosa sta per fare, qualcosa che normalmente non amo che mi venga fatto, ma che in questo momento fremo per ricevere.

Le sue labbra stupende e la sua lingua capace non tardano a soddisfarmi.

Non ho mai raggiunto il piacere attraverso il sesso orale, ma qualcosa mi dice che forse questa è la volta giusta.

Posando le mani fra i morbidi capelli dell’uomo la cui testa è fra le mie gambe, chiudo gli occhi e mi assaporo ogni minima sensazione.

Andrea è bravo, veramente bravo, e sta facendo cose che… bhè che nessuno mi aveva mai fatto così bene.

Non appena anche le sue mani entrano in azione, supportando la sua fantastica bocca, sento un’adorabile tensione crescere nel mio addome.

Pochi attimi e vengo, stringendogli forte i capelli e dimenando la testa da una parte e dall’altra.

Soddisfatta, vedo Andrea strisciare sul mio corpo fino a raggiungere il mio viso.

«Mi dispiace» mi sussurra piano, «giuro che mi piacerebbe farti venire ancora una volta per poterti assaggiarti nuovamente, ma non riesco a resistere.»

«Non ho alcuna obiezione» gli rispondo, sconfinando per un attimo nella mia vita professionale di avvocato di successo.

Rapido lo vedo sollevarsi e, preso il portafoglio dalla tasta dei jeans, agguantare un preservativo.

Sospirando piena di trepidazione, come se non fossi appena venuta, mi sollevo sui gomiti.

«Lascia fare a me» mi propongo afferrando l’involucro di alluminio che Andrea mi porge e aprendolo con i denti.

Solo in quel momento, quando afferrata la sua erezione comincio a srotolare il preservativo, mi accorgo delle effettive dimensioni del suo membro.

È grande, veramente grande e il preservativo che ho in mano deve essere quasi sicuramente una taglia XXL.

Facendomi forza, perché non so se essere più felice o più allarmata da questa mia constatazione, porto a termine il mio lavoro.

Un dito di Andrea che si posa sotto il mio mento mi fa sollevare il viso.

«Tranquilla» mi rassicura, «sono abituato ad avere a che fare con le cose grandi e le so usare molto bene.»

Annuendo con la testa mi stendo nuovamente sotto di lui attirandolo a me, facendogli capire che mi fido e che non vedo l’ora che me lo dimostri.

Portando nuovamente le mie mani sopra la testa e mormorando qualcosa circa il fatto di doversi portare sempre dietro le manette, Andrea entra deciso dentro di me.

Ecco, questo è esattamente ciò che voglio.

Un uomo sicuro, forte e vigoroso, che sa quando essere uomo e quando gentiluomo.

E il letto per me è solo per i primi.

Ciò che succede nei minuti seguenti è una lunga serie di spinte, rotazioni del bacino e frizioni che mi fanno decisamente impazzire.

Non so come, ma Andrea sta toccando tutti i punti giusti dentro e fuori di me, accendendo il mio corpo e spegnendo la mia testa.

Gli unici suoni che riecheggiano nella stanza sono i nostri respiri affannati e i nostri corpi che sbattono l’uno contro l’altro.

In preda a sensazioni meravigliose non posso fare a meno di pensare per un istante che il modo in cui ci stiamo muovendo Andrea ed io, la nostra perfetta sincronizzazione e le apparentemente identiche esigenze e aspettative, sono aspetti abbastanza inusuali per due perfetti estranei che fanno sesso per la prima volta.

Un cambio di ritmo da parte di Andrea e ogni mio pensiero viene spazzato via da un piacere intenso che sento crescere dentro di me.

Intrecciando le mie dita con le sue, mi aggrappo a lui con tutte le mie forze.

Qualcosa di molto forte sta per travolgermi e ho bisogno di un appiglio.

«Sono con te, per me è lo stesso» avverto a malapena Andrea bisbigliare, intensificando se possibile le spinte.

È un attimo, un solo breve istante, e il mio corpo esplode, seguito dalla mia testa e da tutta la mia sanità mentale.

Passano diversi istanti, trascorsi alla disperata ricerca di ossigeno, prima che la mia mente torni nuovamente lucida.

Andrea è steso sopra di me, ancora dentro di me, ed io comincio già a sentire uno strano senso di oppressione attanagliarmi il petto.

Troppo è tutto ciò che riesco a pensare di ciò che è appena successo.

Troppo intenso, troppo perfetto, troppo da perderci la testa.

Non va bene, per nulla.

In preda al panico ignoro i miliardi di endorfine che da dentro il mio corpo mi stanno supplicando di restare dove sono e spingo via Andrea.

Ignorando del tutto il suo sguardo confuso e, accidenti!, sessualmente appagato, mi fiondo sui miei panni e, senza nemmeno prendermi la briga di indossare la biancheria intima, infilo la mia vecchia tuta e il cardigan.

Il tempo di agguantare la borsa e, senza alcuna spiegazione, mi fiondo fuori dalla porta.

Purtroppo però, in mezzo a tutto quel mio delirio mentale, non ho fatto i conti con l’agilità di Andrea, poliziotto di professione.

La sua mano che afferra il mio polso mi fa rimbalzare all’indietro contro il suo torace nudo.

«Dimmi che non ti ho fatto male» mi supplica quasi, facendomi gemere per il dispiacere.

«No, tranquillo» lo rassicuro e, dopo un attimo di esitazione in cui mi chiedo se sia il caso di essere del tutto sincera con lui, decido di dirgli la verità. «È solo che è stato troppo bello Andrea. Se qualcuno mi avesse mai chiesto di descrivere il sesso perfetto avrei descritto esattamente quello che è successo fra noi poco fa, perché ci è andato terribilmente vicino. Io però non voglio questo, non voglio nulla di perfetto o troppo bello con cui avere a che fare. La mediocrità si dimentica in fretta, il bello no.»

Incredula per il fatto di aver appena aperto un pezzetto del mio cuore a questo meraviglioso estraneo, sfilo piano il mio polso dalla sua stretta e, senza per fortuna trovare alcuna resistenza da parte sua, inizio a scendere le scale.

Una volta fuori trovare un taxi e un albergo in cui stare si rivelano due imprese facili e, nel giro di un’ora, posso finalmente dichiarare conclusa quella lunghissima giornata.

La mattina dopo mi sveglio abbastanza tardi decisa a dimenticare tutto ciò che è successo il giorno prima, uomini compresi.

Con una leggera smorfia mi accorgo di avere più di venti chiamate perse da parte di mia sorella.

Dopo essermi lavata i denti ed essermi vestita la richiamo.

«Dove accidenti sei finita?»

Il tono accusatorio di mia sorella mi coglie di sorpresa, di solito quella ragazza è la quintessenza della pace e della serenità.

