Racconti di Natale – Edizione 2018- Il Mio Regalo di Natale di Bianca Visentin  

È stato emozionante, dopo una assenza di oltre cinque mesi, ritrovarsi davanti il pannello di controllo del sito; temevo di aver ormai dimenticato le varie funzioni e il loro utilizzo, ma mi sono resa conto che è un po’ come andare in bicicletta: una volta imparato non si scorda più.

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Il mio ritorno su questi schermi, in realtà, è una toccata e fuga, semplicemente perché non potevo mancare di fare a tutte quante voi i miei migliori auguri di Buone Feste e, come tutti i Babbo Natale che si rispettano, o una Befana in anticipo – fate un po’ voi – non vengo a mani vuote, ma vi porto in dono un bellissimo racconto inedito…

…dedicato proprio a questo particolare momento dell’anno, per non dimenticare mai quel magico scintillio che a Natale rende tutto possibile.

Per questo racconto dovete ringraziare la mia amica Bianca, una new entry che ha deciso di condividere insieme a voi una delle favole contenute nel suo cassetto dei sogni.

Per lei un bacio e un abbraccio per questo splendido e inatteso regalo, mentre a voi vanno i miei migliori auguri di Buone Feste seguiti, come sempre, dall’immancabile…

Buona Lettura  

 

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IL MIO REGALO DI NATALE

di Bianca Visentin

Sola, unica presenza umana lungo tutta la lingua di sabbia bagnata, affondo i passi nella rena intrisa di mare e mi godo la strisciante malinconia che questo paesaggio al di là del tempo mi offre.

Sollevo lo sguardo sul grande faro bianco sferzato dalla risacca di onde enormi, sulla sua lanterna nera che per secoli ha illuminato la rotta a tanti naviganti, ai pescatori, alle baleniere che, proprio come la Pequod, salpavano da qui, dal porto di Nantucket, alla ricerca del miraggio di una balena bianca.

Ho accettato questo nuovo lavoro perché non sopportavo più Boston, non ne sopportavo i ricordi. Da quando Richard se ne è andato, ogni angolo, ogni via, ogni palazzo mi ricordava una vita che non avevo più e tutto quello che avevo perduto. Due mesi fa mi è arrivata la proposta: direttore del Nantucket Historic District Commission, il lavoro che sognavo. Occuparmi del ripristino di antichi quartieri, preservare le abitazioni costruite dai primi coloni e conservare intatto l’aspetto che quest’isola ha mantenuto nei secoli era il mio sogno dai tempi del college, ciò che ha fatto di me un architetto.

Ho accettato perché non ho nessun legame: vivere qui o altrove non fa differenza.

Affretto il passo e raggiungo la mia nuova casa prima che le poche gocce ghiacciate si trasformino in una tempesta di neve.

Sono un po’ agitata, non dovrei… l’ho fatto anche l’anno scorso.

E due Natali fa.

Me lo sono imposto.

La prima volta è stata una sfida, non volevo passare da sola un’altra Vigilia. È andata bene, lui aveva la mia età, se non ricordo male. Bello, alto… tutto muscoli e dalla risata facile, di origini latine. È stato divertente, una piacevole ginnastica da camera. Mi aveva messo a mio agio ed era stato soddisfacente. L’anno scorso, invece, avevo scelto un tipo un po’ troppo giovane, ventitré, forse ventiquattro anni, un biondino stile Golden boy, ma con l’intelligenza di un microcefalo. La noia della serata è stata compensata dalla resistenza, anche se sospetto avesse ingoiato qualche pillolina blu per non deludere le aspettative e guadagnarsi la parcella.

Quest’anno la cifra è più che triplicata perché oltre al trasferimento sull’isola e al pernottamento, ho dovuto mettere in conto la tariffa natalizia: non tutti sono disposti a trascorrere le feste lontano da casa e ho faticato a organizzare, ma alla fine uno l’ho trovato, anche se forse è troppo giovane e ho già appurato che non mi trovo molto in sintonia se hanno qualche anno in meno di me, ma non posso permettermi di fare la schizzinosa.

Non voglio un uomo, non dopo Richard, neppure una breve relazione, o incontri occasionali.

Non voglio nessuno.

Nessuno!

A Natale però voglio bere, devo stordirmi. Non voglio ricordare che mi ha lasciato proprio quella notte.

Voglio fare sesso, voglio sentirmi sporca e cattiva.

Ecco, suonano alla porta.

Questa sensazione di paura e aspettativa che mi prende le viscere è intensa e mi fa sentire viva, fibrillante. Spavalda.

Poso il bicchiere su uno degli scatoloni ancora chiusi e apro con il cuore in gola: mi trovo davanti una figura alta, di spalle, infagottata in un voluminoso parka blu con il cappuccio. Il vento ulula e insieme al nevischio trasporta i boati del mare in tempesta; una folata violenta fa mulinare un vortice di gocce ghiacciate, raffreddando l’ingresso.

L’uomo si volta e resto un istante immobile a studiarne il volto seminascosto dalla pelliccia del cappuccio.

«Ciao, sei Page?» Una voce profonda mi sorprende e mi avvolge in un abbraccio, sensuale e ruvido al contempo, mentre il suo sguardo intenso e sorridente mi incatena a un paio di occhi più chiari della bufera che imperversa fuori.

