Nuovo Racconto Inedito – “Prima che ti Accorgessi di Me” di Lorenza – 10° Parte

Che ci crediate o no, il nostro appuntamento con i fratelli Turner è quasi giunto al capolinea.

Quello di oggi, infatti, è il penultimo capitolo e in programma per la prossima settimana, abbiamo i saluti finali con tutta la truppa, con Alyce, Donovan e la nostra Lorenza che ci ha regalato un’altra delle sue romantiche e travagliate storie.

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Nella precedente puntata eravamo rimaste ad un punto cruciale e decisamente da cardiopalma, quindi …

…direi di riprendere esattamente da quel momento e farci raccontare direttamente dalla voce di Don cos’è accaduto dopo, soprattutto se la dolce Alyce sta bene e si riprenderà in fretta. E anche se qualche verme in particolare pagherà a caro prezzo le sue azioni. Questa è la carogna che c’è in me che sta parlando, quella che pretende fiumi di sangue e tremenda vendetta. Ed oggi son più iena del solito, vi avviso, quindi mi auguro che qualcuno esaudisca i miei desideri. Sognare è pur sempre lecito.

Buona Lettura  

 

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TURNER’S BROTHERS

-DONOVAN-

«Qualcuno chiami subito un’ambulanza!»

La voce piena di panico di una ragazza, ferma sulla soglia del bar con gli occhi sgranati e le mani strette al petto, richiamò l’attenzione di tutti i presenti.

Scattando in piedi Raf si fece largo tra la folla per raggiungerla.

Un istante e lo seguii.

«Che è successo?» chiese alla ragazza non appena giunto da lei.

«Nel parcheggio là fuori…» rispose lei in modo concitato, «c’è una donna a terra in un lago di sangue! Ha bisogno di aiuto! Dio mio, credo sia morta!»

Voltando la testa di scatto Raf cercò qualcuno fra la folla e, non appena lo ebbe intercettato, gli fece un cenno con la testa.

Seguendo il suo sguardo vidi Leo prendere fuori il telefonino dalla tasca dei jeans e comporre un numero.

Probabilmente stava chiamando i soccorsi.

«Portami da lei» proseguì Raf, afferrando la ragazza ferma sulla soglia e scuotendola leggermente nel tentativo di farla riprendere.

Annuendo con la testa lei si voltò e cominciò a camminare in fretta, seguita a ruota da mio fratello.

Di norma non essendo uno a cui erano mai interessate particolarmente queste cose sarei rimasto in disparte, ma non quella volta.

Una strana sensazione infatti mi spinse ad andare.

Seguendo lo stuolo di persone curiose uscite come me dal bar, avanzai lentamente verso una zona abbastanza buia nei pressi di un lampione rotto.

Ero ancora a metà strada quando vidi mio fratello Raf allontanare in modo brusco i curiosi che si stavano avvicinando.

Quello e l’espressione dipinta sul suo viso mi provocarono un brivido lungo la schiena.

Senza quasi accorgermene cominciai a camminare sempre più velocemente, facendomi largo a spintoni.

Non appena fui abbastanza vicino da intravedere la larga pozza di sangue e i frammenti di vetro sparsi dappertutto mi bloccai.

Strizzando gli occhi, per combattere l’oscurità, cercai di mettere a fuoco l’auto parcheggiata dietro la persona ferita.

Nonostante il buio mi ci volle meno di un istante per riconoscere l’auto di Alyce e, non appena quell’informazione giunse al mio cervello, il fiato mi si mozzò in gola e il cuore iniziò a battermi all’impazzata.

No, no, no, no, no!

In preda al panico ricominciai ad avanzare, spingendo, sgomitando e urlando.

Ero quasi giunto in prossimità della persona che giaceva a terra, pregando con tutte le mie forze che non si trattasse di Alyce, quando Raf mi fu addosso bloccandomi.

«Dimmi che non è lei! Dimmi che non è lei!» lo supplicai, annaspando in cerca di aria.

Guardandomi fisso negli occhi mio fratello restò in silenzio.

L’espressione di preoccupazione e dolore dipinte sul suo viso mi dissero, comunque, tutto ciò che c’era da sapere.

Lì, stesa sull’asfalto, c’era Alyce.

La mia Alyce.

«No, no, no, no!» cominciai a urlare, dimenandomi nel tentativo di liberarmi dalla sua presa per raggiungerla.

«Don» mi disse mio fratello rafforzando la stretta su di me e bloccandomi, «è ancora viva, ok? Ma non puoi andare lì. Ci sono due amici di Leo, un infermiere e una dottoressa, che si stanno già occupando di lei. Tu saresti solo d’intralcio.»

Con il viso rigato dalle lacrime annuii leggermente, continuando a fissare immobile le gambe di Alyce, l’unica parte di lei che riuscivo a vedere, e pregando Dio di non portarmela via.

Il suono forte e urgente di una sirena in avvicinamento richiamò l’attenzione di tutti i presenti.

Cercando di fare spazio al mezzo di soccorso in arrivo la gente iniziò a indietreggiare.

Parecchie persone scelsero addirittura di rientrare nel bar.

«Perché non vai anche tu?» provò a suggerirmi mio fratello, lasciandomi libero e sollevando le braccia per indicare all’ambulanza il punto esatto in cui fermarsi.

«Non chiedermi di andarmene» gli risposi scostando gli occhiali e asciugandomi gli occhi, «perché tanto non lo farei.»

Il personale dell’ambulanza che correva in modo concitato verso di noi mise fine al discorso.

Cinque minuti, erano passati sì e no cinque minuti da quando i soccorsi erano arrivati e ancora non si decidevano a caricare Alyce su quella dannata ambulanza e portarla all’ospedale.

Che diamine stavano aspettando?

Il suono di altre sirene in avvicinamento richiamò nuovamente la mia attenzione.

Voltando leggermente lo sguardo vidi un paio di pattuglie della polizia avvicinarsi e parcheggiare di fronte all’ingresso del bar.

Ignorando la cosa, tornai a puntare lo sguardo in avanti.

«Devi rientrare, Don.»

La voce di mio fratello Leo, alle mie spalle, mi fece voltare di scatto.

«La polizia vuole interrogare tutte le persone presenti alla festa, te compreso.»

«Si fottano» gli risposi imperturbabile, «io da qui non mi muovo.»

«Ok» acconsentì lui, posandomi una mano su di una spalla e scegliendo saggiamente di non insistere. «Me ne occuperò io.»

Senza aggiungere altro Leo si voltò e si allontanò, avviandosi verso il bar.

Buttando un occhio all’orologio che portavo al polso osservai innervosito l’orario.

Nove minuti.

Erano passati nove lunghissimi minuti e ancora nessuno accennava a muoversi da lì.

Stavo fremendo di rabbia.

Perché stavano perdendo tempo?

Quelli erano minuti preziosi!

Dovevano muoversi e portare subito Alyce all’ospedale dove si sarebbero presi cura di lei.

L’idea che la situazione fosse più grave di quanto potessi immaginare mi balenò per un attimo nella mente.

Con un ringhio allontanai quel pensiero da me.

C’erano troppe cose che quella ragazza non sapeva e che io dovevo ancora dirle.

Non poteva lasciarmi.

No, non poteva.

Ero ancora intento a osservare i paramedici indaffarati attorno ad Alyce quando, improvvisamente, vidi uno di essi avvicinarsi a mio fratello Raf, rimasto per tutto il tempo lì accanto, e dirgli qualcosa all’orecchio.

Dopo aver ascoltato ciò che quel tizio aveva da dirgli, mio fratello voltò lo sguardo verso la folla di curiosi alla ricerca di qualcuno.