«Sono in un albergo, te lo avevo detto che avrei passato la notte fuori casa.»

«Sì, scusa» la sento sospirare sonoramente.

«Bianca, che succede?»

«Sto impazzendo Neve! Domani mi sposo, papà mi ha dato il tormento per tutta la sera e il mio futuro marito non risponde al telefono!»

«Ok, calma e sangue freddo!» la rassicuro, prendendo in mano la situazione. «Tolto nostro padre che non è un problema di cui voglio e posso occuparmi, per il resto una soluzione c’è. Manda a monte le nozze e parti con me, una vacanza di due settimane fra sorelle. Ti porto dove vuoi. Sai che spasso?»

«Bianca…» mi ammonisce mia sorella divertita. «Non voglio mandare a monte nulla. Io il mio uomo perfetto lo amo da impazzire.»

«Lo consoci da soli sei mesi.»

«E allora? L’ho amato da subito. Mi è bastato vederlo, posare le mie labbra sulle sue e… magia! Lo avrei sposato la sera stessa, capisci?»

Sì… no! Diamine no!

Poco importa se il viso di Andrea mi è appena apparso davanti agli occhi, il matrimonio non lo capisco e non lo capirò mai.

Scuotendo decisa la testa, stringo i denti.

«Non muoverti, sto arrivando» avviso mia sorella sbuffando. «Mi dispiace sapere che non c’è proprio nulla che possa fare per farti cambiare idea.»

«Una cosa che puoi fare per me c’è» sentenzia Bianca riaccendendo le mie speranze.

«Cosa?»

«Sbrigati a tornare così mi offri la colazione!»

«Arrivo» borbotto a denti stretti uscendo dalla stanza d’albergo.

Come immaginavo, anzi per la precisione come temevo, mia sorella ha già pianificato l’intera giornata e così, dopo una ricca colazione, mi ritrovo sbattuta a destra e a sinistra, immersa nei preparativi “estetici” del matrimonio.

Parrucchiere, estetista, manicure, cerette e chi più ne ha più ne metta.

Se non amassi così tanto mia sorella e se non l’avessi trovata in uno stato pietoso non appena tornata a casa, mi sarei categoricamente rifiutata di affrontare tutto quel supplizio, ma come ho detto amo quell’inguaribile romantica e per lei farei di tutto.

Siamo finalmente giunte alla fine di quella via Crucis estetica e stiamo rincasando quando il cellulare di mia sorella inizia a suonare.

Passandomi le chiavi la vedo armeggiare nella borsa alla ricerca del telefonino.

«Pronto?» risponde seguendomi in casa e venendosi a sedere sul divano accanto a me.

«Amoreeeeee!» la sento urlare, sfoderando in un solo istante occhi a cuoricino e guance arrossate.

Sollevando un dito Bianca mi fa segno di scusarla e, dopo essere balzata in piedi, scompare nella sua stanza.

Rassegnata a un matrimonio che a quanto pare verrà celebrato, mi distendo sul divano e mi porto un braccio sopra gli occhi.

È inutile, non riuscirò mai a convincere mia sorella a non sposarsi, è innamorata non ci sono dubbi.

Spero solo che il suo futuro marito lo sia altrettanto.

Dio, il fatto che nemmeno conosca questo tizio mi fa impazzire!

Lo scoppio di pianto improvviso di mia sorella mi fa sobbalzare.

«Bianca, che succede?» le chiedo alzandomi in piedi e aprendo le braccia per accoglierla.

«Non mi vuole più sposare!» mi ulula lei in un orecchio, stringendomi forte.

«Cosa? E perché? Te l’ha detto lui?» le chiedo sentendo il cuore schizzarmi fuori dal petto.

Maledetti uomini!

D’accordo che ero venuta fin qui con l’intenzione di impedire a mia sorella di sposarsi, ma così è troppo, non va bene!

«Mi ha detto che non mi merita, che non è il ragazzo giusto per me, che mi merito qualcuno di più onesto e meritevole» tenta di spiegarmi Bianca, con la voce rotta dai singhiozzi.

«E tutte queste cose le ha capite solo il giorno prima del matrimonio sto stronzo?» non posso fare a meno di chiederle, pestando i piedi a terra e fremendo di rabbia.

«Neve, ti prego, vai da lui e fagli cambiare idea. Digli che senza di lui non posso vivere, che non sarò più la stessa. Digli che è la metà perfetta della mia mela, digli che…»

«Ok, ok, ok!» la interrompo tappandole la bocca. «Andrò da lui, ma sappi che se alla fine della nostra chiacchierata gli servirà un dottore non mi sentirò responsabile!»

Tirando su con il naso mia sorella mi scrive rapida l’indirizzo del suo fidanzato su di un post it e, dopo avermelo cacciato in mano, mi spinge a forza fuori dalla porta.

«Vive solo» mi dice asciugandosi gli occhi, «non puoi sbagliare persona.»

Una volta in strada inizio subito a cercare un taxi e, solo dopo dieci minuti, riesco finalmente a trovarne uno.

Dopo essere salita a bordo, do l’indirizzo al taxista e mi accascio su sedile.

Purtroppo il tragitto breve non mi lascia nemmeno il tempo di prepararmi un discorsetto.

Pazienza, improvviserò.

Scaricata davanti all’indirizzo richiesto, aspetto che il taxi riparta e suono il campanello.

Sto continuando a fissare con sguardo truce il bellissimo portone di legno massiccio, quando finalmente lo vedo aprirsi.

Piena di rabbia e pronta a battermi per la felicità di mia sorella apro la bocca per dirne quattro al tizio di fronte a me quando per poco non mi viene un infarto.

«Andrea?» esclamo ad alta voce. «Che diamine ci fai tu qui?»

«Ci vivo» mi risponde lui guardandomi in modo sospettoso.

«Merda, merda, merda» non posso fare a meno di ripetermi mentre, in pieno shock, mi lascio trasportare da lui dentro casa.

Non posso crederci.

Vi prego ditemi che non è vero!

«Sei sicuro di abitare qui?» gli chiedo, una volta dentro, aggrappandomi con tutta me stessa all’assurda speranza che sia tutto un equivoco.

«Stai scherzando vero?» mi chiede lui, incrociando le braccia al petto e sfoderando un tono di voce decisamente arrabbiato. «Piuttosto, dimmi un po’, come hai fatto a trovarmi?»

Come ho fatto a trovarlo?

Ma sta scherzando?

Ho appena scoperto di essere andata a letto con il futuro marito di mia sorella e sto stronzo si arrabbia perché so dove abita?!?

Traditore infame!

«Brutto stronzo che non sei altro!» comincio a urlargli contro, incapace di trattenermi un attimo di più. «Come hai potuto? Come?»

«Ma di che diamine stai parlando?» mi chiede confuso Andrea, guardandomi storto.