«Sì.» Rispondo con un monosillabo. «Vieni dentro. Si gela.» Lui entra, si toglie il cappuccio e si sbottona il parka. «Dammela» chiedo, indicando la giacca; aspetto che la scrolli fuori dalle gocce in eccesso prima di richiudergli la porta alle spalle. È più alto di quanto mi aspettassi dalla sua scheda. Ed è anche più vecchio: i venticinque li ha passati da un bel pezzo, direi una quindicina d’anni, se non erro. Ho bevuto un po’ e potrei non essere molto lucida, ma non sembra il soggetto per cui ho preso accordi, però io questo tipo lo conosco, o meglio, conosco il suo viso, l’ho visto in foto. Sul sito. Credo ci sia stato un cambio di programma.

Probabilmente mi hanno avvisato ma non c’è connessione per via del maltempo, così sarà venuto lui. Deve essere uno di quelli che avevo scartato per l’età: mi sento più sicura con un uomo più giovane. In una situazione come questa non voglio sentirmi in soggezione. Voglio tenere in mano io le redini del comando e con uno così non è facile: potrebbe sembrare una contraddizione, ma troppo giovani mi annoiano, maturi m’inquietano.

A guardarlo bene non so se il cambio mi dispiaccia, però glielo devo dire: «Non sei Brandon» osservo con disappunto.

«No. Mi chiamo Nate.» Sorride. «Sono qui per…»

«So bene perché sei qui. Ti è arrivato l’accredito?»

«Sì, tutto a posto.»

Si guarda intorno mentre io osservo lui. Ha un paio di pantaloni di cotone spesso blu e un maglione Ralph Lauren a collo alto. Veste griffato… farà i soldi a palate. Uno così sarà richiestissimo dalle cougar piene di dollari perché non è solo bello, ha fascino. Parecchio fascino.

E io non voglio sentirmi attratta da lui.

Da solo ha occupato tutto lo spazio del salone come l’abete di Natale pieno di lucine. Abete che non ho, ovviamente: odio il Natale, lo odio con tutto il cuore.

«Hai cenato?» Chiedo per cortesia e spero di non dovergli preparare qualcosa. Deve aver fatto una traversata sfiancante, con questo tempaccio, ma non ho voglia di essere io a rifocillarlo. Il lato positivo di vivere sola è proprio questo, non dovermi preoccupare di un’altra persona.

«Sì, grazie. Ho mangiato qualcosa al pub, giù allo scalo.»

“Bene!” penso e vado alla ricerca dei bicchieri ancora imballati negli scatoloni e ne prendo uno. «Bevi qualcosa?» Gli mostro la bottiglia di Appleton. L’Appleton è un’altra delle mie tradizioni natalizie, cioè allontanare i cattivi pensieri con il rum invecchiato.

«Sì, grazie» ripete e mi mostra un sorriso smagliante. Ho la sensazione che sia comparsa anche la scintilla tra i denti; mi pare di sentire il din di un campanellino, come nei cartoni animati.

Questo tipo mi irrita.

«Non ti sei ancora sistemata, vedo.» Ha preso il bicchiere che gli ho porto e ne ha trangugiato metà.

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Regge bene, penso. «Acuto!» Non lo pago duemila dollari per una notte per fare conversazione. E neppure l’atteggiamento da seduttore mi interessa granché, anzi lo detesto. Lo guardo irritata ma lui continua a fare il piacione, ammiccando.

«Non hai bisogno di sedurmi» esordisco, poso il bicchiere sul ripiano della cucina a vista e mi dirigo verso la stanza da letto. «Quelle che ti assoldano probabilmente apprezzano finti corteggiamenti, attenzioni e convenevoli. E hanno bisogno di complimenti, io no. Risparmia la fatica. Se non ti serve altro, ti aspetto in camera» continuo altera. Spero di essere stata chiara.

O forse no, perché mi guarda con un’espressione stralunata. Gli è caduta la mascella, ha sgranato quegli occhi più chiari di uno specchio di mare delle Antille. E gli è morto il sorriso, constato con soddisfazione. Devo mostrarmi fredda e spavalda. Non voglio farmi vedere debole, sono io che ho richiesto i suoi servigi, è vero, ma mi aspettavo un ragazzo, invece ho davanti un uomo, che molto probabilmente di solito soddisfa donne anziane, per cui dovrebbe solo ringraziare per la fortuna che gli è capitata.

Un uomo normale lo farebbe. Sono bella e lo so: sono sempre andata fiera del mio aspetto, sto bene con il mio corpo e il mio viso mi piace molto. Piaccio agli uomini, piacevo a Richard…

Solo che non voglio nessuno nella mia vita. Nessuno! Capisco che sia difficile da comprendere per i miei amici e colleghi che ci provano da anni e alla fine si sono arresi all’idea che una donna di trent’anni – trentadue, per l’esattezza − non voglia relazioni. Strano, eppure è così. Innamorarsi è una sciagura perché la vita porta con sé solo dolori, io lo so bene.

Mi concedo questa unica licenza, un incontro a pagamento una volta l’anno… e chi mi capita?

Uno che avrà dieci anni più di me!

Lo spedirei indietro con il primo traghetto, ma temo che fino a che non cessi la tormenta non facciano salpare neanche una barchetta telecomandata, e qui a Nantucket, se non ricordo male, c’è una lunga tradizione di naufragi: la Essex, l’Andrea Doria e per non parlare dei naufragi letterari, il brigantino di Gordon Pyms, fatto colare a picco niente po’ po’ di meno che da Edgard Allan Poe e neppure Achab se l’è passata tanto bene.

Non voglio averlo sulla coscienza. Potrei spedirlo giù in città alla locanda, ma mi sa tanto che mi accreditino pure il costo del pernottamento.