Non appena i suoi occhi incontrarono i miei, lo vidi farmi un cenno con la testa e incamminarsi nella mia direzione.

La paura che mi stesse venendo a portare cattive notizie m’invase come un fiume in piena.

Atterrito e spaventato iniziai a tremare.

«Don…» mi disse piano Raf non appena mi fu vicino.

«Come sta?» lo interruppi bruscamente. «Dimmi come sta Alyce.»

Passandosi una mano sul viso mio fratello prese un lungo e profondo respiro.

«Ha un profondo taglio sulla fronte» iniziò a dirmi con voce incerta, «ma non è questo ciò che al momento preoccupa maggiormente i medici. Il problema è che Alyce è ancora priva di conoscenza. Ha perso molto sangue e non si esclude che, una volta stabilizzata e portata all’ospedale, abbia bisogno di un intervento.»

«Perché diamine allora non si muovono?» chiesi stringendo le mani e avvertendo il forte bisogno di prendere a pugni qualcosa o qualcuno.

Ero una mina vagante.

La tensione e il dolore che provavo dentro mi stavano letteralmente facendo impazzire.

«Sono qui appunto per questo» cercò di calmarmi Raf posandomi le mani sulle spalle e guardandomi dritto negli occhi. «Stanno per caricare Alyce sull’ambulanza e mi hanno chiesto se c’è qualcuno che vuole salire e andare con lei. Don so che vorresti essere tu ad andare, ma sarebbe più giusto se ad accompagnarla fosse Lana. In fondo è sua cugina.»

«Non m’interessa» lo interruppi brusco e tagliando corto. «Andrò io, punto e basta.»

Non avrei lasciato sola Alyce per nulla al mondo.

«No» s’intromise improvvisamente una voce alle nostre spalle. «Andrò io.»

Voltandomi di scatto mi trovai di fronte Lana, con gli occhi rossi e l’espressione sconvolta.

«Lana» ribadii deciso e duro, incurante del fatto che stessi mancando di rispetto a una ragazza così provata, «non m’interessa se sei sua cugina e se la conosci da una vita. Nulla al mondo mi terrà giù da quell’ambulanza. Quindi te lo dico una volta per tutte, quando quella cazzo di ambulanza si deciderà a partire sopra, insieme ad Alyce, ci sarò io.»

A quelle parole vidi Lana, rossa in viso per l’indignazione, rivolgermi uno sguardo truce.

Era sul punto di aprire bocca per controbattere quando mio fratello Raf, inaspettatamente, intervenne.

«Lascia andare lui» le disse prendendole la mano e fissandola dritta negli occhi. «Noi li seguiremo con la mia macchina. Te lo prometto.»

«Se c’è qualcuno che vuole salire sull’ambulanza si faccia avanti subito» gridò in quello stesso istante uno dei paramedici richiamando la nostra attenzione. «Stiamo per partire!»

Voltando lo sguardo verso Lana la vidi annuire leggermente con la testa.

Senza attendere altro mi girai e corsi velocemente verso l’ambulanza.

Non appena a bordo, prima ancora che riuscissi a sedermi, il portellone alle mie spalle fu richiuso con forza e il mezzo partì a sirene spiegate.

Dopo essermi seduto a fatica sul piccolo sedile che mi era stato ordinato di occupare, concessi ai miei occhi di posarsi su Alyce.

Ciò che vidi mi fece vacillare.

Stringendo con forza il bordo della maglietta che indossavo cercai di non piangere.

Alyce, la mia Alyce, era ridotta veramente male.

Sul suo viso, deturpato da decine e decine di piccoli tagli, lividi scuri stavano già iniziando ad affiorare.

La sua testa, così come le mani e gli avambracci, erano completamente fasciati, anche se le bende bianche erano ormai quasi del tutto intrise di sangue.

La cosa però che più di tutte mi sconvolse, ancora più del tubo che fuoriusciva dalla sua bocca, erano i vistosi segni viola che, spuntando da sotto il collare usato per immobilizzarla, circondavano il suo collo.

Respirando bruscamente digrignai i denti.

Fosse stata anche l’ultima cosa che avrei fatto nella mia vita, avrei trovato il bastardo che le aveva fatto tutto questo e lo avrei ucciso.

Con le mie stesse mani e senza pietà.

Con un leggero scossone l’ambulanza su cui viaggiavamo iniziò a rallentare per poi fermarsi.

Eravamo arrivati all’Ospedale, grazie a Dio!

«Senta» mi disse rapidamente il medico affianco a me, «per qualsiasi informazione si rivolga alle infermiere del piano terra. Noi ora porteremo la paziente direttamente in sala operatoria perché deve essere operata d’urgenza.»

A quelle parole mille domande mi passarono per la mente, ma non ebbi il tempo di farne nemmeno una.

Tutto il personale presente sull’ambulanza, infatti, scese in tutta fretta e corse via, spingendo velocemente la barella su cui era adagiata Alyce.

Confuso e spaventato ci misi un attimo prima di riuscire a riprendere il controllo e a scendere dal mezzo di soccorso su cui ancora mi trovavo.

«Don?»

La voce di mio fratello Raf giunse fino alle mie orecchie, facendomi sussultare ma anche sospirare di sollievo.

Avere affianco a me mio fratello avrebbe reso il tutto un po’ meno duro da affrontare.

«Dov’è Alyce? Che hanno detto? Dove l’hanno portata?» mi chiese in modo concitato Lana avvicinandosi e sbirciando all’interno dell’ambulanza.

«Venite con me» risposi allontanandomi velocemente dal mezzo e invitando sia lei che mio fratello a seguirmi. «Alyce è stata portata in sala operatoria. Deve essere operata d’urgenza, questo è tutto ciò che mi hanno detto.»

Camminando in fretta entrammo dentro l’Ospedale.

Senza esitazione fermai la prima infermiera che vidi passare.

«Scusi» le dissi afferrandola per un braccio e guadagnandomi un’occhiataccia, «poco fa è stata portata qui una ragazza di nome Alyce Walker.»

«Sì» confermò lei, liberandosi dalla mia presa con uno strattone. «Siete dei parenti?»

«Io sono la cugina» ripose prontamente Lana facendosi avanti.

«Bene» annuì la donna squadrandola, «venga con me. Ci sono dei moduli che devono essere riempiti e delle informazioni sulla paziente che deve darmi.»

«Voi altri» continuò infilandosi una ciocca ribelle di capelli sotto la cuffietta e rivolgendosi sia a me che a Raf, «andate nella sala d’attesa al secondo piano. Quando l’intervento sarà concluso è lì che verranno a cercarvi i dottori.»

«Ma…» iniziai a protestare, decisamente contrariato all’idea di dover aspettare per avere notizie di Alyce.

«Senta» m’interruppe l’infermiera guardandomi male e portandosi le mani sui fianchi, «le è già andata bene che non l’abbia fatta sbattere fuori quando, poco fa, mi ha bloccata per un braccio perciò la avverto, ci pensi bene prima di continuare a fare storie perché potrei sempre cambiare idea e chiamare la sicurezza.»

«Andiamo» intervenne mio fratello, afferrandomi per un braccio e trascinandomi via.

Imprecando lo seguii fino all’ascensore.

Non appena fummo dentro Raf si voltò verso di me e, dopo aver spinto il pulsante del secondo piano, prese un profondo respiro.

«Don» mi disse guardandomi dritto negli occhi, «la polizia sta venendo qui. Uno dei poliziotti intervenuti sul posto è un amico di Leo, gli ha fatto il favore di lasciarti stare prima, ma ora…»

«Che diamine vogliono da me?» chiesi infastidito.