«Io non lo sapevo, ok? Non potevo saperlo! Come avrei potuto? Lei non mi ha mai detto il tuo nome o fatto vedere una tua foto!» lo aggredisco senza più freni, lasciando che le parole mi escano dalla bocca a ruota libera.

«Lei chi?» lo sento a malapena chiedermi in tono agitato.

«Bianca!» urlo furiosa. «Non posso crederci! Come diamine hai potuto farlo? Come hai potuto venire a letto con me quando dovevi sposare lei? Lei si fidava di te!»

«Senti… accidenti, non ricordo nemmeno il tuo dannato nome.»

«Neve! E non azzardarti a fare alcun commento perché non è il momento ed io sono veramente sul punto di commettere un omicidio!»

«Senti Neve» prosegue Andrea ignorando del tutto la mia minaccia, «non vedo cosa centri Bianca con il fatto che tu sia qui e con quello che è successo fra noi.»

«Cosa?» ribatto sconcertata. «Stai scherzando? È mia sorella! È colpa mia se tu non vuoi più sposarla, se non ti senti più degno di lei!»

«Neve…»

«Zitto! Lei ti ama, hai capito? Ti ama più di quanto tu possa meritarti! Ti ama così tanto che l’idea che tu non la voglia più è bastata per devastarla!»

«Neve…»

«Ti ho detto di tacere, ok?» ribadisco, avvicinandomi minacciosa e puntandogli un dito dritto in faccia. «Zitto e ascolta. Tu ora farai quello che ti dico. Chiamerai mia sorella e ti scuserai con lei, le dirai che il tuo è stato un ripensamento dettato solo dal panico e che in realtà non vedi l’ora di sposarla. Non le racconterai mai e poi mai ciò che è successo fra noi ieri notte e, per quanto possa essere stato bello e perfetto, devi dimenticartene anche tu, ok? E ricordati bene che se mai dovesse venirti in mente di ripetere l’esperienza con qualsiasi altra donna e tradire di nuovo Bianca, io ti troverò e ti ucciderò.»

«Stai minacciando un poliziotto?» mi chiede Andrea avvicinandosi pericolosamente al mio viso.

«No, no, no mio caro» gli rispondo irata appiccicando il mio naso al suo, anche se per farlo devo mettermi in punta di piedi. «Questa non è una minaccia, è una promessa.»

E così dicendo, decido che è giunta l’ora per me di andarmene da quella casa.

Ignorando l’espressione confusa di Andrea, marcio in strada e, incamminandomi lungo il marciapiede, decido di fare a piedi il tragitto di ritorno vero casa di mia sorella.

Ho bisogno di tempo per pensare e sbollire la rabbia e un taxi farebbe troppo in fretta.

Sono una persona orribile!

Sono andata a letto col futuro marito di mia sorella, non posso crederci.

Razionalmente so di non avere colpe, quando sono stata con lui non avevo la minima idea di chi fosse, ma questo non migliora le cose.

Ho tradito mia sorella, la persona che amo di più al mondo, e, come se non bastasse, quello con il mio futuro cognato è stato il sesso migliore della mia vita!

Distrutta inizio a incespicare nei miei passi.

Forse è il caso che mi sieda un attimo e la panchina che mi ritrovo davanti fa proprio al caso mio.

Posando i gomiti sulle ginocchia, affondo il viso nelle mani.

Non sono sicura di aver fatto la scelta giusta dicendo ad Andrea di tacere e non dire nulla con Bianca.

Mia sorella ha il diritto di sapere che razza di uomo sta per sposare.

Devo dirglielo, sì assolutamente, anche se questo la distruggerà.

Non vorrà più vedere Andrea e, senza ombra di dubbio, nemmeno me.

Avvertendo gli occhi riempirsi di lacrime li stringo forte.

Non posso perdere mia sorella, non posso.

Che accidenti devo fare?

Mentirle e lasciarla felicemente ignara di tutto o dirle la verità e perderla per sempre?

Il suono attutito del mio cellulare mi obbliga a sollevare il viso.

«Pronto?» farfuglio riconoscendo il numero di mia sorella.

«Neveeee!» la sento strillarmi all’orecchio entusiasta. «Non so cosa tu abbia detto al mio uomo, ma ha funzionato! Mi ha appena chiamata, si è scusato e ha detto che non vede l’ora che sia domani per diventare mio marito! Sono al settimo cielo! Grazie, grazie, grazie sorellina! Non so cosa avrei fatto se avesse deciso di non sposarmi, probabilmente una pazzia.»

Eccola lì la mia risposta, nelle parole felici ed entusiastiche di mia sorella.

Bianca non verrà mai e poi mai a sapere ciò che è successo fra me e Andrea.

Sarà mia premura parlare per un’ultima volta con il mio futuro cognato per accertarmi che tenga la bocca chiusa, dopodiché quella sarà l’ultima volta che io e quel bastardo di un traditore ci vedremo.

Ok, la decisione è presa.

Convivrò con questo macigno, mi sentirò uno schifo per il resto della mia vita, ma almeno mia sorella sarà felice.

«Sono contenta per te» rispondo a Bianca, sforzandomi di sembrare felice e alzandomi in piedi, «fra poco sarò a casa e festeggeremo assieme.»

images

È la mattina di Natale e oggi Bianca si sposa.

Ho passato la notte praticamente in bianco, divorata dal senso di colpa.

Se poi ci aggiungiamo che, nell’unico momento in cui sono crollata addormentata, ho sognato di fare sesso con Andrea allora il mio viso provato non è più così difficile da comprendere.

In preda alla nausea mi alzo dal letto, combattendo con tutta me stessa contro l’irrefrenabile voglia di fuggire da tutta quella situazione.

Devo andare a parlare con Andrea e non ne ho assolutamente voglia.

Fosse per me spedirei quel verme dall’altro capo del mondo, ma mia sorella lo ama e purtroppo ha deciso di mettere tutta la sua felicità nelle mani di quell’idiota.

Indossata la mia amata e comoda tuta, esco dalla mia stanza.

Non mi ci vuole molto per trovare mia sorella, mi basta seguire il concitato vociare ed eccola lì, seduta nel mezzo del salotto e circondata da estetista e parrucchiere.

«Sei bellissima» non posso fare a meno di dirle mentre mi avvicino, sentendo gli occhi riempirsi di lacrime, in parte dovute all’emozione e in parte, la maggiore, dovute al rimorso.

«Grazie» mi sussurra piano lei cercando di non muoversi per non intralciare il lavoro degli esperti che ha attorno.

«Senti Bianca…» continuo prendendo fiato, «dove posso trovare questa mattina il tuo promesso sposo? Sempre a casa sua?»

«Perché lo vuoi vedere?»

Decisa a non farmi scoraggiare dal tono indagatore di mia sorella, faccio la vaga.

«Perché non dovrei?»