E per di più dovrei passare la notte più brutta dell’anno da sola.

No, no, meglio consumare con il vecchietto, qua, che sembra Tom Brady. Tom Brady moro… Ha pure la fossetta sul mento. Ora glielo chiedo, se gioca a football. «Giochi a football?» Intanto, in camera, mi spoglio velocissima.

«No, giocavo a basket» risponde, mentre m’infilo nuda sotto la coperta. Ho solo il reggiseno e sgancio pure quello.

È rimasto sulla soglia, tentennante. Devo averlo spiazzato. È uno della vecchia guardia, mi dico, sarà abituato ai convenevoli e ai preliminari. Penso proprio che le cougar apprezzino.

Non pretenderà mica che gli faccia lo spogliarello, spero!

«Che fai, non ti spogli?» lo esorto.

Mi guarda, alza il sopracciglio e si toglie il maglione, e prima che la testa rispunti dal collo alto della maglia mi ha già mostrato una serie di pettorali da primato e una coppia di bicipiti degni di un pugile dei pesi medi. Resto a osservarlo mentre slega gli scarponi, li scalcia, si cala i pantaloni e…

È già in erezione, noto, un’erezione non proprio completa ma sta sbocciando. Sono abbastanza lusingata perché non credo siano stati i miei modi dolci e maliziosi, né la situazione dall’alto tasso erotico a eccitarlo. Gli piace ciò che vede.

Si avvicina, nudo, o quasi. «Per favore, togliti le calze» dico con disappunto.

«Ai tuoi ordini, bellezza, sono a tua disposizione.» Si siede sulla sponda del letto, mi prende il mento tra il pollice e l’indice e cerca di avvicinare la bocca per baciarmi.

«No!» sbraito perentoria. «Niente baci.» Su questo sono categorica.

«Questo no, quell’altro nemmeno: mi puoi lasciare un po’ di spazio di manovra? Sono ben intenzionato a soddisfarti, signora, ma se continui così, finisce che mi smonti» ribatte sorridendomi.

Ha proprio un bel sorriso, denti bianchi e regolari da perfetto maschio americano. La sua mano è rimasta sul mio viso e mi accarezza: ha le mani callose, curate ma con grandi calli nel palmo e sulla nocca dell’indice.

Chissà che lavoro fa, oltre a questo, mi chiedo.

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Non è che mi importi che cosa faccia lui oltre a soddisfare donne bisognose, non sono curiosa…

Okay, un po’ sono curiosa ma non devo instaurare nessun tipo di rapporto con costui…

O meglio, un rapporto lo voglio, lo voglio disperatamente ora che le sue labbra mi stanno sfiorando il viso.

«Dal momento che non vuoi fare conversazione, né vuoi essere baciata, provo a conoscerti così», mormora e mi sfiora, mi annusa. Sento il suo tocco sul corpo e ormai sono annegata tra le sue braccia. Tutta la mia audacia, tutta la mia spavalderia sono state sedate e sono inebriata dal suo odore di uomo, un profumo amaro mescolato all’essenza della sua pelle. Sono inebriata perché è un odore onirico, mi fa sentire a mio agio, a casa.

Adesso, quasi quasi, un bacio lo vorrei, in questa posizione, da lui che mi abbraccia da dietro, mi avvolge con il suo corpo, una coscia infilata tra le mie. Sento le sue mani lievemente ruvide stringermi il seno. Il suo tocco è conforto, non solo piacere, è quasi familiare. Sento il suo respiro nell’orecchio, la lingua che si insinua delicatamente dentro, leccando e sospirando, e io sono pronta a trasgredire, fra le sue braccia, trasgredire sul serio, mi sento strana…

È una sensazione pericolosa: in questo momento mi sento così calda e languida che vorrei solo che mi prendesse, invece fa scivolare le sue dita in mezzo alle mie gambe e centra al primo colpo il punto perfetto che scatena il mio piacere. Affonda un dito ruvido dentro di me, cerca i miei umori per continuare una carezza bagnata che mi fa scorrere il piacere sottopelle, mi infiamma in un modo… in un modo tale che sono costretta a girare il viso per trovare il suo volto, maschio e intenso, perfetto, voglio vedere quei suoi occhi chiari e voglio… Dischiudo la bocca, spero che capisca, che non debba chiedergli…

«Ho voglia di baciarti, Page, spero che non mi fermerai», mi sussurra con le labbra a lambire le mie, una scossa che mi percorre tutta donandomi un piccolo assaggio di orgasmo. Non rispondo ma mi giro di più e mi avvicino, solo un po’, un pochino e…

Una scossa di piacere e un’onda di calore si propagano dentro di me quando sento il suo sapore di rum dolce e uomo, ricordi lontani e voglia di qualcosa di sopito. È molto di più di un bacio, è nostalgia per qualcosa che quasi non ricordavo di aver vissuto.

“È questo un bacio?” Sono spaventata dall’intensità delle sensazioni e dall’emozione che un contatto così semplice e candido porta con sé. Non voglio ricordare… non devo!

Devo uscire da questa situazione pericolosa, mi stacco e ordino: «Scopami!»

«Signorsì, signora!» risponde pronto. Sento le sue labbra allargarsi in un sorriso mentre abbandonano le mie e percorrono la mia guancia lasciando una scia di dolci brividi. Mi mordicchia il lobo e mi mormora all’orecchio: «Imperdonabile da parte mia, lo so, ma ho dimenticato i preservativi.»