In quel momento non volevo avere a che fare con niente e nessuno.

Fino a quando non mi avrebbero detto che Alyce era fuori pericolo volevo essere lasciato in pace.

«Vogliono farti alcune domande sulla tua discussione con Alan» rispose Raf irrigidendosi.

Alan?

La nostra discussione?

«Che cosa centra il mio litigio con quello stronzo con ciò che è successo ad Alyce?» chiesi alzando la voce e iniziando a respirare più velocemente.

«Non lo so» mi rispose mio fratello, sollevando impercettibilmente le spalle e scuotendo la testa.

Il suono della campanella che ci avvisava del nostro arrivo al secondo piano e le porte dell’ascensore che iniziavano ad aprirsi posero momentaneamente fine alla conversazione.

Senza dire una parola Raf ed io uscimmo dall’ascensore e, voltando il viso prima da una parte poi dall’altra, iniziammo a guardarci velocemente attorno in cerca della sala d’attesa.

Scorte le indicazioni le seguimmo e, in meno di un minuto, la trovammo.

Dopo essere entrati in una grande stanza dalle pareti di color verde chiaro, Raf ed io ci guardammo velocemente negli occhi dopodiché, senza dire nulla, ci accomodammo sulle poltroncine di pelle blu più vicine.

Una volta seduto poggiai i gomiti sulle ginocchia e nascosi il viso fra le mani.

Il bisogno di conoscere le condizioni di salute di Alyce e avere informazioni su come stesse procedendo l’intervento mi stavano facendo impazzire.

«Ce la farà» mi disse dopo qualche istante mio fratello, posandomi una mano sulla schiena.

«Deve farcela» gli risposi deciso senza, però, guardarlo.

Il rumore di passi in avvicinamento e della porta che veniva aperta mi fecero alzare la testa di scatto.

Vedendo che si trattava solo di Lana riabbassai il viso, deluso.

Senza dire una sola parola la cugina di Alyce si mise a sedere.

Dopo quasi venti minuti, trascorsi nel più totale silenzio, sentii la porta aprirsi di nuovo.

Come per la volta precedente la mia testa scattò immediatamente verso l’alto.

Questa volta a entrare furono mia madre, mio padre e mio fratello Mic.

Sospirando, riabbassai nuovamente il capo.

Il fatto che la mia famiglia fosse lì mi faceva piacere ma, in quel preciso momento, l’unica cosa che avrebbe potuto darmi un po’ di sollievo era l’aver notizie di Alyce.

Buone notizie.

«L’abbiamo appena saputo» disse in un bisbiglio mia madre, avvicinandosi a me e accarezzandomi la testa. «Come sta? Avete notizie sull’andamento dell’intervento?»

«No» rispose Raf, parlando al posto mio non appena fu chiaro che da me non sarebbe giunta alcuna risposta. «Ancora nulla.»

«Qualcuno vuole un caffè o qualcos’altro da bere?» s’intromise Mic rivolgendosi a tutti.

Dopo aver ascoltato le varie richieste, mio fratello uscì dalla sala d’aspetto.

«Donovan?» mi chiamò piano mio padre, dopo qualche istante, sedendosi accanto a me e parlando sottovoce. «Come stai, figliolo?»

Voltando leggermente il viso nella sua direzione lo guardai dritto negli occhi.

«Ti dico solo che vorrei esserci io al suo posto, papà.»

Detto questo riabbassai gli occhi e m’isolai nuovamente dal resto della mia famiglia, troppo preoccupato per lo stato di salute di Alyce persino per rendermi conto del fatto che mio padre non era rimasto affatto stupito della mia riposta.

Se fossi stato meno angosciato probabilmente mi sarei accorto che ogni membro della mia famiglia pareva aver ben chiaro il fatto che Alyce rappresentasse per me molto di più di una semplice amica.

Immerso nel più totale silenzio, ricominciai la mia straziate attesa.

Perché nessuno ci veniva a dare notizie?

Ma quanto ci stavano mettendo?

Seguitando ostinatamente a starmene con la testa bassa, affondata fra le mie mani, continuai imperterrito a pregare il Signore di non portarmi via la ragazza che piano piano, giorno dopo giorno, avevo capito di amare.

Dopo quella che mi parve un’eternità la porta della sala d’aspetto si aprì nuovamente.

Sollevando prontamente gli occhi vidi Leo entrare.

Senza dire una sola parola mio fratello, con un semplice gesto della testa, invitò Raf a seguirlo fuori.

Senza esitare questi uscì dalla sala d’attesa.

Insospettito da quel comportamento insolito non riabbassai subito lo sguardo ma, bensì, lo tenni puntato su di loro.

Appena visibili attraverso il piccolo spiraglio di porta rimasto aperto, scorsi Leo avvicinarsi a Raf e dirgli qualcosa.

Nonostante non avessi alcuna possibilità di sentire ciò che quei due si stavano dicendo non appena vidi Raf passarsi entrambe le mani sulla faccia e sospirare pesantemente capii che qualcosa non andava.

Deciso a scoprire di cosa si trattasse mi sollevai in piedi di scatto e, sorprendendo tutti, uscii dalla stanza.

Non appena Raf e Leo mi videro, si zittirono.

«Ok» dissi deciso e usando un tono di voce decisamente troppo alto per il posto in cui ci trovavamo, «ora voi due renderete partecipe anche me di ciò che vi siete appena detti.»

Dopo aver guardato velocemente Raf negli occhi, Leo annuì.

Credevo che a quel punto mio fratello mi avrebbe confessato tutto invece lui si voltò e, affacciatosi alla porta della sala d’attesa, chiamò Mic il quale prontamente si alzò e ci raggiunse fuori.

Quando fummo tutti e quattro insieme Leo si decise ad aprire bocca.

«Allora, le cose stanno così» iniziò a dire serio, guardandoci alternativamente negli occhi, «ho saputo dal mio amico poliziotto, in via del tutto confidenziale, che per il momento non c’è nessun sospettato. Questo però non vuol dire che la polizia stia brancolando completamente nel buio.»

Tacendo un attimo Leo tirò fuori, dalla tasca dei suoi jeans, il cellulare.

«Ecco» disse, girando lo schermo del telefonino verso di noi e mostrandoci una foto. «Sotto la macchina di Alyce è stato trovato un ferma-soldi. Purtroppo infilate dentro c’erano solo alcune banconote e niente che potesse far risalire al proprietario, ma è sempre meglio di nulla.»

Stringendo leggermente gli occhi mi concentrai sulla foto che ci stava mostrando mio fratello.

Era abbastanza piccola e non perfettamente a fuoco, ma mi ci volle un solo istante per riconoscere l’oggetto in questione e capire a chi appartenesse.

Chiamando a raccolta tutto il mio autocontrollo cercai di mantenere la calma, evitando di mostrare ai miei fratelli ciò che aveva iniziato a vorticarmi furiosamente dentro.

Un misto fra rabbia, sete di vendetta e voglia di fare del male a qualcuno si era appena impossessato di me, rendendomi difficile respirare e pensare lucidamente.

Allontanandomi senza dire nulla, tornai in sala d’attesa.

Sedendomi lontano dagli altri m’isolai nuovamente.

Dovevo pensare.

Pensare e decidere.

Perché qualcosa andava fatto, assolutamente, anche se non in quel preciso momento.

Prima avrei aspettato di avere notizie di Alyce e del suo intervento e, solo dopo, mi sarei mosso.

Ancora non sapevo né come né quando avrei agito, ma una cosa era certa.