«Lo trovi a casa dei suoi genitori» mi risponde Bianca dopo qualche secondo guardandomi in modo strano, «prendi carta e penna che ti do l’indirizzo.»

Dopo aver annotato il nome della via in cui troverò Andrea, soffio un bacio a mia sorella e, dopo averle promesso di non fare tardi, esco di casa.

La mattinata di festa e il gelo pungente fanno sì che per strada non ci sia nessuno.

Trovare un taxi e arrivare a casa dei genitori di Andrea è un attimo.

Dopo aver osservato per alcuni istanti la grande villa che mi ritrovo davanti, mi faccio forza e suono.

«Sì?» mi risponde quasi all’istante un distinto signore brizzolato affacciandosi alla porta.

Vista l’eleganza e la grande somiglianza capisco in un attimo di chi si tratta, il padre di Andrea.

«Potrei parlare un secondo con lo sposo?» chiedo alzando una mano in segno di saluto. «Sono la sorella di Bianca» aggiungo un attimo dopo notando l’espressione perplessa sul suo viso.

Sorridendo sollevato mi fa segno di entrare.

«Vado a chiamarlo, vieni pure in casa.»

«Se non le dispiace preferirei aspettarlo qui fuori» rispondo stringendomi addosso il piumino. «Sarà una cosa rapida.»

Dopo aver annuito con la testa vedo il distinto signore sparire dietro la porta.

Ok, Neve, ci siamo.

Gli parli ora, lo vedi al matrimonio e poi basta, fine, mai più.

«Ciao» mi saluta Andrea uscendo di casa e sgranando gli occhi dopo aver visto che sono io la ragazza che l’ha mandato a chiamare. «Che ci fai tu qui?»

Sentendo il cuore esplodermi nel petto lo fisso colpita dalla sua eleganza.

È strano, ma vederlo con lo smoking addosso mi sembra così… diverso.

Elegante, composto, quasi finto.

Il senso di distacco che ci avvolge è perfetto e rende tutto più semplice.

«Non voglio rubarti molto tempo» esordisco fissandolo rigida, «ma dovevo di parlarti. Ho bisogno di sapere con assoluta certezza che manterrai il segreto con Bianca. Non voglio che lei sappia nulla dell’altra sera e di tutto ciò che è successo. So che le hai già mentito ieri, quando le hai telefonato…»

«Tu come fai a saperlo?» mi chiede lui arrossendo leggermente.

«È mia sorella» rispondo lapidaria, facendogli capire che quella ragazza ed io non abbiamo segreti.

O almeno lei non ne ha con me.

«Ad ogni modo» taglio corto sentendomi esplodere per la rabbia e la delusione, «mettiamo una pietra sopra tutta questa storia, ok? Facciamo come se nulla fosse mai successo.»

«Ok» mi risponde dopo qualche istante Andrea, leggermente titubante. «E, comunque, è ammirevole quello che stai facendo per tua sorella.»

Scuotendo la testa, mi volto e mi allontano rapida da quella casa e da quell’uomo che improvvisamente sento distante e quasi estraneo.

Giunta di nuovo a casa di mia sorella mi fiondo rapida nella stanza degli ospiti e, tolti i vestiti, corro a farmi una doccia calda.

Affidando all’acqua tutte le lacrime, il risentimento e la delusione impongo a me stessa di sorridere e fare finta che tutto vada bene.

Lo devo a mia sorella, dopo quello che ho combinato glielo devo.

Senza entusiasmo indosso l’abito di Armani in seta rosa chiaro che mi è costato un occhio della testa.

Se solo fossi dell’umore giusto per apprezzarlo.

«A che ora dobbiamo uscire di casa?» chiedo, raggiungendo finalmente mia sorella nella sua stanza e osservandola rapita mentre, già pronta, la vedo rimirarsi nello specchio.

«Il matrimonio è alle undici e mezza quindi direi che, se la mia macchina è pronta, potremmo andare» mi risponde lei, voltandosi e sorridendomi raggiante. «Prima però Neve mi potresti per favore dire cosa accidenti ci sei andata a fare a casa dei genitori di…»

«Non pensare a questo adesso!» la interrompo sollevando una mano. «Anzi, sai che ti dico? Non pensarci mai più. E ora andiamo.»

Il viaggio verso la chiesa è abbastanza lungo, mia sorella e il suo futuro marito hanno scelto come luogo per il ricevimento una vecchia villa rinascimentale poco fuori città e per la cerimonia la piccola chiesetta attigua.

Immersa nel più totale silenzio tengo ostinatamente gli occhi fissi fuori dal finestrino e non solo perché sto accompagnando mia sorella a sposare l’uomo con cui sono stata a letto, ma anche, e soprattutto, perché in macchina con noi ci sono mio padre e sua moglie.

Decisa a non far nulla che possa rovinare il giorno speciale di mia sorella, ignoro del tutto le continue punzecchiature che quell’uomo e quella donna continuano a lanciarmi.

Arrivati a destinazione non posso fare a meno di tirare un sospiro di sollievo.

Finalmente potrò scendere dalla macchina e allontanarmi da quei due.

Altre due persone che, dopo questa lunga giornata, non ho intenzione di rivedere mai più.

«Mamma, papà andate pure» sento mia sorella dire, bloccando la mia fuga e invitando nostro padre e sua madre a uscire dall’auto, «voglio che sia Neve ad accompagnarmi all’altare.»

«Ma non sta bene, non si fa!» sentenzia sdegnata la mia matrigna per tutta risposta, strattonando il marito per un braccio e invitandolo a intervenire.

«Sei stata tu a mettere in testa alla mia bambina un’assurdità del genere, vero?» ringhia mio padre, furente di rabbia, rivolgendosi a me. «Vuoi punirmi perché ho scelto loro invece che te e tua madre, vero?»

Sul punto di commettere un omicidio afferro con forza la maniglia dello sportello e inspiro lentamente.

«Bianca lascia stare» prego piano mia sorella, «lascia che ti accompagni tuo padre.»

«Il matrimonio è il mio e decido io da chi farmi accompagnare in chiesa!» sentenzia lei, dimostrando un amore nei miei confronti che ora più che mai sento di non meritare. «Mamma, papà aspettatemi in chiesa, grazie.»

Senza più nulla da poter dire, ai genitori di Bianca non resta che ubbidire.

Non appena rimaste sole mia sorella mi afferra rapida la mano, stringendomela forte.

«Oggi è il giorno più bello della mia vita» inizia a dirmi, fissandomi con gli occhi lucidi, «e voglio che ci sia tu accanto a me. Non vedo l’ora di arrivare all’altare e presentarti il mio futuro marito, l’amore della mia vita.»

Ok, basta, non ce la faccio più.

Devo dire la verità a mia sorella, non posso permetterle di sposare un uomo del genere, nonostante sia fantastico a letto.