«Apri quel cassetto, c’è una scatola nuova».

Si solleva e cerca nel comodino, armeggia e tira fuori un flacone. «Vedo che sei ben attrezzata» osserva mostrandomi il tubetto di lubrificante e lo appoggia sul comodino.

«Sì, non si sa mai, potrei non essere ispirata».

Mi infila di nuovo la mano tra le cosce, mi accarezza piano e sorride. «Al contrario, mi sembri ispiratissima. Mi piace pensare di essere io la fonte di cotanto estro» e ride.

Vorrei rispondere a tono ma mi ritrovo sotto di lui, il suo viso maschio a qualche centimetro dal mio, mi sta studiando con un’espressione famelica che mi fa perdere l’uso della favella, mi sento tanto “gattina in calore” e non mi piace, però dentro di me sto urlando: “Sì, per favore, scopami, scopami! Che aspetti?” Devo trattenermi, sto per miagolare! Ho il suo pene duro che preme e si struscia, non ne posso più. Allargo le gambe perché ne ho bisogno, lo voglio dentro, sento un vuoto doloroso che deve essere colmato, dopo tanto tempo… e non è solo il bisogno fisico di un uomo dentro di me, è qualcosa di più intenso che mi prende anche la testa. “Dài, ti prego…”

Ma lui niente, è sopra di me, mi prende il viso tra le mani e mi guarda intensamente con quei suoi occhi limpidi… Perché non ho spento la luce? Non voglio che mi guardi in questo modo.

Non voglio che mi spii dentro!

«Page, sei bellissima. Sono stato molto fortunato a incontrarti questa sera.»

Se voleva farmi arrabbiare, c’è riuscito! «Voglio sesso!», piagnucolo, chiudo gli occhi per rompere il contatto con quei due cristalli che mi ha piantato nell’anima e scrollo il capo, da un lato all’altro sul cuscino, ma le sue mani mi trattengono la testa.

«Sei sicura? Una donna non vuole mai soltanto sesso.»

Riapro gli occhi. «Sono sicura sì! Voglio fare l’amore» protesto.

«Ecco, sì, così va meglio» sorride, mi bacia ed entra. Lo accolgo e mi placo, accolgo anche la sua bocca che succhia la mia, accolgo le spinte contro il mio ventre che ondeggia e gli va incontro e pian piano sento inopportune due lacrime che mi colano lungo le tempie.

Mi arrendo, lo abbraccio anch’io, infilo le dita tra i suoi capelli morbidi ancora un po’ umidi per la tempesta che imperversa fuori ed è rimasta imbrigliata insieme al profumo del vento e della neve tra i fili argentei che ha sulle tempie, solo qualche stria brillante che luccica in una massa morbida di ciocche scure. Mi lascio cullare dalle sue spinte, dalle carezze e dai baci, non voglio pensare quanto mi sia mancato, in questi cinque anni, un uomo vero, un uomo mio. Non voglio pensare che ormai Richard è lontano, sbiadito.

Accetto l’orgasmo che fa tremare il mio corpo e si riverbera nel ventre, nel petto, sulle labbra, arriva alle tempie e mi sconvolge i pensieri. Grido, un urlo soffocato dalla sua lingua sconosciuta persa nella mia bocca. Gli tiro i capelli mentre mi strizza il seno serrato nel suo palmo e vi affonda le dita; vado incontro ai suoi fianchi che mi percuotono con colpi brutali per arrivare all’apice e assaporo i miei ultimi spasmi. Ansima, geme, sento che sta per godere e non stacca la sua bocca dalla mia, finché non ruggisce un lamento più profondo, tremando sul mio corpo. Si placa, apro le braccia e lo libero ma non si muove, addolcisce solo il suo bacio, da prepotente diventa languido. Finisco di nuovo per perdermi nel suo abbraccio, carezzandogli i fianchi.

«Fantastico» mi sussurra sulle labbra prima di darmi un altro bacio. «Fantastico» ripete fra sé mentre si sposta di lato e si alza. Si sfila il preservativo e, sicuro, si dirige in bagno, mostrandomi il lato posteriore del suo corpo statuario.

Mi ha stordito. Tutta la spavalderia che avevo faticosamente accumulato negli anni e che credevo sarebbe bastata per farmi vivere un’altra di queste esperienze occasionali si è vaporizzata sulle sue labbra.

Mi alzo e mi infilo il cardigan di Richard, quello mélange fatto a maglia, di lana morbida e grossa, che mi scalda con una tiepida carezza. Mi ci avvolgo come in un abbraccio e vado alla ricerca di un profumo che dopo cinque anni non riesco più a ricordare. Mi accomodo nella poltroncina di velluto e assumo la posizione del loto.

Devo meditare.

Nei pochi secondi che il mio regalo di Natale si prenderà per sé chiuso in bagno, devo meditare.

Dovrei sbatterlo fuori nella tormenta, mi dico. Sì, è la cosa più saggia!

Ma il mio cinismo, che in questo giorno sdolcinato riesce a superare anche le vette del Grinch, non mi permette di arrivare a tanto.

Che gli dico?

Una voce sarcastica e molesta mi suggerisce la più appetibile delle soluzioni: “Niente, non dirgli niente e fatti dare la seconda ripassata.”

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L’idea non è così male, ma prima deve ricaricare le batterie. E io nel frattempo che faccio? Di che parlo?

No, no. No! È un soggetto pericolosissimo!