Avrei fatto tutto da solo, senza coinvolgere nessuno dei miei fratelli.

Avrei trovato il colpevole e lo avrei ucciso, e per nessuna ragione al mondo avrei permesso a Raf, Leo o Mic di entrare a far parte di tutto ciò.

Come sentendosi chiamati in causa dai miei pensieri, i miei fratelli rientrarono e si misero a sedere.

Non erano passati che una decina di minuti che la porta della sala d’attesa si aprì e un medico entrò dentro a passo lento, guardandosi attorno.

Scattando in piedi lo raggiunsi in fretta piazzandomi di fronte a lui.

«Come sta Alyce?» gli chiesi, senza lasciargli nemmeno il tempo di presentarsi.

Sollevando entrambe le sopracciglia quell’uomo mi squadrò dalla testa ai piedi.

Dopo aver atteso che anche tutti gli altri si fossero avvicinati, finalmente si decise a parlare.

«Salve, io sono il Dottor Thomas Felt» si presentò, «e sono il Dottore che ha appena operato la signorina Walker. Dunque… l’intervento può dirsi riuscito. La paziente aveva un brutto ematoma nella parte temporale sinistra del cranio, ma siamo intervenuti in tempo e il peggio sembra essere passato. Ovviamente, per almeno quarantotto ore terremo la signorina Walker in coma indotto poi, piano piano, proveremo a risvegliarla. Solo a quel punto potremo avere notizie più chiare e attendibili. Tutto sommato, comunque, mi sento abbastanza ottimista. Si tratta di una paziente giovane, in un buono stato di salute e, come ho detto prima, siamo riusciti a intervenire in tempo.»

Man mano che il Medico di fronte a me parlava la tensione che avevo accumulato fino a quel momento iniziò a scemare.

Al suo posto sentii crescere dentro una sempre più pressante sete di vendetta.

Dopo aver risposto a qualche altra domanda a cui non prestai troppa attenzione, il medico si congedò e uscì dalla stanza.

Ok, era arrivato il momento.

Ora che Alyce non sembrava essere più in pericolo avrei messo in pratica la mia vendetta.

Cercando di non attirare troppo l’attenzione degli altri m’incamminai verso la porta e, rivolta un’occhiata furtiva ai miei familiari, scivolai fuori.

Dopo aver imboccato l’uscita che portava alle scale, rifiutandomi di perdere tempo attendendo un ascensore, cominciai a scendere.

Una volta uscito dall’ospedale non dovetti faticare molto per trovare un taxi libero.

Dopo essere salito a bordo diedi al taxista l’indirizzo a cui avrebbe dovuto accompagnarmi, stando ben attento a scegliere un posto non troppo vicino al luogo in cui, in realtà, ero diretto.

Non ero per nulla sicuro che lì avrei trovato la persona che stavo cercando, ma da qualche parte avrei pur dovuto iniziare.

Dopo un breve e rapido tragitto il taxista mi lasciò esattamente di fronte all’indirizzo richiesto.

Una volta pagata la corsa attesi di veder sparire quell’auto dietro ad una curva poi, voltandomi, iniziai a camminare.

Il sole che iniziava a sorgere di fronte a me accompagnò il mio incedere.

Ero certo di quello che stavo facendo?

Un leggero senso di disagio mi fece rallentare il passo.

L’immagine dei lividi blu attorno al collo di Alyce, riapparsa repentinamente nella mia mente, rinforzò i miei propositi accrescendoli e dissipando ogni più piccolo dubbio.

Sì, ero assolutamente certo di quello che stavo facendo.

A passo sostenuto, trattenendomi a fatica dal correre, imboccai la stradina che mi avrebbe condotto al laboratorio del mio College.

Non appena arrivato a destinazione mi guardai furtivamente attorno.

Per fortuna, data l’ora, nei paraggi non c’era nessuno.

Usando il mio badge, e digitando il codice a me assegnato, feci scattare la porta d’ingresso del laboratorio ed entrai.

Cercando di fare meno rumore possibile mi avventurai all’interno.

Avanzando lentamente cominciai a guardarmi attentamente attorno.

Tutto era tranquillo e, da quello che potevo vedere, non pareva esserci nessuno.

Improvvisamente però un rumore attutito, talmente lieve da farmi dubitare di averlo udito veramente, richiamò la mia attenzione.

Dopo essermi bloccato sul posto restai in ascolto.

Dopo qualche secondo un basso vociare giunse nuovamente alle mie orecchie.

Seguendo il suono di quella voce cominciai a camminare fino a che non giunsi di fronte all’ufficio del Professor Ribbons.

Avvicinando l’orecchio alla porta mi misi in ascolto.

Un’imprecazione.

Mi bastò udire un’unica, piccola imprecazione per capire di aver appena fatto bingo.

Dentro quello studio, infatti, c’era la persona che stavo cercando.

Perfetto.

Senza attendere oltre afferrai la maniglia e aprii con forza la porta, facendola sbattere contro il muro.

Colto di sorpresa Alan, che si trovava all’interno della stanza, sussultò zittendosi.

Palesemente sconvolto, e con gli occhi gonfi e arrossati, non appena mi vide fece alcuni passi verso di me.

Deciso a non lasciargli vie di fughe entrai rapidamente nell’ufficio e mi chiusi la porta dietro le spalle.

«Che diamine vuoi Turner?» mi chiese dopo avermi guardato in faccia, barcollando all’indietro e cercando riparo dietro la scrivania del nostro Professore.

Evidentemente l’espressione che avevo dipinta in viso parlava per me.

«Tu» gli risposi facendomi scrocchiare le nocche e sorridendo appena. «Quello che voglio sei tu, Alan.»

«Non ho fatto nulla!» mi urlò in faccia lui, passandosi le mani fra i capelli e mostrandomi, involontariamente, alcuni tagli che aveva sulle dita.

A quella visione digrignai i denti.

«Sei un dannato figlio di puttana» gli dissi, avanzando minaccioso verso di lui. «La polizia ti è con il fiato sul collo. Hai presente il tuo bel ferma soldi? Quello che hai ostentato e mostrato a tutti quanti? Quello che il Professor Ribbons ti aveva regalato dopo che eri stato nominato suo assistente? Ecco, proprio quel dannato affare è stato ritrovato accanto ad Alyce. È questione di ore, Alan, poi arriveranno a te.»

Giunto di fronte alla scrivania, unica cosa che ancora mi divideva dall’uomo che volevo uccidere con le mie stesse mani, vi appoggiai i pugni sopra e ruotai leggermente il collo da una parte e dall’altra.

Deglutendo a fatica, Alan mi guardò con gli occhi sgranati.

«Peccato» proseguii pregustando quello che sarebbe successo da lì a pochi minuti. «Peccato che quando la polizia arriverà a scoprire la tua identità tu non farai già più parte di questo mondo. Hai fatto un grosso errore, Alan. Hai toccato l’unica cosa che non dovevi toccare. Non appena hai colpito Alyce, hai firmato la tua condanna a morte.»

E, detto questo, facendo leva sulle mani superai la scrivania con un balzo, avventandomi sull’uomo che cercava riparo dall’altra parte.

«Non volevo farle del male!» urlò immediatamente lui, terrorizzato, riparandosi il viso con le braccia. «Volevo solo spaventarla!»

«Non m’importa» ringhiai, spingendolo con forza e mandandolo a sbattere contro il muro alle sue spalle.

Colto alla sprovvista Alan abbassò le braccia.

Immediatamente ne approfittai per assestargli un pugno dritto in faccia.

Il rumore del suo setto nasale che si spezzava, e il fiume di sangue che ne seguì, non mi fecero sentire per nulla meglio.