Senza quasi rendermene conto mi lancio letteralmente addosso a lei, abbracciandola forte.

«Bianca, c’è una cosa che devo dirti» esordisco, dando il via al mio sfogo. «Non posso permetterti di sposarti. C’è una cosa che devi assolutamente sapere. Io e…»

«So già tutto» m’interrompe lei, tranquilla, posandomi le mani sulle spalle e scostandomi dolcemente da sé.

«Cosa?» le chiedo rasentando lo shock.

Devo aver capito male, non ci sono alternative.

È impossibile che mia sorella sappia tutto e sia così calma.

«Stai scherzando» farfuglio scuotendo piano la testa.

«No, affatto. Dopo che stamattina sei andata a parlare con il mio fidanzato, lui mi ha telefonato e mi ha raccontato tutto.»

«Tutto, tutto?»

«Ogni cosa» asserisce lei decisa dandomi il colpo di grazia. «Quell’uomo è incapace di mentire. È più forte di lui, non ci riesce e soprattutto con me.»

Bhè, insomma, mentre era a letto con me non è che mi sembrasse poi questo gran pezzo di santo onesto…

«Bianca…»

«Neve, no, stammi a sentire. Non so se essere più arrabbiata per il casino che è successo o grata per l’amore che poi hai dimostrato di provare per me. Ad ogni modo per me è tutto relegato al passato. Oggi mi sposo e voglio che sia un giorno perfetto.»

Ok, mia sorella è impazzita.

Va bene che Bianca crede nelle favole e nelle romantiche storie d’amore, ma come accidenti può mettere una pietra sopra al fatto che il suo futuro marito l’ha tradita due sere prima delle nozze?

No, questo non va bene.

«Andiamo!»

La mano di mia sorella che prontamente mi afferra per un braccio non mi permette di dare fiato ai miei pensieri.

Il flash del fotografo che inizia a scattare foto non appena mettiamo piede fuori dall’auto mi coglie del tutto di sorpresa.

«Sorridi!» m’intima lei aggrappandosi forte al mio braccio ed io non posso fare a meno di obbedire.

Non appena varcata la soglia della chiesa, sento partire la marcia nuziale.

Avvertendo un forte senso di panico attanagliarmi il petto abbasso gli occhi.

Per quanto si sia rivelato stronzo, non ce la faccio a guardare Andrea che aspetta mia sorella all’altare.

«Solleva lo sguardo scema» mi riprende in fretta Bianca facendomi sbuffare.

Stringendo i denti, faccio come mi ha detto e…

Ma che accidenti…?

Sbattendo forte le palpebre diverse volte, mi assicuro di non avere le allucinazioni.

No, quello che vedo è tutto reale.

Due, e dico due, Andrea stanno aspettando mia sorella all’altare.

«Ma…»

«Sai Neve» m’interrompe nuovamente mia sorella rallentando il passo, «non credo di averti mai detto che il mio fidanzato, Alessandro, ha un fratello gemello di nome Andrea.»

Cosa????

Io… lei… lui…

Oddio, non posso crederci.

Non ho tradito mia sorella, non ho fatto niente che possa inficiare o sporcare la sua felicità!

Immediatamente sento un peso enorme sollevarsi dal mio stomaco, accompagnato però da un furente senso di rabbia rivolto verso il testimone dello sposo.

Quel maledetto bastardo si è preso nuovamente gioco di me!

Perché quando sono andata a parlargli…? Oddio! Aspettate un attimo.

Ma io con chi accidenti ho parlato ieri pomeriggio e stamattina?

Con Andrea o con Alessandro?

Sentendo le mie guance farsi incandescenti, inizio a camminare un po’ più in fretta.

«Sto per sposarmi» mi ricorda piano Bianca frenandomi. «Dammi un’altra oretta di sorrisi e poi potrai fare ad Andrea quello che vuoi. Dopo aver fatto le foto per l’album di nozze s’intende.»

Arrivate all’altare, poso la mano di mia sorella su quella del suo amatissimo Alessandro, ignorando del tutto Andrea che, con la coda dell’occhio, vedo sghignazzare divertito.

Sentendo la rabbia esplodere, mi lascio un po’ andare.

«Maledetto figlio di…»

Un secco colpo di tosse da parte del prete mi richiama all’ordine.

Digrignando i denti, mi volto e prendo posto nella sedia accanto a mia sorella.

Il resto della cerimonia è solo un sottile brusio di sottofondo, incapace di distogliere la mia mente dai mille pensieri che la invadono su come uccidere Andrea il più lentamente e dolorosamente possibile.

Non ci posso credere che quell’essere odioso mi abbia fatto questo!

Desiderosa di restare sola con lui, perché voglio e pretendo non solo delle spiegazioni, ma anche delle scuse, sono costretta ad aspettare il ricevimento per trovare finalmente l’occasione giusta.

E questa si presenta sotto forma di servizio fotografico, per il quale io, Bianca, Alessandro e Andrea veniamo invitati dal fotografo a seguirlo nel giardino d’inverno attiguo alla villa in cui ci troviamo.

Dopo quasi un’ora passata a fare foto posate, finalmente gli sposi vengono requisiti dal fotografo ed io riesco a rimanere sola con l’infame.

«Allora…» esordisco una volta rimasti soli, avvicinandomi a lui con fare minaccioso, «fratelli?»

«Gemelli» precisa lui serafico, «anche se non siamo per niente identici. Lui fa il medico, io il poliziotto. Lui è noioso, io uno spasso.»

«No, ti sbagli. Tu non sei uno spasso, tu sei uno str…»

«Ho cercato di dirtelo.»

«Non è vero!»

«Sì che è vero! Quando ieri pomeriggio sei venuta a casa mia…»

«Eri tu allora? Che ci facevi a casa di tuo fratello?»

«Certo che ero io» ribatte pronto Andrea, quasi parendo offeso. «E quella era casa mia. Io e mio fratello viviamo in due villette a schiera attaccate. Quando Bianca ti ha dato il suo indirizzo invece di sette barra A, ti avrà scritto solo sette come numero civico.»

«Accidenti!» sbotto maledicendo il fato. «Questo comunque non giustifica il fatto che tu ti sia preso gioco di me. Quando hai capito chi ero, quando ti ho parlato di Bianca, perché non mi hai spiegato come stavano realmente le cose?»

«Volevo farlo, ma tu non mi ha lasciato parlare. Ho provato a interromperti per due volte e tu mi hai sempre zittito!»

«Ok, può darsi che tu abbia ragione, ma questo non ti scagiona!» preciso furente. «Hai comunque lasciato che credessi di essere andata a letto con il mio futuro cognato!»