Devo riprendere in mano la situazione e ho già quasi un piano: lui che passa il resto della notte sul divano e…

Ah, eccolo! Esce dal bagno con quel sorriso smagliante da pubblicità del dentifricio. Nudo… in erezione…

Ancora?!

Deve essersi calato qualcosa, alla sua età.

Probabilmente usa la “Pillola del Weekend”, così glielo chiedo: «Usi il Cialis?»

«Come, scusa?»

«Il Cialis, la Pillola del Weekend. Tipo Viagra, sai…»

Solleva il sopracciglio, infastidito. «Ancora non ne sento la necessità» e noto l’impercettibile movimento dei fianchi.

«Lo prendono anche i giovani» spiego.

«Ti sembro così decrepito?» mi attacca, risentito. Gli si è smorzato il sorriso piacione e ha un cipiglio arrogante che gli si addice di più dell’aria da seduttore della domenica. Ammetto che è sexy, anzi così sexy da perderci la testa. E io con lui sono stata davvero acida. «No, non sei decrepito» inizio, ma non sto migliorando la situazione, neanche un pochino.

«Sei abituata ai toyboy?» Fa una smorfia che vorrebbe essere ironica.

Non mi piacciono le sue insinuazioni, quindi ribatto: «Non accetto la morale, non da te. Siamo sulla stessa barca, mi pare.» Solleva il sopracciglio, non risponde, quindi continuo: «È così difficile per voi uomini capire la differenza?»

«Quale differenza, scusa?»

«Non voglio essere corteggiata, non voglio un uomo, neanche il rimorchio di una sera.»

«E quindi paghi?»

«Sì, pago per un servizio. Nessuno così può accampare il benché minimo diritto; nessuno può anche solo pensare che si tratti di una conquista, nemmeno la conquista effimera da una botta e via: chiaro? Quindi nessun toyboy per me» sbotto, indignata.

«In pratica paghi una puttana.» Mi guarda con malcelata disapprovazione.

«Non vorrei sminuire il tuo lavoro, ma sì, più o meno è questo il concetto.» Come se ci fosse differenza tra un gigolò e una prostituta, e glielo dico: «Una cosa che vuoi uomini fate abitualmente, cioè pagare una donna per qualche minuto di sesso.» Mi alzo dalla poltroncina per continuare la discussione da una posizione più elevata, mi sento a disagio con lui che torreggia su di me con le mani posate sui fianchi, nudo, e un sorriso divertito che è tornato a spuntargli su quella bella faccia. «Io non pago le donne.»

«Eh, già. Io invece sì, una volta l’anno: e tu saresti il mio regalo di Natale.»

«Non ti vanno bene un paio di orecchini o una borsa nuova?» Ride.

«Se proprio ci tieni» ribatto, sciorinando tutto il mio sarcasmo, «te ne farò recapitare un paio: li vuoi col pendente? O preferisci una borsetta, una Swagger di Coach, magari? Di che colore?»

«Capisco perché sei sola: sei dolce come un limone della California.»

«Sono sola perché sono vedova» rispondo di getto. “Accidenti! Accidenti! Accidenti!” Mi è uscita così, non avrei voluto dire nulla, non l’ho mai fatto con nessuno. Non parlo mai di Richard, mai! Mai!

Mai.

Lui spalanca gli occhi, indietreggia di un passo.

«Vedova?»

«Sì, vedova, ma non è morto per il mio veleno. Non l’ho ucciso io, se è quello che stai pensando.»

«Non era riportato sulla tua scheda.» Sembra perplesso.

«Non metto i manifesti, né tantomeno vado a scriverlo nel form di un sito equivoco.» Se ora mi dice che gli dispiace lo sbatto fuori nella tormenta.

Invece si siede sul letto come mamma l’ha fatto, senza la minima intenzione di coprire le proprie nudità – ma d’altra parte ci deve essere abituato, è la sua divisa d’ordinanza – appoggia i gomiti sulle ginocchia, solleva il suo sguardo indagatore su di me. «Quindi è morto la notte di Natale…»

Ma come cavolo fa a saperlo?! «Come fai a saperlo?» domando, perplessa.

«Perché farei la stessa cosa. Cercherei di non pensare, di non ricordare.» Allunga un braccio e agguanta il mio polso, mi attira a sé e mi costringe a sedere sulle sue ginocchia. Non oppongo resistenza. Mi bacia, afferrandomi in mento in una stretta decisa.

Cerco di sfuggirgli, ma non riesco… forse non voglio. Decisamente non voglio…

Insinua le sue mani sotto il maglione di Richard, a cercare la mia pelle da accarezzare, sotto questo ricordo tangibile che ho infilato quasi fosse una barriera fra me e lui. Fra me e… qualcosa di nuovo.

«È di questo che hai bisogno» mi dice, carezzandomi i fianchi con mani calde e delicate, un tocco confortante e familiare. «Sono qui per questo» sento che mi sussurra con le labbra premute sul mio collo.

«Un incidente…» Le parole mi escono così, un riflesso involontario. «Avevamo lavorato entrambi senza sosta fino alla Vigilia al progetto di un nuovo grattacielo e non avevamo fatto l’albero. Richard è uscito per comperarne uno, per avere il nostro primo abete di Natale nella casa nuova… Un’auto sulle strisce… Un ubriaco che era appena uscito dalla festa degli auguri del suo ufficio. Odio il Natale. Lo odio con tutto il cuore» sbotto e mi esce anche un singhiozzo. Lui mi stringe, forte, e io inizio a singhiozzare sul serio, nascondendo la faccia nell’incavo del suo collo. È la prima volta che piango, dopo quella maledetta notte. E sono passati cinque anni.