Un naso rotto non era nulla.

Io lo volevo morto.

Senza trattenermi sollevai nuovamente il braccio e, con un montante ben assestato, infierii nuovamente sul suo viso.

Incapace di reggersi in piedi Alan si afflosciò a terra.

Afferrandolo per la maglietta lo rimisi in piedi.

Stringendogli una mano intorno al collo lo spinsi di nuovo contro il muro.

«Come ci si sente?» gli chiesi stringendo con forza le dita intorno alla sua gola. «È, pezzo di merda, come ci si sente a non poter respirare?»

Portando le sue mani sulla mia, saldamente stretta attorno al suo collo, Alan cominciò a dimenarsi, divenendo sempre più rosso in viso e annaspando.

«Don, basta così!»

L’ordine imperioso e deciso di mio fratello Leo, proveniente da dietro le mie spalle, mi colse di sorpresa, ma non così tanto da farmi allentare la presa sul collo del bastardo che avevo davanti.

«Vattene Leo» gli dissi senza voltarmi, deciso a portare a termine quello che avevo iniziato. «Non sono affari tuoi.»

«Sì che lo sono» proseguì imperterrito lui venendomi affianco e posando le mani sul mio braccio, lo stesso con cui stavo continuando a stringere il collo di Alan. «Sei mio fratello e non posso lasciarti rovinare la tua vita.»

«Non m’interessa» gli risposi deciso. «Questo essere schifoso ha fatto del male ad Alyce.»

Non c’era bisogno di aggiungere altro.

Mio fratello doveva capire e lasciarmi portare a termine la mia missione.

Stringendo la presa sul mio braccio e facendo il contrario di ciò che gli avevo appena chiesto, Leo mi strattonò cercando di allontanarmi da Alan.

Spazientito lasciai andare la presa sul collo di quel bastardo e mi voltai verso mio fratello con l’intento di spingerlo via.

Nel girarmi mi resi conto che insieme a Leo, all’interno della stanza, c’erano anche Raf e Mic.

«Andatevene tutti!» gli urlai subito contro. «Non voglio che siate in nessun modo coinvolti in questa storia. Non potrei mai perdonarmelo.»

«Così come noi non potremmo mai perdonare noi stessi se tu finissi in prigione» mi fece eco Mic avanzando verso di me.

«Avanti Don» proseguì imperterrito, guardandomi dritto negli occhi, «pensi veramente che Alyce vorrebbe questo? Credi che sarebbe felice se tu finissi in galera per vendicare lei?»

No.

Ero più che sicuro che quella ragazza non avrebbe voluto nulla di tutto ciò, ma questo non bastò a fermarmi.

«Fratello» intervenne Raf, intuendo come le parole di Mic non avessero sortito alcun effetto su di me, «capisco quello che stai facendo. Io stesso prenderei immediatamente il tuo posto e riempirei di botte quello stronzo. Io, Don, non tu. Tu hai una ragazza innamorata di te che ti aspetta. Alyce se la caverà, ma il suo cammino di guarigione sarà lungo e avrà bisogno di te. La vita le ha già tolto due delle persone che amava di più, vuoi davvero lasciarla sola anche tu? La tua voglia di vendetta è veramente più forte dell’amore che provi per lei?»

Cazzo!

Cazzo, cazzo, cazzo…

Quel bastardo di mio fratello aveva trovato le parole giuste.

Chiudendo gli occhi feci un lungo e profondo respiro.

«Leo» dissi velocemente, prima di cambiare nuovamente idea, «chiama il tuo amico poliziotto e fallo venire qui.»

«L’ho già avvertito» mi rispose mio fratello, posandomi per un attimo la mano su di una spalla e stringendo leggermente la presa. «Gli ho detto di raggiungerci.»

Voltando il viso verso Alan, che nel frattempo si era accasciato a terra continuando a tossicchiare, sentii nuovamente montarmi dentro la rabbia.

«Portatemi fuori di qui» dissi rivolgendomi ai miei fratelli, «prima che non riesca più a trattenermi e porti a termine quello che ho iniziato.»

Avvicinandosi velocemente Mic mi afferrò per un braccio e iniziò a trascinarmi via.

Dopo un attimo di resistenza, sospirando, gli andai dietro.

Alle nostre spalle Leo ci seguì senza fiatare.

Appena fuori dalla porta mi voltai e visto che Raf non accennava a voler uscire dall’ufficio lo fissai accigliato.

«Che stai facendo ancora lì dentro?» gli chiesi, scrutandolo attentamente.

Invece di rispondermi mio fratello si limitò a fissare Leo.

«Ho chiamato il mio amico poliziotto, è vero» mi disse quest’ultimo afferrando la maniglia della porta e iniziando a chiuderla, «ma gli ho anche detto di prendersela comoda.»

«Quindi» sentenziai sentendo nuovamente la fiamma della vendetta ardere in me, «abbiamo ancora un po’ di tempo prima che arrivi qui?»

«Esatto» mi confermò Leo, «ma lasceremo che sia Raf a “intrattenere” Alan nel frattempo. Tu ora andrai con Mic all’ospedale. Al resto ci penserò io.»

A quelle parole una sensazione di calore mi pervase.

Questo erano i miei fratelli.

Sostegno, appoggio e aiuto incondizionato.

Sempre, ovunque e in ogni circostanza.

«Grazie» dissi semplicemente guardando Leo, ma rivolgendomi a tutti e tre.

Senza aggiungere altro mi voltai e, insieme a Mic, m’incamminai lentamente verso l’uscita.

Il tutto mentre dallo studio del Professor Ribbons giungevano rumori secchi e urla di dolore.

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-ALYCE-

Accidenti quant’era frustrante!

Che senso aveva avere la mente lucida se poi il tuo corpo non ne voleva sapere di ubbidire ai tuoi ordini?

Era da un’eternità che stavo cercando di obbligare le mie palpebre a sollevarsi, ma niente.

Sentendole pesanti come il piombo non ero riuscita a muoverle nemmeno di un millimetro.

La stessa cosa valeva per le braccia e le gambe.

Decisamente infastidita, e pervasa da un fastidioso senso d’impotenza, cercai di concentrarmi su qualcos’altro.

Ad esempio le persone che stavano chiacchierando intorno a me.

Prestando maggior attenzione mi concentrai sui loro discorsi.

«Allora siamo d’accordo» stava dicendo una voce che mi parve appartenere a Leo. «La versione ufficiale è che quando tu sei andato in laboratorio non hai visto nessuno. Sei rimasto lì solo pochi minuti poi te ne sei andato via. Mic confermerà la tua versione.»

«Leo, per quale motivo mi sarei recato al laboratorio alle cinque di mattina?» chiese, di rimando, qualcuno alla mia destra.

Nell’udire quella voce sentii un fremito alla bocca dello stomaco.

Donovan.

Avrei riconosciuto la sua voce fra mille.

«Ci sei tornato per prendere il tesserino sanitario di Alyce» spiegò quello che, a quel punto, fui certa essere Leo.

«Il tesserino sanitario?» chiese allora Donovan con una punta di scetticismo nella voce. «E come ci sarebbe finito in laboratorio quel tesserino?»

«Dopo che Lana non ha trovato il tesserino in questione dentro il portafoglio di Alyce, e un’infermiera può testimoniare la cosa» intervenne una terza voce, Raf probabilmente, «ti è stato chiesto di andare a cercarlo. Tu allora ti sei recato prima a casa, e questo per un colpo di fortuna può essere confermato dal taxista che ti ha scaricato lì vicino ieri mattina, ma lì del tesserino nessuna traccia. A quel punto insieme a Mic, che nel frattempo ti aveva raggiunto, hai pensato di andare a cercarlo in laboratorio dove effettivamente lo hai poi trovato nel fondo dell’armadietto di Alyce. Quindi, hai preso il tesserino e te ne sei andato.»