«Senti Neve, all’inizio, quando sei arrivata a casa mia, giuro che non avevo idea che fossi la sorella di Bianca. Credevo che fossi una di quelle ragazze stalker e, anche se l’idea di rivederti mi andava un bel po’, mi sono preoccupato nel vederti piombare a casa mia. Poi, però, quando in mezzo a tutto quel tuo inveire hai nominato Bianca ho cominciato a collegare. Non solo tua sorella parla molto di te, ma diciamo che l’abbinamento dei vostri nomi non si dimentica tanto facilmente. Vedi, se la sera che ci siamo conosciuti mi avessi detto il tuo nome avrei collegato le cose e tutto questo non sarebbe successo.»

«Magari fosse così! Tutto quanto non sarebbe dovuto succedere!» concordo acida.

«Nemmeno il sesso fra noi?» mi provoca Andrea avvicinandosi ancora di più a me. «Perché se non ricordo male tu l’hai definito perfetto…»

«Soprattutto il sesso fra noi!» mento spudoratamente.

Devo ammettere che quando ho scoperto la verità dei fatti oltre a provare sollievo rispetto a mia sorella, ho provato anche un certo piacevole languore all’idea di non aver perso per sempre Andrea.

Insomma, sono scappata a gambe levate da lui, ma dover fare i conti con l’idea di doverci rinunciare per sempre mi ha fatto capire che un altro paio di notti come quelle forse, forse non mi sarebbero dispiaciute.

«Peccato che tu la veda così» mi sfotte Andrea sollevandomi il viso con un dito e sorridendo del mio rossore, «perché mi sarebbe piaciuto molto ripetere l’esperienza.»

Schiarendomi la voce mi allontano da quel tizio così pericolosamente sexy.

«Ma dimmi un po’» cambio argomento cercando di darmi un contegno, «la scenata di stamattina a casa dei tuoi a chi l’ho fatta? A te o a tuo fratello?»

«Secondo te?»

Ripensando a tutto ciò che è successo solo poco ore prima mi soffermo su di un particolare.

A un certo punto ho sentito una certa distanza fra me e Andrea, una sorta di gelida indifferenza.

Sul momento ricordo di aver dato la colpa all’eleganza di lui vestito da sposo, ma ripensandoci ora…

«Tuo fratello» sentenzio decisa.

«Esatto» gongola Andrea, regalandomi un sorrisetto sensuale. «Dopo che sei stata da lui, mio fratello mi ha chiamato in preda al panico.»

Sollevando un sopracciglio gli chiedo tacitamente di proseguire con la sua spiegazione.

«Vedi» mi esaudisce lui, «quando mio padre è andato da mio fratello per dirgli che alla porta c’era la sorella di Bianca che chiedeva di lui, tutto si sarebbe aspettato tranne che trovarsi di fronte la stessa ragazza che aveva fatto un mezzo spogliarello al suo addio al celibato.»

Sentendomi morire per la vergogna mi copro il viso con le mani.

«Ti prego dimmi che non è vero» bisbiglio piano senza rivolgermi a nessuno in particolare.

«Aspetta, aspetta» mi avverte Andrea afferrandomi i polsi e scostandomi le mani dal viso, «il bello viene ora. Quando tu gli hai parlato di mantenere il segreto e di non dire nulla a Bianca lui ha pensato che tu ti riferissi al tuo mezzo spogliarello.»

«Ma è assurdo!» ribatto sentendo il mal di testa fare capolino. «Che centra un semplice spogliarello con il segreto da mantenere con mia sorella? Voglio dire… non chiederei mai a un uomo di mantenere il segreto su una cavolata del genere.»

«Ma tu non hai idea di cosa siano mio fratello e tua sorella insieme. Una cosa stucchevolmente assurda. È tutto un amore mio, guarda solo me, pensa solo a me… un incubo insomma.»

Rabbrividendo annuisco con la testa, facendo una smorfia.

«Devi sapere che tua sorella ha fatto promettere a mio fratello di non fare alcuna festa di addio al nubilato e che, se proprio noi amici avessimo organizzato qualcosa, mai e poi mai ci sarebbero dovute essere delle spogliarelliste.»

«Fammi indovinare» lo interrompo, immaginando già come si siano svolti i fatti, «tu hai ignorato il volere di mia sorella e hai organizzato comunque un addio al celibato per tuo fratello con tanto di spogliarellista, giusto?»

«Lucy non è veramente una spogliarellista» mi risponde Andrea grattandosi la nuca, leggermente a disagio.«È una mezza ballerina che fa le pulizie a casa di un mio collega. Non si sarebbe mai spogliata del tutto e infatti non l’ha fatto.»

«E tu che ne sai?» gli chiedo sollevando un sopracciglio. «Tu nemmeno c’eri quando lei si è esibita

«No, è vero, non c’ero. Stavo trascorrendo il mio tempo in un modo molto, molto più divertente…»

Sentendo improvvisamente la temperatura della stanza schizzare alle stelle, comincio a sventolarmi con una mano.

«Ti prego» cambio nuovamente argomento, cosa in cui sto diventando un’esperta, «non dirmi che è colpa di quella festicciola e di quello pseudo spogliarello se tuo fratello il giorno dopo ha chiamato mia sorella dicendogli che non era degno del suo amore.»

Vedendo Andrea annuire divertito, sbuffo rabbiosa.

«Ed io che ho attribuito quel ripensamento al fatto che eravamo finiti a letto insieme…» mugugno sollevando gli occhi al cielo. «Ovviamente quando ancora pensavo che tu fossi lui. Ma, alla fine, come si è arrivati a capo di tutto?»

Passandosi una mano fra i capelli, Andrea si mette a sedere per terra appoggiando la schiena al muro.

Allungando una mano verso di me m’invita a fare altrettanto.

Ma sì, perché no?

Raccogliendo la coda del vestito, mi accomodo affianco a lui.

«Allora, seguimi attentamente perché se ti perdi un passaggio è finita» mi avverte l’uomo al mio fianco. «Dopo la tua scenata a casa mia, durante la quale ho capito chi eri, ho chiamato mio fratello e, tra una cosa e l’altra, gli ho raccontato che la sera prima al bar avevo conosciuto la sorella di Bianca e che ci ero finito a letto. Timoroso che tu potessi informare Bianca della festa di addio al celibato di cui sei stata testimone, cosa di cui tua sorella era ancora all’oscuro, Ale l’ha chiamata e ha confessato tutto, a parte lo spogliarello, ribadendo a tua sorella il suo amore e la sua decisione di sposarla.»

«In effetti mentre stavo tornando a casa mia sorella mi ha chiamata dicendomi che era tutto risolto» convengo iniziando a vederci più chiaro.

«Il fatto però» prosegue Andrea, «è che io a mio fratello ho detto che eri al bar la sera della festa, ma non che eri anche la prima delle due spogliarelliste che hanno animato la serata. Sai quello stupido era ancora in pieno panico per aver festeggiato con quattro amici e aver visto un paio di…»

«Ok, ho capito» taglio corto.