Piango, mi sfogo. Lui tace e mi tiene stretta. Questi gigolo devono essere anche un po’ psicologi, perché appena riesco di nuovo a parlare continuo: «La cosa terribile è che il dolore resta vivo, ma il ricordo… il suo viso sta svanendo, non è più nitido.»

Quest’uomo è perfetto, perché mi aspettavo che mi dicesse che il mondo va avanti, che sono giovane e bella e che ho tutta un’esistenza da vivere. Che anche Richard avrebbe voluto che mi rifacessi una vita, che accettassi un altro uomo al mio fianco, mi facessi una famiglia e tutta la serie di infinite banalità che mi hanno propinato in questi anni. Invece mi fa sdraiare sotto le coperte, mi sfila il maglione, mi abbraccia, mi dà un bacio sulla fronte e dice solo: «Una mattina ti sveglierai, penserai a lui come ogni altra mattina, e ti spunterà sul viso un bel sorriso. Quel giorno, e solo quel giorno, sarai pronta ad andare avanti.»

«Dici? E come fai a saperlo?» Sembra quasi che ci sia passato.

«Ho perso i miei in un incidente aereo quando avevo sedici anni. C’è voluto un po’, ma alla fine sono rimaste solo le cose belle.»

 

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Mi sveglio. C’è silenzio e tutto è ovattato. Mi alzo e vado alla finestra. Nel cielo splende un bel sole invernale e poche nuvole scure e sottili, basse sull’orizzonte ad accarezzare il mare ormai calmo, sono l’unico ricordo della tempesta gelida di ieri. Spio fuori il paesaggio selvaggio: il prato all’inglese della grande dimora padronale che, ieri, a causa della bufera non si distingueva, ora è spruzzato di bianco, neve quasi sciolta dal vento di mare e dalla salsedine. Adoro queste case grigie dagli infissi bianchi tipiche di quest’isola. La villa dei padroni di casa, oltre a essere un antico edificio storico è posizionata in un luogo meraviglioso, appena fuori dal centro, un po’ isolata su un basso promontorio da cui si vede il mare, punteggiato da piccole barche, e il faro vicino svetta e veglia su quest’isola dal sapore antico. Anche questo piccolo cottage è bello, grigio e bianco, ma è una dépendance di recente costruzione. Mi hanno offerto questo alloggio in affitto per una cifra ragionevole, non ho potuto rifiutare. Mi piace starmene per conto mio.

Tranne la notte di Natale, s’intende.

Nate sta dormendo. È stato… è stato splendido questa notte. Avevo ragione a diffidare degli uomini maturi, sono pericolosi…

Esco dal bagno in silenzio per non svegliarlo. Questa notte ha faticato parecchio per soddisfarmi e guadagnarsi la parcella. Dopo il mio sfogo, pian piano abbiamo ricominciato.

Il terzo round è iniziato all’alba. «Ti faccio vedere di cosa è capace un vecchio rudere» mi ha detto svegliandomi. Era ancora buio, ho faticato un po’ a capire che ora fosse e che voleva continuare, ma non ero stupita di avere un estraneo dentro al letto, inconsciamente sapevo che era lui, una presenza confortante.

Mi piacerebbe che non se andasse. Non oggi.

Ma non dirò nulla, ovviamente. Meglio così, è quello che volevo, solo che…

In cucina preparo il caffè, mi sono infilata il maglione di Richard: maldestra, scontro la caraffa e rovescio il filtro. Il caffè mescolato all’acqua crea una poltiglia che imbratta il bancone, la polvere si spande sul maglione, mi entra nelle narici e comincio a starnutire…

«Sei una frana» sento una voce lontana, persa nei ricordi, la voce di Richard. Non si era arrabbiato quella volta, eppure l’avevo combinata grossa, avevo macchiato un suo disegno importante, così da allora teneva i suoi progetti lontani da me e dai ripiani della cucina. Sorrido ripensando a Richard, al suo sorriso e soprattutto alla sua faccia da cartone animato quando aveva visto la polvere scura colorare il frutto di cotanta fatica.

Sorrido, mi volto e vedo Nate sulla soglia della stanza. È vestito e ha gli scarponi ancora slacciati. «Buongiorno.»

«Buongiorno a te e buon Natale» gli auguro, distratta. «Vuoi un caffè? È quasi pronto.»

«Buon Natale», replica con un sorrisetto scaltro. «Sì, grazie, con piacere» e si siede sullo sgabello davanti a me.

Il suono del campanello ci sorprende. Ci voltiamo entrambi in direzione della porta. Sollevo le sopracciglia, stupita. Mi guardo, il maglione di Richard mi arriva sopra al ginocchio, sono quasi presentabile ma sono indecisa se andare ad aprire.

«Che fai, non apri?»

«Non so… magari sono i vicini.»

«Hai paura che mi trovino qui? Se vuoi vado di là, anche se dubito che qualcuno di quest’isola venga a farti visita la mattina di Natale, e a quest’ora per giunta, per darti il benvenuto».

«No, stai pure lì.» Vado alla porta. Sbircio attraverso i riquadri a vetri dell’ingresso e noto un ragazzo palestrato. Apro.

«Ciao. Buon Natale.»

«Buon Natale…» Lascio in sospeso la domanda. Chi è costui?