«A quel punto sono venuto in ospedale e l’ho consegnato all’infermiera, come realmente ho fatto, giusto?» proseguì Donovan terminando la spiegazione di suo fratello.

«Esatto» intervenne nuovamente Leo. «Nel frattempo Raf ed io, non vedendoti tornare siamo venuti a cercarti al laboratorio e lì abbiamo “casualmente” trovato Alan svenuto e pestato a dovere, riverso sul pavimento. Così abbiamo chiamato la polizia.»

«Da bravi cittadini modello!» concluse la frase Raf ridacchiando.

Dopo quella battuta nella stanza calò il silenzio e un po’ la cosa mi dispiacque.

Non avevo capito molto di quella conversazione, anzi a essere sinceri non ci avevo capito proprio nulla, ma se non altro quei ragazzi mi stavano tenendo occupata, facendomi in qualche modo compagnia.

Il rumore di una porta che si apriva e il leggero bisbigliare che ne seguì mi fecero tendere nuovamente l’orecchio.

Ogni mio tentativo di udire qualcosa però fu vanificato quando, senza alcun preavviso, ricaddi nell’oblio più assoluto.

«Tesoro, perché non apri gli occhi e ti svegli?»

Il suono dolce di una voce femminile arrivò fino alle mie orecchie riportandomi alla realtà.

O meglio, riportando la mia mente alla realtà.

Il mio corpo, infatti, non voleva ancora saperne di ubbidire ai miei ordini e muoversi.

«Ci sono talmente tante persone che ti stanno aspettando.»

Improvvisamente quella voce gentile si bloccò e, al suo posto, udii alcuni singhiozzi.

«Mi manchi così tanto….» proseguì nuovamente, qualche istante dopo, la persona al mio fianco dandomi finalmente la possibilità di riconoscerla.

Mia cugina Lana.

Diversamente da ciò che mi sarei aspettata quella scoperta invece che riempirmi di gioia mi provocò un senso di disagio.

Come mai?

Che era successo di così grave con lei da farmi associare sensazioni così spiacevoli alla sua persona?

Il turbinio di emozioni negative da cui fui invasa mi fece ricadere velocemente nell’oblio impedendo alla mia mente di ricordare.

«Ho detto che da qui non mi muovo!»

Quella frase, quasi urlata e detta con ferma convinzione, fu ciò che richiamò nuovamente la mia mente al presente.

Per quanto tempo ero stata incosciente?

Quanto era passato da quando mia cugina era stata lì?

Non ne avevo idea.

«Don, figliolo, devi riposarti un po’» sentii una seconda voce maschile, più matura e rauca, spiegare piano.

«Papà non insistere, perché tanto io da qui non mi muovo.»

Donovan, il mio Donovan, era di nuovo accanto a me.

No, un attimo, non si trattava del mio Donovan!

Confusa, cominciai a frugare freneticamente fra i miei ricordi alla ricerca di una qualche plausibile motivazione che fosse in grado di spiegarmi come mai avevo avvertito un così pressante bisogno di correggere i miei pensieri.

Un’immagine fugace e improvvisa mi passò davanti agli occhi.

Donovan e Lana…

Perché avevo ricordato quei due insieme?

Cosa c’era stato fra quel ragazzo e mia cugina?

Immagini confuse e nebulose mi si accavallarono in testa strappandomi un gemito.

Perché la memoria continuava a giocarmi questi brutti scherzi?

Non ricordare tutto ciò che avrei voluto era così frustrante!

Il senso d’impotenza che cominciai ad avvertire si fece così cocente che, se solo avessi potuto, avrei stretto i denti e a chiuso a pugno le mani.

«Ha mosso una mano!» urlò all’improvviso Donovan, ancora al mio fianco, in modo concitato. «Papà, Alyce ha appena mosso una mano, ne sono sicuro!»

Cosa?

La mia mano si era mossa?

No, impossibile.

Erano ore o giorni o settimane, non avrei proprio saputo dirlo, che ci stavo provando, se ci fossi riuscita me ne sarei certamente accorta.

Nonostante il mio scetticismo e la convinzione che Donovan si fosse immaginato tutto, decisi di riprovare.

In fondo la gioia e l’emozione che avevo appena avvertito nella voce di quel ragazzo erano state troppo forti e toccanti per rischiare di deluderlo.

Concentrando tutte le energie sulla mia mano destra mi sforzai di muovere le dita.

Dopo qualche tentativo inutile qualcosa si mosse.

Riuscii, infatti, a spostare il pollice di qualche millimetro.

«Si è mossa di nuovo!» esultò Donovan. «Papà corri a chiamare il medico!»

Tutto quell’entusiasmo mi spronò.

Questa volta dovetti faticare meno per riuscire a muovere non uno ma, bensì, tutte le dita della mano, stringendole a pugno per poi rilasciarle.

Il lieve tocco che avvertii un istante dopo sul polso destro mi fece rabbrividire, ma non quanto le parole che ne seguirono.

«Sono qui, Alyce» disse dolcemente Donovan in un sussurro. «Amore mio apri gli occhi e fammi tornare a vivere.»

Cosa?

Avevo capito bene?

Probabilmente no, perché quella mi sembrava tanto una dichiarazione.

Ad ogni modo il bisogno di aprire gli occhi ed esaudire così il desiderio del ragazzo al mio fianco si fece sempre più pressante.

Dopo aver concentrato tutta la mia attenzione e le mie forze sulle palpebre provai piano, piano a sollevarle.

Dio che fatica!

Sembravano incollate!

Questo, però, non m’impedì di provare ancora.

La mia determinazione era più forte di tutto in quel momento.

Volevo tornare alla realtà, al presente, anche se avevo la netta sensazione che ciò che mi aspettava non sarebbe stato poi così bello e allettante.

Ma era comunque vita ed io non avevo alcuna intenzione di voltare le spalle a un dono così prezioso.

Ok, era giunto il momento di svegliarsi!

Incanalando tutte le mie forze iniziai lentamente a sollevare le palpebre.

La luce che colpì quasi immediatamente le mie iridi mi fece così male che richiusi prontamente gli occhi.

Dio che dolore, era come se qualcuno mi avesse appena infilato decine di spilli negli occhi.

Il rumore di una sedia che veniva spostata con enfasi e di qualcuno che si allontanava a passi veloci m’incuriosì.

Decisa a riprovare, ma temendo nuovamente quella fitta dolorosa, sollevai le palpebre con una lentezza esasperante.

La penombra che mi accolse mi fece sospirare di sollievo.

Qualcuno doveva aver spento la luce.

Dopo aver strizzato gli occhi un paio di volte riuscii a mettere a fuoco tutto ciò che mi circondava.

Mi trovavo in una stanza non molto grande, le cui pareti erano dipinte di una tenue sfumatura di verde.

O almeno così mi sembrava.

Voltando lentamente gli occhi verso sinistra scorsi diversi macchinari da cui partivano parecchi tubicini che arrivavano direttamente a… me.

Rabbrividendo osservai il cerotto sul mio braccio sinistro, sotto al quale era celato sicuramente l’ago della flebo.

Spostando con calma lo sguardo mi apprestai a guardare la persona alla mia destra.

Non appena i miei occhi si posarono su Donovan il mio cuore sussultò.

Era inutile.