«Bene» mi strizza l’occhio Andrea. «Era praticamente tutto a posto quando poi però Ale stamattina ti ha vista davanti a casa dei nostri genitori. Gli è bastato guardarti da vicino per riconoscerti e, dopo che mio padre ti aveva annunciata come la sorella di Bianca, per lui è stato semplice fare due più due.»

«Perciò tuo fratello ha pensato che gli fossi venuta a parlare della festicciola e che lo invitassi a non dire nulla a Bianca del mio mezzo spogliarello, giusto?» concludo mettendo tutte le informazioni al suo posto.

«Esatto» annuisce sorridendo Andrea, «e sarebbe finito tutto lì se quell’idiota di mio fratello non si fosse fatto prendere dalla smania di essere il marito perfetto. Dopo che te ne sei andata, Ale ha preso immediatamente il telefono, ha chiamato tua sorella e gli ha raccontato tutto.»

«Quindi quando sono tornata a casa dopo aver parlato con tuo fratello mia sorella sapeva già tutto?» gli chiedo sentendo la rabbia rialzare la testa. «Vuoi dire che per tutto tempo in cui oggi sono stata con mia sorella lei sapeva, ma non mi ha detto nulla? Si è voluta prendere gioco di me! Mi ha lasciata struggermi nel dolore e nel senso di colpa? Che…»

«Ehi!» m’interrompe Andrea mettendomi un dito sulle labbra. «Tua sorella sa che hai fatto un mezzo spogliarello alla festa di Ale e che è successo qualcosa fra noi due, non che tu per tutto il tempo hai creduto di essere andata a letto con lui.»

«Ok» annuisco soddisfatta, mordendo sovrappensiero il dito di Andrea posato sulle mie labbra e comprendendo meglio il discorso che mia sorella mi ha fatto in auto poco prima. «Però questo non toglie che io ci sia stata malissimo.»

«Per il fatto che stessi mentendo a tua sorella o per l’idea di non poter fare più sesso con me?»

Colpita da quella battuta irriverente, scoppio a ridere.

La mia risata però ha vita breve perché in un istante le labbra di Andrea sono nuovamente sulle mie.

Senza trovare alcuna obiezione valida, lascio che la mia lingua risponda all’assalto della sua.

Sto già sentendo il mio ventre prendere fuoco quando qualcuno fa irruzione nel piccolo giardino chiuso in cui siamo.

«Bianca, sei…?» esordisce mio padre entrando di gran carriera e fermandosi subito oltre la porta. «O mio Dio! Non posso crederci!»

Allarmata per il suo tono furibondo mi alzo subito in piedi seguita da Andrea.

«Non posso credere che tu sia caduta così in basso!» prosegue mio padre, puntando dritto verso di me e lasciandomi di stucco. «Baciare il marito di tua sorella… lo sapevo che l’unico motivo per cui sei venuta al matrimonio è per fare dei casini!»

Mettendo una mano sul braccio di Andrea lo zittisco prima ancora che parli.

«Sei così sicuro di quello che dici, papà?» gli chiedo con un tono di voce artico. «Sei proprio certo di quello che dici? Mi stai offendendo ed io sono pur sempre tua figlia.»

«Tua madre ti ha messo contro di me molto tempo fa ed io da allora mi sono abituato all’idea che di figlie ne ho solo una» mi sento rispondere in un tono altrettanto distaccato. «L’unica cosa che mi viene da pensare vedendoti qui è che sei una donnaccia e una poco di buono.»

Il pugno di Andrea che impatta contro il naso di mio padre, provocando un bruttissimo rumore sordo e mandando quella sottospecie di uomo al tappeto, mi toglie ogni parola di bocca.

«Scusa» mi dice subito dopo lui massaggiandosi la mano e guardandomi dritta negli occhi, «ma tu avevi bisogno di un uomo che stesse dalla tua parte e quell’uomo volevo a tutti i costi essere io.»

Senza dire nulla lascio che siano i gesti a esprimere i miei pensieri.

Sollevandomi sulla punta dei piedi, gli cingo il collo e appoggio le labbra sulle sue.

Con un gesto rapido Andrea mi solleva fra le sue braccia portandomi fuori da quel piccolo giardino d’inverno, il più lontano possibile dall’uomo che ancora se ne sta steso a terra.

«Pensi che qualcuno potrebbe offendersi nel vederci sparire per un po’?» mi chiede piano all’orecchio, sfruttando al massimo l’effetto della sua voce roca.

«Non lo so» rispondo ansimando leggermente, «di quanto tempo stiamo parlando?»

«Se dico tutta la vita, scappi via urlando?»

 

images

 

UN ANNO DOPO

«E così lo zio si è messo d’impegno, due volte, per convincere la zia a dargli una possibilità. E come vedi c’è riuscito.»

Scuotendo la testa guardo Andrea intento a parlare con la nostra piccola nipotina che tiene stretta in braccio.

«Amore, ha solo un mese…» gli faccio notare divertita, «non capisce una sola parola di ciò che le dici.»

«E meno male!» esordisce Alessandro raggiungendoci nel salotto di casa sua.

Sua e di Bianca, per la precisione.

Oggi è Natale, ma è anche il giorno del loro primo anniversario di matrimonio.

Io e Andrea ci siamo offerti di fare da baby sitter alla piccola Sara, la nostra splendida nipotina di appena un mese, in modo che i due eterni innamorati possano trascorrere da soli la serata.

«Vedete di non insegnarle nulla di sconveniente» ci ammonisce nuovamente il neo papà, prendendo la bimba dalle braccia di Andrea e stringendosela al petto.

«Sicuro di farcela a starle lontano per un paio di ore?» gli chiedo sollevando un sopracciglio scettica.

«No» risponde al posto suo mia sorella raggiungendoci e passandomi un biberon pieno di latte appena tirato.

Con una smorfia di disgusto lo afferro con due dita e lo passo ad Andrea, molto più a suo agio di me con tutte queste cose… materne.

«Coraggio, andiamo!» ordina Bianca a suo marito, «voglio riuscire a tornare in tempo per la prossima poppata.»

Annuendo poco convinto Alessandro mi porge la piccola.

Come se si trattasse di un preziosissimo vaso di cristallo, e per me il valore di quella piccola creatura è esattamente quello, la prendo e me la stringo al petto.

Salutati i due apprensivi genitori, mi siedo sul divano e attendo che Andrea mi raggiunga con il biberon pieno di latte.

Convinta che voglia dar da mangiare lui alla piccola, resto di stucco quando lo vedo porgermi il biberon.

«Fallo tu» mi ordina, utilizzando quel tono roco e autoritario a cui sa che non riesco a resistere.