«Sono Brandon» mi delucida. «Mi spiace ma ieri tutti i collegamenti per l’isola erano interrotti, te l’ho scritto nella mail che non sarei riuscito ad arrivare in tempo al nostro appuntamento e sarei venuto stamattina con il…» Mi volto di scatto verso Nate, mentre Brandon continua a parlare, spiegare, sempre fermo sulla porta. Sbarro gli occhi e guardo l’uomo con cui ho vissuto una notte di folle, intensa e insperata passione che mi sta sorridendo, appoggiato con noncuranza al bancone.

«Chi diavolo sei?» sbraito.

«Brandon!» mi risponde il ragazzo che nel frattempo è entrato nel mio salone. Io tengo i miei occhi a lanciafiamme puntati sul soggetto numero uno che si è alzato e si è avvicinato al nuovo ospite.

«Ciao Brandon, buon Natale» gli dice e lo prende per il gomito. Lo fa girare su se stesso e lo guida verso l’ingresso. «Sono quasi le dieci: se ti sbrighi fai in tempo a prendere il traghetto delle dieci e trenta e fra un’ora e mezza sei di nuovo a Hyannis» gli spiega, sbattendolo fuori. «Di’ a Margareth, alla biglietteria, che sei amico mio, ti rimborserà i soldi del biglietto.»

«Amico di chi?» chiediamo praticamente in coro io e Brandon.

«Dille che ti manda Nate, Nathan McKinnon, e di richiamarmi.»

Sento che gli dice ancora qualcosa ma io ho la testa in panne. Mi sta fumando. «Nathan McKinnon?» ripeto il suo nome tra le labbra. E mi tremano le gambe. McKinnon è il presidente del Nantucket Historic District, in pratica l’uomo che mi ha assunto.

Nonché il padrone di casa: quello a cui ho pagato tre mesi di affitto anticipato con un bel bonifico da tremila dollari.

Il McKinnon delle McKinnon Cruises, la compagnia di traghetti che collega Nantuket e Martha’s Vineyard a Cape Cod e mezzo Massachusetts.

Vorrei urlare!

«Oh, mio Dio…» biascico, mentre Brandon, che ho visto solo di sfuggita, è già scomparso dal mio raggio di azione. Non so neppure se sia bello o brutto, se mi piaccia o meno, ma sono terribilmente sollevata che sia stato liquidato così in fretta. E non da me.

Ma questo non significa che passi sopra a quello che ha fatto lui! «Ma come ti sei permesso?!» inveisco contro Nate che ha appena chiuso la porta.

«Come mi sono permesso? Non è che mi hai lasciato molta scelta.»

«Sciacallo!»

«Che avrei dovuto fare, scusa? Il mio sogno erotico si è materializzato sotto forma di regalo di Natale: Gisele Bundchen che mi invita in camera, si spoglia nuda e mi fa spazio nel suo letto. E io secondo te mi sarei dovuto perdere in convenevoli?»

«Ovvio che sì!» urlo. «Avresti dovuto dirmi chi eri! E che non eri Brandon!»

«Te l’ho detto che non ero Brandon, e poi hai fatto tutto tu. Non mi hai fatto aprire bocca.» Si giustifica, ma ride. Mi sta prendendo in giro.

Mi sento umiliata.

Io odio il Natale, non può succedere niente di buono a Natale, neppure gli incontri occasionali riescono a finire bene il giorno di Natale!

Sono veramente arrabbiata!

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… Ha detto Gisele Bundchen? Secondo lui le assomiglio? «Hai detto Gisele Bundchen?»

«Sì, ma di faccia sei più bella.»

«Non mi blandire!»

«Non ti blandisco, ma puoi biasimarmi se ho accettato il tuo cortese invito? E dopo non mi è sembrato più il caso di interrompere il nostro idillio, così ho…» Si scansa velocemente per evitare il primo libro che ho preso da uno degli scatoloni e gli ho lanciato addosso. Prende al volo il secondo e ride. «“La via zen per la felicità”» sogghigna leggendo il titolo del terzo proiettile, che ha afferrato con la mano libera.

«Perché sei venuto?» gli urlo.

«Buon vicinato» mi spiega e si china a legare gli scarponi. «Volevo fare la tua conoscenza. Presentarmi, vedere se ti eri sistemata e sapere se avevi bisogno di qualcosa. Il vivere civile, insomma.» Si solleva e mi guarda in viso. «Ma ammetto» continua, «che la tua accoglienza mi ha sorpreso, e l’ho trovata infinitamente più piacevole. Ah, sono venuto anche a invitarti al party di Natale, alla villa» e indica casa sua, al di là del prato. «Per inciso, quest’anno sarai l’ospite d’onore.»

«Io non ci vengo! Scordatelo!»

«Figuriamoci! Ti aspettano tutti, non farti pregare. È una consuetudine, il party di Natale a casa mia, e quest’anno ci sarà mezzo paese perché tutti vogliono conoscerti.»

«Ho detto che non ci vengo! Non ci penso proprio, anzi, me ne torno a Boston! Non voglio avere nulla a che fare con un truffatore come te!»

«Alle dodici, puntuale» mi ammonisce senza ribattere. «Se ritardi anche solo di un minuto vengo qui a prenderti di peso, ti carico sulle spalle e ti porto al party come un sacco di patate.»

«Non oserai.»

«Vuoi mettermi alla prova? Oppure ti piace presentarti alla gente in modo inconsueto, per fare in modo che si ricordino di te? Se è così, ti accontento: ti faccio fare un’entrata trionfale.»

«Non oserai!» Alzo la voce.