Mio o non mio, quel ragazzo era l’altra parte di me, la mia anima gemella ed io lo avrei amato per sempre.

Sporgendosi verso di me, ma stando ben attento a non toccare il mio braccio quasi completamente fasciato, Donovan mi sistemò i capelli sulla fronte.

«Ciao» mi disse con un tono di voce talmente dolce che per un attimo mi chiesi se non fossi ancora priva di conoscenza e stessi sognando. «Grazie di essere tornata da me.»

Ok, non ero priva di conoscenza.

No, ero proprio morta e quello era il paradiso…

Il rumore della porta della mia stanza che veniva aperta richiamò improvvisamente la mia attenzione.

Un medico, seguito da un’infermiera e dal padre di Donovan, fece il suo ingresso entrando nella stanza a passo sostenuto.

«Tu, fuori» ordinò immediatamente a Donovan dopo avermi guardata negli occhi per accertarsi che fossi effettivamente sveglia. «Devo visitare la paziente.»

«Io non mi muovo di qui» obiettò risoluto Don, afferrandomi la mano con decisione.

«Figliolo…» intervenne il signor Turner richiamando l’attenzione del figlio, «andiamo fuori un attimo e chiamiamo tutti gli altri. Lana vorrà certamente sapere che sua cugina si è svegliata.»

Nell’udire quelle parole, delle semplici e innocue parole, un intenso flusso di ricordi invase la mia testa.

Erano tutte immagini confuse e sfuocate, ma di una cosa ero certa, erano parte di ricordi dolorosi e tristi.

Una profonda sensazione di disagio e rancore mi attanagliò il petto.

Cosa?

Cos’era che la mia mente stava tentando di ricordare?

Qualcosa che aveva a che fare con Donovan?

Con Lana?

Con loro due insieme?

Incapace di ricordare con chiarezza e totalmente sopraffatta dalla natura dei ricordi che piano, piano stavano riaffiorando nella mia mente non mi accorsi che Donovan, dopo essersi alzato dalla sedia in silenzio, si era fermato in piedi accanto a me.

Sfiorandomi con un dito la guancia richiamò la mia attenzione.

Sollevando leggermente lo sguardo su di lui notai che mi stava fissando.

Travolta da un inspiegabile sconforto chiusi immediatamente gli occhi.

Non sapevo esattamente quale fosse il motivo alla base di quel mio comportamento, ma di fatto sentivo di non voler vedere quel ragazzo.

Non in quel momento.

Non mentre la mia mente stava tentando disperatamente di ricordare tutto.

«Fuori tutti!» ribadì a quel punto il medico in tono deciso.

Quando, diversi istanti dopo, mi decisi a sollevare le palpebre nella mia stanza non c’era nessuno a parte quell’uomo e l’infermiera.

«Allora, come andiamo?» mi chiese il dottore in tono cortese, avvicinandosi a me e passandomi una luce davanti agli occhi.

«Ha fatto prendere un bello spavento a tutti, signorina Walker» proseguì lui, senza nemmeno lasciarmi il tempo di rispondere e spostandosi di lato per permettere all’infermiera di misurarmi la pressione. «Anche a me se devo essere sincero. Avevo rassicurato tutti sulla buona riuscita dell’intervento e avevo promesso che si sarebbe svegliata immediatamente non appena l’avessimo tolta dallo stato di coma indotto, ma non è andata esattamente così. Il fatto che ci abbia messo un po’ più del previsto a risvegliarsi mi ha fatto preoccupare veramente. Ma ora è qui con noi e questo è l’importante.»

Sorridendo, annuii leggermente.

Sì, mi ero svegliata, stavo bene ma….

Una marea incessante di domande mi si riversò in testa in un instante, confondendomi.

Avevo subito un intervento?

Ero stata in coma?

Quanti giorni?

Avevo rischiato di morire?

Ma, soprattutto, cosa mi era successo?

Dopo aver preso un bel respiro e aver cercato di calmare il battito forsennato del mio cuore, decisi di chiedere informazioni al medico partendo proprio da quell’ultima domanda.

«Dottore» dissi, richiamando la sua attenzione, «cosa mi è successo?»

Sussultando un attimo nell’udire quella mia domanda diretta, vidi quell’uomo prendere tempo continuando a tastarmi la nuca e restando in silenzio.

Dopo diversi minuti, e dopo che ebbe controllato ogni centimetro della mia testa con scrupolo, si mise a sedere sul letto accanto al mio braccio stando ben attento a non urtarlo.

«Signorina Walker…» iniziò a dire.

«Alyce» lo interruppi. «Mi chiami Alyce.»

«Alyce…» ricominciò lui, dopo aver preso un profondo respiro, «lei è stata aggredita. Un uomo le ha fatto sbattere la testa contro la portiera della sua auto. L’urto, oltre a provocarle diverse lacerazioni su viso e braccia, le ha procurato un profondo taglio poco sopra la fronte. Abbiamo dovuto darle circa una quarantina di punti di sutura per richiuderlo.»

Sussultando, cercai di sollevare una mano per toccare la ferita in questione.

Afferrando con gentilezza il mio braccio il medico scosse la testa facendomi capire che sarebbe stato meglio non farlo.

«Alyce» proseguì lui un istante dopo, «questo non è tutto. Il colpo che ha subito è stato talmente forte da provocarle un edema cerebrale. Siamo dovuti correre in sala operatoria prima che la situazione degenerasse. Ora come ora la situazione sembra sotto controllo e tutto pare essere andato per il meglio, ma dovrò sottoporla a diversi esami e controlli prima di confermare che tutto sia a posto.»

Non appena il medico smise di parlare la gravità e la brutalità delle sue parole mi si riversarono addosso.

Ero stata aggredita…

Perché non ricordavo nulla?

Scuotendo la testa rivolsi all’uomo al mio fianco uno sguardo smarrito e confuso.

«Ricorderai» mi tranquillizzò lui, quasi leggendomi nel pensiero, «non appena la tua mente si sentirà pronta, ricorderai tutto. Nel frattempo, però, devo avvisarti che la polizia vuole fare due chiacchiere con te. Mi dispiace, ma sono stato costretto a chiamarli per comunicargli che ti sei svegliata.»

Annuendo con la testa gli feci capire che avevo compreso le sue parole e che andava bene.

«Ora però devi assolutamente riposare» proseguì lui, rimboccandomi le coperte in un modo talmente paterno da provocarmi una fitta al cuore.

Riposare?

Impossibile!

Avevo troppi pensieri che vorticavano nella mia mente e troppi buchi neri che volevo disperatamente riempire per pensare anche solo lontanamente al sonno.

«Dottore?» lo chiamai, un istante prima che lui e l’infermiera uscissero dalla mia stanza. «Può fare in modo che nessuno, a parte il personale medico, entri qui per la prossima ora?»

Avevo assolutamente bisogno di restare da sola.

Volevo pensare e tentare di ricordare.

Avere gente intorno che mi riempiva di domande, quando nemmeno io avevo le risposte, non avrebbe fatto altro che peggiorare le cose.

«Certo» mi garantì lui un istante prima di sparire dietro la porta.

Rimasta sola, mi abbandonai sui cuscini chiudendo gli occhi.

Prendendo un bel respiro provai a concentrarmi.

Dovevo partire da ciò che ricordavo.

Dopo aver passato attentamente al vaglio i miei ricordi mi resi conto che i vuoti di memoria riguardavo solo gli eventi più recenti.

L’ultimo ricordo che avevo era di me stessa intenta a comprare un vestitino nero e un paio di scarpe grigie con il tacco alto.

Perché avevo acquistato quegli abiti?

Dovevo andare da qualche parte?