Certo, normalmente lo usa in camera da letto, ma comunque funziona anche fuori.

«Non so se ci riesco» mi lamento, dimostrando l’istinto materno di un sasso.

«Certo che ci riesci» mi sprona nuovamente Andrea guidando la mano in cui tengo il biberon verso la piccola Sara.

Ciò che succede dopo è tutto automatico, frutto del riflesso innato della piccola desiderosa di sfamarsi.

Osservando affascinata la mia minuscola nipotina, sento gli occhi pizzicare.

«Hai visto?» mi sussurra piano Andrea posandomi un braccio sulle spalle e appoggiandosi a me. «È giusto che tu faccia pratica per quando ne avremo uno tutto nostro.»

«Chi ti ha detto che io ne voglia uno?» gli chiedo, sentendomi avvampare e sbirciandolo con la coda dell’occhio.

«Io» mi risponde lui tranquillo, posandomi le labbra sul collo. «E so per certo che anche tu lo vuoi.»

«Tu sei…» provo a protestare.

«L’amore della tua vita?» m’interrompe lui.

«Arrogante» preciso io.

«Però ho ragione. Ti ricordo che esattamente un anno fa a quest’ora ti stavo portando in una delle stanze della villa e, se non ricordo male, mentre varcavamo la soglia tu mi hai invito a non farmi illusioni dicendomi che quello sarebbe stato un episodio isolato e irripetibile. Se ricordi bene io ti ho risposto che non ero affatto certo della cosa e, come vedi, ho avuto ragione io.»

«Accidenti» borbotto sentendo il cuore battere forte, «ma tu devi ricordarti sempre tutto?»

«Ciò che riguarda noi, sì» mi mette a tacere lui, provocandomi un fremito nel basso ventre.

Dio, quest’uomo riesce sempre a sorprendermi e sconvolgermi.

Non so come abbia fatto, ma dopo il matrimonio di mia sorella Andrea è diventato un’ossessione per me.

Ovviamente mi sono ben vista dall’ammetterlo, ma penso che non sia stato difficile per lui comprenderlo, soprattutto quando, dopo appena tre mesi in cui ogni week end finivamo l’uno nelle braccia dell’altra, ho deciso di prendere in affitto il vecchio appartamento di mia sorella.

Evidentemente però l’ossessione doveva essere reciproca perché, dopo appena due settimane di permanenza nel mio nuovo alloggio, un giorno rincasando ho trovato Andrea ad attendermi insieme a tre valigie contenenti tutta la mia roba.

A nulla sono valse le mie proteste, per la verità alquanto deboli, e così alla fine mi sono trasferita a casa sua.

Da allora conviviamo.

Sì, avete capito bene, conviviamo.

Proprio io, quella che si definiva tanto allergica alle storie serie…

Ah ma l’ho avvisato è! La convivenza è il massimo a cui sono disposta ad acconsentire.

Il matrimonio resta sempre un limite assoluto.

No, no, no.

Mai e poi mai!

«Neve?» mi chiama dolcemente Andrea, strappandomi dalle mie riflessioni. «A cosa stai pensando?»

«A noi due» rispondo onesta.

«Anch’io» mi sussurra lui accarezzando la testa di Sara, «e sai cosa stavo pensando?»

«No»

«Pensavo che… mi vuoi sposare?»

A quella proposta mi sento morire.

Stringendo un po’ più forte la piccola al petto, perché per come mi sento in quel momento potrei rischiare di farla cadere, mi accascio contro Andrea e quindi contro il divano.

Non posso credere che mi abbia appena fatto quella domanda, non dopo tutti i discorsi che gli ho fatto!

E non posso credere nemmeno che la risposta che voglio dargli sia…

«Sì!»

the-end

Questo racconto inedito pubblicato è un’opera di fantasia scritta in esclusiva per Stella e pubblicata sul sito Free Passion nella rassegna “Racconti di Natale – Edizioni 2016 – White Christmas”

© Riproduzione riservata. Proprietà intellettuale dell’autrice Lorenza. Vietata la riproduzione di questi contenuti o parte di essi.

 

 

9 Comments on Racconti di Natale – Edizione 2016 – Neve a Natale di Lorenza

  1. Valentina
    dicembre 20, 2016 at 5:21 pm (2 anni ago)

    Ciao Lory!
    Te l’ho già detto che il tuo modo di raccontare mi piace un sacco? Confermo l’aggettivo “frizzante” detto qualche giorno fa.
    Bella storia, particolare e con un finale inaspettato!
    Un abbraccio

    Rispondi
    • Lorenza
      dicembre 20, 2016 at 9:07 pm (2 anni ago)

      Grazie mille Vale! Augurissimi di buon natale!

      Rispondi
  2. Rosy ♥
    dicembre 20, 2016 at 8:24 pm (2 anni ago)

    Lorenza il tuo stile è unico e inconfondibile ♡
    Mi hai fatta innamorare anche di Andrea!!!
    Brava brava brava ♡.♡

    Rispondi
    • Lorenza
      dicembre 20, 2016 at 9:08 pm (2 anni ago)

      Grazie Rosy! ♡♡♡♡♡♡♡♡♡♡ buonissimo natale a te e alla tua famiglia!

      Rispondi
  3. Chiara
    dicembre 21, 2016 at 9:22 am (2 anni ago)

    Finalmente sono riuscita a leggerlo!!!!!!!!!!!!!!! è proprio nel tuo stile, allegro e frizzante! Brava Lory, un abbraccio e grazie per averci regalato un altro pezzo di te!!!!!!!!!!

    Rispondi
    • Lorenza
      dicembre 21, 2016 at 12:45 pm (2 anni ago)

      Grazie Chiarina! Non vedo l’ora di leggere il tuo!

      Rispondi
  4. manu85
    dicembre 21, 2016 at 9:39 am (2 anni ago)

    Alleluia finalmente c’è l ho fatta…che bello veramente stupendo tutta la gioia del Natale e Dell amore e poi ieri ho scoperto di aspettare una femminuccia quindi sono super contenta
    Complimenti cmq se vuoi far continuare la storia di Andrea e Neve io approvo
    Un bacione

    Rispondi
    • Lorenza
      dicembre 21, 2016 at 12:47 pm (2 anni ago)

      Manuuuuu che bello! Una femmina… vedrai che spasso con vestitini , accessori e bambolotti!m sono contenta che la storia ti sia piaciuta, ma non credo proprio che avrà un seguito! Non ho proprio tempo!

      Rispondi
  5. Veronica80
    dicembre 22, 2016 at 9:48 pm (2 anni ago)

    Finalmente l’ho finito <3
    Molto bello in stile "commedia degli equivoci "
    Istinto materno di un sasso mi fa morire…
    Per il resto non dico niente per non spoilerare, ma sappi che ho riso sotto i baffi!!!

    Rispondi

Leave a Reply