Lui ride. Sì, credo proprio che oserebbe. Oserà…

Ha preso il suo parka abbandonato sui cartoni ieri sera e apre la porta. «Ora devo andare perché mi aspettano quelli del catering.» Torna indietro, mi afferra per la vita, mi attira a sé senza che io riesca a opporre resistenza e mi stampa un bacio sulle labbra. «Puntuale, mi raccomando.»

 

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Al party, “quel party”, sono arrivata puntuale.  Ho conosciuto tutta Nantucket. La cosa buona è che non mi sono sentita sola, non ho pensato a Richard nemmeno per un momento. Nella grande casa, tutta decorata come la residenza di Babbo Natale al Polo Nord, è riuscita a entrare, stipata, tutta Nantucket.

A stento ho ricordato il nome, sì e no, di una decina di persone nella moltitudine di gente che si è presentata.

Il buffet era enorme, gestito da un catering di Martha’s Vineyard e supervisionato da quella che, al mio arrivo sull’isola, pensavo fosse la padrona di casa, invece era solo la governante. “Solo” si fa per dire, visto che è un prezioso factotum, la mia salvezza, un angelo piovuto sulla terra per dispensarmi di generosi doni e aiuto provvidenziale.

Sì perché senza Vera non sopravvivrei alle mie tre pesti, con un altro in arrivo…

“Siate fecondi e moltiplicatevi”: lui ha preso alla lettera il comandamento della Genesi, infatti sono passati cinque anni e stiamo aspettando il nostro quarto figlio. Il primo è arrivato quasi subito, e le due femmine, a onor del vero, sono arrivate insieme, perché nella sua famiglia c’è predisposizione gemellare. Ora stiamo aspettando un altro maschio.

Come ogni anno apro i pacchetti, dobbiamo fare in fretta perché stanno per arrivare quelli del catering. So già che cosa ci sarà in due di quelli destinati a me: una borsa e un paio di orecchini. Fa lo spiritoso, tutti gli anni.

Anche la prima volta.

Quel Natale mi ha fatto trovare una Swagger di Coach: non so come abbia fatto a scovarne una così in fretta, ma a Nantucket tutti fanno quello che lui chiede, ogni suo desiderio viene esaudito. Fatto sta che mi ha fatto trovare il regalo sotto il grande albero del suo salone e mentre tutti si scambiavano i doni, lui mi ha presentato il suo.

«Io non ti ho fatto nulla, non so come ricambiare» gli ho detto imbarazzata.

«Se è per questo, mi devi ancora la parcella per le prestazioni di stanotte» ha ribattuto lui ridendo.

«Tu vaneggi» gli ho risposto.

«No, per niente, anzi, ho in mente proprio un bel regalo, qualcosa che desidero profondamente: dovresti ricambiare…»

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Insomma, da quella notte abbiamo diviso il letto, esattamente come la notte precedente… per sempre.

Non che sia stato semplicissimo, perché si sono messe in mezzo tutte le sue ex: le più tenaci si sono rivelate due sorelle di Martha’s Vineyard e la sua ex moglie, che ha cercato di accampare ancora dei diritti dopo ben tre anni dal divorzio. Divorzio che aveva voluto lei, visto che aveva mollato Nate per un nuovo marito, di New York, ben più ricco e introdotto nel jet-set. Peccato che avesse preso l’abitudine di tornare a Nantucket per rinverdire il passato di passione con quello che ora è il mio, di marito. Ovvio che quando mi ha visto all’orizzonte non l’ha presa bene. Io, però, sono un tipo tosto, e ho sventato tutti i loro subdoli attacchi volti a farmi tornare l’allergia al Natale. Ma questa è un’altra storia…

Ora mi godo i miei cuccioli che spacchettano i regali, e spero che a Nate piacerà il mio, di dono, un tosaerba ultramoderno, proprio quello che voleva, anche se so, so perfettamente che lui preferisce quello che ci scambiamo ogni anno chiusi in camera, io e lui, da soli, il regalo giusto per dimostrarmi che qualcosa di buono, il Natale, lo riserva pure a me.

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Questo racconto inedito pubblicato è un’opera di fantasia scritta in esclusiva per Stella e pubblicata solo sul sito Free Passion nella rassegna “Racconti di Natale – Edizione 2018”

© Riproduzione riservata. Proprietà intellettuale dell’autrice Bianca Visentin . Vietata la riproduzione di questi contenuti o parte di essi.

 Il mio regalo di Natale – Racconto – Copyright © 2018 – Bianca Visentin

 

5 Comments on Racconti di Natale – Edizione 2018- Il Mio Regalo di Natale di Bianca Visentin  

  1. Irina
    dicembre 24, 2018 at 6:18 pm (4 mesi ago)

    Buon Natale a tutte e grazie per questo racconto!

    Rispondi
    • Stella
      dicembre 26, 2018 at 4:34 pm (4 mesi ago)

      Irina un bacione e tanti auguri anche a te

      Rispondi
  2. Pamela
    dicembre 27, 2018 at 7:19 am (4 mesi ago)

    Che carino questo racconto!!! Complimenti!

    Rispondi
  3. Maria Paola
    dicembre 28, 2018 at 9:49 pm (4 mesi ago)

    Grazie per questo bel racconto…

    Rispondi
  4. Valeria
    dicembre 30, 2018 at 8:09 pm (4 mesi ago)

    Meraviglioso….. Il Natale che ti cambia ….l’amore che non ti aspetti più ….il riscatto
    E poi la passione ….e le difficoltà quotidiane riassunte in pochissime righe
    E ciliegina…. I figli…
    Grazie e buon fatto Natale a tutte

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