Una cena? Un evento? Una festa?

Sì, una festa!

Un compleanno mi pareva di ricordare.

Sì, mi ero recata a una festa nel bar di Raf per il compleanno di qualcuno che aveva a che fare con Leo…

Spronata dai ricordi che riaffioravano pian piano e sempre più nitidi nella mia mente, continuai a concentrarmi.

Ero andata a quella festa da sola?

No, non da sola, ma nemmeno con Donovan.

Con chi allora?

Certamente con qualcuno.

Ma allora perché quel qualcuno se mi aveva accompagnata aveva poi lasciato che andassi via dalla festa tutta sola?

Il Dottore mi aveva detto che ero stata aggredita vicino alla mia auto, se fossi stata in compagnia di un ragazzo mi avrebbe difesa.

E invece non era successo.

Eppure la sensazione che qualcuno avesse preso le mie difese durante quella serata mi stava ronzando fastidiosamente nella testa.

Concentrati Alyce, concentrati.

Donovan!

Sì, lui aveva litigato con qualcuno a causa mia.

Con qualcuno che io… avevo baciato!

Oh mio Dio!

Avevo baciato un uomo che non era Donovan?

Perché?

Come avevo potuto?

Cosa mi aveva spinto a farlo?

Un’immagine sfuocata.

Ecco cosa apparve davanti ai miei occhi non appena mi posi quelle domande.

Chiudendo gli occhi cercai di concentrarmi ancora di più, chiedendo alla mia mente affaticata un ultimo sforzo.

Come se improvvisamente avesse rotto il muro dietro al quale il mio inconscio lo stava celando, il ricordo di ciò a cui avevo assistito quella sera si presentò forte e vivido fornendo una dolorosa risposta a tutte le mie domande.

Donovan e Lana si erano baciati nel retro del bar di Raf ed io li avevo visti.

La consapevolezza di ciò che era successo e l’inevitabilità dei fatti mi provocò una fitta di dolore, accompagnata dalla devastante sensazione di essere stata tradita da due delle persone che amavo di più al mondo.

Quasi senza accorgermene iniziai a piangere.

Alla disperata ricerca di un diversivo che fosse capace di allontanare da davanti ai miei occhi l’immagine di quei due intenti a baciarsi, provai a concentrarmi sul ragazzo che, a mia volta, avevo baciato.

Chi era?

Accidenti!

Sentivo di conoscerlo ma anche di… odiarlo.

Com’era possibile?

Improvvisamente, così com’era successo con il doloroso ricordo di poco prima, tutto tornò a galla.

Ero talmente avvinta e sopraffatta dai ricordi penosi e strazianti appena emersi che non mi accorsi del fatto che qualcuno era appena entrato nella mia stanza.

«Signorina Walker?» mi chiamò piano un agente di polizia, fermo ai piedi del mio letto, attirando la mia attenzione e facendomi sussultare.

Ruotando di scatto gli occhi verso quell’uomo lo guardai dritto in faccia.

«Alan Solomon» dissi, senza aspettare che mi venisse chiesto nulla e rivelando di getto ciò che la mia mente aveva appena ricordato. «È l’uomo che mi ha aggredita e che ha provato a uccidermi.»

Irrigidendo le spalle il poliziotto di fronte a me afferrò il cellulare da dentro la tasca dei pantaloni e chiamò qualcuno.

«Rick?» disse, tenendo lo sguardo fisso su di me, «dì al capo che la signorina Walker ha riconosciuto l’identità del suo aggressore. Sì, ha fatto proprio il suo nome. Perfetto. Ciao.»

Dopo aver riattaccato, l’uomo in divisa dall’altra parte del mio letto si avvicinò a me.

«Per il momento signorina Walker mi ha detto tutto ciò che avevo bisogno di sapere» mi disse, sorridendo appena, con voce soddisfatta. «Il signor Solomon era il nostro principale indiziato e lo stavamo già trattenendo ma, per convalidare l’arresto, avevamo bisogno di una sua conferma. Torneremo a trovarla fra qualche giorno per porle altre domande e farle firmare una deposizione, d’accordo?»

«Certo» risposi in un sussurro prima di chiudere nuovamente gli occhi.

Nell’istante in cui lo feci nella stanza calò il più assoluto silenzio, tanto che riuscii a udire chiaramente il suono dei passi dell’agente di polizia intento a uscire e il rumore della porta che veniva richiusa.

Rimasta nuovamente sola mi lasciai andare.

Dio, mi sentivo così stanca a disperata.

Alan… era stato Alan ad aggredirmi.

Conoscevo quel ragazzo da tempo e non avevo mai pensato che potesse essere una minaccia così grande per la mia incolumità.

Che stupida che ero stata!

Scuotendo la testa mi abbandonai a un pianto disperato, arrivando in breve a singhiozzare.

Ero ancora in preda a quello sfogo angosciato quando una mano gentile, con un tocco leggero, mi asciugò le lacrime che mi scorrevano copiose sulle guancie.

Aprendo gli occhi di scatto mi trovai di fronte la signora Turner.

«So che hai chiesto di essere lasciata sola» iniziò immediatamente a dirmi nel tentativo di giustificare la sua presenza, «ma ti ho sentita piangere e l’idea che fossi qui dentro tutta sola …»

Muovendo cautamente il braccio fasciato cercai la sua mano e la strinsi nella mia.

«Grazie» le dissi semplicemente, tirando su con il naso.

«C’è così tanta gente qui fuori che sarebbe pronta a consolarti» mi confortò lei sorridendo. «Mio marito, Leo, Raf, Mic, il Professor Ribbons… per non parlare di tua cugina Lana e di Don.»

«No!» urlai, sollevando di scatto la testa e sentendo i punti di sutura sulla fronte tirare «Tutti, ma non loro due! Non li voglio qui dentro. La prego Aline, sono già abbastanza distrutta dal ricordo di ciò che mi è successo. Non potrei reggere anche quello.»

Vederli insieme, vicini…. No!

Non potevo farcela.

Avrei avuto bisogno di tempo per prepararmi a quella scena.

«Ok» tentò immediatamente di tranquillizzarmi la donna al mio fianco, nonostante leggessi una certa confusione nel suo sguardo. «Come vuoi tu.»

 

FINE 10° PARTE

 

– ARRIVEDERCI A MERCOLEDI PROSSIMO –

 

Questo racconto inedito a puntate è un opera di fantasia scritta in esclusiva per Stella e pubblicato per gentile concessione dell’autrice solo sul sito Free Passion.

© Riproduzione riservata. Proprietà intellettuale dell’autrice Lorenza. Vietata la riproduzione di questi contenuti o parte di essi.

3 Comments on Nuovo Racconto Inedito – “Prima che ti Accorgessi di Me” di Lorenza – 10° Parte

  1. manu85
    febbraio 1, 2017 at 5:31 pm (4 anni ago)

    No non può essere già finito uffi e proprio vero che quando una cosa ti prende non vorresti mai vedere la fine…
    La rabbia che covo dentro è micidiale. ..
    Complimenti
    Bacio

    Rispondi
  2. Irina
    febbraio 1, 2017 at 8:24 pm (4 anni ago)

    Spero che Raf lo abbia fatto a pezzi, maledetto! Comunque ho buone speranze, secondo me Don e Alyce ce la faranno anche se sono due imbranati! :)

    Rispondi
  3. Rosy ♥
    febbraio 2, 2017 at 12:55 am (4 anni ago)

    Quanto ho odiato Alan!!!
    Noooooo Lorenza fallo durare di piuuuuuuuuuuuuu ♡.♡

    Rispondi

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